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Orario Sante Messe

Feriali
8:30 - 17,30 (18,00 con l'ora legale)
 
Festivi
8:00 - 10.00 - 11:30 
17,30 (18,00 con l'ora legale)

Contatti

Piazza Paolo VI  Papa
00041 - Albano Laziale (RM)
06 93269958
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Orario Ufficio Parrocchiale:
Lunedì e Mercoledì
dalle ore 18:00 alle ore 19:00
Sabato dalle ore 9:00 alle ore 11:00

la Domenica

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  • 15 Agosto: Assunzione della Beata Vergine Maria al Cielo

    Mercoledì 15 Agosto, nella Solennità dell'Assunzione della Vergine Maria al Cielo, la S. Messa delle ore 8.00 non sarà celebrata.

    Restano invariati gli orari delle altre S. Messe: 10.00 - 11.30 - 18.30

  • 28 Agosto 2016: XXII Domenica del Tempo Ordinario

    XXII Domenica delcTempo Ordinario

    Letture: Siracide 3,19-21.30-31; Salmo 67; Ebrei 12,18-19.22-24; Luca 14,1.7-14

    Anno C

     

    Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: "Cèdigli il posto!". Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: "Amico, vieni più avanti!". Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». (...)

     

    Gesù spiazzava i benpensanti: era un rabbi che amava i banchetti, gli piaceva stare a tavola al punto di essere chiamato «mangione e beone, amico dei peccatori» (Luca 7,34); ha fatto del pane e del vino i simboli eterni di un Dio che fa vivere, del mangiare insieme un'immagine felice e vitale del mondo nuovo.
    Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti. I farisei: così devoti, così ascetici all'apparenza, e dentro divorati dall'ambizione. Gesù li contesta, citando un passo famoso, tratto dalla antica saggezza di Israele: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire "Sali quassù", piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante» (Proverbi 25,7).
    Diceva: Quando sei invitato, va a metterti all'ultimo posto, ma non per umiltà o per modestia, bensì per amore: mi metto dopo di te perché voglio che tu sia servito prima e meglio. L'ultimo posto non è un'umiliazione, è il posto di Dio, che «comincia sempre dagli ultimi della fila» (don Orione); il posto di quelli che vogliono assomigliare a Gesù, venuto per servire e non per essere servito.
    Gesù reagisce alla eterna corsa ai primi posti opponendo «a questi segni del potere il potere dei segni». Una espressione di don Tonino Bello che illustra la strategia del Maestro: Vai all'ultimo posto, non per un senso di indegnità o di svalutazione di te, ma per segno d'amore e di creatività. Perché gesti così generano un capovolgimento, un'inversione di rotta nella nostra storia, aprono il sentiero per un tutt'altro modo di abitare la terra.
    Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini». Perché poi loro ti inviteranno a loro volta, e questi sono i legami che tengono insieme un mondo immobile e conservatore, che si illude di mantenere se stesso, in un illusorio equilibrio del dare e dell'avere.
    Tu invece fa come il Signore, che ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio, ama senza contare e senza condizioni: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Accogli quelli che nessuno accoglie, dona a quelli che non ti possono restituire niente. E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: sembrano quattro categorie di persone infelici, eppure nascondono il segreto della felicità. Sarai beato, troverai la gioia. La troverai, l'hai trovata ogni volta che hai fatto le cose non per interesse, ma per generosità.
    L'uomo per star bene deve dare. È la legge della vita. Perciò anche legge di Dio
    Sarai beato, è il segreto delle beatitudini: Dio regala gioia a chi produce amore.

  • 21 Agosto 2016: XXI Domenica del Tempo Ordinario

    XXI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!". Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

     

    Due immagini potenti: una porta stretta e davanti ad essa una folla che si accalca e preme per entrare. Poi, con un cambio improvviso di prospettiva, la seconda immagine ci porta oltre quella soglia stretta, immersi in un'atmosfera di festa, in una calca multicolore e multietnica: verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa...
    La porta è stretta, ma si apre su di una festa. Eppure quell'aggettivo ci inquieta. Noi pensiamo subito che "stretto" significhi sacrifici e fatiche. Ma il Vangelo non dice questo. La porta è stretta, vale a dire a misura di bambino e di povero: se non sarete come bambini non entrerete... La porta è piccola, come i piccoli che sono casa di Dio: tutto ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l'avete fatto a me... E se anche fosse minuscola come la cruna di un ago (com'è difficile per quanti possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio, è più facile che un cammello passi per la cruna dell'ago) e se anche fossimo tutti come cammelli che tentano di passare goffamente, inutilmente, per quella cruna dell'ago, ecco la soluzione, racchiusa in una della parole più belle di Gesù, vera lieta notizia: tutto è possibile a Dio (Mc 10,27). Lui è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago, Dio ha la passione dell'impossibile, dieci cammelli passeranno per quel minuscolo foro. Perché nessuno si salva da sé, ma tutti possiamo essere salvati da Dio. Non per i nostri meriti ma per la sua bontà, per la porta santa che è la sua misericordia. Lo dice il verbo "salvarsi" che nel vangelo è al passivo, un passivo divino, dove il soggetto è sempre Dio.
    Quando la porta da aperta si fa chiusa, inizia la crisi dei "buoni". Abbiamo mangiato alla tua presenza (allusione all'Eucaristia), hai insegnato nelle nostre piazze (conosciamo il Vangelo e il catechismo), perché non apri? Non so di dove siete, voi venite da un mondo che non è il mio.
    Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita. «La fede vera si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita, da lì capisco se uno ha soggiornato in Dio» (S. Weil).
    La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: viene sfatata l'idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi. Tutti possono passare per le porte sante di Dio. Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. È possibile per tutti vivere meglio, e Gesù ne possiede la chiave. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

  • 14 Agosto 2016: XX Domenica del Tempo Ordinario

    XX Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Geremia 38,4-6.8-10; Salmo 39; Ebrei 12,1-4; Luca 12, 49-53

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

     

    Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa.
    «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin), occhi e mani che ardono, che hanno luce e trasmettono calore: «la vita xe fiama» (Biagio Marin).
    Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di "divisore", diavolo, al peggior nemico dell'uomo, che ha pregato fino all'ultima sera per l'unità "ut unum sint", qui si contraddice. E capisco allora che, sotto la superficie delle parole, devo cercare ancora.
    Gesù stesso, tenero come un innamorato e coraggioso come un eroe, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri. Si è messo dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, sceglie sempre l'umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita.
    La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la "beatitudine degli oppositori", di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e al cuore dei figli di Dio.
    Gesù nel Vangelo di Tommaso ha questa espressione: «Stare vicino a me è stare vicino al fuoco». Siamo discepoli di un Vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Il Vangelo non è un bavaglio, ma un megafono. Ti fa voce di chi non ha voce, sei il giusto che lotta in mezzo alle ingiustizie, mai passivo e arreso, mai senza fuoco.
    Quanto vorrei che questo fuoco fosse già acceso. Eppure arde! C'è dentro le cose il seme incandescente di un mondo nuovo. C'è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra ognuno di noi a Pentecoste, c'è lo Spirito santo che accende i suoi roveti all'angolo di ogni strada.

  • 7 Agosto 2016: XIX Domenica del Tempo Ordinario

    XIX Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: Sapienza 18,6-9; Salmo 32; Ebrei 11,1-2.8-19; Luca 12, 32-48

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
    Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
    Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo» (...).

     

    Tre volte è ripetuto un invito: siate pronti, tenetevi pronti. A che cosa? Allo splendore dell'incontro. E non con un Dio minaccioso, ladro di vita, che è la proiezione delle nostre paure e dei nostri moralismi violenti; ma con l'impensabile di Dio: un Dio che si fa servo dei suoi servi, che «li farà mettere a tavola e passerà a servirli». Che si china davanti all'uomo, con stima, rispetto, gratitudine. Il capovolgimento dell'idea di un Dio padrone. Il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario è proprio quando accade l'inconcepibile: il Signore si mette a fare il servo, si pone a servizio della mia vita!
    Ed ecco Gesù ribadire, perché si imprima bene, questo atteggiamento stravolgente del Signore: «E se giungendo nel cuore della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro». E passerà a servirli. Perché è rimasto incantato.
    Che i servi restino in attesa, svegli fino all'alba, non è richiesto; è "un di più" non dettato né da dovere né da paura, si attende così solo se si ama e si desidera, e non si vede l'ora che giunga il momento degli abbracci: «Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Un padrone-tesoro verso cui punta diritta la freccia del cuore, come fosse l'amato del Cantico: Dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).
    Per il servo infedele invece il tesoro è il gusto del potere sugli altri servi, approfittando del ritardo del padrone «cominciare a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere, a ubriacarsi».
    Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.
    La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.
    Ma ancora di più il nostro tesoro d'oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.
    Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi! Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita. Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.
    Mio tesoro è il volto di Dio, l'immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce, ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.

  • Tanti auguri a Mons. Dante Bernini

    LXX di ordinazione sacerdotale del vescovo emerito Dante Bernini

     

    bernini Il prossimo 12 agosto 2015 ricorreranno 70 anni dall'ordinazione sacerdotale del nostro carissimo vescovo emerito S. E. Mons. Dante Bernini. L'anniversario dell'ordinazione sacerdotale è una data cara per ogni sacerdote, che in quel giorno risente per sé le parole del Signore a Israele: «Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata» (Ger 2, 2). È, ugualmente, un giorno che famigliari e amici non dimenticano e, anzi, vivono con la preghiera, il ricordo, l'affetto. Così la Chiesa di Albano vuole celebrare la scadenza giubilare suo vescovo emerito Dante. In vista di questa ricorrenza, lo scorso 9 luglio ho avuto la gioia di accompagnarlo in una visita privata al papa emerito Benedetto XVI nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo. C'erano con lui S.E. Mons. Giorgio Biguzzi, vescovo emerito di Makeni, in Sierra Leone, che tutti noi conosciamo e il nostro sacerdote d. Andrea Conocchia. L'incontro, durato ben 45 minuti, è stato davvero cordiale e affettuoso, come tra vecchi amici che si conoscono dagli anni della comune partecipazione alla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea. Sono stati ricordati gli anni dell'episcopato albanense e i rapporti con Chiesa sorella di Makeni, specialmente nelle drammatiche contingenze della guerra civile in quel Paese, sino ad oggi. Personalmente ho anche avuto modo di comunicare al Papa emerito tutta la gratitudine della nostra Chiesa di Albano nei riguardi del vescovo Dante per poi, tutti insieme, lodare il Signore. Avvicinandosi, ora, la data anniversaria desidero anzitutto ricordarla a tutti e raccomandare di elevare preghiere per il vescovo Dante: il Signore, che gli dà la gioia di rivivere nella lode il giorno della sua ordinazione sacerdotale gli conceda di esprimere nella santità della vita il mistero che ogni giorno celebra all' altare. Ai sacerdoti e in particolare ai parroci chiedo di ricordare in tutte le Sante Messe della Domenica 9 agosto p.v. il giubileo sacerdotale del vescovo emerito Dante inserendo nella Preghiera universale una speciale intenzione per lui. Uno speciale ricordo di preghiera vorremo averlo il successivo 12 agosto, soprattutto noi sacerdoti; meglio, se anche con la celebrazione della Santa Messa - poiché il giorno liturgico lo permette - utilizzando il formulario «per i sacerdoti». Questo lo suggerisco soprattutto ai sacerdoti che sono stati da ordinati dal vescovo Dante. Da tutti si potrà così anche recuperare la scadenza tradizionale del «primo giovedì del mese», che in questo agosto 2015 sarà occupato dalla festa della Trasfigurazione del Signore, pregando anche per la perseveranza di tutti noi nella vocazione sacerdotale e per il dono alla nostra Chiesa di vocazioni sacerdotali. Grato per l'attenzione riservata, tutti saluto e per ciascuno invoco la benedizione del Signore.

     

    Dalla Sede di Albano, 11 luglio 2015.                        Marcello Semeraro, vescovo

     

     

    (In foto, mons Dante Bernini in occasione della Festa Titolare della nostra Parrocchia, 28 maggio 2011) 

  • Le Sante Messe a Ferragosto

    Venerdì 14 Agosto, ore 18,00: S. Messa con valore di precetto per il giorno 15/8

    Sabato 15 Agosto: Assunzione Beata Vergine Maria

     - Sante Messe: ore 8,00 - 10,00 - 11,30

     

    N.B. La Santa Messa Vespertina - ore 18,00 - del 15/8 ha valore di precetto per il 16/8 (XX Domenica del Tempo Ordinario)

     

    Domenica 16 Agosto: XX Domenica del Tempo Ordinario

     - Sante Messa: ore 8,00 - 10,00 - 11,30

  • Festa di San Francesco d'Assisi, Patrono d'Italia

    In occasione della festa di san Francesco d’Assisi ogni anno una regione d’Italia è invitata ad offrire l’olio per la lampada che arde sulla tomba del santo patrono. Il prossimo 4 ottobre saranno le Chiese del Lazio a compiere questo gesto di devozione recandosi pellegrine ad Assisi. In allegato il messaggio dei vescovi della Conferenza episcopale regionale.

  • Circolare della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sul "segno della pace".

    La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, al fine di progredire in una vera comprensione del gesto dello scambio della pace, affinché questo gesto costituisca realmente l'occasione di una nuova e intensa catechesi eucaristica tra il clero e le comunità, ha promulgato una lettera circolare sullo scambio della pace.

    Il testo è scaricabile in allegato

  • Pellegrinaggio s S. Giovanni Rotondo

    20- 21 Settembre 2014 (Sabato e Domenica)

    PELLEGRINAGGIO A S. GIOVANNI ROTONDO

    per venerare S. PIO da PIETRELCINA

     

    PROGRAMMA

    SABATO 20 SETTEMBRE

    ore 5,30: Partenza da Piazza Paolo VI (Chiesa Parrocchiale)

    ore 9,30: a POMPEI - S. Messa nel Santuario

    ore 13,30: a S. Givanni Rotondo. Sistemazione in albergo vicino al Santuario. Pranzo e breve riposo.

    ore 15,30: Visita e sosta di preghiera al Santuario di S. Michele - Monte S. Angelo.               Ritorno in albergo- cena

    ore 21,00: Paretcipazione alla Fiaccolata. Pernottamento

     

    DOMENICA 21 SETTEMBRE

     

    ore 7,30: prima colazione

    ore 8,30: concelebrazione eucaristica nella Chiesa Nuova di S. Maria delle Grazie. Segue la visita alla Nuova Chiesa

    ore 10,30: Via Crucis. Segue tempo libero per la visita ai "Ricordi" del Santo

    ore 12,30: Pranzo

    ore 15,00: partenza per il Santuario del "Santo Volto" a Manoppello (PE) 

    ore 21,00: rientro in Albano, Piazza Paolo VI

     

    QUOTA DI PARTECIPAZIONE (tutto compreso, anche le bevande): € 115,00

    CON LA PRENOTAZIONE VERSARE € 50,00

    LA RIMANENTE SOMMA € 65,00 DA VERSARE NON OLTRE IL 10 SETTEMBRE c.a.  

     

    RIVOLGERSI A Don Umberto in parrocchia o telefonare al 346 6793876

     

     

     

  • Da Domenica 17 Agosto a Domenica 14 Settembre 2014

     

     

     

    Da Domenica 17 Agosto a Domenica 14 Settembre 

    la S. Messa delle ore 10.00 non sarà celebrata.

    Restano invariati gli orari festivi delle altre S.Messe: 

                            ore 8,00 - 11,30 -  18.00

     

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  • Commento al Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 14, 1. 7 - 14


    Potremmo sintetizzare il messaggio della Parola di Dio in queste due parole: umiltà e gratuità. Innanzitutto vediamo come si esprimono i brani della Bibbia, poi cercheremo di confrontarli con la situazione della nostra vita nella società e nella Chiesa di oggi e vedremo come seguire l'insegnamento del Signore per essere suoi discepoli con maggiore fedeltà.
    Gesù è a pranzo da uno dei capi dei farisei, nota come le persone scelgono i primi posti e si esprime con una parabola che è immediatamente un insegnamento: "quando sei invitato da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un invitato più ragguardevole di te e tu debba, con vergogna, andare ad occupare l'ultimo posto".
    Può darsi che sempre ci sia stata la tentazione di emergere, di farsi notare, di cercare considerazione, prestigio. Oggi lo avvertiamo particolarmente in questa nostra cultura dell'apparire, dell'emergere, del farsi strada, in qualunque maniera, onesta o disonesta; a volte ci possono essere fenomeni di arrivismo, di carrierismo, di spintonate, ad esempio, nei luoghi di lavoro, fino a cercare il proprio successo e i propri interessi, anche a scapito del vero bene di tutti e dell'onestà.
    L'umiltà è verità davanti a Dio e davanti agli altri, davanti al mistero della vita. Il libro del siracide ci ha detto: "Compi le tue opere con mitezza. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti". Se non si è umili non si capisce Dio.
    Gesù ha vissuto così, la Madonna ha vissuto così, così i santi, le anime belle e generose, piene di amore. "Sono venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita per tutti". "Imparate da me che sono mite e umile di cuore". L'ultimo posto non è una condanna, è il posto di Dio che si è fatto uomo e ha dato la vita per noi. Maria ss. dice: "L'anima mia magnifica il Signore, ha guardato l'umiltà della sua serva, ha fatto cose grandi in me l'Onnipotente".
    Una precisazione. L'umiltà non è dire - un po' ipocritamente - "non so fare nulla". Dire: "non valgo nulla", non è umiltà, è depressione. La persona umile dà il meglio di sé, fa il più possibile, apre il cuore più che può. Così hanno fatto Gesù, Maria, i Santi, tutte le persone generose e impegnate nella società e nella Chiesa.
    Umiltà è sapere che il Signore ci ha riempito la vita dei suoi doni e che noi dobbiamo trafficarli come talenti, per il bene di tanti altri e per la nostra salvezza. L'umiltà diventa fecondità, sviluppo dei doni di Dio, per il bene degli altri, nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale ed ecclesiale.
    Una piccola cosa: non scherziamo sull'ultimo posto in chiesa. Non è quello che vuole insegnare Gesù. In chiesa, come dovunque, il cristiano fa il più possibile, è attivo, partecipe, impegnato, generoso, dona se stesso per il bene degli altri. Questo dobbiamo impararlo in chiesa, a messa, per viverlo poi nella vita della comunità cristiana e nella società.
    C'è poi la seconda parte del vangelo, bellissima, sconcertante, portatrice di novità assoluta: la novità di Gesù, del suo amore per tutti, della sua ricerca dei poveri, dei malati, dei peccatori.
    "Quando offri un pranzo, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli né i ricchi vicini... perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario... invita poveri, storpi, zoppi, ciechi, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai la tua ricompensa dal Signore".
    E' un testo molto profondo, molto bello, ma non vuole essere un testo poetico, un sogno, un'utopia.
    Innanzitutto ci aiuta a fotografare la nostra realtà quotidiana e non si tratta di un pranzo o una cena, ma di uno stile di vita. Noi normalmente non viviamo così, non viviamo il vangelo. Però comprendiamo che questa è un prospettiva bella, giusta, affascinante. Questa è la strada della verità, dell'aiuto vero alla vita, è la strada della gioia del cuore, è il tesoro per l'eternità.
    Lo vediamo soprattutto vissuto e testimoniato in tante esperienze di vita: esempio, il volontariato, dove dai il meglio di te, offri tempo, soldi, energie, senza aspettarti ricompense, gratificazioni. Il volontariato poi insegna a portare nelle varie situazioni di vita lo stesso spirito di amore e di predilezione per i più bisognosi.
    Lo vediamo inoltre nell'opera dei missionari e delle missionarie, quando vanno in ambienti poveri, miserabili, e portano l'aiuto della fede, della verità, della carità.
    E' la gratuità, la grande virtù che Gesù ha vissuto e che ci insegna. Fare le cose gratis, sembra una cosa piccola, invece dimostra la grandezza di una persona quando fa dono, con gioia, della propria vita e delle proprie cose.

  • 25 Agosto - Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ordinario

    Lc Cap. 13 22-30


    Il testo del vangelo di oggi costituisce un forte richiamo alla consapevolezza e alla responsabilità dell'essere cristiani.
    Il brano è introdotto dalla domanda di un anonimo ("un tale") che fa riferimento a una questione molto dibattuta nel giudaismo del tempo di Gesù: le condizioni della salvezza; anche in Luca 10,25 e 18,18 viene ripetuta la domanda: "che devo fare per ottenere la vita eterna?"
    Ora, al tempo di Gesù i farisei sostenevano che gran parte degli ebrei - anzi per alcuni rabbini tutti quanti - si sarebbero salvati, in forza della loro appartenenza al popolo eletto; nei circoli apocalittici, invece, prevaleva l'opinione opposta: solo pochi eletti osservanti si sarebbero salvati.
    La domanda fatta al Nazareno verte dunque su questo interrogativo. Ma, come spesso accade nei Vangeli, Egli non risponde direttamente, non soddisfa la curiosità dell'interlocutore, non prende posizione sulla dibattuta questione teologica: si salveranno tutti, o molti, o pochi?
    Gesù non risponde alla domanda, per far capire che il vero nocciolo della questione non sta lì e che il problema su cui interrogarsi è un altro; non deve importare a noi se si salvano in tanti o pochi, perché questo rientra nel mistero di Dio. Quello di cui ci dobbiamo preoccupare è ben altro, e cioè che la salvezza non è un fatto tranquillo e scontato per nessuno: né per chi allora osservava la Legge (gli ebrei), né per chi oggi si attiene a comandamenti e precetti della Chiesa (i cristiani); la salvezza non è automaticamente conferita per il solo fatto di appartenere al popolo di Dio.
    Così da una domanda sugli "altri" (sono pochi o tanti "quelli" che si salvano?), il Maestro fa passare l'interlocutore a una domanda che riguarda invece proprio lui, di conseguenza ogni uomo, e dunque anche ciascuno di noi! Il Signore pertanto si rivolge a tutti con un chiaro imperativo: "Sforzatevi "voi" di entrare....". Quindi: preoccupatevi della vostra situazione, del vostro impegno attuale, vedete di essere voi vigilanti (richiamo contenuto anche nel vangelo della 19° domenica anno C).
    "Sforzatevi di entrare per la porta stretta...."dice Gesù al v.24. Che cos'è questa porta stretta? L'immagine evoca certamente qualcosa di molto duro, difficile e impegnativo, mentre la porta larga fa venire in mente facilità e superficialità; ma soprattutto la via stretta è quella che, per chi si mette alla sequela di Gesù, passa attraverso il Getsemani e il Golgota: è la via dell'amore nella dedizione di sé e nella sofferenza. A questo deve essere preparato il discepolo di Cristo, a vivere la propria esistenza nell'amore, nel servizio e nel dono di sé; e, se gli verrà domandato, deve essere disposto (con l'aiuto della Grazia) persino a sacrificare la propria vita per amore.
    Questo è ciò che è richiesto per far parte del Regno di Dio, che - come ben ha messo in luce il Concilio Vaticano II° - non coincide con la Chiesa visibile, cui appartiene ogni battezzato.

    "..vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti....verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio" (vv.28-29).
    Da chi è costituita questa folla sterminata d'ogni dove, di cui parla Gesù? Proprio da tutti quegli uomini di buona volontà che, pur senza conoscere la Legge e il Vangelo, sono continuamente alla ricerca della verità e della giustizia, vivono secondo i dettami della propria coscienza, che Dio ha immesso in ogni sua creatura e che porta a cogliere, amare e rispettare quei valori universali che ritroviamo in ogni civiltà. Ecco, questi sono coloro che, magari senza neppure saperlo, si troveranno al banchetto del Regno (tipica metafora biblica per indicare la vita eterna con Dio).
    E- sorpresa! - forse avranno meritato anche di più di quei cristiani, osservanti e praticanti, che però sono troppo sicuri di sé, convinti che la salvezza sia loro dovuta in quanto battezzati, e incapaci di mettere in pratica il comandamento di Gesù: "Amate come Io vi ho amato!" (cfr. Giov. 15,12); ecco perché Gesù conclude: "ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi".

  • 18 Agosto - XX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XX Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 12,49-53   Anno C

    Che Gesù Cristo per la storia non fosse stato un personaggio comodo e pacifico, l'avevamo già compreso; che il suo Vangelo fosse un messaggio difficile non solo da comprendere ma soprattutto da vivere, credo che sia ben chiaro a tutti, credenti e no. Ma ascoltare le sue parole che nella Liturgia di oggi ci dicono: "Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione"...beh, qualche difficoltà ce la creano...
    Gesù è l'uomo della pace, e la pace è il primo dono del Risorto; la pace è il primo annuncio degli angeli in cielo ai pastori di Betlemme, ed è l'esortazione finale alle donne che trovano il sepolcro vuoto il mattino di Pasqua. Se dunque la vicenda di Gesù Cristo è racchiusa tra due parentesi di pace, come possiamo pensare che il suo messaggio, la sua persona, la sua storia siano avvenuti per portare "divisione sulla terra"? E le nostre vicende familiari, già così problematiche per se stesse, perché devono sopportare ulteriori divisioni create dalla sua Parola? In definitiva, cosa ci vuole insegnare il Signore con questo brano di Vangelo?
    Facciamo un passo indietro: due domeniche fa', il brano di Vangelo iniziava con la richiesta di due fratelli in lite tra di loro per motivi di eredità, affinché Gesù facesse da giudice di pace nel contenzioso. Il rifiuto - scontato - di Gesù è motivato dal fatto che lui non è venuto su questa terra per fare da giudice tra gli uomini; non è venuto affatto a giudicare, ancor meno a condannare o a emettere sentenze. Egli, in questo tribunale della vita e della storia, si è limitato a enunciare il fatto, a dire l'accaduto, a narrare la cronaca di ciò su cui dovrà avvenire il processo, e di fronte al quale gli uomini saranno chiamati a prendere posizione. In buona sostanza, è venuto a proclamare e annunciare la Verità di fronte alla quale occorre scegliere: prendere o lasciare. E questa Verità, questo fuoco che è venuto ad appiccare, questo Battesimo che è venuto a ricevere, coincide con la sua vicenda terrena, è Lui stesso, la sua persona.
    Se le cose stanno così, non è difficile comprendere come, di fronte a lui, non ci si possa sentire in pace, ma profondamente divisi. Di fronte alla "vicenda Gesù" da ormai oltre duemila anni non c'è condivisione, ma - appunto - divisione. Non tutti, infatti, lo accettano, soprattutto per la scomodità del messaggio: perché il suo messaggio non lascia affatto comodi coloro che lo accolgono. E così, capita - e capita spesso, magari e fortunatamente senza grandi drammi - che in una medesima famiglia ci sia chi crede in lui e chi proprio non ne vuole sapere; chi prega in continuazione e chi si arrabbia perché lo vede pregare; chi si affida a Dio, a Maria e ai Santi per ogni necessità e chi li bestemmia perché invece di risolvere i problemi dell'umanità lasciano che se ne vada a rotoli; chi corre in Chiesa ad ogni piè sospinto, e chi è allergico al fumo delle candele. Per cui, pur essendoci totale unità, armonia, amore in molte delle vicende della vita, diverse famiglie vivono dissensi e incomprensioni - si spera sempre non gravi - intorno alla persona di Gesù.
    E se questo avviene in un piccolo nucleo sociale come la famiglia, quanto più si manifesta su ampia scala tra coloro che credono in lui e coloro che non lo professano o vi sono indifferenti; dalle fabbriche in cui si prende in giro il collega bigotto, alle scuole in cui l'adolescente che va in chiesa è un frustrato; dalle aule della politica in cui i cattolici sono oggetto di attenzioni particolari in base alla convenienza del governante di turno, ai dibattiti televisivi in cui essere credenti significa esclusivamente non provare i piaceri della vita. Per non parlare delle vicende della storia in base alle quali troppo spesso ci dimentichiamo che se oggi l'Occidente Cristiano è continuamente sottoposto ad attacchi ideologici travestiti di religione, è perché in passato è stato lui a sottoporre in maniera ben poco camuffata ogni situazione sociale, culturale e religiosa, al giudizio del Cristo e - ahimè - neppure sempre in forma pacifica...
    In parole povere: essere credenti in Cristo o non esserlo, non è per nulla la stessa cosa, perché il suo messaggio, il suo Vangelo, la sua stessa persona, sono motivo di contraddizione, di confronto di divisione. Questo non vuol dire affatto che il cristiano sia migliore degli altri o che chi non crede in Cristo (o gli è ostile) abbia dei difetti o sia meno uomo o meno donna di un cristiano. Gesù ci vuole solamente dire che di fronte a lui bisogna prendere posizione, e quando si prende posizione inevitabilmente ci si confronta, e magari pure ci si scontra, con chi ha preso una posizione totalmente diversa dalla nostra. Questa è la dialettica della fede cristiana, che accompagna il messaggio di Cristo da oltre duemila anni, e che continuerà a farlo finché questo mondo durerà. Forse, pure questa dialettica, questo "incontro - scontro" col Cristo, questo chiaroscuro dipinto sulla tela della storia, rappresenta la forza di un messaggio che non lascia indifferenti.
    Il giorno in cui il cristianesimo non fosse più un messaggio di contraddizione, di scomoda profezia, di denuncia, di accusa, di stimolo, di presa di coscienza, di domande, di tutto ciò che è in divenire, e si accomodasse ad una pacifica situazione di staticità, potremmo tranquillamente proclamarne la sconfitta.
    E ciò che più preoccupa, è che il grande male che rischierà di schiacciare e sconfiggere il cristianesimo, non sarà una forza a esso esterna, e nemmeno una fede a esso alternativa, ma l'atteggiamento che lo stesso Cristo teme come una gettata d'acqua sul fuoco: l'indifferenza di noi cristiani.

     

  • 15 Agosto - Assunzione della Beata Vergine Maria

    Commento al Vangelo nella

    Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria

    LC 1 - 39. 56

     

    Fermandoci a meditare su questa festa dell'Assunzione di Maria in cielo, sembra essere proprio questa una delle chiavi di lettura: come Maria, ognuno di noi è pellegrino e non vagabondo! C'è infatti una differenza sostanziale tra il pellegrino e il vagabondo che sta nella meta e la speranza di raggiungerla! Il vagabondo e il pellegrino possono percorrere la stessa strada, incrociare le stesse persone, affrontare le stesse lotte ma il pellegrino sa dove sta andando il vagabondo no. Il pellegrino affronta il cammino con la speranza di chi sa che tutto è necessario per arrivare alla meta! Questa festa dell'Assunzione di Maria in cielo con l'anima e il corpo, ci ricorda che noi siamo pellegrini nella nostra vita e non vagabondi; che la nostra storia, condotta dall'amore di Dio, non è costellata da episodi senza senso che ci sbattono da una parte all'altra delle sponde della vita, ma che ci spingono verso una meta!
    Abbiamo ascoltato nella II lettura San Paolo che definisce "Cristo risorto come primizia", cioè Colui che, attraverso la sua morte e risurrezione, ha riaperto le porte del cielo ad ogni uomo. La risurrezione di Cristo trasforma la morte in un passaggio per essere accolti tra le braccia di Dio Padre e godere in pienezza della stessa gioia e pace di Cristo. Se la primizia della risurrezione è Cristo, possiamo allora senza mezzi termini definire l'Assunzione di Maria in cielo come primo frutto di questa primizia. La festa dell'Assunzione ci ricorda il nostro destino di pienezza di vita nella comunione con Dio. Maria assunta in cielo nell'anima e nel corpo è il mistero della nostra fede che ci mostra che anche noi, come Maria, potremmo risorgere un giorno nell'anima e nel corpo ossia tutta la nostra storia, le nostre relazioni di amore vissute attraverso il cuore e i gesti del nostro corpo, troveranno la loro pienezza e il loro compimento nell'Amore di Dio! Nulla della nostra storia andrà perduto, nulla vissuto senza un senso, nulla di tutti quei gesti di fedeltà, di amore, di umiltà, di giustizia fatti con l'anima e con il nostro corpo saranno stati vani...
    Ma la festa dell'assunzione di Maria non ci parla soltanto della meta ma anche della strada da compiere per noi pellegrini. Stiamo ormai nel pieno del tempo estivo, un tempo dove, riposandoci un po' di più, dovremmo avere più facilità nel riflettere su come stiamo vivendo, sul nostro cammino. Spesso però le letture che facciamo della nostra vita sono abbastanza desolanti: avremmo voluto fare di più, fare meglio, fare scelte più coraggiose e magari ci ritroviamo un pochino delusi, scoraggiati, disorientati. Nella I lettura, il libro dell'Apocalisse racconta che "Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito".
    Più che l'immagine di Maria, in questa donna possiamo ritrovare l'immagine del popolo di Dio e dell'umanità intera. Di fronte al nuovo possibile che Dio ci mostra e vuole far nascere nella vita della Chiesa, dell'umanità e in ognuno di noi, c'è il male che si oppone e che tenta di divorarlo! La lettura prosegue con un epilogo bellissimo: "Suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio".
    Mi piace pensare che il nuovo nasce, il bene vince perché è nelle mani di Dio! Questa donna non tiene per se il figlio che nasce ma è messo nelle mani di Dio ed è per questo che il deserto dove camminerà sarà il rifugio preparato da Dio stesso. L'Assunzione di Maria comincia dall'Annunciazione quando ella accoglie il nuovo e la salvezza (per lei vissuta in maniera singolare!) che Dio vuole compiere nella sua storia che si esprime concretamente in questo viaggio verso Elisabetta che abbiamo ascoltato nel vangelo: "Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa". La storia di Maria diventa un'assunzione continua, un cammino sicuro guidato da Dio. Certo sarà anche deserto, ma nulla potrà portargli via la sua speranza, la sua gioia i suoi amori perché non le appartengono più. All'inizio della sua storia non c'è più quello che saprà compiere o realizzare perché all'inizio della sua storia c'è lo sguardo di Dio e la sua vita è messa nelle Sue mani. Maria va da Elisabetta innanzitutto per cantare la sua gratitudine. Non sarà più lei che dovrà guardarsi, giudicarsi, misurarsi ma sarà Dio che la guarderà e questo la renderà beata (felice-bella) guidandola nella sua missione così particolare...è qui che inizia l'assunzione di Maria che troverà compimento e si concretizzerà nell'assunzione del suo corpo! Lo stesso Gesù ai suoi discepoli un giorno ha detto "rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Lc 10,20).
    Oggi questa festa spinge anche noi a metterci o rimetterci in cammino da pellegrini in maniera nuova e questo potrà avvenire quando permetteremo a Dio di "disperdere i superbi e rovesciare i potenti dai troni", cioè quando cominceremo a smettere di guardarci pensando che noi stessi siamo la fonte del nostro bene e del bene degli altri, di quelli che desideriamo amare o, peggio ancora, quando pensiamo che nella nostra vita e intorno a noi non ci sia più spazio per il bene, che non ci siano più margini per ripartire! Un padre gesuita scriveva: "la vera grazia che uno si può aspettare nell'arco della sua vita è quella di avere la certezza di vivere bene non perché si è organizzato la vita da solo, ma perché guidato dalle mani di Dio...allora si capirà finalmente la differenza tra una vita vissuta secondo la propria volontà che vuole, desidera, lotta ma non può, e una vita vissuta con la propria volontà che aderisce alla volontà del Dio misericordioso". Chiediamo la grazia al Signore che questa festa dell'Assunzione oltre che a risvegliare la speranza sul nostro futuro e quello del mondo, ci dia il coraggio di lasciare a Lui, almeno un pochino di più, la possibilità di assumere dentro il Suo Amore la mia e la tua vita, proprio come ha fatto con Maria!

     

  • 11 Agosto - XIX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XIX Domenica del Tempo Ordinario

    Luca 12, 32 - 48 - Anno C

     

    Nella liturgia di oggi, abbiamo una forte sottolineatura sulla fede. Siamo nell'anno della fede e questo ci aiuta molto. Abbiamo letto e ascoltato il cap. 11 della lettera agli Ebrei: dei vari personaggi biblici si dice "per fede.." Per fede Abramo... per fede Isacco... per fede Giacobbe,... per fede Giuseppe... per fede Mosè...

    Il papa Benedetto continuerà e completerà la serie di tanti testimoni della fede. Abbiamo pregato nella preghiera iniziale della messa con queste parole: «Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell'attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Dice la lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede!».
    Dunque la fede è camminare nel buio, verso qualcosa che ancora non si vede. Nella lettera agli Ebrei viene sottolineata la fede di Abramo, il capostipite di una lunga stirpe di credenti che per fede: «partì senza sapere dove andava,... soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, eredi della stessa promessa».

    Chi vive da credente è pellegrino, non solo perché cambia concretamente dimora, ma ancora di più perché, andando verso il mistero di Dio, viene stimolato a cambiare, a vivere fuori degli schemi, a non pensare mai di essere arrivato. Allo stesso tempo la fede è anche camminare nella luce ("Lumen fidei" - la luce della fede) perché è «fondamento di ciò che si spera». Attraverso di essa infatti si diventa capaci di vedere ciò che altri non vedono e di conseguenza di mettere in gioco e impegnare la propria vita, concretamente, per cose che altri potrebbero giudicare una pazzia. L'amministratore fidato e prudente del vangelo di Luca sa bene che il padrone prima o poi ritornerà e di conseguenza orienta tutte le sue energie per preparare il suo ritorno. Questa preparazione ovviamente non avviene nella paura di essere giudicato male, ma nella fiducia che, quanto comandato dal padrone alla sua partenza, è la cosa giusta da fare, perché è la migliore per la vita del servo (venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà!). Quante cose oggi siamo chiamati a pensare e a vivere attraverso la fede, cioè attraverso la luce dell'insegnamento divino rivelato in Cristo!

    Per esempio c'è un modo tipicamente cristiano di intendere la famiglia, anche se la mentalità mondana la pensa diversamente; così il rispetto e la promozione della vita a tutti i livelli, valore assoluto che nessuno deve toccare, anche se ci sono tante violenze contro di essa. L'uomo non è in grado di decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male, al contrario deve cercare di superare questa posizione individualista per rivolgersi a Dio e nel confronto con lui ritrovare una efficace capacità di discernimento e la vera libertà.

    La questione principale è quella di mettere Dio al centro e chi non ci riesce rischia di mettere il cuore, cioè le migliori energie, su un tesoro che non ha valore. Abramo per fede offrì addirittura Isacco (così ancora la lettera agli Ebrei) per testimoniare che nemmeno al proprio figlio si può dare lo stesso valore di Dio. L'elemosina (così invece il vangelo di Luca) è l'atto di chi è fondato in Dio perché solo in questo modo gli altri possono essere percepiti fratelli, cioè figli dello stesso Padre. Nella fede sentiamo come sono belle e importanti le parole di Gesù, nel vangelo di oggi. "Non temere, piccolo gregge, perché al Padre è piaciuto dare a voi il Regno". "Fatevi borse che non invecchiamo, un tesoro sicuro nel cielo. Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore". Dov'è il nostro cuore? "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno, troverà ancora svegli!... "Anche voi tenetevi pronti, perché non sapete né oil giorno, né l'ora". Quando sarà la mia ora, quando l'ora di ciascuno di noi? "Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire nel bene, nella giustizia, nell'amore".

    Dalla "Porta fidei" di Benedetto XVI

    "Per fede Maria accolse la parola dell'Angelo e credette all'annuncio che sarebbe divenuta Madre di Dio nell'obbedienza della sua dedizione (cfr Lc 1,38). Visitando Elisabetta innalzò il suo canto di lode all'Altissimo per le meraviglie che compiva in quanti si affidano a Lui (cfr Lc 1,46-55). Con gioia e trepidazione diede alla luce il suo unico Figlio, mantenendo intatta la verginità (cfr Lc 2,6-7). Confidando in Giuseppe suo sposo, portò Gesù in Egitto per salvarlo dalla persecuzione di Erode (cfr Mt 2,13-15). Con la stessa fede seguì il Signore nella sua predicazione e rimase con Lui fin sul Golgota (cfr Gv 19,25-27). Con fede Maria assaporò i frutti della risurrezione di Gesù e, custodendo ogni ricordo nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), lo trasmise ai Dodici riuniti con lei nel Cenacolo per ricevere lo Spirito Santo (cfr At 1,14; 2,1-4).

    Per fede gli Apostoli lasciarono ogni cosa per seguire il Maestro (cfr Mc 10,28). Credettero alle parole con le quali annunciava il Regno di Dio presente e realizzato nella sua persona (cfr Lc 11,20). Vissero in comunione di vita con Gesù che li istruiva con il suo insegnamento, lasciando loro una nuova regola di vita con la quale sarebbero stati riconosciuti come suoi discepoli dopo la sua morte (cfr Gv 13,34-35). Per fede andarono nel mondo intero, seguendo il mandato di portare il Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15) e, senza alcun timore, annunciarono a tutti la gioia della risurrezione di cui furono fedeli testimoni.

    Per fede i discepoli formarono la prima comunità raccolta intorno all'insegnamento degli Apostoli, nella preghiera, nella celebrazione dell'Eucaristia, mettendo in comune quanto possedevano per sovvenire alle necessità dei fratelli (cfr At 2,42-47).

    Per fede i martiri donarono la loro vita, per testimoniare la verità del Vangelo che li aveva trasformati e resi capaci di giungere fino al dono più grande dell'amore con il perdono dei propri persecutori.

    Per fede uomini e donne hanno consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa per vivere in semplicità evangelica l'obbedienza, la povertà e la castità, segni concreti dell'attesa del Signore che non tarda a venire. Per fede tanti cristiani hanno promosso un'azione a favore della giustizia per rendere concreta la parola del Signore, venuto ad annunciare la liberazione dall'oppressione e un anno di grazia per tutti (cfr Lc 4,18-19).

    Per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro della vita (cfr Ap 7,9; 13,8), hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani: nella famiglia, nella professione, nella vita pubblica, nell'esercizio dei carismi e ministeri ai quali furono chiamati.

    Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia".

  • 4 Agosto - XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 12,13-21  Anno C

    «Crescere a più libertà, a più consapevolezza, a più amore, questo è il cammino della vita spirituale» (Giovanni Vannucci). E oggi il Vangelo traccia proprio alcuni passi di questa crescita.

    Dì a mio fratello che divida con me l'eredità. Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? Gesù rifiuta decisamente l'idea di fare da arbitro tra due fratelli in contesa. Perché Cristo non è venuto per sostituirsi all'uomo. Non offre soluzioni già predispo­ste, ma la sua parola come lu­ce per i tuoi passi, lampada per il tuo sentiero, che devi scoprire e percorrere da te. Come dirà poco oltre: perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?

    È il tema delicato ed emozionante della libertà umana, di un Dio fonte di libere vite.

    In alleanza con lui, l'uomo non è più un semplice esecu­tore di ordini ma un libero inventore di strade, che lo conducano verso gli altri e verso Dio.

    Un uomo ricco aveva avuto un raccolto abbondante e diceva tra sé: Che cosa farò? Demolirò i miei granai e ne ricostruirò di più grandi. Non è un uomo avido o un disonesto il protagonista, non fa del male, non è cattivo, ma è «stolto», non ha la sapienza del vivere.

    Per due motivi: fa dipendere la sua sicurezza e il suo futuro dai suoi beni materiali, manca di consapevolezza che ricchezza promette ma non mantiene, non colma il cuore né il futuro; che il filo della vita ha il capo solo nelle mani di Dio. Non di solo pane vive l'uomo.

    Anzi di solo pane, di solo benessere, di sole cose, l'uomo muore. C'è poi un secondo motivo per cui quell'uomo è stolto, privo della sapienza sulla vita. È ricco ma solo: non c'è nessun altro attorno a lui, nessuno è nominato nel racconto; è povero di relazioni e d'amore perché gli altri contano poco nella sua vita, meno della roba e dei granai.

    Stolto questa notte dovrai restituire la tua vita. Per quell'uomo senza saggezza la morte non è un accadimento sorprendente ma il prolungamento delle sue scelte: in realtà egli ha già allevato e nutrito la morte dentro di sé, l'ha fatto con la sua mancanza di profondità, per non essere cresciuto verso più consapevolezza e verso più amore. È già morto agli altri, e gli altri per lui.

    Con questa parabola sulla precarietà Gesù non disprezza i beni della terra, quasi  volesse disamorarci della vita e delle sue semplici gioie. Intende rispondere a una domanda di felicità. Vuoi vita piena? Non cercarla al mercato delle cose. Sposta il tuo desiderio. Gli unici beni da accumulare sulla terra per essere felici sono relazioni buone con le persone, relazioni libere e liberanti, una sempre maggiore profondità. Il segreto della vita buona sta nel crescere verso più amore, più consapevolezza e più libertà.

  • Tanti Auguri Monsignore

    La redazione web insieme ai fedeli, è lieta di fare oggi, 25 agosto, i più sinceri auguri per l' 82° compleanno del Parroco, Mons. Umberto Galeassi. Al Decano dei Parroci della Diocesi, l'augurio di proseguire nella sua infaticabile missione sacerdotale e...

    AD MULTOS ANNOS

  • XXI DOmenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXI domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

     

    S. Cirillo di Alessandria

    Gli rispose Simon Pietro: “Signore, a chi andremo? Tu hai parole di vita eterna... A chi dunque andremo?, dice, per non dire ciò che era equivalente, e cioè: Chi ci insegnerà simili cose? oppure: Presso chi tro­veremo cose migliori? Tu hai parole di vita eterna, non dure, come dicono quelli, ma tali da condurre alla cosa più importante di tutte, cioè alla vita eter­na, e duratura, e libera da ogni corruttibilità. Da queste parole potremo certamente capire che bi­sogna aderire a Cristo come unico e solo maestro, e servirci di lui come guida che ci può condurre bene alla vita eterna. Così entreremo nella celeste e divina dimora e, introdotti nella Chiesa dei primogeniti, saremo arricchiti dei beni che non possono essere compresi dall’intelligenza umana. E la stessa natura dei fatti dimostrerà chiaramente che è cosa buona e salutare voler seguire Cristo e stare eternamente con lui. Nondimeno, conosceremo ciò dalle più antiche Scritture. Quando gli Israeliti, dopo essersi liberati dalla tirannia egiziana, andavano alla terra promes­sa, Dio non permise che si recassero attraverso vie incerte e vaghe, né dovunque volessero dirigersi: non c’era dubbio che si sarebbero smarriti, se fosse­ro stati privati della guida. Vedi come sia loro co­mandato di seguire e di levare l’accampamento con il levarsi della nube e, di nuovo, di fermarsi e tratte­nersi con essa? Era salutare, perciò, obbedire alla propria guida, agli Israeliti di allora, come ora a noi è salutare non separarci da Cristo. Camminare, poi, insieme a Cristo Salvatore e se­guirlo, non deve essere capito in senso materiale, ma si realizza piuttosto con le opere della virtù. Rivol­gendo, infatti, ad essa la loro mente, e rifiutando co­me dannoso di andare indietro con gli increduli, i sapientissimi discepoli giustamente dicono: Signore, a chi andremo?, come se dicessero: Staremo sempre con te, obbediremo ai tuoi comandi e ascolteremo le tue parole, non commettendo neppure una colpa lieve, né pensando con quei pazzi che è duro il tuo insegnamento, ma esclameremo piuttosto: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più del miele e del favo alla mia bocca (Sal 119, 103). Quando, dunque, il santo tabernacolo andava innanzi, veniva comandato anche agli Israeliti di marciare insieme con esso, e insieme di fermarsi: con ciò Dio ci avver­tiva utilmente di dover scegliere, come guida di sal­vezza, Dio Verbo, incarnato per noi, e di dover salire alla vita eterna obbedendo ininterrottamente ai suoi ordini. E quelli che non vollero farlo, sebbene fosse­ro stati più volte istruiti su questo, tornarono indie­tro e non camminarono più insieme con lui. Perciò, molto sapientemente, il beato Pietro, dicendo: Dove possiamo andare?, vuole dire: È molto conveniente ai santi non allontanarsi, in nessun modo, da Dio, ma piuttosto stare con lui spiritualmente. La fede dei santi apostoli è meravigliosa, caldo il lo­ro modo di confessarla, ed esimio ed eccellente il lo­ro consenso. Infatti, essi non camminarono a ritro­so, e non caddero come fu per alcuni, piuttosto ignoranti, o per quelli che giudicavano dure le paro­le del Salvatore; né furono chiamati a credere teme­rariamente per loro leggerezza, ma se ne fecero con­sapevoli e credettero che il maestro era ricco di pa­role vivificanti, ed era guida di insegnamenti celesti. Tale fede è davvero sicura, mentre quella che non ha queste prerogative si abbatte facilmente e, poiché manca di radice, cioè di certezza, subito svanisce dall’animo umano. Perciò, lo stesso Salvatore, nelle parabole, quando parlò del seminatore, disse: Un’altra parte cadde sulla roccia e, nata, seccò per mancan­za di radice (Lc 8, 6), chiamando implicitamente roccia l’animo indurito che non accoglie, in nessun modo, l’insegnamento che gli viene proposto. Dunque, i sapientissimi discepoli dicono d’aver conosciuto, nella certezza della fede, e perciò di cre­dere che egli è il Cristo, il Figlio di Dio. Inoltre ca­pirai che queste parole hanno un contesto molto sa­piente. Dicono di credere e conoscere, unendo i due verbi in uno. Era necessario credere e comprendere: infatti, per il fatto che le cose divine si apprendono per fede, non vuole dire che si deve rifiutare ogni approfondimento razionale, anzi, piuttosto, bisogna sforzarsi di arrivare almeno a una modesta cono­scenza di quelle che sia, come dice Paolo, come in uno specchio, in un’ombra (1Cor 13, 12). Ancora, essi dicono molto bene non di avere prima conosciuto e poi d’aver creduto, ma, mettendo al primo posto la fede, in secondo luogo parlano, poi, della conoscenza. La conoscenza segue alla fede e non la precede, secondo quanto è detto: Se non cre­derete, non capirete (Is 7, 9). Posta, infatti, come ba­se una fede semplice e non curiosa, in un secondo , momento si costruisce la conoscenza che, a poco a poco, ci porta al livello della statura di Cristo, e ci rende uomini perfetti e spirituali. Perciò Dio, in un luogo, dice: Ecco, porrò una pietra da fondamento in Sion, una pietra scelta, angolare e preziosa (Is 28, 16). Cristo è, per noi, inizio e fondamento per la santifi­cazione e la giustiziare ciò attraverso la fede, e non altrimenti, giacche così abita in noi.

    (Dal Commento al vangelo di Giovanni IV)

  • XX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XX domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

    S. Giovanni Crisostomo

    «Per diventare un solo corpo non soltanto per la carità, ma anche in realtà, bisogna che ci uniamo alla sua carne; il che avviene per mezzo del cibo che Egli ci ha dato in segno del grande amore che ha per noi. Si è compenetrato con noi fino a costituire un unico corpo proprio per questa ragione: perché fossimo una cosa sola con Lui, come è una cosa sola il corpo unito al capo. Questo è il segno del più gran- de amore. Accennando a questo, Giobbe diceva dei suoi servi (da cui era tanto amato), che desiderava- no partecipare alla sua mensa; cosicché per mostrare il loro ardente amore dicevano: Chi c’è che delle sue carni non si sia saziato? (Gb 31, 31). Lo stesso ha fatto Cristo per indurci ad una più grande intimità con Lui e per mostrarci il suo amore; e non si fece soltanto vedere a coloro che lo desideravano, ma permise loro di toccarlo, di mangiarlo, di configgere denti nella sua carne, di conglutinarsi a Lui, di sa­ziare ogni loro desiderio. Da quella mensa ritornia­mo come leoni spiranti fuoco, terribili ai demoni, pensando che cosa sia il nostro capo e quanto amo­re ci abbia dimostrato.

    I genitori spesso danno i propri figli da nutrire ad altri. Io invece li nutro con le mie carni, do loro me stesso in cibo; voglio che tutti siate nobili, e a tutti do la speranza dei beni futuri, poiché chi si è dato a voi in questa vita molto più vi sarà propizio nella futura. Ho voluto essere vostro fratello, con voi ho voluto aver comune la carne ed il sangue, e di nuo­vo a mia volta vi ho dato quella carne e quel sangue per i quali sono stato fatto partecipe della vostra na­tura”. Questo sangue riproduce in noi la sua regale splendida effigie, ci arricchisce di una bellezza incre­dibile, non lascia venir meno la dignità dell’anima che spesso alimenta e nutre. Questo sangue degna­mente ricevuto scaccia i demoni, chiama gli Angeli intorno a noi, anzi lo stesso Signore degli Angeli. I demoni fuggono, quando vedono il sangue del Si­gnore, e accorrono gli Angeli. Questo sangue sparso per noi ha lavato tutto il mondo. S. Paolo, nell’epi­stola agli Ebrei, ha detto molte cose intorno ad esso. È questo il sangue che ha purificato il Santuario e il Santo dei Santi. Se quello, che ne era la semplice fi­gura, ha avuto tanta efficacia quando fu sparso nel tempio e asperso in Egitto sugli stipiti delle porte, tanto più ne avrà questo che è la verità. Questo è il sangue che consacrò l’altare aureo senza il quale il principe dei sacerdoti non osava entrare nel Santo dei Santi. Questo è il sangue che ordinava i sacerdo­ti e che in figura cancellava i peccati. E se nelle figu­re ebbe tanta forza, se la morte ebbe tanto terrore dell’ombra, quanto più ne avrà, vi domando, della verità. Questo sangue è la salvezza delle anime no­stre: da questo sangue la nostra anima è lavata, or­nata, infiammata; da questo fuoco è reso più lumi­noso il nostro spirito. Questo è il sangue che, spar­so, ci ha aperto l’adito del cielo. In verità sono tremendi i misteri della Chiesa! Vera­mente l’altare è sacrosanto! Scaturì nel paradiso una fonte che diede origine a fiumi materiali, e da questa mensa scaturì una fonte che diede origine a fiumi spirituali. Presso questa fonte si ergono non salici infruttuosi, ma alberi che si innalzano fino al cielo e producono in ogni stagione frutti immarcescibili. Chi arde si avvicini a questa sorgente e tempererà la sua febbre. Essa fuga ogni ardore e refrigera tutto ciò che è arido, non soltanto ciò che è stato bruciato dal calore del sole, ma quello che è stato riarso dalle saette infiammate. Essa ha nel cielo il suo principio e la sua scaturigine, e da essa derivano molti rivi; li in­via il Paracleto e ne è tramite il Figlio, che non si a-pre la via con la vanga, ma con l’amore che infonde nelle anime nostre. Essa è la fonte della luce, che diffonde i raggi di verità; ad essa si appressano le su­perne virtù, che contemplano la bellezza della sua sorgente. Come uno immergendo, dove fosse possi­bile, la mano o la lingua nell’oro fuso la renderebbe subito d’oro, così, in modo anzi molto più eccellen­te, i proposti misteri operano sulla natura dell’ani­ma. E un fiume che ferve più del fuoco, ma non brucia, bensì lava. È il sangue che veniva una volta prefigurato sugli altari e nei sacrifici legali; è il prezzo del mondo, col quale Cristo comprò la Chiesa e l’a­dornò. Come chi compra dei servi dà dell’oro, e se li vuole adornare li adorna d’oro, così Cristo col suo sangue ci comprò e ci adornò. Quelli che sono par­tecipi di questo Sangue stanno in compagnia degli Angeli, degli Arcangeli e delle supreme potestà, rive­stiti della regale stola di Cristo e di armi spirituali. Ma non ho detto bene: dovrei dire piuttosto che so­no rivestiti dello stesso Re.

    Ma appunto perché è un mistero così grande e mira­bile, se ti avvicini con purità, ti avvicini alla salvezza, se ti avvicini con mala coscienza, ti avvicini al sup­plizio ed alla vendetta. Chi mangia, e beve indegna­mente, dice, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11, 29). Quelli che macchiano la porpora del re sono puniti come se la lacerassero; ti parrà allora sconveniente che quelli che ricevono questo corpo con anima immonda, subiscano lo stesso supplizio di quelli che lo trafissero con i chiodi? ... Pensiamo di che cosa il Signore ci abbia fatto degni, rendiamo­gli grazie, glorifichiamolo non soltanto con la fede, ma anche con le opere, per conseguire i beni futuri per grazia e benignità di nostro Signore Gesù Cristo, al quale col Padre sia gloria insieme allo Spirito San­to ora e sempre nei secoli dei secoli. Così sia.

    (Dalle Omelie sul vangelo di Giovanni, 26 )

  • XIX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XIX domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

     

    Anche questa domenica ci aiuterà a riflettere sul Vangelo di oggi un grande autore del passato, San Bruno di Segni.

    «Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo” E dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe, del quale conoscia­mo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo?”. Sembrava loro impossibile, infatti, che fosse disceso dal cielo, colui che ritenevano esse­re un uomo soltanto, e da uomini nato. E realmen­te, se altro non fosse stato, non avrebbe potuto scendere dal cielo.

    Rispose Gesù e disse loro: “Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Non mormorate, dice, non vogliate indurire il cuo­re. So infatti che non potete venire a me, perché il Padre non vi attira. Nessuno infatti può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato. Ed atti­ra non con la violenza, ma con l’amore. Secondo quell’espressione che dice: “Ciascuno è attratto dal proprio desiderio”. Dio, quindi, non attrae nessuno che non voglia andare, e non desideri essere salvato. Per questo sta scritto: Se vorrete e mi ascolterete, mangerete i frutti della terra, ma se non vorrete, la spada vi divorerà (Is 1, 19). Questa dunque è la cau­sa per la quale costoro non potevano venire a lui né comprenderlo, perché a loro il Signore diceva que­sto. E poiché la resurrezione dei cattivi procura la morte piuttosto che la vita, per questo il Signore di­ce dell’uomo giusto: E io lo resusciterò nell’ultimo giorno. Veramente infatti risusciterà colui che non difenderà più a lungo nulla di quelle cose che porta­no alla morte.

    Segue: Sta scritto nei profeti: E tutti saranno docili a Dio. E’ infatti “docile” colui che può essere istruito. Tali infatti sono i figli della Chiesa, ai quali lo stesso Signore dice: A voi è dato di conoscere il mistero del Regno dei cieli: ma a loro non e dato, affinché vedendo non vedano, e udendo non intendano. Indurito e in­fatti il cuore di questo popolo, e sono diventati duri d’orecchi, e hanno chiuso i loro occhi, perché non veda­no con gli occhi, non sentano con gli orecchi, e si con­vertano e io li risani (Mt 13, 11-14). Il Padre, dun­que, attrae, ed al Figlio vengono, coloro che sono “docili”, che si lasciano insegnare ed istruire sulla sua fede e dottrina. Per questo anche si può dire: Tutti coloro che hanno udito il Padre e hanno impara­to, vengono a me. E’ infatti “docile” colui che ha ascoltato ed imparato; per questo non basta ascolta­re. Tutti costoro infatti ascoltavano il Padre, poiché nel Figlio ed attraverso il Figlio, il Padre parlava. Tuttavia non venivano al Figlio, poiché le cose che si dicevano non potevano né comprenderle né im­pararle.

    Segue: Non che alcuno abbia visto il Padre, se non co­lui che è da Dio. Costui ha visto il Padre. Per questo non ha detto: Tutti coloro che hanno udito il Padre, perché nessuno può ascoltare o vedere il Padre nella sua propria essenza, se non solamente colui che è da Dio, che è uscito da Dio, che è Dio da Dio, luce da luce. Solamente costui vede il Padre. Per questo an­che si dice altrove: Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e co­lui al quale il Figlio lo voglia rivelare (Mt 11, 27). In verità, in verità vi dico, chi crede in me ha la vita eterna. Ve l’ho detto e ancora ve lo dico, chi crede in me ha la vita eterna. Ecco io ve l’ho detto, se crede­rete sarete beati, se non crederete non rimane alcu­na scusa.

    Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno man­giato la manna nel deserto, e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Mormorate, dice, perché vi ho detto: Io so­no il pane vivo disceso dal cielo. Ecco, ve lo dico ancora: Io sono il pane e il pane della vita e che so­no disceso dal cielo. Di questo pane, infatti, si nutrono sia gli angeli che gli uomini. E perché si dica pane della vita, egli stesso lo spiega quando dice: affinché chi ne mangia non muoia. E, certo, egli stesso è disceso dal cielo secondo la divinità: I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti. È dunque migliore questo pane della manna, poiché coloro che mangiarono la manna, sono morti; chi invece mangerà di questo pane, non mo­rirà. ... Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Chi mangerà di questo pane vivrà in eterno», e il pane che io darò e la mia carne per la vita del mondo. Già ora, mentre il Signore spiega, comprendiamo cosa sia questo pane. Questo pane, infatti, è la carne di Cri­sto, che sull’altare della croce è stata immolata per la vita del mondo. E’ questa che la Chiesa mangia, e per questo non muore, ma vive in eterno. Il pane e il vino, infatti, che sono posti sull’altare, sono santificati, alla voce del sacerdote, dalla celeste be­nedizione, e si trasformano, nella sostanza, nella carne e nel sangue di Cristo, affinché divenga un’u­nica e medesima sostanza sia della carne che è nata dalla Vergine, sia di quella che è trasformata dal pa­ne. Questo così grande ed ammirabile sacramento iniziò quando il nostro Salvatore benedicendo il pane e il vino disse ai discepoli: Prendete e mangia­te, questo e il mio corpo e questo e il calice della nuo­va alleanza nel mio sangue (Mt 26, 26-27). Mai in­fatti qualcuno mangiò corporalmente la carne di Cristo prima di questo sacrificio. Mai qualcuno l’a­vrebbe mangiata, se questo sacrificio non fosse sta­to corporale. In ciò, dunque, si mangia e ciò che è mangiato non diminuisce; e mai se ne mangerebbe, se questo pane non venisse mutato sostanzialmente in quella carne dalla benedizione di Cristo. Questo, infatti, è il mutamento della destra dell’Altissimo. Ma chi si meraviglia che la carne di Cristo mangia­ta non diminuisca, quando è cosa certa che i cin­quemila uomini sono stati saziati dai cinque pani, e quegli stessi pani non sono diminuiti, ma piuttosto moltiplicati? ... Dici forse: “Mirabili sono queste cose”. Nulla infatti Dio ha compiuto, che non sia meraviglioso».

     

    (S. Bruno di Segni, Dal Commento a Giovanni I, 17-18)

  • XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XVIII domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

     

    Questo mese di Agosto ci accompagnerà nella meditazione dei brani del Vangelo della domenica la parola autorevole dei Padri della Chiesa. Questa settimana la parola di Dio ci viene spiegata da S. Agostino:

    «A conclusione del miracolo misterioso, il Signore pronuncia un discorso con l’intenzione di nutrire quei medesimi che già ha nutrito; di saziare con le sue parole le intelligenze di coloro dei quali ha sa­ziato lo stomaco con i pani. Ma saranno essi in gra­do di comprendere? Se quelli non comprenderanno si raccoglierà il discorso perché non vada perduto neppure un frammento. Ci parli dunque, e noi lo a-scolteremo. Gesù rispose loro: In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete veduto segni ma perché avete mangiato quei pani. Voi mi cercate per la carne, non per lo spirito. Quanti cercano Gesù solo per i vantaggi temporali! C’è chi ricorre ai preti per riuscire in un affare; c’è chi si rifugia nella Chie­sa perché oppresso da un potente; c’è chi vuole s’in­tervenga presso un tale su cui egli ha scarsa influen­za. Chi per una cosa, chi per un’altra, la Chiesa è sempre piena di gente siffatta. E’ difficile che si cer­chi Gesù per Gesù. Voi mi cercate non perché avete veduto dei segni, ma perché avete mangiato quei pani. Procuratevi non il nutrimento che perisce, ma il nutrimento che resta per la vita eterna. Voi mi cercate per qualche altra cosa; dovete invece cercare me per me. Già comincia a suggerire l’idea che questo nutri­mento è lui stesso; come apparirà chiaro da quel che segue: e che il Figlio dell’uomo vi darà. Forse ti aspet­tavi di mangiare ancora dei pani, di poterti mettere nuovamente a tavola, d’impinguarti ancora. Ma egli parla di un nutrimento che non perisce, che resta per la vita eterna.... Procuratevi - dunque - questo nutrimento che non perisce ma che resta per la vita eterna; che il Figlio del­l’uomo vi darà; poiché Iddio Padre lo ha segnato col suo sigillo. Non considerate questo Figlio dell’uomo co­me gli altri figli degli uomini, dei quali è detto: i figli degli uomini spereranno nella protezione delle tue ali (Sal 35, 8). Questo Figlio dell’uomo, prescelto per singolare grazia dello Spirito Santo, secondo la carne è Figlio dell’uomo, sebbene sia distinto dalla massa degli uomini, è tuttavia Figlio dell’uomo. Questo Fi­glio dell’uomo è anche Figlio di Dio; questo uomo è anche Dio. Altrove, egli così interroga i discepoli: Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo? Quelli risposero: Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti. E lui: Ma voi, chi dite che io sia? Rispose allora Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 13-16). Egli si era chiamato Figlio dell’uomo, e Pietro lo chiama Figlio del Dio vivente. Cristo evidentemente si riferisce alla natura che egli nella sua misericordia ha assunto, mentre Pietro si ri­ferisce alla gloria eterna di Cristo. Il Verbo di Dio ci richiama al suo abbassamento, l’uomo riconosce la gloria del suo Signore. E davvero, o fratelli, io credo che ciò sia giusto. Egli si è umiliato per noi, e noi lo glorifichiamo. Non è infatti Figlio dell’uomo per sé, ma per noi. Era dunque Figlio dell’uomo in quanto il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi. Ecco perché su di lui Iddio ha impresso il suo sigillo. Che vuol dire infatti segnare, se non imprimere su di uno qualcosa di proprio? Segnare è imprimere un sigillo sopra una cosa per distinguerla dalle altre. Segnare è imprimere un sigillo sopra una cosa. Imprimi un sigillo sopra una determinata cosa perché non si confonda con le altre; sicché tu possa riconoscerla. Il Padre - dunque -ha impresso su di lui il suo sigillo. Che vuol dire ha im­presso su di lui il suo sigillo? Vuol dire che gli ha co­municato qualcosa di proprio per distinguerlo dagli altri uomini. Perciò di lui è stato detto: Ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di esultanza, sopra i tuoi com­pagni (Sal 44, 8). Quindi cosa vuol dire segnare? Vuol dire distinguere dagli altri: per questo dice sopra i tuoi compagni. Guardatevi dunque, egli dice, dal di­sprezzarmi perché sono figlio dell’uomo: e cercate da me non il cibo che perisce, ma che dura per la vita eter­na. Se infatti sono Figlio dell’uomo non sono però uno di voi: sono Figlio dell’uomo, ma Dio Padre mi ha segnato col suo sigillo: Che cosa vuol dire mi ha segnato col suo sigillo? Che mi ha comunicato qualcosa di suo, per cui non sarò confuso con il resto del gene­re umano, ma per mezzo mio il genere umano sarà li­berato.

    Gli dissero allora: Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Egli li aveva esortati: Procuratevi il nutrimento che non perisce, ma che dura per la vita eterna. Ed essi rispondono: Che cosa dobbiamo farei cioè con quali opere possiamo adempiere questo pre­cetto? Rispose loro Gesù: Questa è l’opera di Dio: crede­re in colui che egli ha mandato. Questo, dunque, si­gnifica mangiare non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna. A che serve preparare i denti e lo stomaco? Credi, e mangerai. La fede si di­stingue dalle opere, come dice l’Apostolo: L’uomo viene giustificato dalla fede, senza le opere (Rm 3, 28-29). Esistono opere prive della fede in Cristo, che apparentemente sono buone: in realtà non lo sono perché non sono riferite a quel fine che le rende buone: II fine della legge e Cristo, per la giustizia di o-gnuno che crede (Rm 10, 4). II Signore non ha volu­to distinguere la fede dalle opere, ma ha definito la fede stessa un’opera. E’ fede, infatti, quella che opera mediante l’amore. E non ha detto: Questa è l’opera vostra, ma ha detto: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato: in modo che colui che si gloria si glori nel Signore (1 Cor 1,31)».

     

    (S. Agostino, Dai Trattati sul vangelo di Giovanni 25, 10-12)

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