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13 Ottobre - XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

LC  17, 11-19 -  Anno C

 

I pregiudizi razziali e culturali, così vergognosamente frequenti anche nella nostra civiltà sedicente evoluta, sono vecchi come il mondo. Gli antichi ebrei, convinti che Dio fosse unicamente il "loro" Dio, guardavano con indifferenza, quando non con sottile disprezzo, gli appartenenti ad altri popoli; se trascurati da Dio - questo il loro sotteso ragionamento - dovevano essere rozzi e malvagi. Eppure la Bibbia smentisce spesso simili convinzioni: ad esempio nei due casi presentati dalle letture di oggi.
La prima (2Re 5,14-17) porta all'VIII secolo avanti Cristo. Il profeta Eliseo guarisce "a distanza" il comandante dell'esercito siriano, colpito dalla lebbra: è uno straniero, non sapeva nulla del Dio d'Israele, ma quando il prodigio glielo fa scoprire, allora manifesta pubblicamente la sua riconoscenza. Gesù (Luca 17,11-19) risana "a distanza" non uno ma dieci lebbrosi; però soltanto "uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano". Non è l'unico passo del vangelo in cui i samaritani, detestati dagli ebrei in quanto stranieri ed eretici, emergono migliori di loro: basti ricordare la parabola detta appunto del "buon" samaritano, perenne ammonimento sul fatto che non è la razza a determinare la qualità degli uomini.
I due episodi presentano molte somiglianze: in entrambi i beneficiati sono lebbrosi, sono stranieri, sono guariti a distanza; ma soprattutto, sono riconoscenti. Il fatto mette in evidenza l'ingratitudine degli altri nove guariti da Gesù. "Quando incontriamo qualcuno che ci deve riconoscenza ce ne ricordiamo subito. Quante volte invece incontriamo qualcuno verso il quale abbiamo un debito di gratitudine e non ci pensiamo", ha scritto Goethe: e tutti sappiamo quanto sia vero. Non badiamo invece al fatto che lo è tanto di più riguardo a Colui al quale più di chiunque altro dobbiamo gratitudine, perché da lui abbiamo ricevuto tutto: la vita, con ogni buona cosa che la vita ci ha portato e ci porta, come l'intelligenza e l'istruzione, la possibilità di mangiare tutti i giorni, di avere una casa e un vestito e di curarci se ci ammaliamo, la capacità di amare ed essere amati, un mondo da ammirare per l'infinità di cose belle che racchiude. Soprattutto, da Dio abbiamo ricevuto incomparabili doni spirituali, riassumibili nella sua amicizia e nella possibilità di raggiungerlo, un giorno.
Spesso ci si dimentica di tutto ciò; tutto ci pare dovuto, o insignificante perché ovvio, scontato. Ecco perché nella preghiera spesso ci limitiamo a chiedere, chiedere ancora, chiedere dell'altro. Sarà allora il caso di ricordare che, tra i tanti doni, Dio ci ha messo nelle mani anche il modo di ringraziarlo come si conviene. "Ricordati di santificare le feste", recita uno dei comandamenti; già prima di Gesù, la festa comportava di non lavorare, per avere il tempo e le disposizioni d'animo adatte ad elevare la mente a Dio con sentimenti di riconoscenza. Con Gesù, la festa ha mantenuto lo stesso significato, ma enormemente arricchito: la riconoscenza trova la sua espressione più alta nella Messa, il cui nome proprio, non a caso, è Eucaristia, cioè "ringraziamento". Nella Messa, con-celebrata insieme dal sacerdote e dai fedeli, l'uno e gli altri riconoscono di avere ricevuto tutto da Dio, e come si fa tra gli uomini contraccambiano in quanto possono: di nostro avremmo ben poco da offrirgli; ma ci è dato da offrirgli il dono più grande, il suo stesso Figlio per noi morto e risorto. Quale meraviglia, quale generosità! Dio ci colma di doni, compreso quello da offrire a lui; da parte nostra occorre soltanto la volontà di farlo. E se lo facciamo, se anche noi ci riconosciamo graziati, si realizza anche per noi quanto Gesù ha detto all'unico dei dieci lebbrosi tornato a ringraziarlo: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato".

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