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XXX Domenica del Tempo Ordinario

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario

Mc 10, 46-52

Anno B 

Commenta S. Agostino:

 

Amate il Signore! Di più degno di amore non trovate nulla. Voi amate più l’argento che il ferro e il bronzo; ma più amate l’oro perché superiore all’argento; più le pietre preziose, perché superano il va­lore dell’oro. Voi amate infine questa luce della vita che ognuno che teme la morte paventa di dover la­sciare. Amate, dico, questa luce, così come amava di un amore immenso colui che faceva giungere a Gesù il suo grido: Abbi pietà di me, figlio di Davide. Il cieco gridava così mentre Gesù passava. Temeva che Gesù passasse e non lo risanasse. Con che ardo­re gridava? Al punto che, mentre la folla lo zittiva, continuava a gridare. La sua voce trionfò su chi lo contrastava e trattenne il Salvatore. Mentre la folla faceva strepito e gli voleva impedire di parlare, Ge­sù si fermò, lo chiamò e gli disse: Che vuoi che io faccia per te ? Rispose: Signore, che io veda. [E Ge­sù]: Vedi! La tua fede ti ha salvato. Amate Cristo. Desiderate quella luce che è Cristo. Se quel cieco desiderò la luce fisica, quanto più voi dovete desi­derare la luce del cuore! A lui eleviamo il nostro gri­do non tanto con la voce fisica quanto coll’operare rettamente. Cerchiamo di vivere santamente, ridi­mensioniamo le cose del mondo. Ciò che è effime­ro sia come nulla per noi. Quando ci comportere­mo così, gli uomini mondani ci faranno rimproveri come se ci amassero; uomini mondani che amano la terra, che sanno di polvere, che non traggono nulla dal cielo, che non hanno respiro spirituale ma solo quello delle narici. Ci criticheranno senza dubbio e, vedendoci disprezzare queste cose naturali, queste cose terrene, ci diranno: “Perché vuoi soffrire privazioni? Sei pazzo?”. Costoro sono quella folla che contrastava il cieco quando egli voleva far senti­re il suo richiamo. Ci sono alquanti cristiani che contrastano il vivere da cristiani, analogamente a quella folla che camminava con Cristo e tuttavia si opponeva a che ricevesse il beneficio di Cristo quel­l’uomo che gridava verso di lui e desiderava la luce. Ci sono dei tali cristiani, ma noi cerchiamo di trionfare su di loro e la nostra stessa vita sia come un grido lanciato verso Cristo. Egli si fermerà, per­ché in effetti sta, immutabile. C’è infatti qui un mistero grande. Mentre il cieco chiamava, egli stava passando. Si fermò per risanar­lo. Il fatto che Cristo passa, ci faccia attenti a chia­marlo. Che cosa è il passaggio di Cristo? Tutto ciò che per noi soffrì nel tempo, questo è il suo passaggio. È nato: ecco un suo passaggio; Forse che anco­ra nasce? È cresciuto: altro passaggio. Cresce forse ancora? Ha succhiato il latte, È chiaro che non lo succhia più. Stanco, ha dormito. E ora forse dor­me? Ha mangiato e bevuto: cosa che non fa più. Infine è stato preso, legato, flagellato, coronato di spine, colpito da schiaffi, lordato di sputi, sospeso alla croce, ucciso, trapassato dalla lancia, e poi, do­po la sepoltura, è risorto. È ancora un passaggio. Poi è asceso al cielo. Siede alla destra del Padre: qui si è fermato. Grida dunque con quanta voce puoi! Ora egli ti dà la vista. In realtà egli era immutabile in se stesso per il fatto che era il Verbo pressa Dio e non subiva mutamento. E il Verbo era Dio e il Verbo si fece carne. La carne fece molte cose nel suo pas­saggio e soffrì. Il Verbo era invece immutabile. Il cuore umano da questo stesso Verbo è illuminato perché la carne è toccata dalla dignità del Verbo che l’ha assunta. Se togli il Verbo [dalla persona di Cristo] che cosa è la sua carne? È come la tua. Ma perché la carne di Cristo fosse onorata il Verbo si è fatto carne e abitò tra noi. Gridiamo dunque, e viviamo rettamente.

 

Discorso 349,5

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