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Solennità dell' Ascensione del Signore

SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DEL SIGNORE

(Lc 24, 46-53) 

La Chiesa in questa VII domenica di Pasqua celebra l’Ascensione di Gesù al cielo. Questa solennità, collocandosi tra la Pasqua e la Pentecoste, conclude il tempo pasquale, du­rante il quale abbiamo contemplato le diverse apparizioni di Gesù agli apostoli, e ci prepara alla discesa dello Spirito Santo che contempleremo domenica prossima, festa della Pentecoste.

Per cogliere tutta la ricchezza di luce e di grazia che essa contiene dobbiamo rifarci alle letture che abbiamo appena ascoltato, in modo particolare alla prima lettura presa dagli Atti degli Apostoli e che ne costituisce l’inizio. In essa l’evan­gelista Luca ci descrive con maggiore ricchezza di particolari gli ultimi giorni che Gesù Risorto ha passato con i suoi apo­stoli. Ci dice che, mentre stavano insieme, gli apostoli hanno rivolto a Lui una domanda relativa alla restaurazione del Re­gno di Israele. Poi ci descrive il modo con cui Gesù si è con­gedato dai suoi apostoli e la sua ascensione al cielo. Ed infine abbiamo l’apparizione di due personaggi in vesti bianche - ve­rosimilmente due angeli - i quali spiegano agli apostoli il si­gnificato di quanto stava accadendo. Con questa partenza di Gesù sarebbe cominciato il tempo della Chiesa, durante il quale Gesù si sarebbe sottratto alla visione sensibile dei suoi discepoli, mettendo alla prova la loro fede, ma poi alla fine della storia Egli sarebbe ritornato ancora visibilmente nel suo trionfo finale.

Tralasciando gli ultimi due particolari, vogliamo soffermar­ci sulla prima parte del racconto: il dialogo di Gesù con gli apostoli. Essi gli chiedono: «Signore, è questo il tempo in cui rico­stituirai il regno di Israele?». È una domanda dalla quale tra­spare un grande desiderio di vedere il pieno trionfo del Regno di Dio e nello stesso tempo una fiduciosa attesa che Gesù ne affretti il compimento. Ma abbiamo anche visto la risposta di Gesù: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estre­mi confini della terra». In altre parole Gesù sembra rimprove­rare amorevolmente e correggere i suoi apostoli. Sembra voler dire: «Voi avete troppa fretta: lasciate da parte i vostri desideri e sogni di gloria e preparatevi piuttosto ad essere miei testimo­ni su tutta la terra».

Orbene anche noi possiamo ritrovarci nella domanda degli apostoli. Anche noi tante volte ci sfoghiamo col Signore con la loro stessa mentalità. Anche noi gli chiediamo: quand’è che verrà la vera pace, quand’è che vedremo la realizzazione della vera giustizia, quand’è che il peccato e la corruzione saranno debellati e vedremo finalmente il trionfo del bene sul male? E siamo portati ad esprimerci così soprattutto nei momenti in cui sembra proprio che il male ed il peccato trionfino con tutta la loro tracotanza.

Ora, attraverso la risposta data agli apostoli Gesù rivolge anche a noi l’ammonimento a non lasciarci prendere dalla fret­ta per il bene e nemmeno dalla paura del male, preoccupando­ci invece di compiere bene la nostra parte. Anche a noi Gesù dà l’assicurazione che Egli porterà senz’altro a compimento l’opera di redenzione voluta dal Padre celeste. Ma vuole portar­la a compimento attraverso di noi, attraverso la missione che Egli ci ha affidata, quella cioè di essere suoi testimoni. Il trion­fo del Regno di Dio e l’instaurazione di quella vera pace che tanto desideriamo si realizzeranno nella misura in cui sapremo essere suoi testimoni nel mondo in cui ci troviamo. Ed allora è molto chiaro il pensiero che si può ricavare dalla festa di oggi; è quello di sentirci più responsabili del gran­de dono della fede che abbiamo ricevuto. Attraverso questa risposta agli apostoli Gesù vuole responsabilizzare tutti noi a vivere talmente bene il suo messaggio di salvezza da poter meri­tare di essere considerati veri suoi testimoni. Egli non dice agli apostoli semplicemente «andate ed annunciate il vangelo», ma «andate e siate miei testimoni».

Ora, l’essere testimoni del vangelo vuol dire molto di più che esserne dei semplici annunciatori. Essere testimoni vuol dire innanzitutto vivere il vangelo, annunciare il vangelo con la vita prima ancora che con le parole. Vuol dire: far vedere che il vangelo è vero, che il vangelo è bello, che è la sorgente della vera pace, della vera gioia, dell’autentica libertà - cioè la salvez­za del mondo - ma farlo vedere con la nostra vita più che con le parole.

Gesù vuole rassicurarci che la sua parola vissuta trasforma veramente il mondo, è capace di cambiare la società, di creare una società nuova, un mondo nuovo.

Gesù dunque dà la risposta a questa nostra domanda pre­cisamente attraverso la sua parola di oggi: siate miei testimoni, siate la mia parola vissuta. Il mondo di oggi aspetta cristiani coerenti, cristiani che vivano il vangelo, capaci di testimoniarlo senza riduzioni e compromessi.

 

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