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  • 30 Aprile 2017: III Domenica di Pasqua

    III Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 2,14.22-33; Salmo 15; 1 Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35

    Anno A

     

    Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». [...]

     

    La strada di Emmaus racconta di cammini di delusione, di sogni in cui avevano tanto investito e che hanno fatto naufragio. E di Dio, che ci incontra non in chiesa, ma nei luoghi della vita, nei volti, nei piccoli gesti quotidiani.
    I due discepoli hanno lasciato Gerusalemme: tutto finito, si chiude, si torna a casa. Ed ecco che un Altro si avvicina, uno sconosciuto che offre soltanto disponibilità all'ascolto e il tempo della compagnia lungo la stessa strada.
    Uno che non è presenza invadente di risposte già pronte, ma uno che pone domande. Si comporta come chi è pronto a ricevere, non come chi è pieno di qualcosa da offrire, agisce come un povero che accetta la loro ospitalità.
    Gesù si avvicinò e camminava con loro. Cristo non comanda nessun passo, prende il mio. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento, il passo quotidiano.
    E rallenta il suo passo sulla misura del nostro, incerto e breve. Si fa viandante, pellegrino, fuggitivo, proprio come i due; senza distanza né superiorità li aiuta a elaborare, nel racconto di ciò che è accaduto, la loro tristezza e la loro speranza: Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?
    Non hanno capito la croce, il Messia sconfitto, e lui riprende a spiegare: interpretando le Scritture, mostrava che il Cristo doveva patire.
    I due camminatori ascoltano e scoprono una verità immensa: c'è la mano di Dio posata là dove sembra impossibile, proprio là dove sembra assurdo, sulla croce. Così nascosta da sembrare assente, mentre sta tessendo il filo d'oro della tela del mondo. Forse, più la mano di Dio è nascosta più è potente.
    E il primo miracolo si compie già lungo la strada: non ci bruciava forse il cuore mentre ci spiegava le Scritture? Trasmettere la fede non è consegnare nozioni di catechismo, ma accendere cuori, contagiare di calore e di passione. E dal cuore acceso dei due pellegrini escono parole che sono rimaste tra le più belle che sappiamo: resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e nell'eternità.
    E lo riconobbero dal suo gesto inconfondibile, dallo spezzare il pane e darlo.
    E proprio in quel momento scompare. Il Vangelo dice letteralmente: divenne invisibile. Non se n'è andato altrove, è diventato invisibile, ma è ancora con loro. Scomparso alla vista, ma non assente. Anzi, in cammino con tutti quelli che sono in cammino, Parola che spiega, interpreta e nutre la vita. È sulla nostra stessa strada, «cielo che prepara oasi ai nomadi d'amore» (G. Ungaretti).

     

  • 16 Aprile 2017: Domenica di Pasqua

    Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 10,34a.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9

    Anno A

     

    Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (...)

     

    Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale – piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi – e lo riprende in un'altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile su di un pugno di uomini e di donne sgomenti e disorientati. Le cose più grandi avvengono di notte.
    Maria di Magdala esce di casa quando è ancora buio in cielo e buio in cuore. Non porta olii profumati o nardo, non ha niente tra le mani, ha solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
    Si reca al sepolcro perché si ribella all'assenza di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (Gabriel Marcel). E vide che la pietra era stata tolta. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba, aperto come il guscio di un seme. E nel giardino è primavera.
    I Vangeli di Pasqua iniziano raccontando ciò che è accaduto alle donne in quell'alba piena di sorprese e di corse. La tomba, che avevano visto chiudere, è aperta e vuota.
    Lui non c'è. Manca il corpo del giustiziato. Ma questa assenza non basta a far credere: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno messo.
    Un corpo assente. È da qui che parte in quel mattino la corsa di Maddalena, la corsa di Pietro e Giovanni, la paura delle donne, lo sconcerto di tutti. Il primo segno è il sepolcro vuoto, e questo vuol dire che nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota: manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo al bilancio della violenza, il suo bilancio è negativo. La Risurrezione di Cristo solleva la nostra terra, questo pianeta di tombe, verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno, dove gli imperi fondati sulla violenza crollano, e sulle piaghe della vita si posa il bacio della speranza.
    Pasqua è il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia. Balbettiamo, come gli evangelisti, che per tentare di raccontarla si fecero piccoli, non inventarono parole, ma presero in prestito i verbi delle nostre mattine, svegliarsi e alzarsi: si svegliò e si alzò il Signore.
    Ed è così bello pensare che Pasqua, l'inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando anche noi ci svegliamo e ci alziamo. Nella nostra piccola risurrezione quotidiana.
    Quel giorno unico è raccontato con i verbi di ogni giorno. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno. Perché la forza della Risurrezione non riposa finché non abbia raggiunto l'ultimo ramo della creazione, e non abbia rovesciato la pietra dell'ultima tomba (Von Balthasar).

     

     

     

  • 9 Aprile 2017: Domenica delle Palme

    Domenica delle Palme

    Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Matteo 26,14- 27,66

    Anno A

     

    In quel tempo Gesù comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. (...)

     

    Si aprono, con la lettura della Passione del Signore, i giorni supremi, quelli da cui deriva e a cui conduce tutta la nostra fede. E quelli che fanno ancora innamorare.
    Volete sapere qualcosa di voi e di me? – dice il Signore – Vi dò un appuntamento: un uomo in croce. La croce è l'immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso. E tuttavia domanda perennemente aperta.
    «A stento il nulla» di David Maria Turoldo:
    No, credere a Pasqua non è / Giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / È al venerdì santo / Quando tu non c'eri lassù / Quando non una eco risponde / Al suo alto grido / E a stento il Nulla / Dà forma / Alla tua assenza
    E prima ancora l'appuntamento di Gesù è stato un altro: uno che è posto in basso. Che cinge un asciugamano e si china a lavare i piedi ai suoi. Chi è Dio? Il mio lavapiedi. In ginocchio davanti a me. Le sue mani sui miei piedi. Davvero, come Pietro, vorrei dire: lascia, smetti, non fare così, è troppo. E Lui: sono come lo schiavo che ti aspetta, e al tuo ritorno ti lava i piedi. Ha ragione Paolo: il cristianesimo è scandalo e follia. Dio è così: è bacio a chi lo tradisce, non spezza nessuno, spezza se stesso. Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue. Non chiede più sacrifici, sacrifica se stesso.
    Ne esce capovolta ogni immagine, ogni paura di Dio. Ed è ciò che ci permette di tornare ad amarlo da innamorati e non da sottomessi.
    La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, a un legno per morirvi d'amore.
    Pietra angolare della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: bello è chi ama, bellissimo chi ama fino alla fine. L'ha colto per primo non un discepolo ma un estraneo, il centurione pagano: davvero costui era figlio di Dio. Non da un sepolcro che si apre, non da uno sfolgorare di luce, ma nella nudità di quel venerdì, vedendo quell'uomo sulla croce, sul patibolo, sul trono dell'infamia, un verme nel vento, un soldato esperto di morte dice: davvero costui era figlio di Dio. Ha visto qualcuno morire d'amore, ha capito che è cosa da Dio.
    C'erano là molte donne che stavano ad osservare da lontano. In quello sguardo, lucente d'amore e di lacrime, in quell'aggrapparsi con gli occhi alla croce, è nata la Chiesa. E rinasce ogni giorno in chi ha verso Cristo, ancora crocifisso nei suoi fratelli, lo stesso sguardo di amore e di dolore. Che circola nelle vene del mondo come una possente energia di pasqua.
    «Dalla fine» di Jan Twardowski:
    Inizia dalla Risurrezione / Dal sepolcro vuoto / Da Nostra Signora della Gioia / Allora perfino la croce allieterà.../ Non fate di me una piagnucolona / Dice Nostra Signora / Una volta era così / Ora è diverso / Inizia dal sepolcro vuoto / Dal sole / Il vangelo si legge come le lettere ebraiche / Dalla fine.

  • 1° Maggio 2016: VI Domneica di Pasqua

    VI Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21, 10-14.22-23; Giovanni 14,23-29

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

     

    Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Il primo posto nel Vangelo non spetta alla morale, ma alla fede, che è una storia d'amore con Dio, uno stringersi a Lui come di bambino al petto della madre e non la vuol lasciare, perché è vita. Se uno mi ama, vivrà la mia Parola. E noi abbiamo capito male, come se fosse scritto: osserverà i miei comandamenti. Ma la Parola non si riduce a comandamenti, è molto di più. La Parola «opera in voi che credete» (1 Ts 2,13), crea, genera, accende, spalanca orizzonti, illumina passi, semina di vita i campi della vita.
    Noi pensiamo: Se osservo le sue leggi, io amo Dio. E non è così, perché puoi essere un cristiano osservante anche per paura, per ricerca di vantaggi, o per sensi di colpa.
    Ci hanno insegnato: se ti penti, Dio ti userà misericordia. Invece la misericordia previene il pentimento, il tempo della misericordia è l'anticipo, quello di Dio è amore preveniente.
    Cosa vuol dire amare il Signore Gesù? Come si fa? L'amore a Dio è un'emozione, un gesto o molti gesti di carità, molte preghiere e sacrifici? No. Amare comincia con una resa a Dio, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie.
    Proprio come continua il Vangelo oggi: e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Noi siamo il cielo di Dio, abitato da Dio intero, cielo spazioso in cui spazia il Signore della vita. Un campo dove cade pioggia di vita, in cui il sole sveglia i germogli del grano. Capisco che non posso fare affidamento sui pochi centesimi di amore che soli mi appartengono, non bastano per quasi nulla. Nei momenti difficili, se non ci fossi tu, Padre saldo, Figlio tenero, Spirito vitale, cosa potrei comprare con le mie monetine? Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Si tratta di una affermazione che scintilla di profezia. Insegnare e ricordare, sono i due verbi dove soffia lo Spirito:
    il riportare al cuore le grandi parole di Gesù e l'apprendimento di nuove sillabe divine;
    ciò che è stato detto "in quei giorni" e ciò che lo Spirito continua a insegnare in questo tempo. L'umiltà di Gesù: neppure lui ha insegnato tutto, se ne va e avrebbe ancora cose da trasmettere. La libertà di Gesù: non chiude i suoi dentro recinti di parole ma insegna sentieri, spazi di ricerca e di scoperta, dove ha casa lo Spirito. Che bella questa Chiesa e questa umanità profetiche, catturate dal Soffio di Dio! Questo Spirito che convoca tutti, non soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie di oggi, ma tutti noi, toccati al cuore da Cristo e che non finiamo di inseguirne le tracce. E ci fa rinascere come cercatori d'oro, impegnati a inventare luoghi dove si parli con amore dell'Amore.

  • 24 Aprile 2016: V Domenica di Pasqua

    V Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 14, 21-27; Salmo 144; Apocalisse 21, 1-5; Giovanni 13, 31-35

    Anno C

     

    Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»

     

    Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
    Ma si può comandare di amare? Un amore imposto è una caricatura, frustrante per chi ama, ingannatore per chi è amato.
    Amare, nella logica del Vangelo, non è un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare: «Abbiamo bisogno tutti di molto amore per vivere bene» (J. Maritain). È comandamento nel senso di fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno: amatevi gli uni gli altri, cioè tutti, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento o del più astuto.
    «Nuovo» lo dichiara Gesù. In che cosa consiste la novità di queste parole se anche nella legge di Mosè erano già riportate: amerai il prossimo tuo come te stesso?
    Essa emerge dalle parole successive. Gesù non dice semplicemente «amate». Non basta amare, potrebbe essere solo una forma di possesso e di potere sull'altro, un amore che prende tutto e non dona niente. Ci sono anche amori violenti e disperati. Amori molto tristi e perfino distruttivi.
    Il Vangelo aggiunge una parola particolare: amatevi gli uni gli altri. In un rapporto di comunione, in un faccia a faccia, a tu per tu. Nella reciprocità: amore dato e ricevuto; dare e ricevere amore è ciò su cui si pesa la felicità di questa vita.
    Non si ama l'umanità in generale; si ama quest'uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto. Immergendosi nella sua intimità concreta. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto. O dodici a dodici, come ha fatto Francesco con i dodici profughi siriani di Lesbo.
    Ma la novità evangelica non si riduce soltanto a questo. Gesù aggiunge il segreto della differenza cristiana: come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri.
    Lo specifico del cristiano non è amare, lo fanno già molti, in molti modi, sotto tutti i cieli. Bensì amare come Gesù. Non quanto lui, impossibile per noi vivere la sua misura, ma come, con lo stile unico di Gesù, con la rivoluzione della tenerezza combattiva, con i capovolgimenti che ha portato. Libero e creativo, ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, dagli ultimi. Gesù ama per primo, ama in perdita, ama senza contare. Venuto come racconto inedito della tenerezza del Padre.
    Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. «Non basta essere credenti, dobbiamo essere anche credibili» (Rosario Livatino). Dio non si dimostra, si mostra.
    Ognuno deve farsi, come Lui, racconto inedito del volto d'amore di Dio, canale non intasato, vena non ostruita, attraverso la quale l'amore, come acqua che feconda, circoli nel corpo del mondo.

     

  • 17 Aprile 2016: IV Domenica di Pasqua

    IV Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14-17; Giovanni 10,27-30

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
    Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

     

    Le mie pecore ascoltano la mia voce. Prima grande sorpresa: una voce attraversa le distanze, un io si rivolge a un tu, il cielo non è vuoto.
    Perché le pecore ascoltano? Perché il pastore non si impone, si propone; perché quella voce parla al cuore, e risponde alle domande più profonde di ogni vita.
    Io conosco le mie pecore. Per questo la voce tocca ed è ascoltata: perché conosce cosa abita il cuore. La samaritana al pozzo aveva detto: venite, c'è uno che mi ha detto tutto di me. Bellissima definizione del Signore: Colui che dice il tutto dell'uomo, che risponde ai perché ultimi dell'esistenza.
    Le mie pecore mi seguono. Seguono il pastore perché si fidano di lui, perché con lui è possibile vivere meglio, per tutti. Seguono lui, cioè vivono una vita come la sua, diventano in qualche modo pastori, e voce nei silenzi, e nelle vite degli altri datori di vita.
    Il Vangelo mostra le tre caratteristiche del pastore: Io do loro la vita eterna / non andranno mai perdute / nessuno le rapirà dalla mia mano!
    Io do la vita eterna, adesso, non alla fine del tempo. È salute dell'anima ascoltare, respirare queste parole: Io do loro la vita eterna! Senza condizioni, prima di qualsiasi risposta, senza paletti e confini. La vita di Dio è data, seminata in me come un seme potente, seme di fuoco nella mia terra nera. Come linfa che risale senza stancarsi, giorno e notte, e si dirama per tutti i tralci, dentro tutte le gemme. Le vicende di Galilea, la tragedia del Golgota, le parole di Cristo, che vengono come fiamma e come manna, non hanno altro scopo che questo: darci una vita piena di cose che meritano di non morire, di una qualità e consistenza capaci di attraversare l'eternità.
    Il Vangelo prosegue con un raddoppio straordinario: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Poi, come se avessimo ancora dei dubbi: nessuno le può strappare dalla mano del Padre.
    È il pastore della combattiva tenerezza.
    Io sono un amato non strappabile dalle mani di Dio, legame non lacerabile. Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani, come bambini ci aggrappiamo forte a quella mano che non ci lascerà cadere, come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine, come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.
    Il Vangelo è una storia di mani, un amore di mani.
    Mani di pastore forte contro i lupi, mani tenere impigliate nel folto della mia vita, mani che proteggono il mio lucignolo fumigante, mani sugli occhi del cieco, mani che sollevano la donna adultera a terra, mani sui piedi dei discepoli, mani inchiodate e poi ancora offerte: Tommaso, metti il dito nel foro del chiodo! Mani piagate offerte come una carezza perché io ci riposi e riprenda il fiato del coraggio.

  • Da Opera a Villa Ferraioli: le ostie dei carcerati

    Le ostie consacrate nella Messa in Coena Domini sono state prodotte e donate da quattro detenuti della Casa di Reclusione di Milano – Opera.

    Di seguito è riportata la loro testimonianza:

  • Elenco Premi Lotteria 2016

  • 10 Aprile 2016: III Domenica di Pasqua

    III Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 5,27-32.40-41; Salmo 29; Apocalisse 5,11-14; Giovanni 21,1-19

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» . La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» (...)

     

    Una mattina sul lago, dopo che Gesù ha preparato il cibo, come una madre, per i suoi amici che tornano da una notte vuota, lo stupendo dialogo tra il Risorto e Pietro, fatto con gli occhi ad altezza del cuore. Tre richieste uguali e ogni volta diverse, il più bel dialogo di tutta la letteratura mondiale: Simone di Giovanni mi ami più di tutti? Mi ami? Mi vuoi bene?
    È commovente l'umanità di Gesù. Vorrei dire, senza paura di contraddizioni, che questo è il Dio di totale umanità, e che l'ho scelto per questo.
    Gesù è risorto, sta tornando al Padre, eppure implora amore, amore umano. Lui che ha detto a Maddalena: «non mi trattenere, devo salire», è invece trattenuto sulla terra da un bisogno, una fame umanissima e divina. Può andarsene se è rassicurato di essere amato.
    Devo andare e vi lascio una domanda: ho suscitato amore in voi?
    Non chiede a Simone: Pietro, hai capito il mio messaggio? È chiaro ciò che ho fatto? Ciò che devi annunciare agli altri? Le sue parole ribaltano le attese: io lascio tutto all'amore, non a dottrine, non a sistemi di pensiero, neppure a progetti di qualche altro tipo. Il mio progetto, il mio messaggio è l'amore.
    Gesù, Maestro di umanità, usa il linguaggio semplice degli affetti, domande risuonate sulla terra infinite volte, sotto tutti i cieli, in bocca a tutti gli innamorati che non si stancano di domandare e di sapere: Mi ami? Mi vuoi bene?
    Semplicità estrema di parole che non bastano mai, perché la vita ne ha fame insaziabile; di domande e risposte che anche un bambino capisce, perché è quello che si sente dire dalla mamma tutti i giorni. Il linguaggio delle radici profonde della vita coincide con il linguaggio religioso. Prodigiosa semplificazione: le stesse leggi reggono la vita e il vangelo, il cuore e il cielo.
    In quel tempo, in questo tempo. Gesù ripete: a voi che, come Pietro, non siete sicuri di voi stessi a causa di tanti tradimenti, ma che nonostante tutto mi amate, a voi affido il mio vangelo.
    Il miracolo è che la mia debolezza inguaribile, tutta la mia fatica per niente, le notti di pesca senza frutto, i tradimenti, non sono una obiezione per il Signore, ma una occasione per essere fatti nuovi, per stare bene con Lui, per capire di più il suo cuore e rinnovare la nostra scelta per Lui.
    Questo interessa al Maestro: riaccendere lo stoppino dalla fiamma smorta (Is 42,3), un cuore riacceso, una passione risorta: «Pietro, mi ami tu adesso?». Santità è rinnovare la passione per Cristo, adesso.
    La legge tutta è preceduta da un "sei amato" e seguita da un "amerai". Sei amato, fondazione della legge; amerai, il suo compimento.
    Chiunque astrae la legge da questo fondamento amerà il contrario della vita (P. Beauchamp).

  • Pellegrinaggio Giubilare

  • Foto settimana santa 2016

    Per vedere le foto della Settimana Santa 2016, clicca qui.

  • Settimana Santa 2016

    Via Crucis del quartiere - 18 Marzo 2016

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    Domenica delle palme - 20 Marzo 2016

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    Giovedì Santo - Messa in coena Domini - 24 Marzo 2016

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    Venerdì Santo - Lettura della Passione - 25 Marzo 2016

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    Sabato Santo - Veglia Pasquale - 26 Marzo 2016

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  • 3 Aprile 2016: II Domenica di Pasqua

    II Domenica di Pasqua

    Anno C

    Letture: Atti 5,12-16; Salmo 117; Apocalisse 1,9-11.12-13.17-19; Giovanni 20,19-31

     

    La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»(....).

     

    La sera di Pasqua il Signore entra in quella stanza chiusa, porte e finestre sbarrate, dove manca l'aria e si respira paura. Solo Tommaso ha il coraggio di andare e venire.
    Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo. Su quel pugno di creature, chiuse e impaurite, inaffidabili, scende il vento delle origini, il vento che soffiava sugli abissi, che scuote le porte chiuse del cenacolo: come il Padre ha mandato me anch'io mando voi. Voi come me. E li manda così come sono, poca cosa davvero, un gruppetto alla sbando. Ma ora c'è in loro "un di più": c'è il suo Spirito, il segreto di Gesù, il suo respiro, ciò che lo fa vivere: a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati. Ecco il respiro, l'essenza, lo spirito di Dio: per vivere Dio ha bisogno di perdonare. Per essere Padre ha la necessità di abbracciare ogni figlio che torna, deve andare da ogni figlio maggiore che non capisce, cercare ogni pecora che si perde. La misericordia è un bisogno di Dio, non un attributo fra altri, ma l'identità stessa del Padre, una necessità: oggi devo fermarmi a casa tua.
    Prima missione, primo lavoro, prima evangelizzazione che consegna ai riempiti del Soffio di Dio: voi perdonerete..., con l'atto creativo del perdono che riapre il futuro, che tira fuori la farfalla dal bruco, dal verme che mi sembra o temo di essere.
    Otto giorni dopo è ancora lì: l'abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare. Li ha inviati per le strade, e li ritrova ancora in quella stanza chiusa. Ma Gesù accompagna con delicatezza infinita la fede piccola dei suoi, con umanità suprema gestisce l'imperfezione delle vite di tutti. Non ci chiede di essere perfetti, ma di essere autentici; non di essere immacolati, ma di essere incamminati.
    E si rivolge a Tommaso che lui aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, che lui aveva fatto rigoroso e coraggioso, grande in umanità.
    Invece di imporsi, si propone alle sue mani: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Lui non si scandalizza, si ripropone, anzi si espone con le sue ferite aperte.
    La risurrezione non annulla la croce, non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Croce e Pasqua sono un unico movimento, un'unica vicenda. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare, da annullare, è invece qualcosa che deve restare per l'eternità, gloria e vanto di Cristo: le sue piaghe sono il vertice dell'amore, le sue ferite sono diventate le feritoie della più grande bellezza della storia.

  • Lotteria Festa Titolare 2015

    elenco premi per la lotteria festa Titolare 2015

  • Il giorno più bello di Sara e Saretto

    Oggi, domenica 12 Aprile 2015, tutta la comunità parrocchiale ha partecipato con gioia al matrimonio di due ragazzi, Sara e Saretto, i quali hanno voluto condividere con noi questo momento così importante. Auguriamo loro tanta felicità e serenità per il loro cammino insieme! 

     

  • Ordinazioni Sacerdotali

    25 aprile

  • S. Pasqua 2014

    PROGRAMMA CELEBRAZIONI  DELLA SETTIMANA SANTA  

    Domenica delle Palme:                                                  

    S. Messe: 8.00; 10.00; 11.30; 18.00

     

    Benedizione delle Palme                                        

    Sabato alle ore 18.00 (in Chiesa)

    Domenica alle ore 11.30 (presso il Crocifisso situato tra viale Luciano Scalchi e via Risorgimento - di fronte ACI)

  • Venerdì 11 Aprile la Via Crucis per le Vie del Quartiere

  • Ordinazione Diaconale per Don Gabriele D' Annibale

     

    Il carissimo Seminarista Gabriele D' Annibale sarà ordinato Diacono dal nostro Vescovo Marcello, Domenica 9 Giugno, alle ore 18.30 nella Basilica Cattedrale "San Pancrazio Martire.

    Attualmente Gabriele, che ha terminato gli studi dopo sette anni trascorsi al Collegio Leoniano di Anagni, svolge il suo servizio presso la Chiesa della Santissima Trinità in Genzano.

    Dunque due comunità parrocchiali in festa!

  • Nuova nomina per il nostro Vescovo

    Dal sito web della Diocesi Suburbicaria di Albano

     

     

    Sabato 13 aprile il Santo Padre Francesco, riprendendo un suggerimento emerso nel corso delle Congregazioni Generali precedenti il Conclave, ha costituito un gruppo di Cardinali per consigliarlo nel governo della Chiesa universale e per studiare un progetto di revisione della Costituzione Apostolica Pastor bonus sulla Curia Romana.

    La Diocesi di Albano, contenta per tale evento, ringrazia il Santo padre per aver scelto per tale incarico il propio vescovo, al quale augura un buon servizio nella Chiesa universale.

    Tale gruppo è costituito da:

    - Card. Giuseppe Bertello, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano;
    - Card. Francisco Javier Errázuriz Ossa, Arcivescovo emerito di Santiago de Chile (Cile);
    - Card. Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay (India);
    - Card. Reinhard Marx, Arcivescovo di München und Freising (Germania);
    - Card. Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo);
    - Card. Sean Patrick O’Malley, O.F.M. Cap., Arcivescovo di Boston (U.S.A.);
    - Card. George Pell, Arcivescovo di Sydney (Australia);
    - Card. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, S.D.B., Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), con funzione di coordinatore;
    - S.E. Mons. Marcello Semeraro, Vescovo di Albano, con funzione di segretario.

    La prima riunione collettiva del gruppo è stata fissata per i giorni 1 - 3 ottobre 2013; Sua Santità è tuttavia sin d’ora in contatto con i menzionati Cardinali.

    Di seguito le parole del vescovo


    La scelta del Santo Padre di affidarmi l’ufficio di Segretario per il gruppo di Cardinali deputato a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e pure incaricato di studiare un progetto di revisione della Costituzione Apostolica Pastor bonus sulla Curia Romana, suscita nel mio animo sentimenti di gratitudine e al tempo stesso di rinnovato impegno nel servizio alla Chiesa, che ora mi viene domandato di allargare a questa nuova e specifica funzione. Mi rasserena e mi conforta il ricordo della collaborazione offerta all’allora card. Bergoglio, vissuta per un intero mese nel contesto dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi del 2001, dov’egli fu Relatore generale. Il rilievo dell’odierna scelta papale mi pare si possa inquadrare anzitutto nell’accoglienza di istanze – come è stato sottolineato nel comunicato della Segreteria di Stato – emerse a più voci nel corso delle Congregazioni generali anteriori al Conclave. Un altro aspetto lo coglierei nella «novità» di questo organismo che indubbiamente arricchisce e amplifica le forme della comunione anche in quelli che potrebbero essere intesi come i vertici della istituzione ecclesiastica. Ampliare gli spazi della communio: mi pare che anche questo sia implicito in questa ultima scelta di Papa Francesco, convinto come sono che nella medesima direzione della communio debbano leggersi pure i recenti rimandi alla presidenza della carità (che riecheggia S. Ignazio di Antiochia), e al binomio vescovo-popolo che ricorda il Pastori suo grex adherens di San Cipriano, fatti più volte dal Papa parlando ai fedeli.

    X Marcello Semeraro

     

     

     

  • III Domenica di Pasqua

    Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo di Pasqua

    Gv 21, 1-19

    Anno C

    Commento di S. Agostino al Vangelo di Giovanni

     

    OMELIA 123

    La triplice confessione di Pietro.

     

    Alla triplice negazione corrisponde la triplice confessione. Sia prova d’amore pascere il gregge del Signore, come fu indizio di timore rinnegare il Pastore.

    Il Vangelo dell’apostolo Giovanni si conclude con la terza apparizione del Signore ai suoi discepoli dopo la risurrezione. Ci siamo soffermati, come abbiamo potuto, sulla prima parte, fino al momento in cui l’evangelista racconta che furono pescati centocinquantatre pesci da parte dei discepoli ai quali Gesù si manifestò, e che la rete, sebbene i pesci fossero grossi, non si strappò. Dobbiamo ora esaminare ciò che segue, e spiegare, con l’aiuto del Signore, quanto esige una attenzione maggiore. Terminata dunque la pesca, dice loro Gesù: Venite a far colazione. E nessuno dei discepoli osava domandargli: Chi sei? sapendo che era il Signore (Gv 21, 12). Se lo sapevano, che bisogno c’era di domandarglielo? E se non c’era bisogno, perché l’evangelista dice: non osavano, come se avessero bisogno di farlo ma non osassero per timore di qualche cosa? Ecco il senso di queste parole: tanta era l’evidenza della verità nella quale Gesù si manifestava ai discepoli, che nessuno di loro osava, nonché negarla, neppure metterla in dubbio. Se qualcuno infatti avesse avuto qualche dubbio, avrebbe dovuto fargli delle domande. L’evangelista dicendo: nessuno osava domandargli: Chi sei?, è come se dicesse: nessuno osava dubitare che fosse lui.

    Gesù si avvicina, prende il pane, lo porge ad essi, e così il pesce (Gv 21, 13). Ecco che l’evangelista ci dice in che cosa consisteva la loro colazione, della quale vogliamo dire qualcosa di soave e salutare, se egli si degnerà ammettere anche noi a questo banchetto. Nella narrazione precedente Giovanni dice che i discepoli, scesi a terra, vedono della brace con del pesce sopra, e del pane (Gv 21, 9). Non si deve pensare che anche il pane stesse sopra la brace, ma vi si deve sottintendere solo il verbo vedono. Se ripetiamo il verbo dov’è sottinteso, l’intera frase suona così: Vedono della brace con del pesce sopra, e vedono del pane; o meglio: Vedono preparata della brace con sopra del pesce, e vedono anche del pane. Su invito del Signore, portano anche del pesce che essi hanno preso; e quantunque l’evangelista non dica che essi lo abbiano fatto, tuttavia dice espressamente che il Signore dette loro quest’ordine. Il Signore infatti disse: Portate qua di quei pesci che avete preso adesso (Gv 21, 10). Chi può pensare che i discepoli non abbiano obbedito al suo ordine? La colazione che il Signore preparò ai sette discepoli, si componeva dunque del pesce che essi avevano visto sopra la brace, e al quale egli aggiunse alcuni pesci di quelli che essi avevano preso, e del pane che, come narra l’evangelista, essi avevano veduto sulla riva. Il pesce arrostito è il Cristo sacrificato; egli è anche il pane disceso dal cielo (cf. Gv 6, 41); a lui viene incorporata la Chiesa per partecipare della sua eterna beatitudine. E’ per questo che il Signore aveva detto: Portate qua di quei pesci che avete preso adesso, affinché quanti nutriamo questa speranza, per mezzo di sette discepoli, nei quali in questo passo si può ravvisare l’universalità dei fedeli, prendessimo coscienza di essere in comunione con così grande sacramento e di essere partecipi della medesima beatitudine. E’ con questa colazione del Signore con i suoi discepoli che Giovanni, sebbene avesse da dire molte altre cose di Cristo, conclude il suo Vangelo, rapito, credo, nella contemplazione di sublimi realtà. Qui infatti, nella pesca dei centocinquantatre pesci, viene adombrata la Chiesa quale essa si manifesterà quando sarà formata soltanto dai buoni; e questa colazione è l’annuncio, per quanti credono, sperano e amano, della loro partecipazione a così grande beatitudine.

    Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo la sua risurrezione dai morti (Gv 21, 14). Questo tre non si deve riferire tanto al numero delle apparizioni di Gesù, quanto ai giorni in cui esse ebbero luogo. La prima ebbe luogo il primo giorno in cui Gesù risuscitò; la seconda otto giorni dopo, quando il discepolo Tommaso vide e credette; la terza è oggi in cui opera questo miracolo dei pesci. L’evangelista però non dice quanti giorni dopo ebbe luogo questa apparizione. Se contiamo il numero delle apparizioni, vediamo che nel primo giorno non si manifestò una sola volta, come attestano concordemente tutti e quattro gli evangelisti; ma, come si è detto, Giovanni non conta il numero delle apparizioni, ma i giorni in cui egli apparve, per cui risulta che il terzo giorno è quello della pesca. Come prima apparizione dobbiamo considerare, quasi un tutt’uno, quelle avvenute nel giorno della risurrezione, anche se il Signore è apparso più volte, e a più persone; la seconda otto giorni dopo; e questa è la terza. Successivamente si manifestò tutte le volte che volle sino al quarantesimo giorno nel quale ascese al cielo, anche se non sono state registrate tutte.

    Quand’ebbero fatto colazione, Gesù dice a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami più di questi? Gli risponde: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli dice: Pasci i miei agnelli. Gli dice di nuovo: Simone di Giovanni, mi ami tu? Gli risponde: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli dice: Pasci i miei agnelli. Gli dice per la terza volta: Simone figlio di Giovanni, mi vuoi bene? Pietro si rattristò che per la terza volta Gesù gli dicesse: Mi vuoi bene? E rispose: Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene. Gesù gli disse: Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi da te stesso, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vorresti. E questo gli disse indicando la morte con la quale avrebbe glorificato Dio (Gv 21, 15-19). Così chiuse la vita terrena l’apostolo che lo aveva rinnegato e lo amava. La presunzione lo aveva innalzato, il rinnegamento lo aveva umiliato, le lacrime lo avevano purificato; superò la prova della confessione, ottenne la corona del martirio. E così ottenne, nel suo perfetto amore, di poter morire per il nome del Signore, insieme al quale, con disordinata impazienza, si era ripromesso di morire. Sostenuto dalla risurrezione del Signore, egli farà quanto nella sua debolezza aveva prematuramente promesso. Bisognava infatti che prima Cristo morisse per la salvezza di Pietro, perché Pietro a sua volta potesse morire per la predicazione di Cristo. Del tutto intempestivo fu quanto aveva intrapreso l’umana presunzione, dato che questo ordine era stato stabilito dalla stessa verità. Pietro credeva di poter dare la sua vita per Cristo (cf. Gv 13, 37): colui che doveva essere liberato sperava di poter dare la sua vita per il suo liberatore, mentre Cristo era venuto per dare la sua vita per tutti i suoi, tra i quali era anche Pietro. Ed ecco che questo è avvenuto. Ora ci è consentito di affrontare per il nome del Signore anche la morte con fermezza d’animo, con quella vera che egli stesso dona, non con quella falsa che nasce dalla nostra vana presunzione. Noi non dobbiamo più temere la perdita di questa vita, dal momento che il Signore, risorgendo, ci ha offerto in se stesso la prova dell’altra vita. Ora è il momento, Pietro, in cui non devi temere più la morte, perché è vivo colui del quale piangevi la morte, colui al quale, nel tuo amore istintivo, volevi impedire di morire per noi (cf. Mt 16, 21-22). Tu hai preteso di precedere il condottiero, e hai avuto paura del suo persecutore; ora che egli ha pagato il prezzo per te, è il momento in cui puoi seguire il redentore, e seguirlo senza riserva fino alla morte di croce. Hai udito la parola di colui che ormai hai riconosciuto verace; predisse che lo avresti rinnegato, ora predice la tua passione.

    Ma prima il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza, se Pietro gli vuol bene; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore. Così alla sua triplice negazione corrisponde la triplice confessione d’amore, in modo che la sua lingua non abbia a servire all’amore meno di quanto ha servito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu di fronte alla minaccia della morte. Sia dunque impegno di amore pascere il gregge del Signore, come fu indice di timore negare il pastore. Coloro che pascono le pecore di Cristo con l’intenzione di volerle legare a sé, non a Cristo, dimostrano di amare se stessi, non Cristo, spinti come sono dalla cupidigia di gloria o di potere o di guadagno, non dalla carità che ispira l’obbedienza, il desiderio di aiutare e di piacere a Dio. Contro costoro, ai quali l’Apostolo rimprovera, gemendo, di cercare i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2, 21), si leva forte e insistente la voce di Cristo. Che altro è dire: Mi ami tu? Pasci le mie pecore, se non dire: Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua; il mio dominio, non il tuo; il mio guadagno e non il tuo; se non vuoi essere del numero di coloro che appartengono ai tempi difficili, i quali sono amanti di se stessi, con tutto quel che deriva da questa sorgente d’ogni male. L’Apostolo infatti, dopo aver detto: Vi saranno uomini amanti di se stessi, così prosegue: saranno amanti del denaro, vanagloriosi, arroganti, bestemmiatori, disobbedienti ai genitori, ingrati, scellerati, empi, senz’amore, calunniatori, incontinenti, spietati, non amanti del bene, traditori, protervi, accecati dai fumi dell’orgoglio, amanti del piacere più che di Dio; gente che ha l’apparenza di pietà, ma che ne ha rinnegato la forza (2 Tim 3, 1-5). Tutti questi mali derivano, come da loro fonte, da quello che per primo l’Apostolo ha citato: saranno amanti di se stessi. Giustamente il Signore chiede a Pietro: Mi ami tu?, e alla sua risposta: Certo che ti amo, egli replica: Pasci i miei agnelli; e questo, una seconda e una terza volta. Dove anche si dimostra che amare [diligere] è lo stesso che voler bene [amare]; l’ultima volta, infatti, il Signore non dice: Mi ami?, ma: Mi vuoi bene? Non amiamo dunque noi stessi, ma il Signore, e nel pascere le sue, pecore, non cerchiamo i nostri interessi, ma i suoi. Non so in quale inesplicabile modo avvenga che chi ama se stesso e non Dio, non ama se stesso, mentre chi ama Dio e non se stesso, questi ama se stesso. Poiché chi non può vivere di se stesso, non può non morire amando se stesso: non ama dunque se stesso, chi si ama in modo da non vivere. Quando invece si ama colui da cui si ha la vita, non amando se stesso uno si ama di più, appunto perché invece di amare se stesso ama colui dal quale attinge la vita. Non siano dunque amanti di se stessi coloro che pascono le pecore di Cristo, per non pascerle come proprie, ma come di Cristo. E non cerchino di trarre profitto da esse, come fanno gli amanti del denaro; né di dominarle come i vanagloriosi o vantarsi degli onori che da esse possono ottenere, come gli arroganti; né come i bestemmiatori presumere di sé al punto da creare eresie; né, come i disobbedienti ai genitori, siano indocili ai santi padri; né, come gli ingrati, rendano male per bene a quanti vogliono correggerli per salvarli; né, come gli scellerati, uccidano l’anima propria e quella degli altri; né come gli empi, strazino le viscere materne della Chiesa; né, come i disamorati, disprezzino i deboli; né, come i calunniatori, attentino alla fama dei fratelli; né, come gli incontinenti, si dimostrino incapaci di tenere a freno le loro perverse passioni; né, come gli spietati, siano portati a litigare; né, come chi è senza benignità, si dimostrino incapaci a soccorrere; né, come fanno i traditori, rivelino agli empi ciò che si deve tenere segreto; né, come i procaci, turbino il pudore con invereconde esibizioni; né, come chi è accecato dai fumi dell’orgoglio, si rendano incapaci d’intendere quanto dicono e sostengono (cf. 1 Tim 1, 7); né, come gli amanti del piacere più che di Dio, antepongano i piaceri della carne alle gioie dello spirito. Tutti questi e altri simili vizi, sia che si trovino riuniti in uno stesso uomo, sia che si trovino sparsi qua e là, pullulano tutti dalla stessa radice, cioè dall’amore egoistico di sé. Il male che più d’ogni altro debbono evitare coloro che pascono le pecore di Cristo, è quello di cercare i propri interessi, invece di quelli di Gesù Cristo, asservendo alle proprie cupidigie coloro per i quali fu versato il sangue di Cristo. L’amore per Cristo deve, in colui che pasce le sue pecore, crescere e raggiungere tale ardore spirituale da fargli vincere quel naturale timore della morte a causa del quale non vogliamo morire anche quando vogliamo vivere con Cristo. Lo stesso Apostolo ci dice infatti che brama essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (cf. Fil 1, 23). Egli geme sotto il peso del corpo, ma non vuol essere spogliato, ma piuttosto sopravvestito, affinché ciò che è mortale in lui sia assorbito dalla vita (cf. 2 Cor 5, 4). E il Signore a Pietro che lo amava predisse: quando sarai vecchio stenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vorresti. E questo gli disse indicando la morte con la quale avrebbe glorificato Dio. Stenderai le tue mani, dice il Signore, cioè sarai crocifisso; ma per giungervi un altro ti cingerà e ti porterà non dove tu vuoi, ma dove tu non vorresti. Prima predice il fatto, poi il modo. Non è dopo la crocifissione, ma quando lo portano alla croce che Pietro è condotto dove non vorrebbe; perché una volta crocifisso, non è più condotto dove non vorrebbe, ma al contrario, va dove desidera andare. Egli desiderava essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, ma, se fosse stato possibile, avrebbe voluto entrare nella vita eterna evitando le angosce della morte. E’ contro il suo volere che lo costringono a subire queste angosce, mentre è secondo il suo desiderio che ne viene liberato. Egli va alla morte con ripugnanza, e la vince secondo il suo desiderio, e si libera dal timore della morte, talmente naturale che neppure la vecchiaia vale a liberarne Pietro, tanto che di lui dice il Signore: Quando sarai vecchio, verrai portato dove tu non vorresti. Per nostra consolazione il Salvatore stesso volle provare in sé anche questo sentimento, dicendo: Padre, se è possibile passi da me questo calice (Mt 26, 39), lui che era venuto proprio per morire, e per il quale la morte non era una necessità, ma un atto della sua volontà, e in suo potere era dare la sua vita e riprenderla di nuovo. Ma per quanto grande sia l’orrore per la morte, deve essere vinto dalla forza dell’amore verso colui che, essendo la nostra vita, ha voluto sopportare per noi anche la morte. Del resto, se la morte non comportasse alcun orrore, non sarebbe grande, com’è, la gloria dei martiri. Se il buon pastore, che offrì la sua vita per le sue pecore (cf. Gv 10, 18 11), ha potuto suscitare per sé tanti martiri da queste medesime pecore, con quanto maggiore ardore devono lottare per la verità fino alla morte, e fino a versare il proprio sangue combattendo contro il peccato, coloro ai quali il Signore affidò le sue pecore da pascere, cioè da formare e da guidare? E, di fronte all’esempio della sua passione, chi non vede che i pastori debbono stringersi maggiormente al Pastore e imitarlo, proprio perché già tante pecore hanno seguito l’esempio di lui, cioè dell’unico Pastore sotto il quale non c’è che un solo gregge, e nel quale anche i pastori sono pecore? Egli ha fatto sue pecore tutti coloro per i quali accettò di patire, e al fine di patire per tutti si è fatto egli stesso pecora.

  • Settimana Santa 2013

    Programma Settimana Santa 2013

    http://www.youtube.com/watch?v=Ae80VXbL0b8&feature=youtu.be

    Via Crucis parrocchiale

    http://www.youtube.com/watch?v=zh58R6z_xtw&feature=youtu.be

    Domenica delle Palme

    http://www.youtube.com/watch?v=rwAyWrevUUM&feature=youtu.be

    Giovedì Santo - Santa Messa e lavanda dei piedi

    http://www.youtube.com/watch?v=9ipqn4pmcoo&feature=youtu.be

    Sabato Santo - Veglia Pasquale

    http://www.youtube.com/watch?v=RxIaT-6csrg&feature=youtu.be

  • Video Settimana Santa - Pasqua 2013

    Per vedere i video della Settimana Santa, clicca qui.

  • Consiglio Pastorale Parrocchiale

    Venerdì 12 Aprile, alle ore 19,00, presso il piano delle aule è convocato il Consiglio Pastorale Parrochiale con i seguenti punti all'ordine del giorno

    1 - Preparazione in vista dell'incontro che il Vescovo farà al nostro Consiglio Pastorale

    2 - Festa Titolare

    3 - Varie ed eventuali

  • II Domenica di Pasqua

    Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua

    Domenica in Albis

     

    Oggi siamo sulle orme dell’antichissima tradizione della Chiesa, quella della seconda Domenica di Pasqua chiamata “in Albis” che è legata alla liturgia della Pasqua e soprattutto alla liturgia della Veglia Pasquale. Questa Veglia, come testimonia anche la sua forma contemporanea, rappresentava un grande giorno per i catecumeni, i quali durante la notte pasquale, per mezzo del Battesimo, venivano sepolti insieme a Cristo nella morte per poter camminare in una vita nuova, così come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre (cf. Rm 6,4). 

    In questa immagine suggestiva San Paolo ha presentato il mistero del Battesimo. I catecumeni ricevevano il Battesimo proprio durante la Veglia pasquale, come abbiamo avuto la fortuna di avere anche quest’anno, quando ho conferito il Battesimo a bambini e ad adulti dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa.

    In questo modo la notte che precede la domenica della Risurrezione è diventata veramente per loro “Pasqua”, vale a dire il Passaggio dal peccato ossia dalla morte dello spirito alla Grazia, cioè alla Vita nello Spirito Santo. È stata la notte di una vera Risurrezione nello Spirito. Come segno della grazia santificante, i neobattezzati ricevevano durante il Battesimo una veste bianca che li distingueva per tutta l’ottava di Pasqua. In questo giorno della domenica seconda di Pasqua, deponevano tale veste; onde l’antichissimo nome di questo giorno: Domenica “in Albis depositis”.

    Questa tradizione a Roma è legata alla chiesa di San Pancrazio. Proprio qui è oggi la stazione liturgica. Abbiamo perciò la fortuna di unire la visita pastorale della parrocchia alla tradizione romana della stazione di Domenica in Albis.

    Oggi dunque desideriamo qui cantare insieme la gioia della Risurrezione del Signore così come l’annunzia la liturgia di questa domenica:

    Celebrate il Signore perché è buono,

    perché eterna è la sua misericordia...

    Questo è il giorno fatto dal Signore:

    rallegriamoci ed esultiamo in esso (Sal 118,1.24).

    Desideriamo anche ringraziare per l’indicibile dono della fede, che è scesa nei nostri cuori e si rinforza costantemente mediante il mistero della Risurrezione del Signore. Della grandezza di questo dono ci parla oggi San Giovanni nelle potenti parole della sua lettera: “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?” (1Gv 5,4-5).

    Noi ringraziamo dunque Cristo Risorto con una grande gioia nel cuore, poiché ci fa partecipare alla sua vittoria. Nello stesso tempo, lo supplichiamo umilmente perché non cessiamo mai di essere partecipi, con la fede, di questa vittoria: particolarmente nei momenti difficili e critici, nei momenti delle delusioni e delle sofferenze, quando siamo esposti alla tentazione e alle prove. Eppure conosciamo quanto scrive San Paolo: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2Tm 3,12). Ed ecco ancora le parole di San Pietro: “...Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo” (1Pt 1,6-7).

    I cristiani delle prime generazioni della Chiesa si preparavano al Battesimo a lungo e a fondo. Era questo il periodo di catecumenato. le cui tradizioni sono riflesse ancora oggi nella liturgia della Quaresima. Queste tradizioni erano vive quando al Battesimo si preparavano gli adulti. Nella misura in cui si andò sviluppando la tradizione del Battesimo dei bambini il catecumenato in tale forma doveva sparire. I bambini ricevevano il Battesimo nella fede della Chiesa, di cui era garante tutta la comunità cristiana (che si chiama oggi “parrocchia”), e prima di tutto lo era la loro propria famiglia. La liturgia rinnovata del Battesimo dei bambini mette ancora più in risalto questo aspetto. I genitori con i padrini e le madrine professano la fede, fanno le promesse battesimali e si prendono la responsabilità dell’educazione cristiana del loro bambino.

    In questo modo, il catecumenato si trasferisce in un certo modo in un periodo posteriore, al tempo del progressivo crescere e diventare adulti; allora il battezzato deve acquistare dai suoi più vicini e nella comunità parrocchiale della Chiesa una coscienza viva di quella fede, di cui già prima, mediante la grazia del Battesimo, è diventato partecipe. È difficile chiamare questo processo “catecumenato” nel senso primo e proprio della parola. Non di meno è l’equivalente dell’autentico catecumenato e deve svolgersi con la stessa serietà e lo stesso zelo di quello che una volta precedeva il Battesimo. In questo punto convergono e si uniscono i doveri della famiglia cristiana e della parrocchia. È necessario che, in questa odierna occasione, noi ce ne rendiamo conto con una chiarezza e forza particolari. 

    La parrocchia, come comunità fondamentale del Popolo di Dio e come parte organica della Chiesa, in un certo senso ha la sua origine nel Sacramento del Battesimo. È infatti la comunità dei battezzati. Mediante ogni Battesimo, la parrocchia partecipa in modo particolare al mistero della morte e della risurrezione di Cristo. L’intero suo sforzo pastorale e apostolico mira a che tutti i parrocchiani abbiano coscienza del Battesimo, affinché perseverino nella Grazia, cioè nello stato di Figli di Dio, e godano i frutti del Battesimo così nella vita personale come in quella familiare e sociale. Perciò è particolarmente necessario il rinnovamento della consapevolezza del Battesimo. Nella vita della parrocchia è un valore fondamentale l’intraprendere questo catecumenato – che manca adesso nella preparazione al Battesimo – e realizzarlo nelle diverse tappe della vita.

    Proprio in questo consiste la funzione della catechesi, che deve estendersi non solo al periodo della scuola elementare, ma anche alle scuole superiori e ad ulteriori periodi della vita. In particolare è indispensabile la catechesi sacramentale come preparazione alla Prima Comunione e alla Cresima; di grande importanza è la preparazione al Sacramento del Matrimonio.

    Inoltre, l’uomo battezzato, se vuole essere cristiano nelle opere e nella verità, deve, nella sua esistenza, rimanere costantemente fedele alla catechesi ricevuta: essa infatti gli dice in che modo deve comprendere e attuare il suo cristianesimo nei diversi momenti e ambienti della vita professionale, sociale, culturale. Questo è il vasto compito della catechesi agli adulti. 

    Grazie a Dio, questa attività si sviluppa ampiamente nella vita della diocesi di Roma e della vostra parrocchia.

    Sono al corrente, infatti, delle numerose iniziative di catechesi e di vita associativa, che le istituzioni parrocchiali svolgono con l’aiuto di numerose Famiglie Religiose, femminili e maschili, e di vari movimenti ecclesiali. Una particolare menzione spetta ai benemeriti Padri Carmelitani Scalzi, che si spendono per il progresso spirituale di questa parrocchia di San Pancrazio. La numerosa popolazione qui concentrata è solo uno stimolo in più per un indefesso impegno apostolico. La mia parola, pertanto, si fa esortazione e incoraggiamento sia ai responsabili parrocchiali perché proseguano gioiosamente nel loro servizio al Corpo di Cristo, sia a tutti i membri della Comunità, perché ritrovino sempre e coscientemente in essa il luogo migliore per la loro crescita nella fede, nella speranza e nell’amore da testimoniare al mondo.

    Nella domenica “in Albis” la liturgia della Chiesa fa di noi dei testimoni dell’incontro del Cristo Risorto con gli apostoli nel Cenacolo di Gerusalemme. La nostra particolare attenzione attira sempre la figura dell’Apostolo Tommaso e il colloquio di Cristo con lui. Il Maestro Risorto permette a lui in modo singolare di riconoscere i segni della sua passione e così convincersi della realtà della Risurrezione. Allora San Tommaso, che prima non voleva credere, esprime la sua fede con le parole: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28). Gesù gli risponde: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20,29). Mediante l’esperienza della Quaresima, toccando in un certo senso i segni della Passione di Cristo, e mediante la solennità della sua Risurrezione si rinnovi e si rafforzi la nostra fede – e anche la fede di coloro che sono diffidenti, tiepidi, indifferenti, lontani. E la benedizione che il Risorto ha pronunciato nel colloquio con Tommaso, “Beati quelli che hanno creduto!”, rimanga con tutti noi.

     

    Visita alla parrocchia di San Pancrazio a via Aurelia Antica

    Omelia di Giovanni Paolo II

    Domenica, 22 aprile 1979

  • Incontro organizzativo in vista della Festa Titolare

    Venerdì 4 maggio, alle ore 19,15 si terrà in Chiesa l'incontro organizzativo in vista della Festa Titolare della Parrocchia che quest'anno si svolgerà Sabato 26 Maggio, con la Santa Messa sulla Piazza Paolo VI celebrata dal nostro Vescovo Marcello.

    All'incontro organizzativo sono invitati tutti i componenti dei vari gruppi parrocchiali, e tutte le persone animate da buona volontà.

  • La Domenica

     

    buon pastore

    Commento alle letture della quarta domenica di Pasqua

    Anno B

     

                La quarta domenica di Pasqua è anche detta la “domenica del buon Pastore”. Le letture, che la Chiesa ci propone in questo giorno, ci invitano a riflettere sulla resurrezione di Cristo, sul mistero pasquale e sulle conseguenze che questo ha sulla nostra vita quotidiana.

                Il Vangelo di questa settimana è molto conosciuto, per questo si corre il rischio di non lasciarsi interrogare dalle parole di Gesù e di non riflette seriamente su cosa lui voglia dirci oggi e sulla nostra vita, infatti, la tentazione di dire “già lo conosco, so di cosa parla e cosa il Signore vuole dirmi” fa chiudere il nostro cuore.

                Prima di iniziare a meditare insieme questo brano del vangelo, penso sia necessario ricordare che dobbiamo leggerlo alla luce della Pasqua, illuminati dalla resurrezione di Cristo, infatti il buon Pastore dice “do la mia vita [per le pecore] per poi riprenderla”.

                Ma chi è il buon Pastore?

                L’immagine del pastore è ben conosciuta nel mondo biblico, fa parte dell’esperienza quotidiana di Israele, che in larga parte vive di pastorizia, ed è l’esperienza di un allevamento del gregge non di tipo industriale, ma di solito il pastore ha un piccolo gregge, poche pecore, e comunque anche quando sono tante è il pastore che si prende cura di loro, che instaura in qualche modo con loro un rapporto privilegiato, il pastore è quello che sta attento alle sue pecore, che si prende cura della debole, che fascia la ferita, sta attento a che quella troppo forte non prenda il sopravvento su quelle più deboli. Insomma la relazione del pastore con le pecore è una relazione che finisce per diventare affettiva, al punto che il pastore le sue pecore le chiama tutte per nome, e le pecore riconoscono la sua voce, c’è qualche cosa del rapporto che non è semplicemente il rapporto utilitaristico, ma è fondamentalmente vivere con loro ventiquattro ore su ventiquattro, e averle sempre lì, e quindi affezionarsi; vedere come sono diverse una dall’altra, accorgersi che c’è quella che tende ad andarsene per conto suo e allora bisogna tenerla un po’ più d’occhio, c’è quella che prende il sopravvento sulle altre e allora bisogna difendere le deboli, c’è quella che è più carina e quella che è meno.

                Il pastore non è quello che fa la sua strada; il pastore costruisce la propria strada su ciò di cui le pecore hanno bisogno. L’esperienza che si fa nel pascolare le pecore è che loro sono l’elemento prioritario, e che dunque il pastore è al servizio delle pecore e non viceversa, così che nella conduzione del gregge il pastore sceglie il cammino, non quello che è più comodo per lui, ma quello che è più giusto, più adatto per le pecore, anche quando come ci dice il Salmo 23: “dovessi camminare per una valle oscure”.

                L’immagine del pastore, come abbiamo detto, evoca anche l’immagine del camminare, dell’essere condotti da lui anche verso l’ignoto, dentro a quel buio che spaventa; sono le pecore che camminano, e le pecore, come tutti gli animali - al meno gli animali che non sono decisamente notturni - del buio hanno paura. Queste pecore siamo noi, e anche per noi il buio è l’ignoto fanno paura, e quando poi addirittura questo buio ha dentro di sé il suono della morte allora è il terrore.

                La presenza del Pastore, di Gesù buon Pastore, diventa una presenza che in qualche modo mette in fuga le tenebre, mette in fuga la morte, e perciò mette in fuga la paura che l’uomo ha delle tenebre e della morte. L’esperienza della presenza di Dio permette di attraversare la morte senza più temere, perché il Signore ha preso su di sé il peccato e la morte, e nella sua morte e resurrezione li ha distrutti, li ha sconfitti per sempre facendoci scoprire di nuovo la bellezza e la dignità dell’essere figli di Dio, infatti “vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”, come ci dice la seconda lettura di oggi.

                Ma accanto alla figura del Pastore il Vangelo ci presenta altre figure, quella dei lupi e quella del mercenario. Il lupo è il peccato e il male che è sempre in agguato, che è alla porta del nostro cuore e vuole entrare per distruggere la nostra vita e la nostra esistenza, per ucciderci non solo fisicamente, ma spiritualmente, togliendo dalla nostra esistenza l’amore e la speranza, facendoci vivere alla giornata senza ideali e senza futuro: “se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto” (Gen 4,7), ma noi, possiamo dominarlo come dice Dio a Caino, possiamo vivere come figli della luce.

                La seconda figura è quella del mercenario, che non è pastore, ma utilizza le pecore per un suo tornaconto, per un guadagno personale: non le ama, non sono la sua vita, e di fronte al pericolo e alla morte il mercenario fugge, lasciando in balia del male il suo gregge, invece come abbiamo visto, il pastore dona la vita per il bene delle proprie pecore.

                Tante volte nella nostra vita siamo circondati da tante voci, siamo frastornati, confusi, ma anche spaventati e incerti su come vivere. Ci capita di non riuscire ad ascoltare, o peggio di non voler ascoltare la voce del Pastore, perché pensiamo, erroneamente, che quello che Gesù ci chiede, ci dice, ci corregge non è veramente per il nostro bene e per la nostra felicità. Allora ci troviamo a prestare ascolto e attenzione alla voce del mercenario, scegliamo di seguire colui che non ci ama, ma ci illude nella menzogna. Quando seguiamo queste voci, cadiamo nel peccato e nella morte del cuore, spesso anche nella disperazione di credere che per noi non c’è più speranza, oggi il Signore viene a gridare con forza al nostro cuore il suo amore per noi, il perdono dei peccati e il dono della vita per tutti coloro che ascoltano la sua voce e permettono a Gesù buon Pastore di prendersi cura di loro e di lasciarsi prendere sulle sue spalle quando sono lontani e persi, infatti “ritrovata [la pecorella smarrita], se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,5-7).

  • Domenica 29 aprile, IV di Pasqua

    buon pasore

    Commento alle letture della quarta domenica di Pasqua

    Anno B

     

    La quarta domenica di Pasqua è anche detta la “domenica del buon Pastore”. Le letture, che la Chiesa ci propone in questo giorno, ci invitano a riflettere sulla Resurrezione di Cristo, sul Mistero Pasquale e sulle conseguenze che questo ha sulla nostra vita quotidiana.

    Il Vangelo di questa settimana è molto conosciuto, per questo si corre il rischio di non lasciarsi interrogare dalle parole di Gesù e di non riflette seriamente su cosa lui voglia dirci oggi e sulla nostra vita, infatti, la tentazione di dire “già lo conosco, so di cosa parla e cosa il Signore vuole dirmi” fa chiudere il nostro cuore.

    Prima di iniziare a meditare insieme questo brano del vangelo, penso sia necessario ricordare che dobbiamo leggerlo alla luce della Pasqua, illuminati dalla Resurrezione di Cristo, infatti il buon Pastore dice “do la mia vita [per le pecore] per poi riprenderla”.

    Ma chi è il buon Pastore?

    L’immagine del pastore è ben conosciuta nel mondo biblico, fa parte dell’esperienza quotidiana di Israele, che in larga parte vive di pastorizia, ed è l’esperienza di un allevamento del gregge non di tipo industriale, ma di solito il pastore ha un piccolo gregge, poche pecore, e comunque anche quando sono tante è il pastore che si prende cura di loro, che instaura in qualche modo con loro un rapporto privilegiato, il pastore è quello che sta attento alle sue pecore, che si prende cura della debole, che fascia la ferita, sta attento a che quella troppo forte non prenda il sopravvento su quelle più deboli. Insomma la relazione del pastore con le pecore è una relazione che finisce per diventare affettiva, al punto che il pastore le sue pecore le chiama tutte per nome, e le pecore riconoscono la sua voce, c’è qualche cosa del rapporto che non è semplicemente il rapporto utilitaristico, ma è fondamentalmente vivere con loro ventiquattro ore su ventiquattro, e averle sempre lì, e quindi affezionarsi; vedere come sono diverse una dall’altra, accorgersi che c’è quella che tende ad andarsene per conto suo e allora bisogna tenerla un po’ più d’occhio, c’è quella che prende il sopravvento sulle altre e allora bisogna difendere le deboli, c’è quella che è più carina e quella che è meno.

    Il pastore non è quello che fa la sua strada; il pastore costruisce la propria strada su ciò di cui le pecore hanno bisogno. L’esperienza che si fa nel pascolare le pecore è che loro sono l’elemento prioritario, e che dunque il pastore è al servizio delle pecore e non viceversa, così che nella conduzione del gregge il pastore sceglie il cammino, non quello che è più comodo per lui, ma quello che è più giusto, più adatto per le pecore, anche quando come ci dice il Salmo 23: “dovessi camminare per una valle oscure”.

    L’immagine del pastore, come abbiamo detto, evoca anche l’immagine del camminare, dell’essere condotti da lui anche verso l’ignoto, dentro a quel buio che spaventa; sono le pecore che camminano, e le pecore, come tutti gli animali - al meno gli animali che non sono decisamente notturni - del buio hanno paura. Queste pecore siamo noi, e anche per noi il buio è l’ignoto fanno paura, e quando poi addirittura questo buio ha dentro di sé il suono della morte allora è il terrore.

    La presenza del Pastore, di Gesù buon Pastore, diventa una presenza che in qualche modo mette in fuga le tenebre, mette in fuga la morte, e perciò mette in fuga la paura che l’uomo ha delle tenebre e della morte. L’esperienza della presenza di Dio permette di attraversare la morte senza più temere, perché il Signore ha preso su di sé il peccato e la morte, e nella sua morte e resurrezione li ha distrutti, li ha sconfitti per sempre facendoci scoprire di nuovo la bellezza e la dignità dell’essere figli di Dio, infatti “vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”, come ci dice la seconda lettura di oggi.

    Ma accanto alla figura del Pastore il Vangelo ci presenta altre figure, quella dei lupi e quella del mercenario. Il lupo è il peccato e il male che è sempre in agguato, che è alla porta del nostro cuore e vuole entrare per distruggere la nostra vita e la nostra esistenza, per ucciderci non solo fisicamente, ma spiritualmente, togliendo dalla nostra esistenza l’amore e la speranza, facendoci vivere alla giornata senza ideali e senza futuro: “se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto” (Gen 4,7), ma noi, possiamo dominarlo come dice Dio a Caino, possiamo vivere come figli della luce.

    La seconda figura è quella del mercenario, che non è pastore, ma utilizza le pecore per un suo tornaconto, per un guadagno personale: non le ama, non sono la sua vita, e di fronte al pericolo e alla morte il mercenario fugge, lasciando in balia del male il suo gregge, invece come abbiamo visto, il pastore dona la vita per il bene delle proprie pecore.

    Tante volte nella nostra vita siamo circondati da tante voci, siamo frastornati, confusi, ma anche spaventati e incerti su come vivere. Ci capita di non riuscire ad ascoltare, o peggio di non voler ascoltare la voce del Pastore, perché pensiamo, erroneamente, che quello che Gesù ci chiede, ci dice, ci corregge non è veramente per il nostro bene e per la nostra felicità. Allora ci troviamo a prestare ascolto e attenzione alla voce del mercenario, scegliamo di seguire colui che non ci ama, ma ci illude nella menzogna. Quando seguiamo queste voci, cadiamo nel peccato e nella morte del cuore, spesso anche nella disperazione di credere che per noi non c’è più speranza, oggi il Signore viene a gridare con forza al nostro cuore il suo amore per noi, il perdono dei peccati e il dono della vita per tutti coloro che ascoltano la sua voce e permettono a Gesù buon Pastore di prendersi cura di loro e di lasciarsi prendere sulle sue spalle quando sono lontani e persi, infatti “ritrovata [la pecorella smarrita], se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,5-7).

  • IV Domenica di Pasqua

     

    gesù buon  pastore

    Commento alle letture della quarta domenica di Pasqua

    Anno B

     

              

  • Commento alle Letture della IV Domenica di Pasqua

     

    Gesù buon pastore

    Commento alle letture della quarta domenica di Pasqua

    Anno B

     

                La quarta domenica di Pasqua è anche detta la “domenica del buon Pastore”, le letture, che la Chiesa ci propone in questo giorno, ci invitano a riflettere sulla resurrezione di Cristo, sul mistero pasquale e sulle conseguenze che questo ha sulla nostra vita quotidiana.

                Il Vangelo di questa settimana è molto conosciuto, per questo si corre il rischio di non lasciarsi interrogare dalle parole di Gesù e di non riflette seriamente su cosa lui voglia dirci oggi e sulla nostra vita, infatti, la tentazione di dire “già lo conosco, so di cosa parla e cosa il Signore vuole dirmi” fa chiudere il nostro cuore.

                Prima di iniziare a meditare insieme questo brano del vangelo, penso sia necessario ricordare che dobbiamo leggerlo alla luce della Pasqua, illuminati dalla resurrezione di Cristo, infatti il buon Pastore dice “do la mia vita [per le pecore] per poi riprenderla”.

                Ma chi è il buon Pastore?

                L’immagine del pastore è ben conosciuta nel mondo biblico, fa parte dell’esperienza quotidiana di Israele, che in larga parte vive di pastorizia, ed è l’esperienza di un allevamento del gregge non di tipo industriale, ma di solito il pastore ha un piccolo gregge, poche pecore, e comunque anche quando sono tante è il pastore che si prende cura di loro, che instaura in qualche modo con loro un rapporto privilegiato, il pastore è quello che sta attento alle sue pecore, che si prende cura della debole, che fascia la ferita, sta attento a che quella troppo forte non prenda il sopravvento su quelle più deboli. Insomma la relazione del pastore con le pecore è una relazione che finisce per diventare affettiva, al punto che il pastore le sue pecore le chiama tutte per nome, e le pecore riconoscono la sua voce, c’è qualche cosa del rapporto che non è semplicemente il rapporto utilitaristico, ma è fondamentalmente vivere con loro ventiquattro ore su ventiquattro, e averle sempre lì, e quindi affezionarsi; vedere come sono diverse una dall’altra, accorgersi che c’è quella che tende ad andarsene per conto suo e allora bisogna tenerla un po’ più d’occhio, c’è quella che prende il sopravvento sulle altre e allora bisogna difendere le deboli, c’è quella che è più carina e quella che è meno.

                Il pastore non è quello che fa la sua strada; il pastore costruisce la propria strada su ciò di cui le pecore hanno bisogno. L’esperienza che si fa nel pascolare le pecore è che loro sono l’elemento prioritario, e che dunque il pastore è al servizio delle pecore e non viceversa, così che nella conduzione del gregge il pastore sceglie il cammino, non quello che è più comodo per lui, ma quello che è più giusto, più adatto per le pecore, anche quando come ci dice il Salmo 23: “dovessi camminare per una valle oscure”.

                L’immagine del pastore, come abbiamo detto, evoca anche l’immagine del camminare, dell’essere condotti da lui anche verso l’ignoto, dentro a quel buio che spaventa; sono le pecore che camminano, e le pecore, come tutti gli animali - al meno gli animali che non sono decisamente notturni - del buio hanno paura. Queste pecore siamo noi, e anche per noi il buio è l’ignoto fanno paura, e quando poi addirittura questo buio ha dentro di sé il suono della morte allora è il terrore.

                La presenza del Pastore, di Gesù buon Pastore, diventa una presenza che in qualche modo mette in fuga le tenebre, mette in fuga la morte, e perciò mette in fuga la paura che l’uomo ha delle tenebre e della morte. L’esperienza della presenza di Dio permette di attraversare la morte senza più temere, perché il Signore ha preso su di sé il peccato e la morte, e nella sua morte e resurrezione li ha distrutti, li ha sconfitti per sempre facendoci scoprire di nuovo la bellezza e la dignità dell’essere figli di Dio, infatti “vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”, come ci dice la seconda lettura di oggi.

                Ma accanto alla figura del Pastore il Vangelo ci presenta altre figure, quella dei lupi e quella del mercenario. Il lupo è il peccato e il male che è sempre in agguato, che è alla porta del nostro cuore e vuole entrare per distruggere la nostra vita e la nostra esistenza, per ucciderci non solo fisicamente, ma spiritualmente, togliendo dalla nostra esistenza l’amore e la speranza, facendoci vivere alla giornata senza ideali e senza futuro: “se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto” (Gen 4,7), ma noi, possiamo dominarlo come dice Dio a Caino, possiamo vivere come figli della luce.

                La seconda figura è quella del mercenario, che non è pastore, ma utilizza le pecore per un suo tornaconto, per un guadagno personale: non le ama, non sono la sua vita, e di fronte al pericolo e alla morte il mercenario fugge, lasciando in balia del male il suo gregge, invece come abbiamo visto, il pastore dona la vita per il bene delle proprie pecore.

                Tante volte nella nostra vita siamo circondati da tante voci, siamo frastornati, confusi, ma anche spaventati e incerti su come vivere. Ci capita di non riuscire ad ascoltare, o peggio di non voler ascoltare la voce del Pastore, perché pensiamo, erroneamente, che quello che Gesù ci chiede, ci dice, ci corregge non è veramente per il nostro bene e per la nostra felicità. Allora ci troviamo a prestare ascolto e attenzione alla voce del mercenario, scegliamo di seguire colui che non ci ama, ma ci illude nella menzogna. Quando seguiamo queste voci, cadiamo nel peccato e nella morte del cuore, spesso anche nella disperazione di credere che per noi non c’è più speranza, oggi il Signore viene a gridare con forza al nostro cuore il suo amore per noi, il perdono dei peccati e il dono della vita per tutti coloro che ascoltano la sua voce e permettono a Gesù buon Pastore di prendersi cura di loro e di lasciarsi prendere sulle sue spalle quando sono lontani e persi, infatti “ritrovata [la pecorella smarrita], se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,5-7).

  • Commento alle Letture dellla Quarta Domenica di Pasqua

    Commento alle letture della quarta domenica di Pasqua

    Anno B

     

                La quarta domenica di Pasqua è anche detta la “domenica del buon Pastore”, le letture, che la Chiesa ci propone in questo giorno, ci invitano a riflettere sulla resurrezione di Cristo, sul mistero pasquale e sulle conseguenze che questo ha sulla nostra vita quotidiana.

                Il Vangelo di questa settimana è molto conosciuto, per questo si corre il rischio di non lasciarsi interrogare dalle parole di Gesù e di non riflette seriamente su cosa lui voglia dirci oggi e sulla nostra vita, infatti, la tentazione di dire “già lo conosco, so di cosa parla e cosa il Signore vuole dirmi” fa chiudere il nostro cuore.

                Prima di iniziare a meditare insieme questo brano del vangelo, penso sia necessario ricordare che dobbiamo leggerlo alla luce della Pasqua, illuminati dalla resurrezione di Cristo, infatti il buon Pastore dice “do la mia vita [per le pecore] per poi riprenderla”.

                Ma chi è il buon Pastore?

                L’immagine del pastore è ben conosciuta nel mondo biblico, fa parte dell’esperienza quotidiana di Israele, che in larga parte vive di pastorizia, ed è l’esperienza di un allevamento del gregge non di tipo industriale, ma di solito il pastore ha un piccolo gregge, poche pecore, e comunque anche quando sono tante è il pastore che si prende cura di loro, che instaura in qualche modo con loro un rapporto privilegiato, il pastore è quello che sta attento alle sue pecore, che si prende cura della debole, che fascia la ferita, sta attento a che quella troppo forte non prenda il sopravvento su quelle più deboli. Insomma la relazione del pastore con le pecore è una relazione che finisce per diventare affettiva, al punto che il pastore le sue pecore le chiama tutte per nome, e le pecore riconoscono la sua voce, c’è qualche cosa del rapporto che non è semplicemente il rapporto utilitaristico, ma è fondamentalmente vivere con loro ventiquattro ore su ventiquattro, e averle sempre lì, e quindi affezionarsi; vedere come sono diverse una dall’altra, accorgersi che c’è quella che tende ad andarsene per conto suo e allora bisogna tenerla un po’ più d’occhio, c’è quella che prende il sopravvento sulle altre e allora bisogna difendere le deboli, c’è quella che è più carina e quella che è meno.

                Il pastore non è quello che fa la sua strada; il pastore costruisce la propria strada su ciò di cui le pecore hanno bisogno. L’esperienza che si fa nel pascolare le pecore è che loro sono l’elemento prioritario, e che dunque il pastore è al servizio delle pecore e non viceversa, così che nella conduzione del gregge il pastore sceglie il cammino, non quello che è più comodo per lui, ma quello che è più giusto, più adatto per le pecore, anche quando come ci dice il Salmo 23: “dovessi camminare per una valle oscure”.

                L’immagine del pastore, come abbiamo detto, evoca anche l’immagine del camminare, dell’essere condotti da lui anche verso l’ignoto, dentro a quel buio che spaventa; sono le pecore che camminano, e le pecore, come tutti gli animali - al meno gli animali che non sono decisamente notturni - del buio hanno paura. Queste pecore siamo noi, e anche per noi il buio è l’ignoto fanno paura, e quando poi addirittura questo buio ha dentro di sé il suono della morte allora è il terrore.

                La presenza del Pastore, di Gesù buon Pastore, diventa una presenza che in qualche modo mette in fuga le tenebre, mette in fuga la morte, e perciò mette in fuga la paura che l’uomo ha delle tenebre e della morte. L’esperienza della presenza di Dio permette di attraversare la morte senza più temere, perché il Signore ha preso su di sé il peccato e la morte, e nella sua morte e resurrezione li ha distrutti, li ha sconfitti per sempre facendoci scoprire di nuovo la bellezza e la dignità dell’essere figli di Dio, infatti “vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”, come ci dice la seconda lettura di oggi.

                Ma accanto alla figura del Pastore il Vangelo ci presenta altre figure, quella dei lupi e quella del mercenario. Il lupo è il peccato e il male che è sempre in agguato, che è alla porta del nostro cuore e vuole entrare per distruggere la nostra vita e la nostra esistenza, per ucciderci non solo fisicamente, ma spiritualmente, togliendo dalla nostra esistenza l’amore e la speranza, facendoci vivere alla giornata senza ideali e senza futuro: “se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto” (Gen 4,7), ma noi, possiamo dominarlo come dice Dio a Caino, possiamo vivere come figli della luce.

                La seconda figura è quella del mercenario, che non è pastore, ma utilizza le pecore per un suo tornaconto, per un guadagno personale: non le ama, non sono la sua vita, e di fronte al pericolo e alla morte il mercenario fugge, lasciando in balia del male il suo gregge, invece come abbiamo visto, il pastore dona la vita per il bene delle proprie pecore.

                Tante volte nella nostra vita siamo circondati da tante voci, siamo frastornati, confusi, ma anche spaventati e incerti su come vivere. Ci capita di non riuscire ad ascoltare, o peggio di non voler ascoltare la voce del Pastore, perché pensiamo, erroneamente, che quello che Gesù ci chiede, ci dice, ci corregge non è veramente per il nostro bene e per la nostra felicità. Allora ci troviamo a prestare ascolto e attenzione alla voce del mercenario, scegliamo di seguire colui che non ci ama, ma ci illude nella menzogna. Quando seguiamo queste voci, cadiamo nel peccato e nella morte del cuore, spesso anche nella disperazione di credere che per noi non c’è più speranza, oggi il Signore viene a gridare con forza al nostro cuore il suo amore per noi, il perdono dei peccati e il dono della vita per tutti coloro che ascoltano la sua voce e permettono a Gesù buon Pastore di prendersi cura di loro e di lasciarsi prendere sulle sue spalle quando sono lontani e persi, infatti “ritrovata [la pecorella smarrita], se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,5-7).

  • IV Domenica di Pasqua

    in allestimento

  • IV domenica di Pasqua

    in allestimento

  • Contributo della Regione Lazio per l'Oratorio Parrocchiale

    Grazie alla Determinazione n. A03044 del 12 aprile 2012, che fa seguito alla Legge Regionale 13 giugno 2001, n. 13 "Riconoscimento della funzione sociale ed educativa degli oratori" anche la nostra Parrocchia è rientrata nella  graduatoria relativa alla valutazione dei progetti presentati per le attività di oratorio o attività similari, per l'annualità 2011. Il progetto presentato è stato approvato con un punteggio 60/100 e un contributo economico pari a €. 4.000,00.

     Dal prossimo anno pastorale la sala dell’oratorio sarà arricchita con nuovi giochi e interessanti novità.

  • 2010 3 aprile - la notte di Pasqua parte II

    http://www.youtube.com/watch?v=lEpZit-wEgU

  • 2010_3 aprile - la notte di Pasqua parte I

    http://www.youtube.com/watch?v=N5MLnmueIls

  • 2010 Messa del giovedì santo

    http://www.youtube.com/watch?v=rqSBn9QApF0

  • 2010 2 aprile Via Crucis dei giovani parte II

    http://www.youtube.com/watch?v=SGTJDT0kH4o

  • 2010 2 aprile Via Crucis dei giovani parte I

    http://www.youtube.com/watch?v=9JCkY4iPfm0

  • 2010 30 maggio Festa Titolare - concerto della banda giovanile di Albano

    http://www.youtube.com/watch?v=Uz1_tGEUU7s

  • 2010 Festa titolare

    http://www.youtube.com/watch?v=JjQl6soSB9w

  • 1978 – 2008 Nel trentennio della morte di Paolo VI la parrocchia ricorda la Sua visita

    http://www.youtube.com/watch?v=tc06BzLaHfw

  • 1971-2001 Trent’anni della Parrocchia

    http://www.youtube.com/watch?v=BvdM_2aYvVk

  • Trent'anni dalla morte di Paolo VI

    La nostra Parrocchia ha dedicato le giornate del 25 e 26 ottobre 2008 a riflessioni e testimonianze sulla figura del grande Pontefice Paolo VI. S. E. Mons. Semeraro, nostro Vescovo, ha accolto con gioia e volentieri l’invito del Parroco, Mons. Umberto Galeassi  e del Consiglio Pastorale Parrocchiale, a presiedere la commemorazione con una interessante riflessione sulla figura del Pontefice e del suo delicato pontificato. L’incontro ha avuto inizio con la visita alla mostra allestita dai ragazzi e giovani, nella quale si sono potute ammirare le fasi più salienti della vita e del pontificato del Papa Paolo VI nonché della Sua visita alla parrocchia nell’indimenticabile pomeriggio del 3 settembre 1971. La raccolta fotografica è stata una autentica testimonianza dell’affetto e della benevolenza che il Pontefice ha avuto alla nostra parrocchia. Presenti nell’Auditorium, con Mons. Semeraro, sono stati il Presidente del Consiglio della Città di Albano Laziale, Marco Silvestroni, alcuni Assessori, e il Comm. Franco Ghezzi ( al tempo aiutante di camera di Paolo VI) con ottima partecipazione dei fedeli.

  • Perchè un sito WEB

    Benvenuti!
    Da tempo nella nostra Comunità c'era il desiderio di avere un sito internet tutto nostro ...
    Finalmente, la caparbietà e la competenza di alcuni generosi "parrocchiani cybernauti" viene ripagata, dando vita a queste pagine!

  • Corro per la via del tuo amore

    I ragazzi del post Cresima della Parrocchia “Cuore Immacolato della Vergine Maria” hanno vissuto, dal 14 al 17 giugno u.s., un’esperienza di crescita umana e spirituale nella gioia di un campo organizzato da sr Roberta e Emanuele D’Annibale, nel Centro di accoglienza dei Padri Somaschi in Albano.

    “Corro per la via del tuo Amore” è stato il tema che ha unificato le iniziative dei tre giorni e ha sfidato i giovanissimi

    • a interrogarsi,

    • ad approfondire la Parola di Dio che veniva proposta dai loro animatori, in spazi e tempi di silenzio personale o in gruppo,

  • Provarci non costa nulla

    Il catechismo, per me, è come trovarsi di fronte ad un bivio, in cui si è insicuri se prendere la strada destra, quella della Fede, la più difficile, la più complessa, la più bella, per affidarsi a Dio; o la strada a sinistra, quella dell’ateismo la più semplice, superficiale ed affidarsi nelle mani del fato. Sta a noi decidere quale cammino intraprendere ma, grazie al catechismo noi (ragazzi con l’aiuto dei catechisti) riusciamo a credere sempre più nel nostro Signore Gesù Cristo. Iniziare a credere nel Signore non è semplice, davvero. Provarci, però, non costa nulla.

  • Ho cercato di dare e ho ricevuto il centuplo!

    Ciao! Mi chiamo Emanuele, sono un giovane impegnato nella parrocchia del Cuore Immacolato della Vergine Maria (Albano) e da due anni collaboro con Sr Roberta nel cammino di formazione dei ragazzi che si preparano a ricevere il sacramento della Cresima.

    Dal 14 al 17 giugno, presso il villaggio somasco in Ariccia, abbiamo vissuto, insieme a una parte del gruppo dei cresimati della parrocchia, un’esperienza importante di crescita, di gioco e divertimento.

     “Corro per la via del tuo amore”: questo il tema del campo che ha portato i ragazzi a percorrere la “Via dell’amore” e a non avere paura di essere testimoni dell’amore di Dio nei luoghi dove vivono.

  • Apostolato della Preghiera

    Se partecipiamo alla S. Messa festiva in parrocchia, forse questa espressione “Apostolato della Preghiera” non ci è nuova, perché in vista del primo venerdì del mese, che è sempre un richiamo alle apparizioni autentiche del S. Cuore di Gesù a S. Margherita Maria Alacoque, ci viene rivolto l’invito a ricevere l’Eucarestia in spirito di riparazione e a dedicare un po’ di tempo all’adorazione al SS.mo Sacramento. Infatti non dobbiamo mai dimenticare che, mediante il Battesimo, noi siamo stati inseriti in Cristo, godiamo di una strettissima unione con Lui nel Suo Corpo Mistico, che è la Chiesa e come sua membra dobbiamo essere somiglianti a Cristo. S. Paolo, a questo proposito, ci esorta a “rivestirci di Cristo” che è “Maestro” ed Esemplare, di ogni Santità e la vita cristiana sarà tanto più perfetta quanto più sarà riproduzione di quella di Cristo.

    Ora tutta la vita terrena di Gesù è stata “Offerta e Sacrificio” per la salvezza di tutti. I documenti della Chiesa ci ricordano, alla luce della Rivelazione, che Gesù, mediatore tra Dio e noi, ha sempre svolto la sua missione con il continuo esercizio della preghiera. S. Paolo, nella lettera agli Ebrei (5,7) ci dice che Gesù, nei “giorni della sua vita mortale, con forte grido e lacrime ha offerto preghiere e suppliche…”. Nel Vangelo di Matteo (9,35) leggiamo “… e andava Gesù per tutte le città e i villaggi insegnando nelle loro Sinagoghe e predicando la buona novella del regno e sanando ogni malattia e ogni infermità”.

    Ed è principalmente al suo sacrificio sulla Croce che noi dobbiamo la nostra redenzione. Poi , come la vita di Cristo, così anche la vita del cristiano, che deve riprodurre quella di Cristo, deve essere una specie di sacrificio, che in Cristo e con Cristo viene offerto ad onore di Dio Padre e a salvezza delle anime. Ora, se è umano e cristiano aiutare il prossimo in ciò che riguarda il bene corporale, molto più è richiesto l’aiuto per il bene dell’anima, cioè per avere la grazia di Dio, conservarla, accrescerla e conseguire la salvezza eterna; né si può pensare di aspirare alla propria santificazione trascurando la salvezza eterna degli alti. Gesù infatti nel piano ordinario della salvezza vuole essere aiutato dalle membra del suo corpo mistico, cioè da noi battezzati in Cristo. Questa è da sempre la dottrina della Chiesa. Pensiamo a quanti non conoscono ancora Cristo Gesù! Non è forse l’Apostolato della Preghiera, che ci aiuta ad imitare Gesù e dare alla nostra vita il carattere apostolico inerente al Battesimo?

    Non è forse, proprio questa preghiera di offerta, che qui trascriviamo e davvero ci aiuta a trasformare la nostra vita in un sacrificio di lode e riparazione?

    Cuore divino di Gesù, io ti offro per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, madre della Chiesa, in unione al sacrificio eucaristico, le preghiere e le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno: in riparazione dei peccati, per la salvezza di tutti gli uomini, nella grazia dello Spirito Santo, a gloria del Divin Padre.

    Questa formula che recitiamo all’inizio di ogni giorno è davvero il mezzo più efficace per sentirci uniti all’amore di Cristo per mezzo dell’amore materno e generoso di sua madre, la Vergine Maria.

  • I Ministranti

    SERVIRE IL SIGNORE NELLA GIOIA… L’INCONTRO TRA JONA E IL RE

    Jona era davvero un caro ragazzo: sempre contento, rispettoso con tutti e generoso con gli amici. Insomma era quello che si dice un ragazzo in gamba. Nel suo villaggio lo conoscevano tutti: era il figlio di Abram e Rachel. Era quel ragazzino di dieci anni, con i capelli neri come la notte e gli occhi azzurri come il cielo quando è senza nuvole, che giocava sempre davanti alla bottega del maniscalco Aral.

    Viveva nel Regno di Kalem, in Oriente, in quel territorio compreso dai fiumi Acor e Pabel. In quel Regno tutte le persone si sentivano una sola grande famiglia e il loro Re vigilava su di esse perché non accadesse loro alcun male. Un giorno, mentre si recava alla fonte del villaggio per attingere acqua, sentì squillare delle trombe sopra il rumore prodotto da un gran numero di cavalli al trotto: il Re stava per passare di lì.

    Quando vide la carrozza, si mise a fissarla con gli occhi sgranati per la curiosità e la meraviglia: stava per passare il Re, proprio Lui. E rimase ancora più stupito di un fatto: mentre lui fissava la carrozza, notò che, da dentro, qualcuno fissava lui. La carrozza era sempre più vicina, si trovava ormai a pochi metri. Incredibile: si fermò proprio davanti alla fontana. Jona e il Re si fissarono per alcuni istanti.

     Il Re sorrise e gli disse:”Pace a te, Jona”.”Come fai a conoscermi, se non mi hai mai visto?” domandò Jona. “Io conosco bene e per nome tutti gli abitanti del mio Regno. E so che sei un ragazzo speciale. Vuoi venire con me?” chiese il Re. “E cosa farò con te?” domandò nuovamente Jona: “Mi servirai! Sbrigherai le faccende più semplici e umili così io potrò concentrarmi su quelle più grandi e importanti. Vuoi?”. “Si”, rispose Jona, tutto felice. E, lasciata la brocca alla fontana, lo seguì.

    Qualche mese più tardi, Jona ritornò al suo villaggio per salutare i genitori. Ormai, pur essendo molto giovane, era diventato un personaggio importante e godeva della stessa gloria del Re. Passando davanti alla bottega del maniscalco, le persone che lo vedevano commentavano:”Arriva jona, il servo del Re! Inchinatevi qundo passa e rendetegli ogni onore. Nessuno, al castello, sta vicino al Re come lui”.

    DESTINATARI

    Bambini (dai 9 anni) e adolescenti che desiderano vivere alcuni momenti di formazione, gioco, preghiera e servizio.

    PROPOSTA

    Vuoi dare una mano al Re, vuoi stargli particolarmente vicino e di condividerne l’onore? Il Re vuole persone come Jona: capaci di voler bene; vuole persone disponibili, generose. Vuole persone che imparino a servire come Lui sa servire: ricordiamo l’episodio nel quale Gesù si china a lavare i piedi agli apostoli. La grandezza del Signore si esprime proprio qui, nel manifestare il suo amore sconfinato, tanto da farsi servo dei servi, Lui che è il Re.

    Un ragazzo non diventa grande perché diviene famoso. Un ragazzo diventa davvero grande quando impara a voler bene. Vuoi diventare un ragazzo grande anche tu? Allora impara a voler bene, impara ad amare. Il primo passo da fare è quello del servizio

    CHI SIAMO?

    Beh, è facile riconoscerci, basta venire la domenica in Parrocchia per vederci attorno all’Altare, durante la Celebrazione Eucaristica, mentre svolgiamo il nostro servizio. Ci avete riconosciuti? No, non siamo i chierichetti, i piccoli preti, ma siamo Altar Boys o Ministranti. Il suo senso sottolinea il carattere dell’azione propria di chi serve: deriva appunto dal latino minister che significa servitore. E’ interessante l’origine della parola, perché è… evangelica, almeno nelle intenzioni. Si tratta infatti del contrario di magister (maestro), secondo alcuni costruito con l’avverbio magis che significa più, maggiore, minister è invece formato con l’avverbio minus, cioè meno, minore. Ci vengono in mente le parole di Gesù:” Se io, il maestro, vi ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” e “nessuno è più grande del proprio Maestro”.

    Ma il nostro  servizio non si limita solo all’interno di una chiesa… Esso deve irradiarsi nella vita di ogni giorno: nella scuola, nella famiglia e nei diversi ambiti della società. Poiché chi vuole servire Gesù Cristo all’interno di una Chiesa deve essere suo testimone dappertutto.

     (Giovanni Paolo II)

     

    SE VUOI CONOSCERCI, CI INCONTRIAMO TUTTE LE DOMENICHE ALLE ORE 9.45

     

    Gruppo Ministranti

    Giovanni Paolo II

     

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