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II Domenica di Quaresima

Commento al Vangelo della II Domenica di Quaresima

Lc 9,28b-36

Anno C

 La trasfigurazione è una tappa nel cammino della quaresima, e dunque è un passaggio obbligato nella vita del cristiano, come del re­sto lo è stato nella vita di Gesù e nell’esperienza di quelli che erano con lui. I Vangeli collocano il fatto dentro tutta una serie di parole che annunciano la passione di Gesù, ed è in questa luce che il brano va compreso. Luca, poi, fa dell’episodio una lettura personalissima, suggerendo per allusioni un’esperienza intensa e straordinaria di Gesù in cui i discepoli sono invitati a entrare.

La premessa e la cornice di tutto è una sola: la  preghiera. Questo è il motivo per cui Gesù con alcuni discepoli sale sulla montagna, ed è mentre prega che il suo volto cambia aspetto e la sua veste sfol­gora. Cioè: Gesù irradia all’esterno quella totale comunione col Pa­dre che è la sua preghiera, e questo attraverso il volto, che è la parte più espressiva e originale della persona, e la veste, che nella menta­lità biblica segnala la natura della persona che la porta.

I due uomini (e due erano in Israele le persone necessarie perché una testimonianza fosse valida), appaiono altrove in Luca: ad annun­ciare la risurrezione (Lc 24,4) e a spiegare l’ascensione (Atti 1,10). In ambedue i casi portano vesti sfolgoranti. Sul monte della trasfigura­zione sono Mosè ed Elia, nella loro gloria, e parlano con Gesù della sua «partenza», letteralmente del suo esodo, che troverà il suo «com­pimento» a Gerusalemme: parlano cioè della sua uscita dal mondo at­traverso la morte, ma per arrivare alla gloria, come loro.

Così la vita di Gesù appare una via che troverà a Gerusalemme il suo traguardo, il suo «momento di pienezza», e sarà nella morte e ri­surrezione: una via crucis, certo, che però si rivelerà una via regia sanctae crucis, perché l’ultima stazione del percorso è Cristo che siede nella gloria alla destra del Padre. Sono dunque questi i discorsi che Gesù fa nella sua preghiera: si confronta con il progetto del Pa­dre, cerca il senso della sua vita, e nella verifica gli stanno accanto due che sono già nel cielo, ma che hanno pure loro camminato in questa terra fedeli ai suggerimenti della parola di Dio. Uno sguardo su tutta la storia per ritrovare la direzione del proprio cammino e puntare decisi alla sua realizzazione, con il sostegno e il conforto dei testimoni fedeli: questa è la preghiera. Che porta dunque anche a scelte coraggiose e difficili, come quando poco dopo Gesù «rende duro il suo volto» (Lc 9,51), oggi noi diremmo: «stringe i denti», per andare a compiere il suo destino a Gerusalemme.

I discepoli sono attratti in questa esperienza di Gesù, ma si tro­vano davanti a lui in una strana situazione: «oppressi dal sonno, tut­tavia restarono svegli». È inevitabile il riferimento al giardino dell’agonia, dove i discepoli, chiamati a essere testimoni di una preghiera che riga di sangue il volto di Gesù, «dormivano per la tristezza» (Lc 22,45). Il dormiveglia è lo stato in cui sovente noi veniamo a trovarci di fronte a Gesù, e questo ci rende difficile seguire il Signore. Pietro vuole addirittura fermarsi, e parla di tre tende. È relativamente fa­cile fare delle tende per ingabbiarvi Gesù: dal pietismo sballato di chi vede Dio con facilità dovunque, e spesso a sproposito, a chi, con un po’ più di giustificazione, proietta l’immagine di Dio sull’idea di una «società più giusta» rischiando a ogni passo di esaurire in un pro­getto politico o più genericamente sociale la presenza del Signore. Ma non è il caso di fare delle tende: qui arriva addirittura una nube. Strano paradosso: la nube li copre, ma i discepoli devono entrarci; e si spaventano, come avviene regolarmente quando il mondo di Dio ci raggiunge. Così Luca vuole dirci, con delicato equilibrio, che Dio viene a contatto con noi con la sua iniziativa, ma tocca a noi rispon­dere e reagire: è una proposta che ci viene offerta, non un cappio che ci viene imposto.

La nube che vela è anche la nube che rivela: ed ecco la voce (come al momento del battesimo, e anche là era un’esperienza di preghiera!) che dichiara Gesù eletto. Questa è la parola delle profe­zie, quella che i capi gettano in faccia a Gesù schernendolo al mo­mento della crocifissione: «Salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto» (Lc 23,35): dunque è parola che unisce la missione di Gesù alla croce, ma insieme la unisce all’esodo, quando Dio scelse Israele come suo popolo eletto perché rivelasse al mondo il suo progetto di liberazione e di salvezza. Gesù entra nel piano di Dio, e ci segnala che la strada di questo progetto passa attraverso la croce, ma ci dice insieme che la croce realizza il progetto, appunto, e che dunque è il vero cammino per raggiungere la gloria, la salvezza nostra e degli al­tri. Forse è anche per questo che i discepoli hanno paura.

«Essi tacquero»: la reazione davanti a questo squarcio sul mi­stero di Gesù è il silenzio. Un silenzio che è timore, rispetto, senso di impotenza, paura di non aver capito o paura che viene dall’aver capito fin troppo bene, Pietro non tenta più di accaparrarsi la gloria di Gesù, perché forse ha compreso che il successo secondo Gesù lo si acquista entrando nella via della croce. Allora, in quei giorni, tace, come tacciono gli altri. Verrà il tempo in cui parleranno.

Ci sono tante cose da capire meditando questo mistero: dipende da qui il senso di fondo da dare alla nostra vita, un senso da ritrovare costantemente nella preghiera, come Gesù, e da ritrovare insieme, nella Chiesa, come i tre discepoli. E basterebbe anche solo capire che la via della trasfigurazione nostra, e quindi del mondo, passa at­traverso tanti piccoli superamenti quotidiani che sono la nostra via crucis, che è la via di Gesù.

 

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