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III Domenica di Avvento

Commento al Vangelo della III Domenica di Avvento

 Lc 3, 10-18

Anno C

 

Domenica scorsa la liturgia richiamava la nostra attenzione su quell’aspetto del messaggio del Battista col quale egli invita­va il popolo alla conversione: «Preparate la via del Signore, rad­drizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato» (Lc 3,4-5); cioè ci invitava a toglie­re dal proprio cuore tutti quegli ostacoli interiori, quelle passio­ni, attaccamenti a se stessi, tutte quelle tendenze disordinate che spingono al peccato.

Oggi, ancora attraverso la figura del Battista, la Chiesa sot­tolinea un altro aspetto del suo messaggio, cioè quello esterio­re, quello della concretezza nel vivere il comandamento del­l’amore: i frutti concreti dell’amore di Dio e del prossimo, quel­li che si vedono. Il Vangelo ci dice che la gente nell’ascoltare il Battista era molto scossa dalle sue parole. Era non soltanto la gente comune ma anche militari, soldati (perché allora la Palestina era sotto l’occupazione romana) ed erano anche dei pubblicani (funzionari che riscuotevano le imposte per conto dell’autorità romana).

Il Battista a tutte queste persone dava una risposta corri­spondente alla loro condizione di vita oppure al loro ruolo nella società. Ad esempio, ai soldati che gli chiedevano cosa avrebbero dovuto fare rispondeva: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe» (Lc 3, 14); cioè li esortava ad evitare quei peccati ai quali, a motivo della loro funzione, erano maggiormente esposti (violenza verso le persone, furti, rapine, ecc.). E ai pubblicani, che erano venuti anch’essi per farsi battezzare, il Battista rispondeva: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato» (Lc 3,13); in altre parole chiedeva loro di evitare quel peccato in cui più facilmente potevano cadere (l’ingiustizia nell’amministrazione del potere, l’avvalersi di una posizione di forza per approfitta­re della debolezza dei semplici cittadini). Il Battista chiedeva dunque a queste due categorie di persone, figure emblematiche di tutte quelle che occupano una posizione di potere e di gran­de responsabilità nella società, quella che era la prima forma di carità: esercitare il proprio compito con spirito di servizio al prossimo.

Ma lasciamo da parte queste due categorie particolari di persone e veniamo alla prima, cioè quella del popolo, nella qua­le anche noi ci ritroviamo. A tutte queste persone molto sem­plici, che gli chiedevano «Che cosa dobbiamo fare?», il Battista rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (Lc 3, 11). In sostanza egli rispondeva a tutte queste persone richiamandole al compi­mento di tutte quelle opere di misericordia corporali (dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, ecc.) che sarebbero state poi raccomandate dalla Chiesa e che possiamo vedere già qui espresse e riassunte nelle due indicate da Giovanni. Attra­verso il compimento di queste opere di misericordia il Battista educava il popolo a sviluppare quell’amore del prossimo, che sarebbe stato poi il centro dell’insegnamento morale di Gesù. Quando Gesù sarebbe venuto, avrebbe spiegato che ogni no­stro prossimo, essendo creato da Dio, è nostro fratello; avreb­be rivelato che siamo stati creati in dono l’uno per l’altro, a im­magine di Dio che è Amore. Abbiamo inscritto nel nostro san­gue la legge divina dell’amore. Quando Gesù sarebbe venuto in mezzo a noi, lo avrebbe rivelato con chiarezza attraverso il suo comandamento nuovo: «Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi» (Gv 13,34). Sarà la legge del Cielo, la vita della Santissima Trinità portata sulla terra, il cuore del Vangelo. È questo l’insegnamento che la Chiesa vuole ricordare oggi a noi attraverso la figura del Battista: prepararsi al Natale attra­verso un amore concreto, un amore fatto di opere buone, opere di misericordia. E qui è sufficiente guardarci attorno soltanto un poco per renderci conto delle innumerevoli occasioni che ci vengono offerte per vivere concretamente il nostro amore verso Dio e verso il prossimo; per sentire nostri i bisogni del nostro prossimo: a qualcuno manca il lavoro? Manca a me; altri hanno fame? E come se io avessi fame e cerco quindi di procurar loro il cibo come farei per me stesso. E l’esperienza dei primi cristia­ni di Gerusalemme. E l’insegnamento dei Padri della Chiesa: «All’affamato appartiene il pane che metti in serbo; all’uomo nudo il mantello che conservi nei tuoi bauli» (san Basilio di Cesarea). «Ciò che è superfluo per i ricchi appartiene ai pove­ri» (sant’Agostino). È questa la forma di penitenza e di mortifi­cazione corporale e spirituale che la Chiesa ci suggerisce per prepararci meglio all’incontro con Gesù nel Natale.

In passato si faceva precedere il Natale con un giorno di digiuno materiale. Con il Vangelo di oggi la Chiesa ci suggeri­sce una forma moderna, ancora più bella, perché più evangeli­ca, di digiuno; quella di una maggiore sensibilità, maggiore solidarietà, maggiore donazione ai nostri fratelli, e non in modo astratto e sentimentale, ma in modo concreto. Ci invita ad ono­rare l’umanità, cioè l’incarnazione di Gesù, testimoniando con la nostra vita quel sentimento di umanità - rispetto e amore per l’uomo - che lui ha portato nel mondo, soprattutto oggi che viene tanto a mancare.

 

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