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  • 30 Luglio 2017: XVII Domenica del Tempo Ordinario

    XVII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Primo Libro dei Re 3, 5.7-12; Salmo 118; Romani 8, 28-30; Matteo 13, 44-52

    Anno A

     

    In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».

     

    Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, senza averlo programmato, tra rovi e sassi, su un campo non suo, resta folgorato dalla scoperta e dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
    Due modalità che sembrano contraddirsi, ma il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, sorpresi da una luce sulla via di Damasco, oppure da un Dio innamorato di normalità, che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina", che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e lavori e ami, come un contadino paziente.
    Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
    «Trovato il tesoro, l'uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
    Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
    I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.
    Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all'esame di pastorale. L'ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell'alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
    Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l'esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell'esistenza.

     

  • 23 Luglio 2017: XVI Domenica del Tempo Ordinario

    XVI Domenica del Tempo Ordinario 

    Anno A

    Letture: Sapienza 12,13.16-19; Salmo 85; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24 - 30

     

    In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio"».

     

    Questa parabola mi ha cambiato il volto di Dio. La interpretava con parole luminose padre Giovanni Vannucci, uno dei massimi mistici del '900. Diceva: il nostro cuore è un pugno di terra, seminato di buon seme e assediato da erbacce; una zolla di terra dove intrecciano le loro radici, talvolta inestricabili, il bene e il male.
    «Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?» domandano i servi al padrone. La risposta è perentoria: «No, perché rischiate di strapparmi spighe di buon grano!». Un conflitto di sguardi: quello dei servi si posa sul male, quello del padrone sul bene. Il seminatore infaticabile ripete: guarda al buon grano di domani, non alla zizzania. La gramigna è secondaria, viene dopo, vale di meno.
    Tu pensa al buon seme. Davanti a Dio una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo, il bene è più importante del male, la luce conta più del buio.
    La morale del Vangelo infatti non è quella della perfezione, l'ideale assoluto e senza macchia, ma quella del cammino, della fecondità, dell'avvio, di grappoli che maturano tenacemente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita.
    La parabola ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dallo stilare il solito lungo elenco di ombre e di fragilità, che poi è sempre lo stesso. La nostra coscienza chiara, illuminata e sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio ha seminato in noi: il nostro giardino, l'Eden affidato alla nostra cura.
    Mettiamoci sulla strada con cui Dio agisce: per vincere la notte accende il mattino; per far fiorire la steppa sterile getta infiniti semi di vita; per sollevare la farina pesante e immobile mette un pizzico di lievito. Dio avvia la primavera del cosmo, a noi spetta diventare l'estate profumata di messi. Io non sono i miei difetti o le mie debolezze, ma le mie maturazioni. Non sono creato a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno.
    L'attività religiosa, solare, positiva, vitale che dobbiamo avere verso noi stessi consiste nel
    non preoccupiamoci prima di tutto delle erbacce o dei difetti, ma nel venerare tutte le forze di bontà, di generosità, di accoglienza, di bellezza e di tenerezza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e vedremo le tenebre scomparire.
    Custodisci e coltiva con ogni cura i talenti, i doni, i semi di vita e la zizzania avrà sempre meno terreno. Preoccupati del buon seme, ama la vita, proteggi ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature. E sii indulgente anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce.

  • 2017 Gabriele Marconi alla festa della Parrocchia C Immacolato ad Albano Laziale

    2017 Gabriele Marconi alla festa della Parrocchia C Immacolato ad Albano Laziale - YouTube

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  • 16 Luglio 2017: XV Domenica del Tempo Ordinario

    XV Domenica delTempo Ordinario

    Letture: Isaia 55,10-11; Salmo 64; Romani 8,18-23; Matteo 13, 1-23

    Anno A

     

    Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (...).

     

    Egli parlò loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, suscita emozioni, avvia un viaggio tutto personale.
    Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo. Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole
    Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio. Il seminatore uscì a seminare. Non 'un', ma 'il' seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita. Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore, il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana di vita.
    Abbiamo tutti negli occhi l'immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui. Il seguito è spiazzante: il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. Non è distratto o maldestro, è invece uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
    Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento. Un'iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
    Tuttavia, per quanto il seme sia buono, se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
    Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d'amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.
    Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
    Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell'uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.

  • 9 Luglio 2017: XIV Domenica del Tempo Ordinario

    XIV Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: Zaccaria 9,9-10; Salmo 144; Romani 8,9.11-13; Matteo 11,25-30

    Anno A

     

    In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

     

    È un periodo di insuccessi per il ministero di Gesù: contestato dall'istituzione religiosa, rifiutato dalle città attorno al lago, da una generazione che non esita a definire «di bambini» (Mt 11,16), Gesù ha improvvisamente come un sussulto di stupore, gli si apre davanti uno squarcio inatteso, un capovolgimento: Padre, ho capito e ti rendo lode. Attorno a Gesù il posto sembrava rimasto vuoto, si erano allontanati i grandi, i sapienti, gli scribi, i sacerdoti ed ecco che il posto lo riempiono i piccoli: poveri, malati, vedove, bambini, i preferiti da Dio.
    Ti ringrazio, Padre, perché hai parlato a loro, e loro ti hanno capito. I piccoli sono le colonne segrete della storia; i poveri, e non i potenti, sono le colonne nascoste del mondo. Gesù vede e capisce la logica di Dio, la sua tenerezza comincia dagli ultimi della fila, dai bastonati della vita. Non è difficile Dio: sta al fianco dei piccoli, porta quel pane d'amore di cui ha bisogno ogni cuore stanco... E ogni cuore è stanco. Di un segno d'affetto ha estremo bisogno l'animo umano: è la vera lingua universale della Pentecoste, che ogni persona dal cuore puro capisce, in ogni epoca, su tutta la terra.
    Gesù che si stupisce di Dio; mi incanta, è bellissima questa meraviglia che lo invade e lo senti felice, mentre le sue parole passano dal lamento alla danza. Ma poi non basta, Gesù fa un ulteriore passo avanti.
    Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro, non un nuovo sistema di pensiero, non una morale migliore, ma il ristoro, il conforto del vivere. Anche per me e per te, nominare Cristo deve equivalere a confortare la vita. Le nostre prediche, i tanti incontri devono diventare racconti di speranza e di libertà. Altrimenti sono parole e gesti che non vengono da lui, sono la tomba della domanda dell'uomo e della risposta di Dio. Invece là dove le domande dell'uomo e la bellezza del Dio di Gesù si incontrano, lì esplode la vita.
    Imparate da me... Andare da Gesù è andare a scuola di vita. Imparate dal mio cuore, dal mio modo di amare, delicato e indomito. Il maestro è il cuore. Se ascolti per un minuto il cuore, scrive il mistico Rumi, farai lezione ai sapienti e agli intelligenti!
    Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero: dolce musica, buona notizia. Il giogo, nella Bibbia, indica la Legge. Ora la legge di Gesù è l'amore. Prendete su di voi l'amore, che è un re leggero, un tiranno amabile, che non colpisce mai ciò che è al cuore dell'uomo, non vieta mai ciò che all'uomo dà gioia e vita, ma è instancabile nel generare, curare, rimettere in cammino. Cos'è l'amore? È ossigeno. Che se la vita si è fermata, la attende, la impregna di sé e le ridona respiro.

  • 2 Luglio 2017: XIII Domenica del Tempo Ordinario

    XIII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: 2 Re 4,8-11.14-16; Salmo 88; Romani 6,3-4.8-11; Matteo 10,37-42

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato [...] Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».


    Un Dio che pretende di essere amato più di padre e madre, più di figli e fratelli, che sembra andare contro le leggi del cuore. Ma la fede per essere autentica deve conservare un nucleo sovversivo e scandaloso, il «morso del più» (Luigi Ciotti), un andare controcorrente e oltre rispetto alla logica umana.
    Non è degno di me. Per tre volte rimbalza dalla pagina questa affermazione dura del Vangelo. Ma chi è degno del Signore? Nessuno, perché il suo è amore incondizionato, amore che anticipa, senza clausole. Un amore così non si merita, si accoglie.
    Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà! Perdere la vita per causa mia non significa affrontare il martirio. Una vita si perde come si spende un tesoro: investendola, spendendola per una causa grande. Il vero dramma per ogni persona umana è non avere niente, non avere nessuno per cui valga la pena mettere in gioco o spendere la propria vita.
    Chi avrà perduto, troverà. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri, come la donna di Sunem della Prima Lettura, che dona al profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada e riceverà in cambio una vita intera, un figlio. E la capacità di amare di più.
    A noi, forse spaventati dalle esigenze di Cristo, dall'impegno di dare la vita, di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: Chi avrà dato anche solo un bicchiere d'acqua fresca, non perderà la sua ricompensa.
    Il dare tutta la vita o anche solo una piccola cosa, la croce e il bicchiere d'acqua sono i due estremi di uno stesso movimento: dare qualcosa, un po', tutto, perché nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare: Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Non c'è amore più grande che dare la vita!
    Un bicchiere d'acqua, dice Gesù, un gesto così piccolo che anche l'ultimo di noi, anche il più povero può permettersi. E tuttavia un gesto non banale, un gesto vivo, significato da quell'aggettivo che Gesù aggiunge, così evangelico e fragrante: acqua fresca.
    Acqua fresca deve essere, vale a dire l'acqua buona per la grande calura, l'acqua attenta alla sete dell'altro, procurata con cura, l'acqua migliore che hai, quasi un'acqua affettuosa con dentro l'eco del cuore.
    Dare la vita, dare un bicchiere d'acqua fresca, ecco la stupenda pedagogia di Cristo. Un bicchiere d'acqua fresca se dato con tutto il cuore ha dentro la Croce. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d'acqua.
    Nulla è troppo piccolo per il Signore, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.
    Amare nel Vangelo non equivale ad emozionarsi, a tremare o trepidare per una creatura, ma si traduce sempre con un altro verbo molto semplice, molto concreto, un verbo fattivo, di mani, il verbo dare.

  • 31 Luglio 2016: XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Qoelet 1,2;2,21-23; Salmo 89; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21

     

    ...E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!". Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

     

    La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: «Come faccio? Ho troppo. Ecco, demolirò i miei magazzini e ne ricostruirò di più grandi». Così potrò accumulare e trattenere. Scrive san Basilio: «E se poi riempirai anche i nuovi granai, che cosa farai? Demolirai ancora e ancora ricostruirai? Con cura costruire, poi con cura demolire: cosa c'è di più insensato, di più inutile? Se vuoi, hai dei granai: sono nelle case dei poveri».
    Il ricco della parabola invece dice sempre «io» (io demolirò, costruirò, raccoglierò...), usa sempre l'aggettivo possessivo «mio» (i miei beni, i miei raccolti, i miei magazzini, me stesso, anima mia). Nessun altro entra nel suo orizzonte. Uomo senza aperture, senza brecce; non solo privo di generosità, ma privo di relazioni. La sua non è vita. Infatti: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta indietro la tua vita.
    Gesù non evoca la morte come una minaccia per farci disprezzare i beni della terra. Il Vangelo non contesta il desiderio di godere le brevi gioie della strada come vorrebbe fare il ricco (anima mia, riposati, mangia, bevi, divertiti...). Gesù non fa come certi predicatori che stendono un velo di triste rifiuto sulle cose del mondo, quasi volessero disamorarci della vita; non dice che il pane non è buono, che il benessere è male. Dice che non di solo pane vive l'uomo. Che anzi, di solo pane, di solo benessere, di sole cose, l'uomo muore. Che la tua vita non dipende da ciò che possiedi, non dipende da ciò che uno ha, ma da ciò che uno dà. La vita vive di vita donata. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato via. Sulle colonne dell'avere troveremo alla fine soltanto ciò che abbiamo perduto per qualcuno. «Se vuoi, hai dei granai, sono nelle case dei poveri» (san Basilio).
    Ma l'uomo ricco si è creato un deserto attorno. È solo, isolato al centro dei suoi magazzini pieni. Nessun altro è nominato, nessuno in casa, nessun povero alla porta, nessuno con cui condividere la gioia del raccolto. Le persone contano meno dei sacchi di grano. Non vive bene.
    Gesù intende rispondere a una domanda globale di felicità che si nutre di almeno due condizioni: non può mai essere solitaria e ha sempre a che fare con il dono.
    Vuoi vita piena? Non cercarla al mercato delle cose: le cose promettono ciò che non possono mantenere. Le cose hanno un fondo e il fondo delle cose è vuoto. Cercala dalla parte delle persone. Sposta il tuo desiderio.
    Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. L'alternativa è chiara: chi accumula «per sé», lentamente muore. Chi arricchisce presso Dio, accumulando relazioni buone, donando invece di trattenere, ha trovato il segreto della vita che non muore.

  • 24 Luglio 2016: XVII Domenica del Tempo Ordinario

    XVII Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Genesi 18, 20-23; Salmo 137; Colossesi 2,12-14; Luca 11,1-13

     

    Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: "Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati,
    anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione"». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: "Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli"; e se quello dall'interno gli risponde: "Non m'importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani", vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono (...).

     

    Signore insegnaci a pregare. Pregare è riconnettere la terra al cielo (M. Zundel), riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla fontana. Pregare è aprirsi, con la gioia silenziosa e piena di pace della zolla che si offre all'acqua che la vivifica e la rende feconda: «sappi che Tu mi sei segretamente ciò ch'è la primavera
    per i fiori» (G. Centore).
    Pregare è dare a Dio del padre, del papà innamorato dei suoi figli, e non del signore, del re o del giudice. È un Dio che non si impone ma che sa di abbracci; un Dio affettuoso, vicino, caldo, cui chiedere le poche cose indispensabili per vivere bene.
    E chiederle da fratelli, dimenticando le parole io e mio, perché sono fuori dalla grammatica di Dio. Infatti nella preghiera che Gesù insegna ci sono solo gli aggettivi "tuo" e "nostro", sono lì come braccia aperte.
    E la prima cosa da chiedere è questa: che il tuo nome sia santificato. Il nome di Dio è amore. Che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l'amore santifichi la terra. Se c'è qualcosa di santo in questo mondo, qualcosa di eterno in noi, è la nostra capacità di amare e di essere amati.
    La seconda cosa da chiedere: Venga il tuo regno, nasca la terra nuova come tu la sogni. Venga in fretta, prenda forma compiuta il lievito santo che già pulsa e fermenta nel profondo delle cose; che il seme diventi pane, che l'alba diventi meriggio gravido di luce.
    E poi la terza cosa, ma viene solo per terza perché senza le prime due non ci basta: Dacci il pane nostro quotidiano. "Pane" indica tutto ciò che serve alla vita e alla felicità: donaci il pane e l'amore, entrambi necessari; il pane e l'amore, entrambi quotidiani. Pane per sopravvivere, amore per vivere. E che sia il "nostro" pane, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il pane di Dio, e il mondo nuovo non viene.
    E la quarta cosa: perdona i nostri peccati, togli tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia, ciò che di me ha fatto male agli altri, ciò che degli altri ha fatto male a me, tutte le ferite che mantengo aperte.
    Il perdono non si riduce a un colpo di spugna sul passato, ma libera il futuro, apre sentieri, insegna respiri. E noi che adesso conosciamo la potenza del perdono, noi lo doniamo ai nostri fratelli e a noi stessi (com'è difficile a volte perdonarsi certi errori...) per tornare a edificare pace.
    E l'ultima cosa: Non abbandonarci alla tentazione. Se ci vedi camminare dentro la paura, la sfiducia, la tristezza, o se ci senti attratti verso ciò che ci fa male, Padre, samaritano buono delle nostre vite, dacci la tua mano e accompagnaci fuori. Sarà come decollare, bucare le nuvole e tornare nell'azzurro e nella luce (M. Marcolini). E poi ritornare sulla terra, carichi di sole.
    (

  • 17 Luglio 2016: XVI Domenica del Tempo Ordinario

    XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10, 38-42

    Anno C

     

    In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
    Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

     

    Mentre erano in cammino, una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa.
    Ha la stanchezza del viaggio nei piedi, il dolore della gente negli occhi. Allora riposare nella frescura amica di una casa, mangiare in compagnia sorridente, è un dono, e Gesù lo accoglie con gioia.
    Quando una mano gli apre una porta, lui sa che lì dentro c'è un cuore che si è schiuso. Ha una meta, Gerusalemme, ma lui non "passa oltre" quando incontra qualcuno, si ferma. Per lui, come per il buon Samaritano, ogni incontro diventa una meta, ogni persona un obiettivo importante.
    A Betania il maestro è accolto da donne che non venivano accolte come discepole dai maestri del tempo. Entra nella loro casa: la casa è scuola di vita, il luogo dove la vita nasce e si conclude, dove celebra le sue feste più belle, dove Dio parla nel quotidiano, nei giorni delle lacrime e in quella della danza dei cuori. E il Vangelo deve diventare vero non ai margini della vita, ma nel cuore di essa.
    Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Sapienza del cuore di donna, intuito che sceglie ciò che fa bene alla vita, ciò che regala pace, libertà, orizzonti e sogni: la Parola di Dio
    Mi piace immaginare Maria di Betania e Gesù totalmente presi l'uno dall'altra: lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
    A Maria doveva bruciare il cuore quel giorno. Da quel momento la sua vita è cambiata. Maria è diventata feconda, grembo dove si custodisce il seme della Parola, apostola: inviata a donare, ad ogni incontro, ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore.
    Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Gesù, affettuosamente, rimprovera Marta. E lo fa contraddicendo non il servizio, ma l'affanno; non contestando il cuore generoso, ma l'agitazione.
    Quelle parole ripetono a tutti noi: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, che affanna, che toglie libertà e distoglie dal volto degli altri.
    Marta - sembra dirle Gesù - prima le persone, poi le cose. Non sopporta che sia confinata in un ruolo di servizio, affogata nei troppi impegni: tu, le dice, sei molto di più; tu puoi stare con me in una relazione diversa. Tu puoi condividere con me pensieri, sogni, emozioni, conoscenza, sapienza, Dio.
    «Maria ha scelto la parte migliore», si è liberata e ha iniziato dalla parte giusta il cammino che porta al cuore di Dio, dall'ascolto. Perché Dio non cerca servitori, ma amici; non cerca delle persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose, che lo lasci essere Dio.

     

  • 10 Luglio 2016: XV Domenica del Tempo Ordinario

    XV Domenica del Tempo Ordinario 

    Anno C

    Letture: Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37

     

    In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto (...)

     

    Una parabola che non mi stanco di ascoltare; un racconto che continuo ad amare perché generativo di umano, perché contiene il volto di Dio e la soluzione possibile dell'intero dramma dell'uomo.
    Chi è il mio prossimo? È la domanda di partenza. La risposta di Gesù opera uno spostamento di senso (chi di questi tre si è fatto prossimo?) ne modifica radicalmente il concetto: tuo prossimo non è colui che tu fai entrare nell'orizzonte delle tue attenzioni, ma prossimo sei tu quando ti prendi cura di un uomo; non chi tu ami, ma tu quando ami.
    Il verbo centrale della parabola, quello da cui sgorga ogni gesto successivo del samaritano è espresso con le parole "ne ebbe compassione". Che letteralmente nel vangelo di Luca indica l'essere preso alle viscere, come un morso, un crampo allo stomaco, uno spasmo, una ribellione, qualcosa che si muove dentro, e che è poi la sorgente da cui scaturisce la misericordia fattiva.
    Compassione è provare dolore per il dolore dell'uomo, la misericordia è il curvarsi, il prendersi cura per guarirne le ferite. Nel vangelo di Luca "provare compassione" è un termine tecnico che indica una azione divina con la quale il Signore restituisce vita a chi non ce l'ha. Avere misericordia è l'azione umana che deriva da questo "sentimento divino".
    I primi tre gesti del buon samaritano: vedere, fermarsi, toccare, tratteggiano le prime tre azioni della misericordia.
    Vedere: vide e ne ebbe compassione. Vide le ferite, e si lasciò ferire dalle ferite di quell'uomo. Il mondo è un immenso pianto, e «Dio naviga in un fiume di lacrime» (Turoldo), invisibili a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita. Per Gesù invece guardare e amare erano la stessa cosa: lui è lo sguardo amante di Dio.
    Fermarsi: interrompere la propria strada, i propri progetti, lasciare che sia l'altro a dettare l'agenda, fermarsi addosso alla vita che geme e chiama. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire "grazie", per dire "eccomi".
    Toccare: il samaritano si fa vicino, versa olio e vino, fascia le ferite dell'uomo, lo carica, lo porta. Toccare è parola dura per noi, convoca il corpo, ci mette alla prova. Non è spontaneo toccare il contagioso, l'infettivo, il piagato. Ma nel vangelo ogni volta che Gesù si commuove, si ferma e tocca. Mostrando che amare non è un fatto emotivo, ma un fatto di mani, di tatto, concreto, tangibile.
    Il samaritano si prende cura dell'uomo ferito in modo addirittura esagerato. Ma proprio in questo eccesso, in questo dispendio, nell'agire in perdita e senza contare, in questo amore unilaterale e senza condizioni, diventa lieta, divina notizia per la terra.

  • 3 Luglio 2016: XIV Domenica del Tempo Ordinario

    XIV Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Isaia 66, 10-14; Salmo 65; Galati 6, 14-18; Luca 10, 1-12. 17-20

     

    In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
    In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. (...)

     

    La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano. Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano. Insegna uno sguardo nuovo sull'uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.
    Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose. Ma Gesù dice intona la sua lode per l'umanità: il mondo è buono. C'è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.
    Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.
    Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato. Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.
    Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana. A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali... Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose. Solo se l'annunciatore sarà infinitamente piccolo, l'annuncio sarà infinitamente grande (G. Vannucci).
    I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro. Per questo non hanno bisogno di cose.
    Non hanno nulla da dimostrare, hanno da mostrare il Regno iniziato, Dio dentro. Come non ha nulla da dimostrare una donna incinta: ha un bambino in sé ed è evidente a tutti che vive due vite, che porta una vita nuova. Così accade per il credente: egli vive due vite, nella sua porta la vita di Dio.
    Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti. Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un "di più" di forza, ma con un "di più" di bontà. La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).

  • Solo nel mese di Agosto

    Si comunica che per tutto il mese di Agosto,

    E' SOSPESA

    la S. Messa domenicale delle ore 18,00.

     

    Restano invariati gli altri orari: ore 8,00 - 10,00 - 11,30.

    La S. Messa vespertina del sabato ha valore di precetto per la domenica seguente.

  • Una storia a lieto fine...

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  • Tanti auguri Maria Rosaria

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    Il giorno 15 Luglio 2015 presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, Maria Rosaria Desiderio

    ha conseguito la laurea in Psicologia dello Sviluppo, dell'Educazione e del Benessere.

    La comunità parrocchiale vuole farle i migliori auguri.

    Congratulazioni

  • Professione Solenne di Suor Francesca Maria

    invito per professione solenne

     

    Per consentire la partecipazione, la parrocchia sta organizzando un pulman.

     

    La partenza è prevista per le ore 15.00 di domenica 13 settembre p.v. da Piazza Paolo VI

    Il rientro è previsto per le ore 21.00 circa

     

    Quota di partecipazione  Euro 9,00 (presso la sacrestia)

  • Anno Pastorale 2014-2015

    Sono aperte le iscrizioni per l'Anno Catechistico 2014/2015

     

    Tappa Eucaristica (III - IV- V elementare)

    Questo percorso di fede si articolerà in tre anni in modo da portare i bambini a una maggiore consapevolezza del dono che riceveranno e sentirsi sempre più parte integrante della comunità parrocchiale.

    Possono iscriversi i bambini frequentanti la III elementare.  

    I bambini che hanno già frequentato il primo anno del percorso di fede dovranno rinnovare l'iscrizione.

     

    Catecumenato Crismale (III media - I superiore)

    Possono iscriversi i ragazzi frequentanti la III media.

    I ragazzi che hanno già frequentato il primo anno del percorso di fede dovranno rinnovare l'iscrizione.

    Il modulo d’iscrizione si può ritirare presso l’Ufficio Parrocchiale o scaricare direttamente da questo sito, come in allegato; deve essere compilato e consegnato entro il 21 settembre 2014

     

  • Weekend Giovani - Laboratorio della Fede - 28 - 29 Giugno 2014

  • 28 Luglio - XVII Domenica del Tempo Ordinario

     

    Commento al Vangelo della XVII Domenica del Tempo Ordinario

    Luca 11, 1 - 13

     

    Il desiderio di seguire il Signore e la naturale attitudine ad incontrarlo e a parlargli con semplicità e fiducia scaturisce dalla nostra relazione con Lui, la preghiera. Quanto più vivremo nel mistero d'amore che ha annullato "il documento scritto contro di noi" (Col 2,14), la morte, tanto più renderemo concreta, nella nostra carne (v.13), la risurrezione di Cristo. Ora, chi ci insegnerà a pregare? Solo Colui che vive una relazione totale con il Padre può indicarci la verità e farci vivere con e nel Padre.
    Ascoltiamo, meditiamo e viviamo la Parola del Crocifisso Risorto, e impareremo a pregare.
    Dal racconto del vangelo di san Luca, possiamo osservare che la prima tappa della preghiera non è l'invocazione a Dio, come si potrebbe dedurre dalle parole del discepolo: "insegnaci a pregare" (Lc 11,1); ma è l'ascolto. "Uno dei suoi discepoli" (Lc 11,1), infatti, si rivolse così al Maestro perché si rese conto del Suo rapporto unico con Dio e chiese di condividere questa gioia con gli altri discepoli e con l'umanità. Il Signore Gesù, allora, proclamando la preghiera al Padre, manifesta l'infinità misericordia di Dio che perdona ogni offesa e salva chi confida nel Suo nome. L'ascolto, quindi, è generato dallo stupore per le meraviglie compiute da Dio nella nostra vita: tali meraviglie non si riferiscono solamente ai prodigi che possono occorrere nella nostra esistenza, ma soprattutto ai piccoli segni che pian piano ci fanno riconoscere il Signore presente nelle nostre azioni, nella fatica del lavoro, nella speranza di un mondo più giusto. L'ascolto, perciò, deve condurci alla conversione del nostro volto interiore.
    Ecco la meditazione. Meditare significa rispondere all'amore dell'origine per gustare, con sincerità, la Parola del Signore. "Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano" (v.2-3). L'invocazione al Padre indica la fiducia che noi cristiani dobbiamo avere nei confronti del nostro Dio; Egli, infatti, donando il Suo pane, la Sua vicinanza fra di noi, ci mostra la strada per farci realizzare nella storia e nella gloria eterna. Per questo è indispensabile non spezzare mai il dialogo con il Padre, ma invocarlo in ogni istante dell'esistenza e mantenere salda la catena che ci congiunge a Lui: Cristo Signore. Ciò suppone che non basta recitare il rosario e collocare la preghiera unicamente in un angolo della giornata: tutta la nostra vita deve essere una incessante preghiera, un rosario di desiderio perché il Padre ci trasformi a immagine di Colui a cui ci rivolgiamo.
    La preghiera è vita che (deve) trasfigura(re) tutta la nostra esistenza: deve orientarci a vivere. Chi ascolta, chi invoca, chi prega, ascolta la preghiera e le invocazione dei fratelli, in particolare, sa perdonare. La piccola parabola narrata da Gesù (v.5-8), infatti, si riferisce, in primo luogo, alla capacità di Dio di venire incontro effettivamente alle nostre necessità: sa di cosa abbiamo bisogno e dona tutto se stesso; in secondo luogo, essa ci comunica che se non apriamo la porta (v.7) del nostro cuore a Lui e non ci alziamo per dare i pani (v.7) al prossimo, è inutile pregare, invocare Dio: saremo degli ipocriti, non toccati e trasformati nel profondo.
    Ritorna, adesso, la questione posta all'inizio: chi ci insegnerà a pregare? Meglio, come faremo a vivere la preghiera? Possiamo leggere la parabola al contrario. Dio non è soltanto colui che sta in casa, ora bussa insistentemente perché possiamo aprirGli. "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto" (v.9), dunque, è la dolce corrispondenza che deve esserci fra noi e Dio, la completa adesione a Lui, che chiede di entrare nella nostra esistenza, che cerca di condurci verso la salvezza, che bussa continuamente per riportarci alla vera vita. E noi, se non ci stancheremo di cercarLo, se chiederemo la forza per seguirLo, vivremo.

  • 21 Luglio - XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Luca 10, 38-4 - Anno C

     

    Il Samaritano che domenica scorsa si era fatto prossimo del malcapitato lungo la strada che va da Gerusalemme a Gerico, questa domenica percorre la strada praticamente a ritroso, e torna di nuovo dalle parti di Gerusalemme, a Betania. In quel villaggio c'era una casa probabilmente a lui molto familiare, al punto che la padrona di casa, una certa Marta, si permette di dirigersi a lui senza mezzi termini. Anzi, quasi lo rimprovera: gli rimprovera di essersi dimenticato di essere un Buon Samaritano, e di "non prendersi cura affatto di lei", che ha una sorella un po' lazzarona, la quale - di fronte a un ospite da trattare con riguardo, come nello stile della migliore tradizione giudaica - la abbandona senza troppi complimenti ai doveri della cucina e se ne sta lì, ai piedi dell'ospite, pendendo dalle sue labbra. Alla faccia della tradizione ospitale dei Padri: se Abramo avesse fatto così, quel torrido pomeriggio sotto le Querce di Mamre, il figlio della promessa non sarebbe mai nato... addio Storia della Salvezza!
    Ma al di là dei rimproveri ricevuti da Marta, che in realtà è una che non sa nemmeno dire le cose in faccia a chi di dovere, Gesù Buon Samaritano passa da Betania per far capire a noi, che da duemila anni cerchiamo di immaginarci l'amenità di questo proverbiale luogo di riposo e di contemplazione, che qualcuno ha capito veramente cos'è ciò che conta nella vita, ossia incontrarsi con lui e stare con lui. Possibilmente, senza preoccuparsi troppo delle cose marginali e andando diritti al cuore dell'incontro, ovvero l'ascolto della sua Parola; ad ogni modo, va bene anche come fa Marta, agitata perché il Buon Samaritano di Nazareth possa sentirsi a suo agio in quella casa, che in realtà è il suo cuore.
    Sì, perché ascoltando questo brano troppo spesso facciamo delle letture semplicistiche: Maria è la più brava nel riconoscere il Signore, mentre Marta ha il pensiero distolto da altre cose meno importanti; la contemplazione è più importante dell'azione; la preghiera e l'ascolto della Parola valgono di più delle opere di carità; è meglio affannarsi per essere discepoli di Gesù che affannarsi per le preoccupazioni quotidiane, e via di seguito. Poi però leggendo il Vangelo ti accorgi che, in un momento di prova come quello della morte del fratello Lazzaro, è Marta che per prima va incontro al Signore e pronuncia su di lui una delle più belle professioni di fede del Vangelo; e se sfogliamo il calendario dei santi, vediamo che la Tradizione della Chiesa, parte integrante della Rivelazione, vi ha inserito il nome di Marta, e non quello di Maria... chi sarà, allora, la vera discepola del Signore?
    Forse non è questo il termine della questione. Ciò che conta è l'incontro con il Signore, e la nostra capacità di riconoscerlo e accoglierlo nella nostra vita. A volte ciò avviene "in fretta", come per Abramo; altre volte "agitandoci" come Marta, perché il nostro cuore sia ben disposto ad accoglierlo; in altri momenti, invece, nel modo migliore possibile, facendo silenzio, come Maria, "seduti ai piedi" del Maestro lasciando che sia lui a parlare e a condurre le danze. Sono molti i modi dell'ospitalità, e Cristo Buon Samaritano si compiace di ognuno di essi, perché vede che tutti hanno capito la lezione dell'uomo che si fa prossimo a chi è nel bisogno. Il pellegrino, nella tradizione biblica, è simbolo dell'uomo bisognoso di cure e di accoglienza il quale, se accolto con disinteresse e apertura di cuore, ricompensa chi gli apre la porta della sua tenda: "Venite, benedetti del Padre mio, e ricevete in eredità il premio che vi ho riservato...perché ero forestiero e mi avete ospitato".
    Ne sanno qualcosa Abramo e Sara, che di fronte ai tre pellegrini non si curano né del caldo afoso né della precarietà di un accampamento di nomadi, e in fretta offrono tutto ciò di cui un pellegrino ha bisogno: acqua, cibo e riposo. A loro, in cambio, ne viene parecchio: ciò per cui avevano sperato lungo tutta una vita, il compimento di una promessa fatta a più riprese e mai realizzata, la nascita di un figlio, che arriverà in un modo tanto più bello quanto più insperato, e che a Sara provocherà gioia e sorrisi proprio perché ormai la speranza era venuta meno e le vie umane intraprese si erano ormai interrotte. Chiedetelo a una mamma che riesce a generare il primo figlio in età avanzata...
    A Maria di Betania il Maestro accolto perché pellegrino regala il privilegio di essere considerata, lungo i secoli, l'immagine della discepola prediletta, che a ogni cosa della vita antepone l'ascolto della sua Parola.
    E a Marta? A lei, quel giorno, apparentemente, solo un affettuoso rimprovero (non si può certo dire che il tono usato da Gesù non tradisca un grande affetto nei suoi confronti e nei confronti delle sue molte premure): più tardi, però, poco prima della Resurrezione di suo fratello Lazzaro ma pure della sua stessa Pasqua, di fronte alla sua professione di fede nella resurrezione finale ("So che mio fratello risusciterà nell'ultimo giorno"), Gesù le farà dono di una Rivelazione di altissimo livello sulla sua persona, qualcosa che forse a nessun discepolo e a nessun teologo è mai stato rivelato circa il Figlio di Dio: "Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà". Questo è ciò che succede a chi accoglie il Maestro, il Buon Samaritano, che - questa volta da pellegrino - ha bisogno lui di cura e di attenzione: avrà vita, vita in abbondanza, vita da trasmettere, e sarà capace di generare vita anche da apparenze di fallimento e di morte.
    Dio passa nella nostra vita, sotto forme spesso a noi incomprensibili e in modi che a noi sono poco evidenti: riconoscerlo in quei momenti è senz'altro anche questione di fede, ma è soprattutto una questione di generosità. La generosità di Abramo, che non sta a chiedersi cosa vuole Dio da lui, perché sa che Dio è Grazia, e che sarà Dio stesso a fargli dono di ciò che egli più desidera; la generosità di Marta, che non solo non fa silenzio di fronte al Maestro, ma addirittura lo rimprovera di non accorgersi di lei, ansiosa, premurosa e spesso - come milioni di donne in ogni tempo e in ogni luogo - lasciata sola nel portare il peso di una casa e di una famiglia. È vero, neppure il Maestro tralascia di risponderle, e senza interposta persona: poi però si mostrerà a lei con tutta la potenza del Signore della Vita, più forte anche di un sepolcro chiuso e maleodorante, e di un sudario, e di avvolgenti bende di morte.
    Ma lei non molla: l'ultima mossa vuole averla lei, sei giorni prima della Pasqua, quando a Betania sua sorella Maria, mistica e contemplativa più che mai, ungerà per la sepoltura il corpo del Maestro, e lei, questa volta senza dire nulla - avrà forse imparato la lezione? - offrirà a lui, per l'ultima volta, una cena.
    Perché non sia mai che Dio "passi oltre senza fermarsi dalla sua serva".

  • 57° Anniversario di Ord Sacerdotale di Mons. Umberto Galeassi - 29 Giugno 2013

    http://www.youtube.com/watch?v=0logLwoAMG0&feature=youtu.be

  • 14 Luglio- XV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C - Luca 10, 25-37

     

    La questione posta dal dottore della Legge a Gesù rivela che ogni uomo è alla ricerca di una felicità duratura in grado di farlo realizzare qui sulla terra e nell'altra vita: "che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?" (Lc 10,25). Per noi cristiani l'unica felicità è Cristo, il Dio vicino, Colui che ha unito, con la Sua morte e risurrezione, il cielo e la terra. In Lui la comunità cristiana ritrova la gioia dell'incontro con l'eternità e la sicurezza di una pace infinita; il coraggio, infine, per affrontare con serenità e fiducia il difficile compito della pastorale. Ascoltiamo, quindi, gli insegnamenti del Maestro, solo così riusciremo, nella gioia e nella pace, ad essere comunità testimone della vita nuova data da Lui e comprenderemo, ancora di più, che l'essenza del cristianesimo è vivere l'amore con e per il fratello.
    Gesù narra che un uomo mentre "scendeva da Gerusalemme a Gerico cadde nelle mani dei briganti" (v. 30), lasciandolo mezzo morto. Per caso passarono due persone, ma nessuno prestò aiuto al poveretto (vv. 31-32). Invece un Samaritano si prese cura del percosso, "gli fasciò le ferite, lo portò in un albergo" (vv. 34-35).
    L'uomo che "ha avuto compassione di lui" (v.37) non può che essere il Figlio di Dio, che nel Suo disegno d'amore si fa carico dell'umanità ferita dal peccato. Egli non passa oltre, si accosta ad ognuno, e con parole e gesti ci rialza dalle cadute, ci conforta nel dolore, ci purifica dalle sozzure e ci protegge dai briganti.
    Ogni gesto di compassione del Signore, allora, ha l'obiettivo di aprire anche per noi l'occasione di vivere come Lui. Infatti, curati, salvati dal Suo sangue, noi cristiani dobbiamo prenderci cura, come l'albergatore della parabola, dei pellegrini che incontriamo nel nostro cammino, ascoltando le loro necessità e proclamando la parola che sana dalle ferite del male.
    A volte, però, risulta difficile imitare la misericordia del samaritano, vivere l'amore. È necessario, dunque, credere che in ogni fratello che grida aiuto, o in ogni vicino, sia presente Cristo; occorre, per questo, la nostra continua, instancabile implorazione al Maestro perché ci fortifichi nella fede. Se la comunità avrà fede avrà tutto; poiché anche se mancasse tutto non mancherebbe nulla. La fede è calore, riscalda i cuori freddi, sostiene la speranza nelle tenebre della vita. Con una fede viva, attuale, crescente riconosciamo il Signore presente nei sofferenti, lo sentiamo vicino nella preghiera e nelle attività quotidiane: indirizziamo tutto il nostro lavoro, la nostra esistenza verso di Lui.
    Imploriamo Cristo Gesù perché non ci allontaniamo mai dal Suo amore; desideriamoLo come l'affamato che cerca un pezzo di pane, come l'assetato che brama di incontrarsi con la sorgente d'acqua fresca. Egli è già vicino a noi: spetta a noi riconoscerLo e corrispondere all'amore.

     
  • 7 Luglio- XIV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo dell XIV Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C- Luca 10, 1-12. 17-20

    Mitezza, povertà, essere portatori di pace, sapersi accontentare, interessarsi dei bisogni degli altri, annunciare il Regno, non lasciarsi travolgere dal facile successo, sapere che ciò che conta è essere membri del Regno: queste sono le consegne esplicite del Maestro ai suoi discepoli, in quello che a ragione può essere considerato il "Decalogo" della missione. Chi ha avuto la grazia (perché di questo si tratta) di vivere l'esperienza della missione "ad gentes" sa quanto siano vere e fondamentali queste parole. Ma sa pure quanta responsabilità portano con sè. E di fronte a questo, il missionario non dorme sonni tranquilli, tutt'altro.
    Quando si parte per un'esperienza di missione, e quando soprattutto ci si trova sul posto a operare, si ha sempre un po' la sensazione di essere uomini e donne "in prima linea", di frontiera, che sono chiamati ad affrontare situazioni difficili che in altri luoghi e in altre situazioni non si affrontano, e allora sorge un po' di "orgoglio personale" che porta noi missionari a sentirci protagonisti indispensabili di ciò che stiamo facendo. Lo dico a me stesso, prima di tutto: ci sentiamo talmente protagonisti che arriviamo al punto - quando ci è chiesto di rientrare o di cambiare ambito della missione - di opporre molte resistenze, convinti del fatto che se veniamo via noi, crolla tutto. In parte può essere vero, e in vari casi l'abbiamo pure verificato, nel corso della storia. Ma non possiamo certo dire che questo sia dovuto alle inadempienze di chi è venuto dopo di noi, soprattutto quando fa parte del clero locale delle Chiese del Sud del mondo. Spesso si deve a questo nostro protagonismo, che in molti momenti ha lasciato poco spazio agli altri, impedendo così che la chiesa locale divenisse protagonista.
    Ma il Signore, nel Vangelo di oggi, non lascia spazio a dubbi. Di fronte ai discepoli che esultavano perché addirittura i demoni si sottomettevano a loro, afferma che la loro gioia non deve derivare da quello, quanto piuttosto dalla ferma convinzione che chi è protagonista del Regno è il Signore. È a lui che dobbiamo rendere conto, ed è solo preoccupandoci che i nostri nomi siano scritti nei cieli che compiamo la missione che egli ci ha affidato.
    Da questa convinzione scaturiscono tutte quelle "consegne" che il Signore dà ai suoi settantadue discepoli quando li invia. La mitezza ci ricorda che non siamo i padroni della situazione, e che non possiamo mai imporre a nessuno il messaggio del Vangelo. Il Vangelo secondo questo brano di Luca ha due soli temi: la Pace e la vicinanza del Regno di Dio a ogni uomo. Il Vangelo è Pace, non è imposizione, non è legge, non crea dipendenza o schiavitù. Il Vangelo è un messaggio di pace per uomini liberi, e che crea uomini liberi. E la libertà si gioca anche sull'indipendenza da ogni forma di schiavitù, anche quella subdola e accattivante delle ricchezze e dei beni materiali. Infatti, oltre a chiedere ai suoi discepoli di esser portatori di pace, il Maestro li invita a sapersi accontentare di quanto ogni uomo è capace loro di offrire. In sostanza, il Maestro chiede ai suoi discepoli di vivere la povertà nel senso più originario e profondo del termine: la capacità di comprendere che tutto è un dono, che tutto ci viene da Dio, che nulla ci appartiene, e per questo nulla possiamo pretendere di avere o di portarci via da questa terra.
    Allora, non servono "né borsa, né sacca, né sandali", perché non sono i beni che possediamo a darci sicurezza nell'annuncio del Vangelo. E questo, quando si fa missione, ma più in generale quando si è cristiani, è ciò su cui ci giochiamo la nostra credibilità e la veridicità della nostra testimonianza. Lo vediamo anche in questi giorni, in cui Papa Francesco sta chiedendo alla Chiesa e alle sue strutture un ritorno a una povertà che non sia "pauperismo", mancanza assoluta di tutto, rinuncia a ciò che si è costruito magari anche con fatica e sacrificio: solamente, chiede che Dio sia rimesso al centro di ogni cosa, e soprattutto al centro della vita del cristiano, il quale non può fare a meno dei beni materiali per sopravvivere, ma non ne può neppure fare il motivo della sua sussistenza. E soprattutto, la Chiesa non può entrare, a causa dell'uso dei beni materiali, nelle logiche di potere o ancora peggio di corruzione che diventano una controtestimonianza evangelica oltre che un segno di umana (se non addirittura disumana) disonestà.
    Ma ancora di più, il cristiano, il discepolo, l'annunciatore del Vangelo non può mai agire come padrone della missione e del compito che gli è stato affidato. Ritenere l'annuncio del Vangelo opera delle nostre capacità, e condizionare la buona riuscita dell'annuncio all'utilizzo delle risorse investite per questo, vuole dire non avere compreso la cosa più importante per il discepolo: che l'artefice della missione e dell'annuncio è Dio.
    L'abbiamo detto anche nelle domeniche precedenti, e Luca ce lo farà dire anche più avanti: è Dio che detta le regole del gioco, è il Maestro che indica la via, è il Signore che guida i passi del discepolo in una via fatta senza dubbio di croci, ma fatta anche della soddisfazione più grande e dell'unica gioia che il discepolo deve provare, ovvero rallegrarsi che il suo nome sia scritto nei cieli.

  • Professione Monastica Temporanea

    Carissimo Don Umberto,
    ricordando il bellissimo anno trascorso tra voi, sono felice di comunicare a Lei e alla comunità parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria, che il Padre Abate e la Comunità Monastica di San Paolo fuori le mura in Roma, hanno accolto favorevolmente la mia richiesta per la Professione Monastica Temporanea che avverrà mercoledì 10 luglio 2013 alle ore 17:30 presso la Basilica di San Paolo.

    Se le sarà possibile essere presente, ne sarei onorato e felice...non solo perchè ho ancora vivo l'affetto paterno con cui mi ha accolto nella sua parrocchia, ma anche per la simpatia e la stima reciproca dei suoi parrocchiani, in modo particolare i giovani.....


    Assicurando la mia costante preghiera le chiedo di accompagnarmi nelle sue preghiere.....La ringrazio di cuore.....
                                                                                                                                                                                                                                                                                                             fr. Gregorio (Marco) Pomari

  • XVII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XVII domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

     

    In questa domenica ci viene presentato il racconto della mol­tiplicazione dei pani secondo il Vangelo di Giovanni. Questo rac­conto è preparato, nella prima lettura, da un episodio analogo di moltiplicazione del cibo. La seconda lettura c’invita a comportarci in maniera degna della nostra vocazione: non basta per noi acco­gliere il cibo che il Signore ci dà in abbondanza, ma dobbiamo an­che vivere in maniera degna della nostra vocazione, grazie appunto a questo cibo.

    Giovanni ci racconta l’episodio della moltiplicazione dei pa­ni, un episodio molto noto, che ci viene presentato anche negli al­tri Vangeli. In esso no­tiamo innanzitutto l’iniziativa di Gesù. Assieme ai discepoli egli era partito per andare all’altra riva del lago di Galilea e trovare un po’ di tranquillità, ma lì è stato raggiunto da un gran numero di persone.

    Gesù subito si preoccupa di questa folla, e chiede a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Filippo risponde che una grande quantità di denaro non basterebbe per dar da mangiare a tutte quelle persone. Un al­tro discepolo, Andrea, osserva che c’è un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci, tuttavia con realismo aggiunge: «Ma che cos’è questo per tanta gente?».

    Gesù prende l’iniziativa. Fa sedere la gente. Poi prende i pa­ni, rende grazie a Dio per essi e li distribuisce. E lo stesso fa con i due pesci. La distribuzione è continua, senza che il cibo venga mai meno. Tutta la folla viene saziata. Alla fine Gesù raccoman­da di raccogliere i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto.

    L’abbondanza dei pezzi avanzati fa capire l’importanza di questo miracolo. Con i pezzi dei cinque pani di orzo avanzati a co­loro che ne avevano mangiato si riempiono dodici canestri. È unfatto veramente straordinario! La gente rimane impressionata da questo miracolo e comincia a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».

    Gli ebrei attendevano per gli ultimi tempi non un profeta qual­siasi, ma «il» profeta, che era stato promesso da Dio. Nel libro del Deuteronomio Dio aveva promesso di dare al suo popolo un pro­feta simile a Mosè (cf. Dt 18,15.18), ma alla fine di questo libro l’autore osservava: «Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè» (Dt 34,10).

    Perciò gli ebrei aspettavano il profeta degli ultimi tempi, che doveva venire nel mondo per preparare il popolo al compimento del progetto di Dio, che è un progetto di pace, di gioia e di feli­cità. Ora la gente riconosce in Gesù tale profeta. In effetti, negli Atti degli Apostoli Pietro, in uno dei suoi discorsi, applica a Gesù questo testo del Deuteronomio, dicendo che è lui il profeta an­nunciato, e che perciò dobbiamo ascoltare con docilità le sue pa­role (cf. At 3,22-23).

    La reazione di Gesù è sorprendente. All’inizio egli si era mo­strato tanto accogliente, si era preoccupato di aiutare questa gran­de folla; alla fine invece rompe il suo legame con essa, fugge, si ritira solo sulla montagna. Perché? Perché sa che stanno per ve­nire a prenderlo per farlo re, e non intende acconsentire a questo progetto. Egli non è venuto nel mondo per diventare un re terre­no. Così ora ha il coraggio di deludere la folla, dopo averla sod­disfatta in modo così generoso.

    Questo atteggiamento di Gesù è un insegnamento per noi. Il Signore a volte soddisfa i nostri desideri, concedendoci grazie me­ravigliose; altre volte, invece, si rifiuta di concedercele, ci delu­de. Ma anche questo suo rifiuto è ispirato all’amore. Anch’esso è una grazia, una grazia negativa, se così si può dire. Il Signore infatti agisce così per distaccarci dai nostri progetti troppo uma­ni, troppo interessati. Ed è importante per noi essere distaccati da questi progetti. Quando essi sono troppo egoistici, ostacolano il nostro progresso spirituale, che dev’essere sempre un progresso nell’amore e, quindi, nel distacco, nella gratuità.

    Così il Signore dimostra il suo amore per noi in questi due mo­di: dandoci l’abbondanza della sua grazia e richiedendoci delle ri­nunce.

    Con l’episodio della moltiplicazione dei pani Gesù ci dimostra la sua generosità, ma ci fa capire anche che dobbiamo impegnar­ci ad amare - sebbene questo ci costi -, per corrispondere piena­mente al suo dono. Infatti, egli non soltanto ha moltiplicato i pa­ni, ma nell’Eucaristia moltiplica ogni giorno se stesso per noi, per diventare il nostro cibo interiore, spirituale, che ci mette in co­munione con Dio e ci unisce a tutti i nostri fratelli.

     

     

  • XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

     

    Oggi la liturgia ci propone una visione della vita pastorale di Gesù e degli apostoli molto significativa per la vita pastorale di tutti i ministri del Signore. Nel Vangelo Gesù si mostra pieno di compassione, perché vede che la gente è come pecore senza pa­store.

    Il Vangelo riferisce che gli apostoli, dopo la loro prima missione, ritornano da Gesù e gli raccontano quello che hanno fatto e inse­gnato, secondo le istruzioni ricevute da lui. Essi non soltanto hanno insegnato, ma hanno anche operato, in particolare con la lo­ro dedizione generosa verso i malati. Gesù allora si preoccupa di farli riposare; dice loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’». Anche il ri­poso costituisce un aspetto della vita pastorale. Non è possibile con­tinuare un’attività intensa per molto tempo senza fare una sosta; occorre rispettare le esigenze dell’organismo umano, che richie­de un’alternanza di lavoro e riposo.

    Ma in questa circostanza l’intenzione di Gesù non si può rea­lizzare, perché la folla lo vede partire con i discepoli e comincia ad accorrere là dove lui e i discepoli sono diretti, precedendoli. Gesù era partito sulla barca verso un luogo solitario, ma, quando vi ar­riva, il luogo non è più solitario: c’è una grande folla che lo attende.

    Questa situazione si verifica spesso anche per noi. Non riu­sciamo a portare a compimento i nostri progetti, perché intervie­ne una necessità urgente, che dobbiamo affrontare con piena di­sponibilità.

    Sbarcando, Gesù vede molta folla e si commuove per essa. Egli ha un cuore pieno di compassione, perché si rende conto che queste persone sono come pecore senza pastore. Questa compassione lo spinge innanzitutto a insegnare. Le persone hanno bisogno della verità, che guidi la loro vita. Non pos­sono vivere senza luce, e la luce per loro è la verità. Chi non co­nosce le verità essenziali, non può trovare il giusto cammino nel­la vita, ma si smarrisce, va a finire in vicoli ciechi; la vita allora diventa per lui una continua disperazione. Invece, chi è guidato da un insegnamento religioso molto profondo, può procedere con scioltezza nella vita, superare, non soltanto senza danno ma con profitto, le prove e avere così un’esistenza veramente riuscita.

    E significativo il fatto che la compassione spinga Gesù in­nanzitutto a insegnare, a spiegare alle persone come ci si deve com­portare nelle relazioni con Dio, con il prossimo e con le cose, co­me si può progredire nell’amore: lo scopo della missione pastorale è quel­lo di riunire tutti gli uomini nell’amore di Cristo e di portare tut­ti alla comunione intima con Dio.

     

     

  • Estate 2012... restate con noi

    In questo periodo estivo, mentre le nostre famiglie raggiungono i posti di vacanza al mare o in montagna per un meritato periodo di riposo, la redazione web ha deciso di indicare ai propri lettori testi, documenti, libri, da poter leggere e meditare, anche in vista della ripresa delle attività pastorali a partire dal mese di settembre.

    Per prepararci al nuovo anno pastorale, ci è gradito segnalare il testo scritto dal nostro Vescovo Marcello, dal titolo "Qui è la fonte della vita". La Pastorale Battesimale nella Chiesa di Albano ( ed. Miter Thev)

    Frutto della  riflessione e del lavoro che ha visto impegnate tutte le realtà ecclesiali della Diocesi, dal Convegno Diocesano del 2011 ad oggi, il documento espone i fondamenti biblico, teologico e liturgico riguardo il Sacramento del Battesimo, presentandone, inoltre, la disciplina liturgica e canonica della Chiesa Cattolica, e consegna le indicazioni delle scelte operative per una pastorale battesimale nella Chiesa di Albano.

  • La Porta della Fede

    Durante questo periodo estivo, mentre le attività consuete della Parrocchia prendono un periodo di pausa, in attesa del nuovo anno pastorale, la redazione web ogni settimana consiglierà ai propri lettori testi, documenti, libri, da poter leggere e meditare, anche sotto l'ombrellone!

    Questa settimana, si mette in evidenza la Lettera Apostolica di Papa Benedetto XVI "LA PORTA DELLA FEDE" per prepararci all' Anno della Fede indetto dallo stesso Pontefice, che inizierà l'11 ottobre 2012 e terminerà il 24 novembre 2013, un anno in cui siamo invitati a riscoprire la bellezza e la forza della fede.

    Per poter acquistare ci si può recare in qualsiasi libreria.

  • XV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XV domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

     

    Il brano evangelico di questa settimana ci presenta l’invio da parte di Gesù dei dodici apostoli, è la loro prima missione. L’episodio del Vangelo è straordinario, infatti nell’Antico Testamento non troviamo mai che un profeta invii i suoi discepoli in missione, l’iniziativa di Gesù non ha precedenti! È qualcosa di grandioso e mette in luce che il Signore vuole collaboratori che siano corresponsabili della sua missione, vuole farci partecipi della sua stessa missione. L’amore di Gesù è talmente grande che non disdegna l’aiuto dei suoi apostoli, l’aiuto di ognuno di noi. È proprio il fatto di essere mandati che caratterizza gli apostoli come tali, ma nessuno è mandato da solo, i discepoli sono mandati due a due.

    Il mandato di Gesù è accompagnato da alcune istruzioni: il non essere attaccati al denaro, alla comodità, non devono essere attaccati a nulla, dice di non prendere “nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa”.

    Questo distacco è fondamentale per essere autentici annunciatori dell’amore di Dio, infatti se il nostro cuore è ancorato ad cose materiali non è capace di morire a se stesso per il bene del Regno di Dio e per amore del prossimo.

    La seconda raccomandazione che il Maestro dà ai suoi discepoli è sull’atteggiamento da vivere quando non saranno accolti e molto di più quando saranno perseguitati. L’apostolo deve avere un cuore libero capace di parlare nel nome di Cristo, predicando il regno di Dio, ma non schiavo e preoccupato di avere successo ma solamente colmo di gioia per la grazia di poter annunciare la parola di Dio. Se non ricevono accoglienza devono essere capaci di distaccarsi da quella situazione: “se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”.

    L’ultima raccomandazione che il Signore dà ai suoi discepoli non è solo quella di annunciare la parola e richiamare alla conversione, ma sono chiamati ad essere testimoni dell’amore misericordioso di Dio che ha cura dei malati, dei piccoli e dei poveri.

    La missione è sempre caratterizzata da questi aspetti la predicazione e la carità per i fratelli. La parola di Dio annunciata da vita e l’amore di Dio vissuto e accolto guarisce il cuore.

    Il nostro cuore deve cantare di gioia per il dono della fede che ci è stata donata, per le persone che nella nostra vita ci hanno testimoniato, annunciato e fatto gustare l’amore di Dio, inoltre siamo chiamati a vivere il nostro essere inviati da Cristo, questo mandato viene dato ad ogni cristiano attraverso il dono del battesimo. Viviamo allora nella gioia della riconoscenza, della lode e nel desiderio di annunciare questa gioia di essere discepoli di Cristo nella testimonianza della carità e nella proclamazione della Parola con la vita stessa.

  • Beata Maria Vergine del Monte Carmelo

    Lunedì 16 Luglio, in occasione della Memoria della Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, la S. Messa delle ore 18, 30 non sarà celebrata,  per facilitare la partecipazione alla S. Messa presso la Parrocchia di S. Maria della Stella ( P. Carmelitani) alle ore 18.00.

  • XIV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XIV domenica del Tempo Ordinario

    Anno B

     

    La liturgia di oggi ci chiede di riflettere sul tema della fede, invitandoci a viverla in profondità e in semplicità e a rispondere alla domanda “chi è Gesù per me?”.

    Gesù dopo aver iniziato a predicare il Regno di Dio a Cafarnao, dopo aver chiamato i suoi discepoli ad una sequela più radicale e profonda, dopo aver compiuto miracoli e guarigioni, torna a Nazaret, la sua città natale e di sabato predica nella sinagoga. La reazione dei suoi concittadini è di grande stupore e meraviglia “molti ascoltando rimanevano stupiti e dicevano: ‘da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?’”.

    La meraviglia dei nazaretani mette in evidenza due caratteristiche del ministero di Gesù: la sapienza che accompagna la sua predicazione, la capacità di compiere guarigioni e miracoli vengono da Dio.

    La meraviglia di questa gente è grande, conoscono Gesù da sempre, conoscono la sua famiglia i suoi parenti ed amici, lo hanno visto crescere… questa conoscenza apparentemente particolareggiata della sua vita però è superficiale, i nazaretani non conoscono il cuore di Gesù, non conoscono la sua identità e la sua missione, per questo la meraviglia del primo momento si trasforma in scandalo.

    Questi uomini non sono aperti alla meraviglia di Dio, ma cercano di rinchiudere Gesù all’interno dei loro schemi preconfezionati… è più facile riconoscere il Gesù come il figlio del carpentiere che, dopo aver ascoltato la sua parola e visto i segni del suo amore, riconoscerlo come il Cristo Figlio di Dio.

    Questa tentazione di non voler riconoscere la vera identità di Gesù è presente anche oggi in noi, spesso ci fermiamo a vivere dei pregiudizi più che a ricercare la verità. È più facile fermarsi ad una conoscenza superficiale di Cristo, che non interroga e mette in gioco la nostra vita, rimanere ancorati ad una fede da bambini invece di scegliere di vivere la sequela da adulti impegnati nella Chiesa.

    Gesù di fronte a questa situazione commenta con tristezza: “un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Un profeta è disprezzato dalle persone che pretendono di conoscerlo bene e non accettano che abbia un’ispirazione soprannaturale, una missione divina.

    Questa mancanza di fede è un ostacolo alla grazia di Dio, infatti per manifestarsi a noi la grazia di Dio ha bisogno della nostra accoglienza, infatti se viene respinta la grazia rispetta la nostra libertà e non può operare come vorrebbe: Gesù “non potè operare nessun prodigio” nella sinagoga di Nazaret, si limitò ad imporre le mani a pochi ammalati e a guarirli, in fine il testo ci dice che Gesù stesso si meravigliò dell’incredulità della sua gente. Questa incredulità dei nazaretani è dovuta non ad una mancanza di segni e di parole dalla parte di Gesù e di Dio, ma dalla durezza del loro cuore, che volontariamente decide di non credere.

    Chiediamo oggi al Signore la capacità di credere alla sua parola, di ascoltarla e viverla ogni giorno e di avere occhi limpidi per vedere le sue meraviglie. Infine il dono di un cuore semplice e docile capace di credere.

     

  • 6 Luglio - S. Maria Goretti

    Venerdì 6 luglio, ricorre la Festa di S. Maria Goretti, vergine e martire.

    Maria Teresa Goretti (Corinaldo, 16 ottobre 1890Nettuno, 6 luglio 1902) è venerata come santa e martire dalla Chiesa cattolica. Vittima di omicidio a seguito di un tentativo di stupro da parte di un vicino di casa, fu canonizzata nel 1950 da papa Pio XII con il nome di santa Maria Goretti. E' compatrona della nostra diocesi

    In Parrocchia, alle ore 17,30 adorazione al SS. mo Sacramento e a seguire la S. messa con omelia.

    PREGHIERA A S. MARIA GORETTI

    O bianco giglio dei campi, Maria Goretti, 
    che per difendere il tuo candore subisti 
    coraggiosamente il martirio, possa il tuo
    esempio - con l'aiuto di Dio - esserci di
    sprone nell'osservanza, anche eroica dei
    divini comandamenti.
    Stendi la tua protezione sulle fanciulle 
    tutte, ma in modo speciale su quelle 
    che si trovano in maggior pericolo.
    Irradia in tutti i cuori quell'amore alla 
    bella virtù che ti fece preferire la morte
    al peccato, e schiudili alla pietà che ti 
    ispirò al generoso perdono.
    Aiutaci ad essere vittoriosi nelle prove 
    della vita, affinché fedeli ai doveri cristiani
    sulla terra, possiamo meritare l'eterno
    premio nel Cielo. Così sia.

     

     

  • Papa Benedetto a Castel Gandolfo

    Benedetto XVI è arrivato nel pomeriggio di martedì 3 luglio alla residenza estiva di Castel Gandolfo per ripartire alla fine dell'estate. Ad accoglierlo a nome di tutta la Diocesi di Albano il nostro vescovo Marcello Semeraro, il quale ha assicurato le nostre preghiere per un profiquo tempo di riposo e di studio in questo luogo tanto caro al nostro papa.
    Ogni domenica, alle ore 12,00, appuntamento nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo per la recita dell' Angelus.
     
    In allegato la lettera del vescovo che esprime la gioia per la permanenza del Santo Padre a Castel Gandolfo.

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