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  • BENEDIZIONE PASQUALE DELLE CASE E VISITA DEL PARROCO A TUTTE LE FAMIGLIE

      

    Si comunica che a partire da

    LUNEDI' 19 MARZO le BENEDIZIONI PASQUALI

    SARANNO MOMENTANEAMENTE SOSPESE

    e rimandate a data da destinarsi

  • Diaconato di Pietro Larin - 18 Marzo 2018

  • 11 Febbraio 2018: VI Domenica del Tempo Ordinario

    VI Domenica - Tempo ordinario

    Letture: Levitico 13,1-2.45-46; Salmo 31; 1 Corinzi 10,31-11,1; Marco 1,40-45

    Anno B

     

    In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

     

    Un lebbroso cammina diritto verso di lui. Gesù non si scansa, non mostra paura. Si ferma addosso al dolore e ascolta.
    Il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46). Dalla bocca velata, dal volto nascosto del rifiutato esce un'espressione bellissima: «Se vuoi, puoi guarirmi». Con tutta la discrezione di cui è capace: «Se vuoi». E intuisco Gesù toccato da questa domanda grande e sommessa, che gli stringe il cuore e lo obbliga a rivelarsi: «Se vuoi». A nome di tutti i figli dolenti della terra il lebbroso lo interroga: che cosa vuole veramente Dio da questa carne piagata, che se ne fa di queste lacrime? Vuole sacrifici o figli guariti?
    Davanti al contagioso, all'impuro, un cadavere che cammina, che non si deve toccare, uno scarto buttato fuori, Gesù prova «compassione». Il Vangelo usa un termine di una carica infinita, che indica un crampo nel ventre, un morso nelle viscere, una ribellione fisica: no, non voglio; basta dolore!
    Gesù prova compassione, allunga la mano e tocca. Nel Vangelo ogni volta che Gesù si commuove, tocca. Tocca l'intoccabile, toccando ama, amando lo guarisce. Dio non guarisce con un decreto, ma con una carezza.
    La risposta di Gesù al «se vuoi» del lebbroso, è diretta e semplice, una parola ultima e immensa sul cuore di Dio: «Lo voglio: guarisci!». Me lo ripeto, con emozione, fiducia, forza: eternamente Dio altro non vuole che figli guariti. È la bella notizia, un Dio che fa grazia, che risana la vita, senza mettere clausole. Che adesso lotta con me contro ogni mio male, rinnovando goccia a goccia la vita, stella a stella la notte.
    E lo mandò via, con tono severo, ordinandogli di non dire niente. Perché Gesù non compie miracoli per qualche altro fine, per fare adepti o per avere successo, neppure per convertire qualcuno. Lui guarisce il lebbroso perché torni integro, perché sia restituito alla sua piena umanità e alla gioia degli abbracci. È la stessa cosa che accade per ogni gesto d'amore: amare «per», farlo per un qualsiasi scopo non è vero amore.
    Quanti uomini e donne, pieni di Vangelo, hanno fatto come Gesù e sono andati dai lebbrosi del nostro tempo: rifugiati, senza fissa dimora, tossici, prostitute. Li hanno toccati, un gesto di affetto, un sorriso, e molti di questi, e sono migliaia e migliaia, sono letteralmente guariti dal loro male, e sono diventati a loro volta guaritori.
    Prendere il Vangelo sul serio ha dentro una potenza che cambia il mondo.
    E tutti quelli che l'hanno preso sul serio e hanno toccato i lebbrosi del loro tempo, tutti testimoniano che fare questo porta con sé una grande felicità. Perché ti mette dalla parte giusta della vita.

  • 4 Febbraio 2018: V Domenica del Tempo Ordinario

    V Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Giobbe 7,1-4.6-7; Salmo 146; 1 Corinzi 9,16-19.22-23; Marco 1,29-39

    Anno B

     

    In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». [...]

     

    Gesù esce dalla sinagoga e va nella casa di Simone: inizia la Chiesa. Inizia attorno ad una persona fragile, malata: la suocera di Simone era a letto con la febbre.
    Gesù la prende per mano, la solleva, la libera e lei, non più imbrigliata dentro i suoi problemi, può occuparsi della felicità degli altri, che è la vera guarigione per tutti.
    Ed ella li serviva: Marco usa lo stesso verbo impiegato nel racconto degli angeli che servivano Gesù nel deserto, dopo le tentazioni. La donna che era considerata una nullità, è assimilata agli angeli, le creature più vicine a Dio.
    Questo racconto di un miracolo dimesso, così poco vistoso, senza neppure una parola da parte di Gesù, ci può aiutare a smetterla con l'ansia e i conflitti contro le nostre febbri e problemi. Ci può ispirare a pensare e a credere che ogni limite umano è lo spazio di Dio, il luogo dove atterra la sua potenza.
    Poi, dopo il tramonto del sole, finito il sabato con i suoi 1521 divieti (proibito anche visitare gli ammalati) tutto il dolore di Cafarnao si riversa alla porta della casa di Simone: la città intera era riunita davanti alla porta. Davanti a Gesù, in piedi sulla soglia, luogo fisico e luogo dell'anima; davanti a Gesù in piedi tra la casa e la strada, tra la casa e la piazza; Gesù che ama le porte aperte che fanno entrare occhi e stelle, polline di parole e il rischio della vita, del dolore e dell'amore. Che ama le porte aperte di Dio.
    Quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, sono il collaudo di un mondo nuovo, raccontato sul ritmo della genesi: e fu sera e fu mattino. Il miracolo è, nella sua bellezza giovane, inizio di un giorno nuovo, primo giorno della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.
    Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava. Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio. Perché ci sono nella vita sorgenti segrete, alle quali accostare le labbra. Perché ognuno vive delle sue sorgenti. E la prima delle sorgenti è Dio. Gesù, pur assediato, sa inventare spazi. Di notte! Quegli spazi segreti che danno salute all'anima, a tu per tu con Dio.
    Simone si mette sulle sue tracce: non un discepolo che segue il maestro ma che lo insegue, con ansia; lo raggiunge e interrompe la preghiera: tutti ti cercano, la gente ti vuole e tu stai qui a perdere tempo; hai avuto un grande successo a Cafarnao, coltiviamolo.
    E Gesù: no, andiamo altrove. Cerca altri villaggi, un'altra donna da rialzare, un altro dolore da curare. Altrove, dove c'è sempre da sdemonizzare l'esistenza e la fede, annunciando che Dio è vicino a te, con amore, e guarisce tutto il male di vivere.

  • IV Giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani

  • 28 Gennaio 2018: IV Domenica del Tempo Ordinario

    IV Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Deuteronomio 18,15-20; Salmo 94; 1 Corinzi 7,32-35; Marco 1,21-28

    Anno B

     

    In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
    Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

     

    Ed erano stupiti del suo insegnamento. Lo stupore, esperienza felice e rara che ci sorprende e scardina gli schemi, che si inserisce come una lama di libertà in tutto ciò che ci rinchiudeva e ci fa respirare meglio man mano che entra aria nuova e si dilatano gli orizzonti.
    Salviamo almeno lo stupore davanti al Vangelo, che è guardare Gesù e ascoltarlo, ma «attonitis auribus» (Regola di san Benedetto) con orecchio incantato, stupito, con occhio meravigliato; guardando come innamorati e ascoltando come bambini, pronti a meravigliarci, perché sentiamo parole che toccano il centro della vita e lo liberano.
    I quattro pescatori che chiama di lì a poco, non sono pronti, non sono preparati alla novità, come non lo siamo noi. Ma hanno un vantaggio: sono affascinati dal giovane rabbi, sono sorpresi, come per un innamoramento improvviso, per un'estasi che sopraggiunge.
    Gesù insegnava come uno che ha autorità. Autorevoli sono soltanto le parole di chi è amico della vita; Gesù ha autorità perché non è mai contro l'uomo ma sempre in favore dell'uomo. Autorevoli sono soltanto le parole di chi è credibile, perché dice ciò che è ed è ciò che dice; quando il messaggero e il messaggio coincidono. Così per noi, se non vogliamo essere scribi che nessuno ascolta, testimoni che non convincono nessuno, è importante dire il Vangelo, perché un seme che fruttifica senza che tu sappia come, ma più ancora farlo, diventarlo. E spesso i testimoni silenziosi sono i più efficaci ed autorevoli. «Sono sempre i pensieri che avanzano con passo di colomba quelli che cambiano il mondo»(Camus).
    C'era là un uomo posseduto da uno spirito impuro, prigioniero di qualcosa più forte di lui. Ed ecco che Gesù interviene: non parla di liberazione, libera; con pronuncia discorsi su Dio o spiegazioni circa il male, ma si immerge come guarigione nella vita ferita e mostra che «il Vangelo non è un sistema di pensiero, o una morale, ma una sconvolgente liberazione» (G. Vannucci).
    Mostra che Dio è il liberatore, che combatte contro tutto ciò che imprigiona l'uomo.
    I demoni se ne accorgono: che c'è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci? Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l'uomo, a demolire prigioni; a portare spada e fuoco contro tutto ciò che non è amore. A rovinare il regno degli idoli che divorano il cuore dell'uomo: denaro, successo, potere, egoismi.
    Contro di loro Gesù pronuncia due sole parole: taci, esci da lui.
    Tace e se ne va questo mondo sbagliato; va in rovina, come aveva sognato Isaia, perché nasca un mondo altro. Vanno in rovina le spade e diventano falci; vanno in rovina le lance e diventano aratri. Si spezza la conchiglia, ma appare la perla.

  • Carnevale 2018

  • 21 Gennaio 2018: III Domenica del Tempo Ordinario

    III Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Giona 3,1-5.10; Salmo 24; 1 Corinzi 7,29-31; Marco 1,14-20

    Anno B

     

    Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

     

    In poche righe, un incalzare di avvenimenti: Giovanni arrestato, Gesù che ne prende il testimone, la Parola che non si lascia imprigionare, ancora Gesù che cammina e strade, lago, barche; le prime parole e i primi discepoli. Siamo al momento fresco, sorgivo del Vangelo.
    Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio. La prima caratteristica che Marco riferisce è quella di un uomo raggiunto da una forza che lo obbliga a partire, a lasciare casa, famiglia, clan, paese, tutto. Il primo atto registrato dal Vangelo è l'itineranza di Gesù, la sua viandanza. E per casa la strada.
    Proprio su questo andare e ancora andare, si innesta la seconda caratteristica: camminava e proclamava il Vangelo di Dio: Dio come una bella notizia.
    Non era ovvio per niente. Non tutta la Bibbia è Vangelo, non tutta è bella e gioiosa notizia, alle volte è minaccia e giudizio, spesso è precetto e ingiunzione, ma ora la caratteristica nuova del rabbi itinerante è proprio il Vangelo: una parola che conforta la vita, Dio che libera e fa fiorire.
    Gesù passa e dietro di lui resta una scia di pollini di primavera, un'eco in cui vibra il sapore bello e buono della gioia: è possibile la felicità, un'altra storia, un mondo altro sono possibili. E quell'uomo sembra conoscerne il segreto.
    La bella notizia che inizia a correre per la Galilea è raccontata così: il regno di Dio (il mondo come Dio lo sogna) è vicino. Perché Dio si è avvicinato, ci ha raggiunto, è qui. Ma quale Dio? Gesù ne mostra il volto, da subito, con il suo primo agire: libera, guarisce, purifica, perdona, toglie barriere, ridona pienezza di relazione a tutti, anche a quelli marchiati dall'esclusione. Un Dio esperto in nascite, in vita.
    Per accoglierlo, suggerisce Gesù, convertitevi e credete nel Vangelo. La conversione non come un'esigenza morale, ma un accorgersi che si è sbagliato strada, che la felicità è altrove. Convertitevi allora, giratevi verso la luce, come un girasole che si rimette ad ogni alba sui sentieri del sole, perché la luce è già qui.
    Credete nel Vangelo, non semplicemente al Vangelo. Buttatevici dentro, con una fiducia che non darete più a nient'altro e a nessun altro.
    Camminando lungo il mare di Galilea, Gesù vide... Cammina senza fretta e senza ansia; cammina sulla riva, in quel luogo intermedio tra terra e acqua, che sa di partenze e di approdi, e chiama quattro pescatori ad andare con lui. Vi faro diventare pescatori di uomini, vi farò pescatori di umanità, cercatori di tutto ciò che di più umano, bello, grande, luminoso ogni figlio di Dio porta nel cuore. Lo tirerete fuori dall'oscurità, come tesoro dissepolto dal campo, come neonato dalle acque materne.

  • 14 Gennaio 2018: II Domenica del Tempo Ordinario

    II Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: 1 Samuele 3,3-10.19; Salmo 39; 1 Corinzi 6,13-15.17-20; Giovanni 1,35-42

    Anno B

     

    In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. [...]


    Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Le prime parole di Gesù che il Vangelo di Giovanni registra sono sotto forma di domanda. È la pedagogia di quel giovane rabbi, che sembra quasi dimenticare se stesso per mettere in primo piano quei due giovani, quasi dicesse loro: prima venite voi. Amore vero mette sempre il tu prima dell'io.
    Anche all'alba di Pasqua, nel giardino appena fuori Gerusalemme, Gesù si rivolgerà a Maria di Magdala con le stese parole: Donna, chi cerchi? Le prime parole del Gesù storico e le prime del Cristo risorto, due domande uguali, rivelano che il Maestro dell'esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire o abbagliare o indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, porsi a fianco, rallentare il passo per farsi compagno di strada di ogni cuore che cerca.
    Che cosa cercate? Con questa domanda Gesù non si rivolge all'intelligenza, alla cultura o alle competenze dei due discepoli che lasciano Giovanni, non interroga la teologia di Maddalena, ma la sua umanità. Si tratta di un interrogativo al quale tutti sono in grado di rispondere, i colti e gli ignoranti, i laici e i religiosi, i giusti e i peccatori. Perché lui, il maestro del cuore, fa le domande vere, quelle che fanno vivere: si rivolge innanzitutto al desiderio profondo, al tessuto segreto dell'essere. Che cosa cercate? significa: qual è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita? Gesù, che è il vero maestro ed esegeta del desiderio, ci insegna a non accontentarci, insegna fame di cielo, «il morso del più» (L. Ciotti), salva la grandezza del desiderio, lo salva dalla depressione, dal rimpicciolimento, dalla banalizzazione.
    Con questa semplice domanda: che cosa cercate? Gesù fa capire che la nostra identità più umana è di essere creature di ricerca e di desiderio. Perché a tutti manca qualcosa: infatti la ricerca nasce da una assenza, da un vuoto che chiede di essere colmato. Che cosa mi manca? Di che cosa mi sento povero?
    Gesù non chiede per prima cosa rinunce o penitenze, non impone sacrifici sull'altare del dovere o dello sforzo, chiede prima di tutto di rientrare nel tuo cuore, di comprenderlo, di conoscere che cosa desideri di più, che cosa ti fa felice, che cosa accade nel tuo intimo. Di ascoltare il cuore. E poi di abbracciarlo, «di accostare le labbra alla sorgente del cuore e bere» (San Bernardo). I padri antichi definiscono questo movimento: il ritorno al cuore: «trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno» (San Giovanni Crisostomo). Che cosa cercate? Per chi camminate? Io lo so: cammino per uno che fa felice il cuore.

  • 7 Gennaio 2018: Battesimo del Signore

    Battesimo del Signore

    Letture: Isaia 55,1-11; da Isaia 12; 1 Giovanni 5,1-9; Marco 1,7-11

    Anno B

     

    In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».


    Il racconto di Gesù al Giordano ci riporta alla Genesi, all'in principio, alle prime immagini della Bibbia, quando lo spirito di Dio aleggiava sulle acque (Genesi 1,2) di un mare gonfio di vita inespressa. L'origine del creato, come quella di ognuno di noi, è scritta sull'acqua, nelle acque di un grembo materno.
    Il rito del Battesimo porta impresso questo sigillo primordiale di nascite e di rinascite, di inizi e di ricominciamenti. Lo rivela un dettaglio prezioso: venne una voce dal cielo e disse: «Tu sei il Figlio mio, l'amato».
    La voce dice le parole proprie di una nascita. Figlio è la prima parola, un termine potente per il cuore. E per la fede. Vertice della storia umana. Nel Battesimo anche per me la voce ripete: tu sei mio figlio. E nasco della specie di Dio, perché Dio genera figli di Dio, figli secondo la propria specie. E i generati, io e tu, tutti abbiamo una sorgente nel cielo, il cromosoma del Padre nelle cellule, il Dna divino seminato in noi.
    La seconda parola è amato e la terza: mio compiacimento. Termine desueto, che non adoperiamo più, eppure bellissimo, che nel suo nucleo contiene l'idea di piacere, che si dovrebbe tradurre così: in te io ho provato piacere. La Voce grida dall'alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
    Io che non l'ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l'ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio, rivelativa del suo cuore segreto. Per sempre.
    Gesù fu battezzato e uscendo dall'acqua vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. Noto la bellezza e l'irruenza del verbo: si squarciano i cieli, come per un amore incontenibile; si lacerano, si strappano sotto la pressione di Dio, sotto l'urgenza del Signore. Si spalancano come le braccia dell'amata per l'amato. Da questo cielo aperto viene, come colomba, la vita stessa di Dio. Si posa su di te, ti avvolge, entra in te, a poco a poco ti modella, ti trasforma pensieri, affetti, speranze, secondo la legge dolce, esigente, rasserenante del vero amore.
    Nel Battesimo è il movimento del Natale che si ripete: Dio scende ancora, entra in me, nasce in me perché io nasca in Lui, nasca nuovo e diverso, custodendo in me il respiro del cielo.
    Ad ogni mattino, anche in quelli più oscuri, riascolta la voce del tuo Battesimo sussurrare: Figlio mio, amore mio, gioia mia. E sentirai il buio che si squarcia, e il coraggio che dispiega di nuovo le ali sopra l'intera tua storia.

  • 31 Dicembre 2017; Santa Famiglia

    Santa Famiglia

    Letture: Genesi 15,1-6; 21,1-3; Salmo 104; Ebrei 11,8.11-12.17-19; Luca 2,22-40

    Anno B

     

    Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. [...]

     

    Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore. Una giovanissima coppia col suo primo bambino arriva portando la povera offerta dei poveri, due tortore, e la più preziosa offerta del mondo: un bambino.
    Non fanno nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna si contendono il bambino. Sulle braccia dei due anziani, riempito di carezze e di sorrisi, passa dall'uno all'altro il futuro del mondo: la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l'eterna giovinezza di Dio.
    Il piccolo bambino è accolto non dagli uomini delle istituzioni, ma da un anziano e un'anziana senza ruolo ufficiale, però due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. Perché Gesù non appartiene all'istituzione, ma all'umanità. L'incarnazione è Dio che tracima dovunque nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.
    «È nostro, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Appartiene agli assetati, a quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; a quelli che sanno vedere oltre, come la profetessa Anna; a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro» (M. Marcolini).
    Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Sono parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perché io, noi, le conservassimo nel cuore: anche tu, come Simeone, non morirai senza aver visto il Signore. È speranza. È parola di Dio. La tua vita non finirà senza risposte, senza incontri, senza luce. Verrà anche per te il Signore, verrà come aiuto in ciò che fa soffrire, come forza di ciò che fa partire.
    Io non morirò senza aver visto l'offensiva di Dio, l'offensiva del bene, l'offensiva della luce che è già in atto dovunque, l'offensiva del lievito.
    Poi Simeone canta: ho visto la luce da te preparata per tutti. Ma quale luce emana da Gesù, da questo piccolo figlio della terra che sa solo piangere e succhiare il latte e sorridere agli abbracci? Simeone ha colto l'essenziale: la luce di Dio è Gesù, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata, amore in ogni amore. La salvezza non è un opera particolare, ma Dio che è venuto, si lascia abbracciare dall'uomo, è qui adesso, mescola la sua vita alle nostre vite e nulla mai ci potrà più separare.
    Tornarono quindi alla loro casa. E il Bambino cresceva e la grazia di Dio era su di lui. Tornarono alla santità, alla profezia e al magistero della famiglia, che vengono prima di quelli del tempio. Alla famiglia che è santa perché la vita e l'amore vi celebrano la loro festa, e ne fanno la più viva fessura e feritoia dell'infinito.

  • 24 Dicembre 2017: IV Domenica di Avvento

    IV Domenica di Avvento

    Letture: 2 Samuele 7,1-5.8-12.14.16; Salmo 88; Romani 16,25-27; Luca 1,26-38

    Anno B

     

    In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (....). Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

     

    Con il movimento tipico di una cinepresa, il racconto del Vangelo parte dall'infinito del cielo e restringe progressivamente il campo, come in una lunga carrellata, fino a mettere a fuoco un villaggio, una casa, una ragazza. In mezzo, sette nomi propri: Gabriele, Dio, Galilea, Nazaret, Giuseppe, Davide, Maria. Il numero 7 indica la totalità della vita, il brulichio instancabile della vita, ed è lì che Dio viene. In un sesto mese segnato sul calendario della vita, il sesto mese di una vita nuova dentro Elisabetta.
    Il cristianesimo non inizia nel tempio ma in una casa. Alla grande città Dio preferisce un polveroso villaggio mai nominato prima nella Bibbia, alle liturgie solenni dei sacerdoti preferisce il quotidiano di una ragazzina adolescente. Dio entra nel mondo dal basso e sceglie la via della periferia. Un giorno qualunque, in un luogo qualunque, una giovane donna qualunque: il primo annuncio di grazia del Vangelo è consegnato nella normalità di una casa. Qualcosa di colossale accade nel quotidiano, senza testimoni, lontano dalle luci e dalle liturgie solenni del tempio.
    Nel dialogo, l'angelo parla per tre volte, con tre parole assolute: "rallegrati", "non temere", "verrà la Vita". Parole che raggiungono le profondità di ogni esistenza umana. Maria risponde consegnandoci l'arte dell'ascolto, dello stupore colmo di domande, e dell'accoglienza.
    Gioia è la prima parola. E non un saluto rispettoso, ma quasi un ordine, un imperativo: «rallegrati, esulta, sii felice». Parola in cui vibra un profumo, un sapore buono e raro che tutti, tutti i giorni, cerchiamo: la gioia. L'angelo non dice: prega, inginocchiati, fa' questo o quello. Ma semplicemente: apriti alla gioia, come una porta si apre al sole. Dio si avvicina e porta una carezza, Dio viene e stringe in un abbraccio, viene e porta una promessa di felicità.
    Sei piena di grazia. Sei riempita di Dio, Dio si è chinato su di te, si è innamorato di te, si è dato a te e ti ha riempita di luce. Ora hai un nome nuovo: Amata-per-sempre. Teneramente, liberamente, senza rimpianti amata.
    Quel suo nome è anche il nostro: buoni e meno buoni, ognuno amato per sempre. Piccoli o grandi, ognuno riempito di cielo. Come Maria, che è "piena di grazia" non perché ha risposto "sì" a Dio, ma perché Dio per primo le ha detto "sì". E dice "sì" a ciascuno di noi, prima di qualsiasi nostra risposta. Perché la grazia sia grazia e non merito o calcolo. Dio non si merita, si accoglie.
    Dio cerca madri, e noi, come madri amorevoli, come frammenti di cosmo ospitali, aiuteremo il Signore ad incarnarsi e ad abitare questo mondo, prendendoci cura della sua parola, dei suoi sogni, del suo vangelo fra noi.

  • 17 Dicembre 2017: III Domenica di Avvento

    III Domenica di Avvento

    Letture: Isaia 61,1-2.10-11; Luca 1, 46-54; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28

    Anno B

     

    Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

     

    Venne Giovanni, mandato da Dio, per rendere testimonianza alla luce. «Il più grande tra i nati da donna», come lo definisce Gesù, è mandato come testimone, dito puntato a indicare non la grandezza, la forza, l'onnipotenza di Dio, bensì la bellezza e la mite, creativa pazienza della sua luce. Che non fa violenza mai, che si posa sulle cose come una carezza e le rivela, che indica la via e allarga gli orizzonti.
    Il profeta è colui che guida l'umanità a «pensare in altra luce» (M. Zambrano).
    E lo può fare perché ha visto fra noi la tenda di uno che «ha fatto risplendere la vita» (2 Timoteo 1,10): è venuto ed ha portato nella trama della storia una bellezza, una primavera, una positività, una speranza quale non sognavamo neppure; è venuto un Dio luminoso e innamorato, guaritore del disamore, che lava via gli angoli oscuri del cuore. Dopo di lui sarà più bello per tutti essere uomini.
    Giovanni, figlio del sacerdote, ha lasciato il tempio e il ruolo, è tornato al Giordano e al deserto, là dove tutto ha avuto inizio, e il popolo lo segue alla ricerca di un nuovo inizio, di una identità perduta. Ed è proprio su questo che sacerdoti e leviti di Gerusalemme lo interrogano, lo incalzano per ben sei volte: chi sei? Chi sei? Sei Elia? Sei il profeta? Chi sei? Cosa dici di te stesso?
    Le risposte di Giovanni sono sapienti, straordinarie. Per dire chi siamo, per definirci noi siamo portati ad aggiungere, ad elencare informazioni, titoli di studio, notizie, realizzazioni. Giovanni il Battista fa esattamente il contrario, si definisce per sottrazione, e per tre volte risponde: io non sono il Cristo, non sono Elia, non sono... Giovanni lascia cadere ad una ad una identità prestigiose ma fittizie, per ritornare il nucleo ardente della propria vita. E la ritrova per sottrazione, per spoliazione: io sono voce che grida. Solo voce, la Parola è un Altro. Il mio segreto è oltre me. Io sono uno che ha Dio nella voce, figlio di Adamo che ha Dio nel respiro. Lo specifico della identità di Giovanni, ciò che qualifica la sua persona è quella parte di divino che sempre compone l'umano.
    «Tu, chi sei?» È rivolta anche a noi questa domanda decisiva. E la risposta consiste nello sfrondare da apparenze e illusioni, da maschere e paure la nostra identità. Meno è di più. Poco importa quello che ho accumulato, conta quello che ho lasciato cadere per tornare all'essenziale, ad essere uno-con-Dio. Uno che crede in un Dio dal cuore di luce, crede nel sole che sorge e non nella notte che perdura sul mondo. Crede che una goccia di luce è nascosta nel cuore vivo di tutte le cose.

  • Natale 2017/2018

  • Inaugurazione e Benedizione del Presepe 7 Dicembre 2017

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  • 1°Giornata mondiale dei poveri

  • 10 Dicembre 2017: II Domenica di Avvento

    II Domenica di Avvento

    Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 84; 2 Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8

    Anno B

     

    Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

     

    Inizio del Vangelo di Gesù. Sembra quasi un'annotazione pratica, un semplice titolo esterno al racconto. Ma leggiamo meglio: inizio di Vangelo, di una bella, lieta, gioiosa notizia. Ciò che fa cominciare e ricominciare a vivere e a progettare è sempre una buona notizia, un presagio di gioia, una speranza intravista.
    Inizio del Vangelo che è Gesù. La bella notizia è una persona, un Dio che fiorisce sulla nostra terra: «Il tuo nome è: Colui-che fiorisce-sotto-il-sole» (D.M. Turoldo). Ma fioriscono lungo i nostri giorni anche altri vangeli, pur se piccoli; altre buone notizie fanno ripartire la vita: la bontà delle creature, chi mi vive accanto, i sogni condivisi, la bellezza seminata nel mondo, «la tenerezza che trova misteri dove gli altri vedono problemi» (L. Candiani). E se qualcosa di cattivo o doloroso è accaduto, buona notizia diventa il perdono, che lava via le ombre dagli angoli oscuri del cuore.
    Viene dopo di me uno più forte di me. Gesù è forte, non perché "onnipotente" ma perché "onni-amante"; forte al punto di dare la propria vita; più forte perché è l'unico che parla al cuore. E chiama tutti a essere "più forti", come lo sono i profeti, a essere voce che grida, essere gente che esprime, con passione, la propria duplice passione per Cristo e per l'uomo, inscindibilmente. La passione rende forte la vita.
    Giovanni non dice: verrà un giorno, o sta per venire tra poco, e sarebbe già una cosa grande. Ma semplice, diretto, sicuro dice: viene. Giorno per giorno, continuamente, ancora adesso, Dio viene. Anche se non lo vedi e non ti accorgi di lui, Dio è in cammino. L'infinito è all'angolo di ogni strada. C'è chi sa vedere i cieli riflessi in una goccia di rugiada, Giovanni sa vedere il cammino di Dio, pastore di costellazioni, nella polvere delle nostre strade. E ci scuote, ci apre gli occhi, insinua in noi il sospetto che qualcosa di determinante stia accadendo, qualcosa di vitale, e rischiamo di perderlo: Dio che si incarna, che instancabilmente si fa lievito e sale e luce di questa nostra terra.
    Il Vangelo ci insegna a leggere la storia come grembo di futuro, a non fermarci all'oggi: questo mondo porta un altro mondo nel grembo. La presenza del Signore non si è dissolta. Anzi, il mondo è più vicino a Dio oggi di ieri. Lo attestano mille segni: la coscienza crescente dei diritti dell'uomo, il movimento epocale del femminile, il rispetto e la cura per i disabili, l'amore per madre terra...
    La buona notizia è che la nostra storia è gravida di futuro buono per il mondo, gravida di luce, e Dio è sempre più vicino, vicino come il respiro, vicino come il cuore. Tu sei qui, e io accarezzo la vita perché profuma di Te.

  • Festa natalizia per la comunità!

  • 3 Dicembre 2017: I Domenica di Avvento

    I Domenica di Avvento

    Letture: Isaia 63,16-17.19; 64,2-7; Salmo 79; 1 Corinzi 1,3-9; Marco 13, 33-37

    Anno B

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».


    Prima domenica di avvento: ricomincia il ciclo dell'anno liturgico come una scossa, un bagliore di futuro dentro il giro lento dei giorni sempre uguali. A ricordarci che la realtà non è solo questo che si vede, ma che il segreto della nostra vita è oltre noi. Qualcosa si muove, qualcuno è in cammino e tutt'intorno a noi «il cielo prepara oasi ai nomadi d'amore» (Ungaretti). Intanto sulla terra tutto è in attesa, «anche il grano attende, anche la pietra attende» (Turoldo), ma l'attesa non è mai egocentrica, non si attende la beatitudine del singolo, ma cieli nuovi e terra nuova, Dio tutto in tutti, la vita che fiorisce in tutte le sue forme.

    Se tu squarciassi i cieli e discendessi! (Is 63,19). Attesa di Dio, di un Gesù che è Dio caduto sulla terra come un bacio (B. Calati). Come una carezza sulla terra e sul cuore.
    Il tempo che inizia ci insegna cosa spetta a noi fare: andare incontro. Il Vangelo ci mostra come farlo: con due parole che aprono e chiudono il brano, come due parentesi: fate attenzione e vegliate.
    Un padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi, a ciascuno il suo compito (Marco 13,34). Una costante di molte parabole, una storia che Gesù racconta spesso, narrando di un Dio che mette il mondo nelle nostre mani, che affida tutte le sue creature all'intelligenza fedele e alla tenerezza combattiva dell'uomo. Dio si fa da parte, si fida dell'uomo, gli affida il mondo. L'uomo, da parte sua, è investito di un'enorme responsabilità. Non possiamo più delegare a Dio niente, perché Dio ha delegato tutto a noi.
    Fate attenzione. L'attenzione, primo atteggiamento indispensabile per una vita non superficiale, significa porsi in modo "sveglio" e al tempo stesso "sognante" di fronte alla realtà. Noi calpestiamo tesori e non ce ne accorgiamo, camminiamo su gioielli e non ce ne rendiamo conto. Vivere attenti: attenti alla Parola e al grido dei poveri, attenti al mondo, nostro pianeta barbaro e magnifico, alle sue creature più piccole e indispensabili: l'acqua, l'aria, le piante. Attenti a ciò che accade nel cuore e nel piccolo spazio di realtà in cui mi muovo.
    Vegliate, con gli occhi bene aperti. Il vegliare è come un guardare avanti, uno scrutare la notte, uno spiare il lento emergere dell'alba, perché il presente non basta a nessuno. Vegliate su tutto ciò che nasce, sui primi passi della pace, sul respiro della luce, sui primi vagiti della vita e dei suoi germogli. Il Vangelo ci consegna una vocazione al risveglio: che non giunga l'atteso trovandovi addormentati (Marco 13,36).
    Rischio quotidiano è una vita dormiente, che non sa vedere l'esistenza come una madre in attesa, gravida di Dio, incinta di luce e di futuro.

  • 26 Novembre 2017: XXXIV Domenica del Tempo Ordinario

    XXXIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

    Letture:

    Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22; 1 Corinzi 15,20-26.28; Matteo 25,31-46

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". [...]

     

    Il Vangelo dipinge una scena potente, drammatica che noi siamo soliti chiamare il giudizio universale. Ma che sarebbe più esatto definire invece "la rivelazione della verità ultima, sull'uomo e sulla vita". Che cosa resta della nostra persona quando non rimane più niente? Resta l'amore, dato e ricevuto.
    Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere: e tu mi hai aiutato. Sei passi di un percorso, dove la sostanza della vita ha nome amore, forma dell'uomo, forma di Dio, forma del vivere. Sei passi per incamminarci verso il Regno, la terra come Dio la sogna. E per intuire tratti nuovi del volto di Dio, così belli da incantarmi ogni volta di nuovo.
    Prima di tutto Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini da arrivare fino a identificarsi con loro: l'avete fatto a me. Il povero è come Dio! Corpo di Dio, carne di Dio sono i piccoli. Quando tocchi un povero è Lui che tocchi.
    Poi emerge l'argomento attorno al quale si tesse l'ultima rivelazione: il bene, fatto o non fatto. Nella memoria di Dio non c'è spazio per i nostri peccati, ma solo per i gesti di bontà e per le lacrime. Perché il male non è rivelatore, mai, né di Dio né dell'uomo. È solo il bene che dice la verità di una persona.
    Per Dio il buon grano è più importante e più vero della zizzania, la luce vale più del buio, il bene pesa più del male.
    Dio non spreca né la nostra storia né tantomeno la sua eternità facendo il guardiano dei peccati o delle ombre. Al contrario, per lui non va perduto uno solo dei più piccoli gesti buoni, non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza, ma tutto questo circola nelle vene del mondo come una energia di vita, adesso e per l'eternità.
    Poi dirà agli altri: Via, lontano da me... tutto quello che non avete fatto a uno di questi piccoli, non l'avete fatto a me.
    Gli allontanati da Dio che male hanno commesso? Non quello di aggiungere male a male, il loro peccato è il più grave, è l'omissione: non hanno fatto il bene, non hanno dato nulla alla vita.
    Non basta giustificarsi dicendo: io non ho mai fatto del male a nessuno. Perché si fa del male anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non impegnarsi per il bene comune, restando a guardare, è già farsi complici del male comune, della corruzione, delle mafie, è la "globalizzazione dell'indifferenza" (papa Francesco).
    Ciò che accade nell'ultimo giorno mostra che la vera alternativa non è tra chi frequenta le chiese e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all'uomo bastonato e a terra, e chi invece tira dritto; tra chi spezza il pane e chi si gira dall'altra parte, e passa oltre. Ma oltre l'uomo non c'è nulla, tantomeno il Regno di Dio.

  • 19 Novembre 2017: XXXIII DOmenica del Tempo Ordinario

    XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matte 25,14-30

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. [...]

     

    Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli e dei talenti. Dio è la primavera del cosmo, a noi il compito di esserne l'estate feconda di frutti.
    Come sovente nelle parabole, un padrone, che è Dio, consegna qualcosa, affida un compito, ed esce di scena. Ci consegna il mondo, con poche istruzioni per l'uso, e tanta libertà. Una sola regola fondamentale, quella data ad Adamo: coltiva e custodisci, ama e moltiplica la vita.
    La parabola dei talenti è l'esortazione pressante ad avere più paura di restare inerti e immobili, come il terzo servo, che di sbagliare (Evangelii gaudium 49); la paura ci rende perdenti nella vita: quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per il timore di finire sconfitti!
    La pedagogia del Vangelo ci accompagna invece a compiere tre passi fondamentali per l'umana crescita: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Soprattutto da quella che è la madre di tutte le paure, cioè la paura di Dio.
    Se leggiamo con attenzione il seguito della parabola, scopriamo che ci viene rivelato che Dio non è esattore delle tasse, un contabile che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi.
    Dice infatti: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Ciò che i servi hanno realizzato non solo rimane a loro, ma in più viene moltiplicato. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia: e questo accrescimento, questo incremento di vita è esattamente la bella notizia. Questa spirale d'amore che si espande è l'energia segreta di tutto ciò che vive, e che ha la sua sorgente nel cuore buono di Dio. Tutto ci è dato come addizione di vita.
    Nessuna tirannia, nessun capitalismo della quantità: infatti colui che consegna dieci talenti non è più bravo di quello che ne riporta quattro. Non c'è una cifra ideale da raggiungere: c'è da camminare con fedeltà a te stesso, a ciò che hai ricevuto, a ciò che sai fare, là dove la vita ti ha messo, fedele alla tua verità, senza maschere e paure. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.
    Dietro l'immagine dei talenti con ci sono soltanto i doni di intelligenza, di cuore, di carattere, le mie capacità. C'è madre terra, e tutte le creature messe sulla mia strada sono un dono del cielo per me. Ognuno è talento di Dio per gli altri.
    Magnifica suona la nuova formula del matrimonio: «Io accolgo te, come mio talento, come il regalo più bello che Dio mi ha fatto». Lo può dire lo sposo alla sposa, l'amico all'amico: Sei tu il mio talento! E il mio impegno sarà prendermi cura di te, aiutarti a fiorire nel tempo e nell'eterno.
    «L'essenza dell'amore non è in ciò che è comune, è nel costringere l'altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che può diventare» (R.M. Rilke)

  • 12 Novembre 2017- XXXII Domenica del Tempo Ordinario

    XXXII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Sapienza 6,12-16; Salmo 62; 1 Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro!". (...)


    Una parabola difficile, che si chiude con un esito duro («non vi conosco»), piena di incongruenze che sembrano voler oscurare l'atmosfera gioiosa di quella festa nuziale. Eppure è bello questo racconto, mi piace sentire che il Regno è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po' di luce. Di quasi niente. Che il Regno è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l'attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, uno sposo, un po' d'amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.
    Ma qui cominciano i problemi. Tutti i protagonisti della parabola fanno brutta figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte che non hanno pensato a un po' d'olio di riserva; le sagge che si rifiutano di condividere; e quello che chiude la porta della casa in festa, cosa che è contro l'usanza, perché tutto il paese partecipava all'evento delle nozze... Gesù usa tutte le incongruenze per provocare e rendere attento l'uditorio.
    Il punto di svolta del racconto è un grido. Che rivela non tanto la mancata vigilanza (l'addormentarsi di tutte, sagge e stolte, tutte ugualmente stanche) ma lo spegnersi delle torce: Dateci un po' del vostro olio perché le nostre lampade si spengono... La risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Andate a comprarlo.
    Matteo non spiega che cosa significhi l'olio. Possiamo immaginare che abbia a che fare con la luce e col fuoco: qualcosa come una passione ardente, che ci faccia vivere accesi e luminosi. Qualcosa però che non può essere né prestato, né diviso. Illuminante a questo proposito è una espressione di Gesù: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini e vedano le vostre opere buone» (Mt 5,16). Forse l'olio che dà luce sono le opere buone, quelle che comunicano vita agli altri. Perché o noi portiamo calore e luce a qualcuno, o non siamo. «Signore, Signore, aprici!». Manca d'olio chi ha solo parole: «Signore, Signore...» (Mt 7,21), chi dice e non fa.
    Ma il perno attorno cui ruota la parabola è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare la vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia resistenza al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda, di certo verrà; che ridesta la vita da tutti gli sconforti, che mi consola dicendo che di me non è stanca, che disegna un mondo colmo di incontri e di luci. A me basterà avere un cuore che ascolta e ravvivarlo, come fosse una lampada, e uscire incontro a chi mi porta un abbraccio.

  • I 100 anni di Lucietta

     

     Il 31 ottobre è stato il compleanno della socia dell'AC più longeva della nostra Diocesi Santa Di Massimo, conosciuta da tutti come Lucietta, che ha compiuto 100 anni...

  • 5 Novembre 2017: XXXI Domenica del Tempo Ordinario

    XXXI Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: Malachia 1,14b-2,2b.8-10; Salmo 130; 1 Tessalonicési 7b-9.13; Matteo 23,1-12

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. (...) Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato».

     

    Il Vangelo di questa domenica brucia le labbra di tutti coloro “che dicono e non fanno”, magari credenti, ma non credibili. Esame duro quello della Parola di Dio, e che coinvolge tutti: infatti nessuno può dirsi esente dall'incoerenza tra il dire e il fare. Che il Vangelo sia un progetto troppo esigente, perfino inarrivabile? Che si tratti di un'utopia, di inviti “impossibil”, come ad esempio: «Siate perfetti come il Padre» (Mt 5,48)? Ma Gesù conosce bene quanto sono radicalmente deboli i suoi fratelli, sa la nostra fatica. E nel Vangelo vediamo che si è sempre mostrato premuroso verso la debolezza, come fa il vasaio che, se il vaso non è riuscito bene, non butta via l'argilla, ma la rimette sul tornio e la riplasma e la lavora di nuovo. Sempre premuroso come il pastore che si carica sulle spalle la pecora che si era perduta, per alleggerire la sua fatica e il ritorno sia facile. Sempre attento alle fragilità, come al pozzo di Sicar quando offre acqua viva alla samaritana dai molti amori e dalla grande sete. Gesù non si scaglia mai contro la debolezza dei piccoli, ma contro l'ipocrisia dei pii e dei potenti, quelli che redigono leggi sempre più severe per gli altri, mentre loro non le toccano neppure con un dito. Anzi, più sono inflessibili e rigidi con gli altri, più si sentono fedeli e giusti: «Diffida dell'uomo rigido, è un traditore» (W. Shakespeare). Gesù non rimprovera la fatica di chi non riesce a vivere in pienezza il sogno evangelico, ma l'ipocrisia di chi neppure si avvia verso l'ideale, di chi neppure comincia un cammino, e tuttavia vuole apparire giusto. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati; non per essere perfetti ma per iniziare percorsi. Se l'ipocrisia è il primo peccato, il secondo è la vanità: «tutto fanno per essere ammirati dalla gente», vivono per l'immagine, recitano. E il terzo errore è l'amore del potere. A questo oppone la sua rivoluzione: «non chiamate nessuno “maestro” o “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre, quello del cielo, e voi siete tutti fratelli». Ed è già un primo scossone inferto alle nostre relazioni asimmetriche. Ma la rivoluzione di Gesù non si ferma qui, a un modello di uguaglianza sociale, prosegue con un secondo capovolgimento: il più grande tra voi sia vostro servo. Servo è la più sorprendente definizione che Gesù ha dato di se stesso: Io sono in mezzo a voi come colui che serve. Servire vuol dire vivere «a partire da me, ma non per me», secondo la bella espressione di Martin Buber. Ci sono nella vita tre verbi mortiferi, maledetti: avere, salire, comandare. Ad essi Gesù oppone tre verbi benedetti: dare, scendere, servire. Se fai così sei felice.

  • Celebrazioni 1 e 2 Novembre

    MARTEDI' 31 OTTOBRE

     

    ore 17.30 - S. Messa vespertina con valore di precetto per il giorno seguente

     

    MERCOLEDI' 1 NOVEMBRE - Solennità di Tutti i Santi

     

    ore 8.00 - 10.00 - 11.30 - 17.30 - Sante Messe

     

    GIOVEDI' 2 NOVEMBRE - Commemorazione di tutti i fedeli defunti

     

    ore 8.30 - ore 17.30 - Sante Messe

     

    ore 15.30 - Concelebrazione eucaristica presieduta da don Paolo, presso il cimitero monumentale di Albano Laziale - alla stessa ora S. Messa celebrata anche presso il cimitero di Ariccia

     

     

  • 29 Ottobre 2017: XXX Domenica del Tempo Ordinario

    XXX Domenica del Tempo ordinario

    Letture: Esodo 22,20-26; Salmo 17; 1 Tessalonicesi 1,5-10; Matteo 22,34-40

    Anno A

     

    In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


    Qual è, nella Legge, il grande comandamento? Lo sapevano tutti qual era: secondo i rabbini d'Israele era il terzo, quello che prescrive di santificare il Sabato, perché anche Dio lo aveva osservato («e il settimo giorno si riposò», Genesi 2,2).
    La risposta di Gesù, come al solito, spiazza e va oltre: non cita nessuna delle dieci parole, colloca invece al cuore del suo Vangelo la stessa cosa che sta nel cuore della vita: tu amerai, che è desiderio, attesa, profezia di felicità per ognuno.
    Le leggi che reggono il mondo dello spirito e quelle che reggono la realtà vivente sono le stesse. Per questo: «quando si riesce ad esprimere adeguatamente e con bellezza il Vangelo, sicuramente quel messaggio risponderà alle domande più profonde dei cuori» (Evangelii gaudium, 265). Nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio.
    Amerai, dice Gesù, usando un verbo al futuro, come una azione mai conclusa. Amare non è un dovere, ma una necessità per vivere.
    Cosa devo fare, domani, per essere ancora vivo? Tu amerai.
    Cosa farò anno dopo anno? Tu amerai.
    E l'umanità, il suo destino, la sua storia? Solo questo: l'uomo amerà.
    Ed è detto tutto. Qui gettiamo uno sguardo sulla fede ultima di Gesù: lui crede nell'amore, si fida dell'amore, fonda il mondo su di esso.
    Amerai Dio con tutto il cuore. Non significa ama Dio esclusivamente e nessun altro, ma amalo senza mezze misure. E vedrai che resta del cuore, anzi cresce e si dilata, per amare il marito, il figlio, la moglie, l'amico, il povero. Dio non è geloso, non ruba il cuore, lo dilata.
    Ama con tutta la mente. L'amore è intelligente: se ami, capisci di più e prima, vai più a fondo e più lontano. Amo molto quel proverbio inglese che dice «clarity, charity»: chiarezza, carità. La chiarezza si raggiunge percorrendo la via dell'amore (J. Tolentino).
    Gli avevano domandato il comandamento grande e lui invece ne elenca due. La vera novità non consiste nell'avere aggiunto l'amore del prossimo, era un precetto ben noto della legge antica, ma nel fatto che le due parole insieme, Dio e prossimo, fanno una sola parola, un unico comandamento. Dice infatti: il secondo è simile al primo. Amerai l'uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio, il fratello ha volto e voce e cuore simili a Dio. Il suo grido è da ascoltare come fosse parola di Dio, il suo volto come una pagina del libro sacro.
    Amerai il tuo prossimo come ami te stesso. Ed è quasi un terzo comandamento sempre dimenticato: ama te stesso, amati come un prodigio della mano di Dio, scintilla divina. Se non ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e accumulare, fuggire o violare, senza gioia né intelligenza né stupore.

  • Domenica 29 Ottobre torna l'ora solare

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     DOMENICA 29 OTTOBRE

    torna

    l'ORA SOLARE

     

    Ricora di mettere indietro di un'ora le lancette dell'orologio!!!

     

    L'orario delle celebrazioni resta invariato,

    TRANNE

    LA S. MESSA VESPERTINA

    che sarà celebrata

    alle ore 17.30

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Festa dell'autunno in parrocchia!

  • Cerimonia mandato anno pastorale 2017-18 e festa in comunità

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  • 22 Ottobre 2017: XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 45,1.4-6; Salmo 95; 1 Tessalonicesi 1,1-5; Matteo 22,15-21

    Anno A

     

    In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

     

    La trappola è ben congegnata: È lecito o no pagare il tributo a Roma? Stai con gli invasori o con la tua gente? Con qualsiasi risposta Gesù avrebbe rischiato la vita, o per la spada dei Romani, come istigatore alla rivolta, o per il pugnale degli Zeloti, come sostenitore degli occupanti.
    Erodiani e farisei, due facce note del pantheon del potere, pur essendo nemici giurati tra loro, in questo caso si accordano contro il giovane rabbi di cui temono le parole e vogliono stroncare la carriera.
    Ma Gesù non cade nella trappola, anzi: ipocriti, li chiama, cioè commedianti, la vostra esistenza è una recita. Mostratemi la moneta del tributo. Siamo a Gerusalemme, nell'area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi figura umana, anche se coniata sulle monete. Per questo c'erano i cambiavalute all'ingresso. I farisei, i puri, con la loro religiosità ostentata, portano dentro il luogo più sacro della nazione, la moneta pagana proibita con l'effigie dell'imperatore Tiberio. I commedianti sono smascherati: sono loro, gli osservanti, a violare la norma, mostrando di seguire la legge del denaro e non quella di Mosè.
    Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare. È lecito pagare? avevano chiesto. Gesù risponde impiegando un altro verbo, restituire, come per uno scambio: prima avete avuto, ora restituite. Lungo è l'elenco: ho ricevuto istruzione, sanità, giustizia, coesione sociale, servizi per i più fragili, cultura, assistenza... ora restituisco qualcosa.

    Rendete a Cesare, vale a dire pagate tutti le imposte per servizi che raggiungono tutti. Come non applicare questa chiarezza immediata di Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su manovre finanziarie, tasse, fisco; ai farisei di oggi, per i quali evadere le imposte, cioè non restituire, trattenere, è normale?
    E aggiunge: Restituite a Dio quello che è di Dio. Di Dio è la terra e quanto contiene; l'uomo è cosa di Dio. Di Dio è la mia vita, che «lui ha fatto risplendere per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). Neppure essa mi appartiene.
    Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d'oro su cui è coniata l'immagine di Dio e l'iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore. Restituisci a Dio ciò che è di Dio, cioè te stesso.
    A Cesare le cose, a Dio le persone. A Cesare oro e argento, a Dio l'uomo.
    A me e ad ogni persona, Gesù ripete: tu non appartieni a nessun potere, resta libero da tutti, ribelle ad ogni tentazione di lasciarti asservire.
    Ad ogni potere umano il Vangelo dice: non appropriarti dell'uomo. Non violarlo, non umiliarlo: è cosa di Dio, ogni creatura è prodigio grande che ha il Creatore nel sangue e nel respiro.

  • 15 Ottobre 2017: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 25,6-10; Salmo 22; Filippesi 4,12-14.19-20; Matteo 22, 1-10

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: dite agli invitati: "Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!". Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: "La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

     

    C'è, nella città, una grande festa: si sposa il figlio del re, l'erede al trono, eppure nessuno sembra interessato; nessuna almeno delle persone importanti, quelli che possiedono terreni, buoi e botteghe. È la fotografia del fallimento del re. Che però non si arrende al primo rifiuto, e rilancia l'invito. Come mai di nuovo nessuno risponde e la festa promessa finisce nel sangue e nel fuoco? È la storia di Gesù, di Israele, di Gerusalemme...
    Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
    Per la terza volta i servi ricevono il compito di uscire, chiesa in uscita, a cercare per i crocicchi, dietro le siepi, nelle periferie, uomini e donne di nessuna importanza, basta che abbiano fame di vita e di festa. Se i cuori e le case si chiudono, il Signore, che non è mai a corto di sorprese, apre incontri altrove. Neanche Dio può stare solo. L'ordine del re è illogico e favoloso: tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. L'invito potrebbe sembrare casuale, invece esprime la precisa volontà di raggiungere tutti, nessuno escluso.
    Dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: fateli entrare tutti, cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi e poi i buoni, senza mezze misure, senza bilancino, senza quote da distribuire...
    Il Vangelo mostra che Lui non cerca uomini perfetti, non esige creature immacolate, ma vuole uomini e donne incamminati, anche col fiatone, anche claudicanti, ma in cammino. È così è il paradiso. Pieno di santi? No, pieno di peccatori perdonati, di gente come noi. Di vite zoppicanti. Il re invita tutti, ma non a fare qualcosa per lui, ma a lasciargli fare delle cose per loro: che lo lascino essere Dio!
    Il re entrò nella sala... Noi pensiamo Dio lontano, separato, sul suo trono di gloria, e invece è dentro la sala della vita, in questa sala del mondo, è qui con noi, uno cui sta a cuore la gioia degli uomini, e se ne prende cura; è qui, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime, insediato al centro dell'esistenza, nel cuore della vita, non ai margini di essa.
    E si accorge che un invitato non indossa l'abito delle nozze. Tutti si sono cambiati d'abito, lui no; tutti anche i più poveri, non so come, l'hanno trovato, lui no; lui è come se fosse rimasto ancora fuori dalla sala. È entrato, ma non credeva a una festa. Non ha capito che si fa festa in cielo per ogni peccatore pentito, per ogni figlio che torna, per ogni mendicante d'amore. Non crede che Dio mostri il suo volto di padre nei racconti di un Rabbi che amava banchetti aperti per tutti.

  • Festa di inizio anno Pastorale 2017

  • 8 Ottobre 2017: XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 5, 1-7; Salmo 79; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
    Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio!". Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: "Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!" (...)».

     

    Gesù amava le vigne, doveva conoscerle molto bene e deve averci anche lavorato. Le osservava con occhi d'amore e nascevano parabole, ben sei sono riferite dai Vangeli. Ha adottato la vite come proprio simbolo (io sono la vite e voi i tralci, Gv 15,5) e al Padre ha dato nome e figura di vignaiolo (Gv 15,1). Lanza del Vasto ha intitolato un suo libro con questa immagine visionaria: L'arca aveva una vigna per vela. L'arca della nostra storia, quella che salva l'umanità, l'arca che galleggia sulle acque di questi ininterrotti diluvi e li attraversa, è sospinta da una vela che è Cristo-vite, della quale noi tutti siamo tralci. Insieme catturiamo il vento di Dio, il vento del futuro. Noi la vela, Dio il vento.
    Ma oggi Gesù racconta di una vigna con una vendemmia di sangue e tradimento. La parabola è trasparente. La vigna è Israele, siamo noi, sono io: tutti insieme speranza e delusione di Dio, fino alle ultime parole dei vignaioli, insensate e brutali: «Costui è l'erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l'eredità!».
    Il movente è avere, possedere, prendere, accumulare. Questa ubriacatura per il potere e il denaro è l'origine delle vendemmie di sangue della terra, «radice di tutti i mali» (1Tm 6,10).
    Eppure come è confortante vedere che Dio non si arrende, non è mai a corto di meraviglie e ricomincia dopo ogni tradimento ad assediare di nuovo il cuore, con altri profeti, con nuovi servitori, con il figlio e, infine, anche con le pietre scartate. Conclude la parabola: «Che cosa farà il Padrone della vigna dopo l'uccisione del Figlio?» La soluzione proposta dai giudei è logica, una vendetta esemplare e poi nuovi contadini, che paghino il dovuto al padrone. Gesù non è d'accordo, Dio non spreca la sua eternità in vendette. E infatti introduce la novità propria del Vangelo: la storia perenne dell'amore e del tradimento tra uomo e Dio non si conclude con un fallimento, ma con una vigna nuova.
    «Il regno di Dio sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». E c'è un grande conforto in queste parole. I miei dubbi, i miei peccati, il mio campo sterile non bastano a interrompere la storia di Dio. Il suo progetto, che è un vino di festa per il mondo, è più forte dei miei tradimenti, e avanza nonostante tutte le forze contrarie, la vigna fiorirà.
    Ciò che Dio si aspetta non è il tributo finalmente pagato o la pena scontata, ma una vigna che non maturi più grappoli rossi di sangue e amari di tristezza, bensì grappoli caldi di sole e dolci di miele; una storia che non sia guerra di possessi, battaglie di potere, ma produca una vendemmia di bontà, un frutto di giustizia, grappoli di onestà e, forse, perfino acini o gocce di Dio tra noi.

  • 1° Ottobre 2017: XXVI Domenica del Tempo Ordinario

    XXVI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Ezechiele 18,25-28; Salmo 24; Filippesi 2,1-11; Matteo 21,28-32

    Anno A

     

    In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L'ultimo».
    E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».

     

    Un uomo aveva due figli!. Ed è come dire: Un uomo aveva due cuori. Ognuno di noi ha in sé un cuore diviso; un cuore che dice "sì" e uno che dice "no"; un cuore che dice e poi si contraddice. L'obiettivo santo dell'uomo è avere un cuore unificato.
    Il primo figlio rispose: non ne ho voglia, ma poi si pentì e vi andò. Il primo figlio è un ribelle; il secondo, che dice "sì" e non fa, è un servile. Non si illude Gesù. Conosce bene come siamo fatti: non esiste un terzo figlio ideale, che vive la perfetta coerenza tra il dire e il fare.
    Il primo figlio, vivo, reattivo, impulsivo che prima di aderire a suo padre prova il bisogno imperioso, vitale, di fronteggiarlo, di misurarsi con lui, di contraddirlo, non ha nulla di servile. L'altro figlio che dice "sì, signore" e non fa è un adolescente immaturo che si accontenta di apparire. Uomo di maschere e di paure.
    I due fratelli della parabola, pur così diversi, hanno tuttavia qualcosa in comune, la stessa idea del padre: un padre-padrone al quale sottomettersi oppure ribellarsi, ma in fondo da eludere. Qualcosa però viene a disarmare il rifiuto del primo figlio: si pentì. Pentirsi significa cambiare modo di vedere il padre e la vigna: la vigna è molto più che fatica e sudore, è il luogo dove è racchiusa una profezia di gioia (il vino) per tutta la casa. E il padre è custode di gioia condivisa.
    Chi dei due figli ha fatto la volontà del Padre? Parola centrale. Volontà di Dio è forse mettere alla prova i due figli, misurare la loro obbedienza? No, la sua volontà è la fioritura piena della vigna che è la vita nel mondo; è una casa abitata da figli liberi e non da servi sottomessi.
    Gesù prosegue con una delle sue parole più dure e più consolanti: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Perché hanno detto "no", e la loro vita era senza frutti, ma poi hanno cambiato vita. Dura la frase! Perché si rivolge a noi, che a parole diciamo "sì", ma poi siamo sterili di frutti buoni. Cristiani di facciata o di sostanza? Solo credenti, o finalmente anche credibili?
    Ma è consolante questa parola, perché in Dio non c'è ombra di condanna, solo la promessa di una vita totalmente rinnovata per tutti. Dio non rinchiude nessuno nei suoi ergastoli passati, nessuno; ha fiducia sempre, in ogni uomo; ha fiducia nelle prostitute e ha fiducia anche in me, in tutti noi, nonostante i nostri errori e i nostri ritardi. Dio si fida del mio cuore. E io «accosterò le mie labbra alla sorgente del cuore» (San Bernardo) unificato, «perché da esso sgorga la vita» (Proverbi 4,23), il senso, la conversione: Dio non è un dovere, è stupore e libertà, un vino di festa per il futuro del mondo.

  • 24 Settembre 2017: XXV Domenica del Tempo Ordinario

    XXV Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 144; Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna". [...]»

     

    Il Vangelo è pieno di vigne e di viti, come il Cantico dei cantici. La vigna è, tra tutti, il campo più amato, in cui il contadino investe più lavoro e più passione, gioia e fatica, sudore e poesia. Vigna di Dio e suoi operai siamo noi, profezia di grappoli colmi di sole.
    Un padrone esce all'alba in cerca di lavoratori, e lo farà per ben cinque volte, fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C'è dell'altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell'uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
    E poi, il cuore della parabola: il momento della paga. Primo gesto contromano: cominciare dagli ultimi, che hanno lavorato un'ora soltanto. Secondo gesto contro logica: pagare un'ora soltanto di lavoro quanto una giornata di dodici ore.
    Mi commuove il Dio presentato da Gesù: un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, vuole dare ad ognuno quello che è necessario a mantenere la famiglia quel giorno, il pane quotidiano.
    Il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa di conto e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che estende a tutti il miglior dei contratti. Un Dio la cui prima legge è che l'uomo viva. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona.
    È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce tutte le regole dell'economia, che sa ancora saziarci di sorprese, che ama in perdita. Anzi la nostra più bella speranza è un Dio che non sa far di conto: per lui i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per quelli come lui c'è più gioia nel dare che nel ricevere.
    E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita: mette l'uomo prima del mercato, il mio bisogno prima dei miei meriti.
    Quale vantaggio c'è, allora, a essere operai della prima ora? Solo un supplemento di fatica? Il vantaggio è quello di aver dato di più alla vita, di aver fatto fruttificare di più la terra, di aver reso più bella la vigna del mondo.
    Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l'ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.
    Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto.

  • 17 Settembre 2017: XXIV Domenica del Tempo Ordinario

    XXIV Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Siracide 27,33-28,9; Salmo 102; Romani 14,7-9; Matteo 18, 21-35

    ANNO A

     

    In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
    Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari (...).

     

    «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. L'unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché il Vangelo di Gesù non è spostare un po' più avanti i paletti della morale, ma è la lieta notizia che l'amore di Dio non ha misura. Perché devo perdonare? Perché cancellare i debiti? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio.
    Gesù lo racconta con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di una città: un debito insolvibile. «Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava..»" e il re provò compassione. Il re non è il campione del diritto, ma della compassione. Sente come suo il dolore del servo, e sente che questo conta più dei suoi diritti. Il dolore pesa più dell'oro. E per noi subito s'apre l'alternativa: o acquisire un cuore regale o mantenere un cuore servile come quello del grande debitore perdonato che, "appena uscito", trovò un servo come lui.
    "Appena uscito": non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo. "Appena uscito", ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l'esperienza di come sia un cuore di re, «presolo per il collo, lo strangolava gridando: "Dammi i miei centesimi"», lui perdonato di miliardi!
    Eppure, questo servo "'malvagio" non esige nulla che non sia suo diritto: vuole essere pagato. È giusto e spietato, onesto e al tempo stesso crudele. Così anche noi: bravissimi a calare sul piatto tutti i nostri diritti, abilissimi prestigiatori nel far scomparire i nostri doveri. E passiamo nel mondo come predatori anziché come servitori della vita.
    Giustizia umana è "dare a ciascuno il suo". Ma ecco che su questa linea dell'equivalenza, dell'equilibrio tra dare e avere, dei conti in pareggio, Gesù propone la logica di Dio, quella dell'eccedenza: perdonare settanta volte sette, amare i nemici, porgere l'altra guancia, dare senza misura, profumo di nardo per trecento denari.
    Quando non voglio perdonare (il perdono non è un istinto ma una decisione), quando di fronte a un'offesa riscuoto il mio debito con una contro offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché annullare il debito, stringo un nuovo laccio, aggiungo una sbarra alla prigione.
    Perdonare, invece, significa sciogliere questo nodo, significa lasciare andare, liberare dai tentacoli e dalle corde che ci annodano malignamente, credere nell'altro, guardare non al suo passato ma al suo futuro. Così fa Dio, che ci perdona non come uno smemorato, ma come un liberatore, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica.

  • 10 Settembre 2017 - XXIII Domenica del Tempo Ordinario

    XXIII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Ezechiele 33,1.7-9; Salmo 94; Romani 13,8-10; Matteo 18,15-20

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

     

    Il perdono non consiste in una emozione, ma in una decisione. Non nasce come evento improvviso, ma come un percorso.
    La portata scandalosa del perdono, ciò che va contro tutti i nostri istinti, sta nel fatto che è la vittima che deve convertirsi, non colui che ha offeso, ma colui che ha subito l'offesa. Difficile, eppure il Vangelo assicura che è una possibilità offerta all'uomo, per un futuro risanato. «Il perdono è la de-creazione del male» (R. Panikkar), perché rattoppa incessantemente il tessuto continuamente lacerato delle nostre relazioni.
    Gesù indica un percorso in 5 passi. Il primo è il più esigente: tu puoi intervenire nella vita di un altro e toccarlo nell'intimo, non in nome di un ruolo o di una presunta verità, ma solo se ha preso carne e sangue dentro di te la parola fratello, come afferma Gesù: se tuo fratello pecca... Solo la fraternità reale legittima il dialogo. Quello vero: non quello politico, in cui si misurano le forze, ma quello evangelico in cui si misurano le sincerità.
    Il secondo momento: dopo aver interrogato il cuore, tu va' e parla, tu fa il primo passo, non chiuderti in un silenzio ostile, non fare l'offeso, ma sii tu a riallacciare la relazione. Lontano dalle scene, nel cuore della vita, tutto inizia dal mattoncino elementare di tutta la realtà, il rapporto io-tu.
    Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello. Verbo stupendo: guadagnare un fratello. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l'unica politica economica che produce vera crescita.
    Poi gli altri passi: prendi con te una o due persone, infine parlane alla comunità. E se non ascolta sia per te come il pagano e il pubblicano. Un escluso, uno scarto? No. Con lui ti comporterai come ha fatto Gesù, che siede a mensa con i pubblicani per annunciare la bella notizia della tenerezza di un Dio chino su ciascuno dei suoi figli.
    Tutto quello che legherete o che scioglierete sulla terra, lo sarà anche in cielo. Gesù non parla da giurista, non lo fa mai. «Il potere di perdonare il male non è il potere giuridico dell'assoluzione, è il potere di diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide, più impure, più alterate dell'uomo» (Don Michele Do). È il potere conferito a tutti i fratelli di diventare presenza che de-crea il male, con gesti che vengono da Dio: perdonare i nemici, trasfigurare il dolore, immedesimarsi nel prossimo: è l'eternità che si insinua nell'istante. Infatti: ciò che scioglierete, come lui ha sciolto Lazzaro dalle bende della morte; ciò che legherete, come lui ha legato a sé uomini e donne; ciò che scioglierete avrà libertà per sempre, ciò che legherete avrà comunione per sempre.

  • Inizio Anno Catechistico 2017/2018

  • 3 Settembre 2017 - XXII Domenica del Tempo Ordinario

    XXII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Geremia 20, 7-9; Salmo 62; Romani 12,1-2; Matteo 16,21-27

    Anno A

     

     

    In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto (...) e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

     

    Se qualcuno vuole venire dietro a me... Ma perché seguirlo? Perché andare dietro a lui e alle sue idee? Semplice: per essere felice. Quindi Gesù detta le condizioni. Condizioni da vertigine. La prima: rinnegare se stesso. Parole pericolose, se capite male. Gesù non vuole dei frustrati al suo seguito, ma gente dalla vita piena, riuscita, compiuta, realizzata. Rinnegare se stessi non significa mortificare la propria persona, buttare via talenti e capacità. Significa piuttosto: il mondo non ruota attorno a te; esci dal tuo io, sconfina oltre te. Non mortificazione, allora, ma liberazione.
    Seconda condizione: Prenda la sua croce e mi segua. Una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo, che abbiamo interpretato come esortazione alla rassegnazione: soffri con pazienza, accetta, sopporta le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice "sopporta", dice "prendi". Al discepolo non è chiesto di subire passivamente, ma di prendere, attivamente.
    Che cos'è allora la croce? È il riassunto dell'intera vita di Gesù. Prendi la croce significa: "Prendi su di te una vita che assomigli alla sua". La vocazione del discepolo non è subire il martirio ma una vita da Messia; come lui anche tu passare nel mondo da creatura pacificata e amante.
    La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d'amore. Il sogno di Gesù non è uno sterminato corteo di uomini, donne, bambini, anziani, tutti con la loro croce addosso, in una perenne Via Crucis dolorosa. Ma l'immensa migrazione dell'umanità verso più vita. Sostituiamo croce con amore. Ed ecco: se qualcuno vuole venire con me, prenda su di sé il giogo dell'amore, tutto l'amore di cui è capace, e mi segua. Ciascuno con l'amore addosso, che però ha il suo prezzo: "Là dove metti il tuo cuore, là troverai anche le tue spine e le tue ferite".
    All'orizzonte si stagliano Gerusalemme e i giorni supremi. Gesù li affronta scegliendo di non assomigliare ai potenti del mondo. Potere vero per lui è servire, è venuto a portare la supremazia della tenerezza, e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa: il terzo giorno risorgerò. Quindi la parola centrale del brano: chi perderà la propria vita così, la troverà. Ci hanno insegnato a mettere l'accento sul perdere la vita. Ma se l'ascolti bene, senti che l'accento non è sul perdere, ma sul trovare.
    L'esito finale è "trovare vita". Quella cosa che tutti gli uomini cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di gustare: la fioritura della vita. Perdere per trovare. È la fisica dell'amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato.

  • 27 Agosto 2017: XXI Domenica del Tempo Ordinario

    XXI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 22,19-23; Salmo 137; Romani 11,33-36; Matteo 16,13-20

    Anno A

     

    Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

     

    Oggi il Vangelo propone due delle centinaia di domande che intessono il testo biblico: Cosa dice la gente? E voi che cosa dite? Gesù, riferiscono gli evangelisti, «non parlava alla gente se non con parabole» (Mt 13,34) e con domande. Gesù ha scelto queste due forme particolari di linguaggio perché esse compongono un metodo di comunicazione generativo e coinvolgente, che non lascia spettatori passivi. Lui era un maestro dell'esistenza, e voleva i suoi pensatori e poeti della vita: «Le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande invece, ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare» (Pier Luigi Ricci).
    Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d'opinione: La gente, chi dice che io sia?. La risposta della gente è univoca, bella e sbagliata insieme: Dicono che sei un profeta! Una creatura di fuoco e di luce, come Elia o il Battista; sei bocca di Dio e bocca dei poveri. Ma Gesù non è un uomo del passato, fosse pure il più grande di tutti, che ritorna.
    A questo punto la domanda, arriva esplicita, diretta: Ma voi, chi dite che io sia? Prima di tutto c'è un ma, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Come se dicesse: non si crede per sentito dire. Ma voi, voi con le barche abbandonate, voi che siete con me da anni, voi amici che ho scelto a uno a uno, che cosa sono io per voi?
    In questa domanda è il cuore pulsante della fede: chi sono io per te? Gesù non cerca formule o parole, cerca relazioni (io per te). Non vuole definizioni ma coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato? La sua domanda assomiglia a quelle degli innamorati: quanto conto per te? Che importanza ho nella tua vita? Gesù non ha bisogno della risposta di Pietro per avere informazioni o conferme, per sapere se è più bravo degli altri maestri, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. Cristo è vivo, solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. Cristo non è le mie parole, ma ciò che di Lui arde in me.
    La risposta di Pietro è a due livelli: Tu sei il Messia, Dio che agisce nella storia; e poi, bellissimo: sei il figlio del Dio vivente.
    Figlio nella Bibbia è un termine tecnico: è colui che fa ciò che il padre fa, che gli assomiglia in tutto, che ne prolunga la vita. Tu sei Figlio del Dio vivente, equivale a: Tu sei il Vivente. Sei grembo gravido di vita, fontana da cui la vita sgorga potente, inesauribile e illimitata, sorgente della vita. Se cerchiamo oltre le parole, se scendiamo al loro momento sorgivo, possiamo ancora ascoltare la dichiarazione d'amore di Pietro: tu sei la mia vita! Trovando te ho trovato la vita.

  • 20 Agosto 2017: XX Domenica del Tempo Ordinario

    XX Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 56,1.6-7; Salmo 66; Romani 11,13-15.29-32; Matteo 15,21-28

    Anno A

     

    In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

     

    La donna delle briciole, una madre straniera, intelligente e indomita, che non si arrende ai silenzi e alle risposte brusche di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, uomo di incontri, esce trasformato dall'incontro con lei.
    Una donna di un altro paese e di un'altra religione, in un certo senso "converte" Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare oltre Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d'Israele, di Tiro e Sidone, figli di Raqqa o dei barconi, poco importa: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l'amore delle madri. No, dice la donna a Gesù, tu non sei venuto solo per quelli di Israele, ma anche per me, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
    Anche i discepoli sono coinvolti nell'assedio tenace della donna: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, quelli della mia religione e della mia cultura.
    La donna però non si arrende: aiuta me e mia figlia! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati "cani" e disprezzati come tali.
    E qui arriva la risposta geniale della donna: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, e figli sono anche quelli che pregano un altro Dio.
    Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che non conosce la Bibbia, che prega altri dei, per Gesù è donna di grande fede.
    La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all'unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe: «è con il cuore che si crede», scrive Paolo (Rm 10,10). Lei sa che Dio è felice quando una madre, qualsiasi madre, abbraccia felice la carne della sua carne, finalmente guarita.
    Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio sono come un grembo che partorisce il miracolo.
    Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da abbracciare: la terra come un'unica grande casa, con una tavola ricca di pane e ricca di figli. E tutti, tutti sono dei nostri.

  • 13 Agosto 2017: XIX Domenica del Tempo Ordinario

    XIX Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: 1 Re 19,9.11-13; Salmo 84; Romani 9,1-5; Matteo 14,22-33

    Anno A

     

    [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». [...]

     

    Gesù dapprima assente, poi come un fantasma nella notte, poi voce sul vento e infine mano forte che ti afferra. Un crescendo, dentro una liturgia di onde, di tempesta, di buio.
    È commovente questo Gesù che passa di incontro in incontro: saluta i cinquemila appena sfamati, uno a uno, con le donne e i bambini; profumato di abbracci e di gioia, ora desidera l'abbraccio del Padre e sale sul monte a pregare. Poi, verso l'alba, sente il desiderio di tornare dai suoi. Di abbraccio in abbraccio: così si muoveva Gesù.
    A questo punto il Vangelo racconta una storia di burrasca, di paure e di miracoli che falliscono. Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede: se sei figlio di Dio, comandami di venire a te camminando sulle acque.
    Venire a te, bellissima richiesta. Camminando sulle acque, richiesta infantile di un prodigio fine a se stesso, esibizione di forza che non ha di mira il bene di nessuno. E infatti il miracolo non va a buon fine.
    Pietro scende dalla barca, comincia a camminare sulle acque, ma in quel preciso momento, proprio mentre vede, sente, tocca il miracolo, comincia a dubitare e ad affondare. Uomo di poca fede perché hai dubitato? Pietro è uomo di poca fede non perché dubita del miracolo, ma proprio in quanto lo cerca. I miracoli non servono alla fede. Infatti Dio non si impone mai, si propone. I miracoli invece si impongono e non convertono. Lo mostra Pietro stesso: fa passi di miracolo sull'acqua eppure proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine del prodigio sotto i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede va in crisi: Signore affondo!
    Quando Pietro guarda al Signore e alla sua parola: Vieni!, può camminare sul mare. Quando guarda a se stesso, alle difficoltà, alle onde, alle crisi, si blocca nel dubbio. Così accade sempre. Se noi guardiamo al Signore e alla sua Parola, se abbiamo occhi che puntano in alto, se mettiamo in primo piano progetti buoni, noi avanziamo. Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita, i progetti danno ordini al futuro.
    Se guardiamo alle difficoltà, se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie, se guardiamo ai nostri complessi, ai fallimenti di ieri, ai peccati che ricorrono, iniziamo la discesa nel buio.
    Ringrazio Pietro per questo suo intrecciare fede e dubbio; per questo suo oscillare fra miracoli e abissi. Pietro, dentro il miracolo, dubita: Signore affondo; dentro il dubitare, crede: Signore, salvami!
    Dubbio e fede. Indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore umano. Ora so che qualsiasi mio affondamento può essere redento da una invocazione gridata nella notte, gridata nella tempesta come Pietro, dalla croce come il ladro morente.

  • 6 Agosto 2017: Trasfigurazione del Signore

    Trasfigurazione del Signore

    Letture: Deuteronomio 7,9-10.13-14; Salmo 96; 2 Pietro 1,16-19; Matteo 17,1-9

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete» [...].

     

    V«Un fiore di luce nel nostro deserto» (Turoldo), così appare il volto di Cristo sul Tabor. Ed è il volto ultimo e alto dell'uomo. In principio, in ogni uomo è stato posto non un cuore d'ombra, ma un seme di luce, sepolto in noi come nostro volto segreto.
    Gesù prende con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, i primi chiamati, e li porta con sé, su un alto monte. Li conduce là dove la terra s'innalza nella luce, dove è la nascita delle acque che fecondano ogni vita.
    Il suo volto brillò come il sole: il volto è come la grafia del cuore, la sua espressione. Il volto alto dell'uomo è comprensibile solo a partire da Gesù. Ogni uomo abita la terra come un'icona di Cristo incompiuta, che viene dipinta progressivamente lungo l'intera esistenza su un fondo d'oro già presente dall'inizio e che è la somiglianza con Dio. Ogni Adamo è una luce custodita in un guscio di fango.
    Vivere altro non è che la fatica aspra e gioiosa di liberare tutta la luminosità e la bellezza sepolte in noi.
    E le sue vesti divennero bianche come la luce: la gloria è così eccessiva che non si ferma al volto, neppure al corpo intero, ma tracima verso l'esterno e cattura la materia degli abiti e la trasfigura. Se la veste è luminosa sopra ogni possibilità umana, quale sarà la bellezza del corpo?
    Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia: Mosè sceso dal Sinai con il volto imbevuto di luce e di vento, Elia rapito in un carro di fuoco e di luce.
    Allora, Pietro, stordito e sedotto da ciò che vede, balbetta:
    È bello per noi essere qui. Stare qui, davanti a questo volto, che è l'unico luogo dove possiamo vivere e sostare. Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto. Altrove non è bello, e possiamo solo pellegrinare, non stare. Qui è la nostra identità, abitare anche noi una luce, una luce che è dentro la nostra creta e che è il nostro futuro.
    Non c'è fede viva e vera che non discenda da uno stupore, da un innamoramento, da un: che bello! Gridato a pieno cuore, come Pietro sul Tabor.
    Ma come tutte le cose belle la visione non fu che la freccia di un attimo: e una nube luminosa li coprì con la sua ombra.
    Venne una voce: quel Dio che non ha volto, ha invece una voce. Gesù è la Voce diventata Volto. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola di suo Figlio: ascoltate Lui. Fede fatta d'ascolto: sali sul monte per vedere, e sei rimandato all'ascolto. Scendi dal monte, e ti rimane nella memoria l'eco dell'ultima parola: Ascoltatelo.
    La visione del volto cede all'ascolto del volto. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù. Così come anche il mistero dell'uomo. Quel volto parla, e nell'ascolto diventiamo come lui, anche noi imbevuti di cielo.

  • 30 Luglio 2017: XVII Domenica del Tempo Ordinario

    XVII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Primo Libro dei Re 3, 5.7-12; Salmo 118; Romani 8, 28-30; Matteo 13, 44-52

    Anno A

     

    In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».

     

    Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, senza averlo programmato, tra rovi e sassi, su un campo non suo, resta folgorato dalla scoperta e dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
    Due modalità che sembrano contraddirsi, ma il Vangelo è liberante: l'incontro con Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, sorpresi da una luce sulla via di Damasco, oppure da un Dio innamorato di normalità, che passa, come dice Teresa d'Avila, "fra le pentole della cucina", che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e lavori e ami, come un contadino paziente.
    Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
    «Trovato il tesoro, l'uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
    Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
    I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.
    Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all'esame di pastorale. L'ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell'alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
    Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l'esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell'esistenza.

     

  • 23 Luglio 2017: XVI Domenica del Tempo Ordinario

    XVI Domenica del Tempo Ordinario 

    Anno A

    Letture: Sapienza 12,13.16-19; Salmo 85; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24 - 30

     

    In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio"».

     

    Questa parabola mi ha cambiato il volto di Dio. La interpretava con parole luminose padre Giovanni Vannucci, uno dei massimi mistici del '900. Diceva: il nostro cuore è un pugno di terra, seminato di buon seme e assediato da erbacce; una zolla di terra dove intrecciano le loro radici, talvolta inestricabili, il bene e il male.
    «Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?» domandano i servi al padrone. La risposta è perentoria: «No, perché rischiate di strapparmi spighe di buon grano!». Un conflitto di sguardi: quello dei servi si posa sul male, quello del padrone sul bene. Il seminatore infaticabile ripete: guarda al buon grano di domani, non alla zizzania. La gramigna è secondaria, viene dopo, vale di meno.
    Tu pensa al buon seme. Davanti a Dio una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo, il bene è più importante del male, la luce conta più del buio.
    La morale del Vangelo infatti non è quella della perfezione, l'ideale assoluto e senza macchia, ma quella del cammino, della fecondità, dell'avvio, di grappoli che maturano tenacemente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita.
    La parabola ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dallo stilare il solito lungo elenco di ombre e di fragilità, che poi è sempre lo stesso. La nostra coscienza chiara, illuminata e sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio ha seminato in noi: il nostro giardino, l'Eden affidato alla nostra cura.
    Mettiamoci sulla strada con cui Dio agisce: per vincere la notte accende il mattino; per far fiorire la steppa sterile getta infiniti semi di vita; per sollevare la farina pesante e immobile mette un pizzico di lievito. Dio avvia la primavera del cosmo, a noi spetta diventare l'estate profumata di messi. Io non sono i miei difetti o le mie debolezze, ma le mie maturazioni. Non sono creato a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno.
    L'attività religiosa, solare, positiva, vitale che dobbiamo avere verso noi stessi consiste nel
    non preoccupiamoci prima di tutto delle erbacce o dei difetti, ma nel venerare tutte le forze di bontà, di generosità, di accoglienza, di bellezza e di tenerezza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e vedremo le tenebre scomparire.
    Custodisci e coltiva con ogni cura i talenti, i doni, i semi di vita e la zizzania avrà sempre meno terreno. Preoccupati del buon seme, ama la vita, proteggi ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature. E sii indulgente anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce.

  • 2017 Gabriele Marconi alla festa della Parrocchia C Immacolato ad Albano Laziale

    2017 Gabriele Marconi alla festa della Parrocchia C Immacolato ad Albano Laziale - YouTube

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  • 16 Luglio 2017: XV Domenica del Tempo Ordinario

    XV Domenica delTempo Ordinario

    Letture: Isaia 55,10-11; Salmo 64; Romani 8,18-23; Matteo 13, 1-23

    Anno A

     

    Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (...).

     

    Egli parlò loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, suscita emozioni, avvia un viaggio tutto personale.
    Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo. Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole
    Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio. Il seminatore uscì a seminare. Non 'un', ma 'il' seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita. Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore, il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana di vita.
    Abbiamo tutti negli occhi l'immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui. Il seguito è spiazzante: il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. Non è distratto o maldestro, è invece uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
    Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento. Un'iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
    Tuttavia, per quanto il seme sia buono, se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
    Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d'amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.
    Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
    Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell'uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.

  • 9 Luglio 2017: XIV Domenica del Tempo Ordinario

    XIV Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: Zaccaria 9,9-10; Salmo 144; Romani 8,9.11-13; Matteo 11,25-30

    Anno A

     

    In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

     

    È un periodo di insuccessi per il ministero di Gesù: contestato dall'istituzione religiosa, rifiutato dalle città attorno al lago, da una generazione che non esita a definire «di bambini» (Mt 11,16), Gesù ha improvvisamente come un sussulto di stupore, gli si apre davanti uno squarcio inatteso, un capovolgimento: Padre, ho capito e ti rendo lode. Attorno a Gesù il posto sembrava rimasto vuoto, si erano allontanati i grandi, i sapienti, gli scribi, i sacerdoti ed ecco che il posto lo riempiono i piccoli: poveri, malati, vedove, bambini, i preferiti da Dio.
    Ti ringrazio, Padre, perché hai parlato a loro, e loro ti hanno capito. I piccoli sono le colonne segrete della storia; i poveri, e non i potenti, sono le colonne nascoste del mondo. Gesù vede e capisce la logica di Dio, la sua tenerezza comincia dagli ultimi della fila, dai bastonati della vita. Non è difficile Dio: sta al fianco dei piccoli, porta quel pane d'amore di cui ha bisogno ogni cuore stanco... E ogni cuore è stanco. Di un segno d'affetto ha estremo bisogno l'animo umano: è la vera lingua universale della Pentecoste, che ogni persona dal cuore puro capisce, in ogni epoca, su tutta la terra.
    Gesù che si stupisce di Dio; mi incanta, è bellissima questa meraviglia che lo invade e lo senti felice, mentre le sue parole passano dal lamento alla danza. Ma poi non basta, Gesù fa un ulteriore passo avanti.
    Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro, non un nuovo sistema di pensiero, non una morale migliore, ma il ristoro, il conforto del vivere. Anche per me e per te, nominare Cristo deve equivalere a confortare la vita. Le nostre prediche, i tanti incontri devono diventare racconti di speranza e di libertà. Altrimenti sono parole e gesti che non vengono da lui, sono la tomba della domanda dell'uomo e della risposta di Dio. Invece là dove le domande dell'uomo e la bellezza del Dio di Gesù si incontrano, lì esplode la vita.
    Imparate da me... Andare da Gesù è andare a scuola di vita. Imparate dal mio cuore, dal mio modo di amare, delicato e indomito. Il maestro è il cuore. Se ascolti per un minuto il cuore, scrive il mistico Rumi, farai lezione ai sapienti e agli intelligenti!
    Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero: dolce musica, buona notizia. Il giogo, nella Bibbia, indica la Legge. Ora la legge di Gesù è l'amore. Prendete su di voi l'amore, che è un re leggero, un tiranno amabile, che non colpisce mai ciò che è al cuore dell'uomo, non vieta mai ciò che all'uomo dà gioia e vita, ma è instancabile nel generare, curare, rimettere in cammino. Cos'è l'amore? È ossigeno. Che se la vita si è fermata, la attende, la impregna di sé e le ridona respiro.

  • 2 Luglio 2017: XIII Domenica del Tempo Ordinario

    XIII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: 2 Re 4,8-11.14-16; Salmo 88; Romani 6,3-4.8-11; Matteo 10,37-42

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato [...] Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».


    Un Dio che pretende di essere amato più di padre e madre, più di figli e fratelli, che sembra andare contro le leggi del cuore. Ma la fede per essere autentica deve conservare un nucleo sovversivo e scandaloso, il «morso del più» (Luigi Ciotti), un andare controcorrente e oltre rispetto alla logica umana.
    Non è degno di me. Per tre volte rimbalza dalla pagina questa affermazione dura del Vangelo. Ma chi è degno del Signore? Nessuno, perché il suo è amore incondizionato, amore che anticipa, senza clausole. Un amore così non si merita, si accoglie.
    Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà! Perdere la vita per causa mia non significa affrontare il martirio. Una vita si perde come si spende un tesoro: investendola, spendendola per una causa grande. Il vero dramma per ogni persona umana è non avere niente, non avere nessuno per cui valga la pena mettere in gioco o spendere la propria vita.
    Chi avrà perduto, troverà. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri, come la donna di Sunem della Prima Lettura, che dona al profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada e riceverà in cambio una vita intera, un figlio. E la capacità di amare di più.
    A noi, forse spaventati dalle esigenze di Cristo, dall'impegno di dare la vita, di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: Chi avrà dato anche solo un bicchiere d'acqua fresca, non perderà la sua ricompensa.
    Il dare tutta la vita o anche solo una piccola cosa, la croce e il bicchiere d'acqua sono i due estremi di uno stesso movimento: dare qualcosa, un po', tutto, perché nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare: Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Non c'è amore più grande che dare la vita!
    Un bicchiere d'acqua, dice Gesù, un gesto così piccolo che anche l'ultimo di noi, anche il più povero può permettersi. E tuttavia un gesto non banale, un gesto vivo, significato da quell'aggettivo che Gesù aggiunge, così evangelico e fragrante: acqua fresca.
    Acqua fresca deve essere, vale a dire l'acqua buona per la grande calura, l'acqua attenta alla sete dell'altro, procurata con cura, l'acqua migliore che hai, quasi un'acqua affettuosa con dentro l'eco del cuore.
    Dare la vita, dare un bicchiere d'acqua fresca, ecco la stupenda pedagogia di Cristo. Un bicchiere d'acqua fresca se dato con tutto il cuore ha dentro la Croce. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d'acqua.
    Nulla è troppo piccolo per il Signore, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.
    Amare nel Vangelo non equivale ad emozionarsi, a tremare o trepidare per una creatura, ma si traduce sempre con un altro verbo molto semplice, molto concreto, un verbo fattivo, di mani, il verbo dare.

  • 25 Giugno 2017: XII Domenica del Tempo Ordinario

    XII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

     

    Non abbiate paura: voi valete più di molti passeri. Ogni volta, di fronte a queste parole provo paura e commozione insieme: la paura di non capire un Dio che si perde dietro le più piccole creature: i passeri e i capelli del capo; la commozione di immagini che mi parlano dell'impensato di Dio, che fa per te ciò che nessuno ha fatto, ciò che nessuno farà: ti conta tutti i capelli in capo e ti prepara un nido nelle sue mani. Per dire che tu vali per Lui, che ha cura di te, di ogni fibra del corpo, di ogni cellula del cuore: innamorato di ogni tuo dettaglio.
    Nemmeno un passero cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti a morire, i bambini ad essere venduti a poco più di un soldo o gettati via appena spiccato il loro breve volo.
    Ma allora, è Dio che fa cadere a terra? È Dio che infrange le ali dei corti voli che sono le nostre vite, che invia la morte ed essa viene? No. Abbiamo interpretato questo passo sull'eco di certi proverbi popolari come: non si muove foglia che Dio non voglia. Ma il Vangelo non dice questo, assicura invece che neppure un passero cadrà a terra senza che Dio ne sia coinvolto, che nessuno cadrà fuori dalle mani di Dio, lontano dalla sua presenza. Dio sarà lì.
    Nulla accade senza il Padre, è la traduzione letterale, e non di certo senza che Dio lo voglia. Infatti molte cose, troppe accadono nel mondo contro il volere di Dio. Ogni odio, ogni guerra, ogni violenza accade contro la volontà del Padre, e tuttavia nulla avviene senza che Dio ne sia coinvolto, nessuno muore senza che Lui non ne patisca l'agonia, nessuno è rifiutato senza che non lo sia anche lui (Matteo 25), nessuno è crocifisso senza che Cristo non sia ancora crocifisso.
    Quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo sulle terrazze, sul posto di lavoro, nella scuola, negli incontri di ogni giorno annunciate che Dio si prende cura di ognuno dei suoi figli, che nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio.
    Temete piuttosto chi ha il potere di far perire l'anima, l'anima è vulnerabile, l'anima è una fiamma che può languire: muore di superficialità, di indifferenza, di disamore, di ipocrisia. Muore quando ti lasci corrompere, quando disanimi gli altri e togli loro coraggio, quando lavori a demolire, a calunniare, a deridere gli ideali, a diffondere la paura.
    Per tre volte Gesù ci rassicura: Non abbiate paura (vv 26,28,31), voi valete! Che bello questo verbo! Per Dio, io valgo. Valgo di più, di più di molti passeri, di più di tutti i fiori del campo, di più di quanto osavo sperare. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita.

  • 18 Giugno 2017: Corpus Domini

    Corpus Domini

    Letture: Deuteronomio 8,2-3.14b-16a; Salmo 147; 1 Corinzi 10,16-17; Giovanni 6,51-5

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro (...). Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. (...) Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

     

    Io sono il pane vivo: Gesù è stato geniale a scegliere il pane. Il pane è una realtà santa, indica tutto ciò che fa vivere, e che l'uomo viva è la prima legge di Dio.
    Che cosa andremo a fare domenica nelle nostre celebrazioni? Ad adorare il Corpo e Sangue del Signore? No. Oggi non è la festa dei tabernacoli aperti o delle pissidi dorate e di ciò che contengono.
    Celebriamo Cristo che si dona, corpo spezzato e sangue versato? Non è esatto. La festa di oggi è ancora un passo avanti. Infatti che dono è quello che nessuno accoglie? Che regalo è se ti offro qualcosa e tu non lo gradisci e lo abbandoni in un angolo?
    Oggi è la festa del prendete e mangiate, prendete e bevete, il dono preso, il pane mangiato. Come indica il Vangelo della festa che si struttura interamente attorno ad un verbo semplice e concreto "mangiare", ripetuto per sette volte e ribadito per altre tre insieme a "bere".
    Gesù non sta parlando del sacramento dell'Eucaristia, ma del sacramento della sua esistenza, che diventa mio pane vivo quando la prendo come misura, energia, seme, lievito della mia umanità. Vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, perché ci incamminiamo a vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta lui.
    Mangiare e bere la vita di Cristo non si limita alle celebrazioni liturgiche, ma si dissemina sul grande altare del pianeta, nella "messa sul mondo" (Theilard de Chardin). Io mangio e bevo la vita di Cristo quando cerco di assimilare il nocciolo vivo e appassionato della sua esistenza, quando mi prendo cura con combattiva tenerezza degli altri, del creato e anche di me stesso. Faccio mio il segreto di Cristo e allora trovo il segreto della vita.
    Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Determinante è la piccola preposizione : "in". Che crea legame, intimità, unione, innesto, contiene "tutta la ricchezza del mistero: Cristo in voi" (Col 1,27). La ricchezza della fede è di una semplicità abbagliante: Cristo che vive in me, io che vivo in Lui. Il Verbo che ha preso carne nel grembo di Maria continua, ostinato, a incarnarsi in noi, ci fa tutti gravidi di Vangelo, incinti di luce.
    Prendete, mangiate! Parole che mi sorprendono ogni volta, come una dichiarazione d'amore: "Io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell'intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita".
    Qui è il miracolo, il batticuore, lo stupore: Dio in me, il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola, con la stessa vocazione: non andarcene da questo mondo senza essere diventati pezzo di pane buono per qualcuno.

  • 11 Giugno 2017: Santissima Trinità

    Santissima Trinità

    Letture: Esodo 34, 4-6.8-9; Deuteronomio 3, 52-56; 2 Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3, 16-18

    Anno A

     

    In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».

     

    I termini che Gesù sceglie per raccontare la Trinità, sono nomi di famiglia, di affetto: Padre e Figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito è nome che dice respiro: ogni vita riprende a respirare quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata. In principio a tutto è posta una relazione; in principio, il legame. E se noi siamo fatti a sua immagine e somiglianza, allora il racconto di Dio è al tempo stesso racconto dell'uomo, e il dogma non rimane fredda dottrina, ma mi porta tutta una sapienza del vivere. Cuore di Dio e dell'uomo è la relazione: ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto così bene, perché allora sono di nuovo a immagine della Trinità.
    Nella Trinità è posto lo specchio del nostro cuore profondo, e del senso ultimo dell'universo. Nel principio e nella fine, origine e vertice dell'umano e del divino, è il legame di comunione.
    Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio... In queste parole Giovanni racchiude il perché ultimo dell'incarnazione, della croce, della salvezza: ci assicura che Dio in eterno altro non fa che considerare ogni uomo e ogni donna più importanti di se stesso. Dio ha tanto amato... E noi, creati a sua somigliante immagine, «abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene» (J. Maritain).
    Da dare il suo Figlio: nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare (non c'è amore più grande che dare la propria vita...). Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi o a intenerirsi, ma a dare, un verbo di mani e di gesti.
    Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato dall'unico grande peccato: il disamore. Gesù è il guaritore del disamore (V. Fasser). Quello che spiega tutta la storia di Gesù, quello che giustifica la croce e la Pasqua non è il peccato dell'uomo, ma l'amore per l'uomo; non qualcosa da togliere alla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede abbia più vita.
    Dio ha tanto amato il mondo... E non soltanto gli uomini, ma il mondo intero, terra e messi, piante e animali. E se lui lo ha amato, anch'io voglio amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio come frammento della sua Parola. Il mondo è il grande giardino di Dio e noi siamo i suoi piccoli "giardinieri planetari".
    Davanti alla Trinità, io mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l'intero creato e che ha nome amore.

  • Estrazione lotteria Festa Titolare2017

  • 4 Giugno 2017: Domenica di Pentecoste

    Domenica di Pentecoste

    Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; 1 Corinzi 12,3-7.12-13; Giovanni 20, 19-23

    Anno A

     

    La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».


    La Parola di Dio racconta in quattro modi diversi il venire dello Spirito Santo, per dirci che Lui, il respiro di Dio, non sopporta schemi.
    Nel Vangelo lo Spirito viene come presenza che consola, leggero e quieto come un respiro, come il battito del cuore.
    Negli Atti viene come energia, coraggio, rombo di tuono che spalanca le porte e le parole. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa, lui spalanca finestre, ti apre davanti il mondo, chiama oltre.
    Secondo Paolo, viene come dono diverso per ciascuno, bellezza e genialità di ogni cristiano.
    E un quarto racconto è nel versetto del salmo: del tuo Spirito Signore è piena la terra. Tutta la terra, niente e nessuno esclusi. Ed è piena, non solo sfiorata dal vento di Dio, ma colmata: tracima, trabocca, non c'è niente e nessuno senza la pressione mite e possente dello Spirito di Dio, che porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose. "Che fa vivere e santifica l'universo", come preghiamo nella Eucaristia.
    Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei, ecco accadere qualcosa che ribalta la vita degli apostoli, che rovescia come un guanto quel gruppetto bloccato dietro porte sbarrate. Qualcosa ha trasformato uomini barcollanti d'angoscia, in persone danzanti di gioia, "ubriache" (Atti 2,13) di coraggio: è lo Spirito, fiamma che riaccende le vite, vento che dilaga dalla camera alta, terremoto che fa cadere le costruzioni pericolanti, sbagliate, e lascia in piedi solo ciò che è davvero solido. È accaduta la Pentecoste e si è sbloccata la vita.
    La sera di Pasqua, mentre erano chiuse le porte, venne Gesù, stette in mezzo ai suoi e disse: pace! L'abbandonato ritorna da coloro che lo avevano abbandonato. Non accusa nessuno, avvia processi di vita; gestisce la fragilità dei suoi con un metodo umanissimo e creativo: li rassicura che il suo amore per loro è intatto (mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, ferite d'amore); ribadisce la sua fiducia testarda, illogica e totale in loro (come il Padre ha mandato me, io mando voi). Voi come me. Voi e non altri. Anche se mi avete lasciato solo, io credo ancora in voi, e non vi mollo.
    E infine gioca al rialzo, offre un di più: alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo. Lo Spirito è il respiro di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione asfittica, entra il respiro ampio e profondo di Dio, l'ossigeno del cielo. E come in principio il Creatore soffiò il suo alito di vita su Adamo, così ora Gesù soffia vita, trasmette ai suoi ciò che lo fa vivere, quel principio vitale e luminoso, quella intensità che lo faceva diverso, che faceva unico il suo modo di amare, e spalancava orizzonti.

  • 31 Maggio 2017: Ascensione del Signore

    Ascensione del Signore

    Letture: Atti 1,1-11; Salmo 46; Efesini 1,17-23; Matteo 28,16-20

    Anno A

     

    In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

     

    L'ultimo appuntamento di Gesù ai suoi è su di un monte in Galilea, la terra dove tutto ha avuto inizio. I monti sono come indici puntati verso l'infinito, la terra che si addentra nel cielo, sgabello per i piedi di Dio, dimora della rivelazione della luce: sui monti si posa infatti il primo raggio di sole e vi indugia l'ultimo.
    Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne tenaci e coraggiose.
    Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto, e sono venuti tutti all'appuntamento sull'ultima montagna.
    E questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito, e sa che nessuno di loro lo dimenticherà.
    Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in uomini che dubitano ancora, non resta a spiegare e a rispiegare. Il Vangelo e il mondo nuovo, che hanno sognato insieme, li affida alla loro fragilità e non all'intelligenza dei primi della classe: è la legge del granello di senape, del pizzico di sale, dei piccoli che possono essere lievito e forse perfino fuoco, per contagiare di Vangelo e di nascite coloro che incontreranno.
    C'è un passaggio sorprendente nelle parole di Gesù: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra... Andate dunque. Quel dunque è bellissimo: per Gesù è ovvio che ogni cosa che è sua sia anche nostra. Tutto è per noi: la sua vita, la sua morte, la sua forza! Dunque, andate. Fate discepoli tutti i popoli... Con quale scopo? Arruolare devoti, far crescere il movimento con nuovi adepti? No, ma per un contagio, un'epidemia divina da spargere sulla terra. Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere di vivere, così come l'avete visto fare a me, mostrate loro quanto sono belli e grandi.
    E poi le ultime parole, il suo testamento: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo: con voi, sempre, fino alla fine.
    Cosa sia l'ascensione lo capiamo da queste parole. Non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino di prima. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro. Non è andato al di là delle nubi ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, nell'intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita.
    Quel Gesù che ha preso per sé la croce per offrirmi in ogni mio patire scintille di risurrezione, per aprire brecce nei muri delle mie prigioni, lui è il mio Dio esperto di evasioni!

  • Concorso "Disegna un tappeto di fiori" 2017

    LA VINCITRICE DEL CONCORSO "DISEGNA UN TAPPETO DI FIORI" E' GAIA BORELLI

     Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato al concorso.

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  • 20 Maggio 2017: VI Domenica di Pasqua

    VI Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

     

    La prima parola è «se»: se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile, così fragile, così fiducioso, così paziente. Non dice: dovete amarmi. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà.
    Ma, se mi ami, sarai trasformato in un'altra persona, diventerai come me, prolungamento dei miei gesti, eco delle mie parole: se mi amate, osserverete i comandamenti miei. Non per dovere, ma come espansione verso l'esterno di ciò che già preme dentro, come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia dura dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme e foglie.
    In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il suo comando finora diceva: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato, ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell'amore. Non detta regole, si fa mendicante d'amore, rispettoso e generativo. Non rivendica amore, lo spera.
    Ma amarlo è pericoloso. Infatti il brano di oggi riporta sette versetti, in cui per sette volte Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in noi. E lo fa con parole che dicono unione, compagnia, incontro, intimità, in una divina monotonia, umile e sublime: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.
    Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di trasformazione: se mi ami diventi come me! Io posso diventare come Lui, acquisire nei miei giorni un sapore di cielo e di storia buona; sapore di libertà, di mitezza, di pace, di forza, di nemici perdonati, e poi di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati, di relazioni buone e feconde che sono la bellezza del vivere.
    Quali sono i comandamenti miei di cui parla Gesù? Non l'elenco delle Dieci Parole del monte Sinai; non i comandi esigenti o i consigli sapienti dettati in quei tre anni di itineranza libera e felice dal rabbi di Nazaret.
    I comandamenti da osservare sono invece quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettare di essere ricambiato.
    «Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15). Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino trema insieme al tremante cuore della sua amica («donna, perché piangi?»), che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici. Comandamenti che confortano la vita. Mentre nelle sue mani arde il foro dei chiodi incandescenti della crocifissione.

  • 14 Maggio 2017: V Domenica di Quaresima

    V Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 6, 1-7; Salmo 32; 1 Lettera di San Pietro 2,4-9; Giovanni 14, 1-12

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
    Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre (...)».

     

    Non abbiate paura, non sia turbato il vostro cuore, sono le parole di apertura del Vangelo, le parole primarie del nostro rapporto con Dio e con la vita, quelle che devono venirci incontro appena aperti gli occhi, ogni mattina.
    Gesù ha una proposta chiara per aiutarci a vincere la paura: abbiate fede, nel Padre e anche in me. Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede nella buona notizia che Dio è amore, e non ti molla; la fede in Gesù che è la via, la verità, la vita. Tre parole immense. Inseparabili tra loro. Io sono la strada vera che porta alla vita.
    La Bibbia è piena di strade, di vie, di sentieri, piena di progetti e di speranze. Felice chi ha la strada nel cuore, canta il salmo 84,6. I primi cristiani avevano il nome di "Quelli della via" (Atti 9,2), quelli che hanno sentieri nel cuore, che percorrono le strade che Gesù ha inventato, che camminano chiamati da un sogno e non si fermano. E la strada ultima, la via che i discepoli hanno ancora negli occhi, il gesto compiuto poco prima da Gesù, è il maestro che lava i piedi ai suoi, amore diventato servizio.
    Io sono la verità. Gesù non dice di avere la verità, ma di essere la verità, di esserlo con tutto se stesso. La verità non consiste in cose da sapere, o da avere, ma in un modo di vivere. La verità è una persona che produce vita, che con i suoi gesti procura libertà. «La verità è ciò che arde» (Ch. Bobin), parole e azioni che hanno luce, che danno calore.
    La verità è sempre coraggiosa e amabile. Quando invece è arrogante, senza tenerezza, è una malattia della storia che ci fa tutti malati di violenza. La verità dura, aggressiva, la verità dispotica, «è così e basta», la verità gridata da parole come pietre, quella dei fondamentalisti, non è la voce di Dio. La verità imposta per legge non è da Dio. Dio è verità amabile.
    Io sono la vita, io faccio vivere. Parole enormi che nessuna spiegazione può esaurire. Parole davanti alle quali provo una vertigine. Il mistero dell'uomo si spiega con il mistero di Dio, la mia vita si spiega solo con la vita di Dio. Il nostro segreto è oltre noi.
    Nella mia esistenza c'è una equazione: più Dio equivale a più io. Più vangelo in me vuol dire più vita in me, vita di una qualità indistruttibile.
    Il mistero di Dio non è lontano da te, è nel cuore della tua vita: nei gesti di nascere, amare, dubitare, credere, perdere, illudersi, osare, dare la vita... La vita porta con sé il respiro di Dio, in ogni nostro amore è Lui che ama.
    Chi crede in me anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste. Falsa religione è portare Dio nella nostra misura, vera fede è portare noi stessi nella misura di Dio.

  • 7 Maggio 2017: IV Domenica di Pasqua

    IV Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 2,14.36-41; Salmo 22; 1 Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. [...]

     

    Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Per me, una delle frasi più solari di tutto il Vangelo. Anzi, è la frase della mia fede, quella che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l'ascolto: sono qui per la vita piena, abbondante, potente. Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, uno scialo, uno spreco che profuma di amore, di libertà e di coraggio.
    Così è Dio: manna non per un giorno ma per quarant'anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, perdono per settanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari.
    «Gesù non è venuto a portare una teoria religiosa, un sistema di pensiero. Ci ha comunicato vita ed ha creato in noi l'anelito verso più grande vita» (G. Vannucci).
    Il Vangelo contiene la risposta alla fame di vita che tutti ci portiamo dentro e che ci incalza.
    Il primo gesto che caratterizza il pastore vero, datore di vita, è quello di entrare nel recinto delle pecore, chiamare ciascuna per nome (Gesù usa qui una metafora eccessiva, illogica, impossibile per un pastore "normale", ma il gesto sottolinea il di più, l'amore esagerato del Signore) e poi di condurle fuori.
    Gesù porta le sue pecore fuori dal recinto, un luogo che dà sicurezza ma che al tempo stesso toglie libertà. Non le porta da un recinto ad un altro, dalle istituzioni del vecchio Israele a nuovi schemi migliori. No, egli è il pastore degli spazi aperti, quello che lui avvia è un processo di liberazione interminabile, una immensa migrazione verso la vita. Per due volte assicura: «io sono la porta», la soglia sempre spalancata, che nessuno richiuderà più, più forte di tutte le prigioni (entrerà e uscirà e troverà...), accesso a una terra dove scorrono latte e miele, latte di giustizia e innocenza, miele di libertà. Più vita.
    La seconda caratteristica del pastore autentico è quella di camminare davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Non un pastore che grida o minaccia per farsi seguire, ma uno che precede e convince, con il suo andare sicuro, davanti a tutti, a prendere in faccia il sole e il vento, pastore di futuro che mi assicura: tu, con me appartieni ad un sistema aperto e creativo, non a un vecchio recinto finito, bloccato, dove soltanto obbedire. Vivere è appartenere al futuro: lo tiene aperto lui, il pastore innamorato, «il solo pastore che per i cieli ci fa camminare» (D. M. Turoldo).

     

  • 30 Aprile 2017: III Domenica di Pasqua

    III Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 2,14.22-33; Salmo 15; 1 Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35

    Anno A

     

    Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». [...]

     

    La strada di Emmaus racconta di cammini di delusione, di sogni in cui avevano tanto investito e che hanno fatto naufragio. E di Dio, che ci incontra non in chiesa, ma nei luoghi della vita, nei volti, nei piccoli gesti quotidiani.
    I due discepoli hanno lasciato Gerusalemme: tutto finito, si chiude, si torna a casa. Ed ecco che un Altro si avvicina, uno sconosciuto che offre soltanto disponibilità all'ascolto e il tempo della compagnia lungo la stessa strada.
    Uno che non è presenza invadente di risposte già pronte, ma uno che pone domande. Si comporta come chi è pronto a ricevere, non come chi è pieno di qualcosa da offrire, agisce come un povero che accetta la loro ospitalità.
    Gesù si avvicinò e camminava con loro. Cristo non comanda nessun passo, prende il mio. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento, il passo quotidiano.
    E rallenta il suo passo sulla misura del nostro, incerto e breve. Si fa viandante, pellegrino, fuggitivo, proprio come i due; senza distanza né superiorità li aiuta a elaborare, nel racconto di ciò che è accaduto, la loro tristezza e la loro speranza: Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?
    Non hanno capito la croce, il Messia sconfitto, e lui riprende a spiegare: interpretando le Scritture, mostrava che il Cristo doveva patire.
    I due camminatori ascoltano e scoprono una verità immensa: c'è la mano di Dio posata là dove sembra impossibile, proprio là dove sembra assurdo, sulla croce. Così nascosta da sembrare assente, mentre sta tessendo il filo d'oro della tela del mondo. Forse, più la mano di Dio è nascosta più è potente.
    E il primo miracolo si compie già lungo la strada: non ci bruciava forse il cuore mentre ci spiegava le Scritture? Trasmettere la fede non è consegnare nozioni di catechismo, ma accendere cuori, contagiare di calore e di passione. E dal cuore acceso dei due pellegrini escono parole che sono rimaste tra le più belle che sappiamo: resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e nell'eternità.
    E lo riconobbero dal suo gesto inconfondibile, dallo spezzare il pane e darlo.
    E proprio in quel momento scompare. Il Vangelo dice letteralmente: divenne invisibile. Non se n'è andato altrove, è diventato invisibile, ma è ancora con loro. Scomparso alla vista, ma non assente. Anzi, in cammino con tutti quelli che sono in cammino, Parola che spiega, interpreta e nutre la vita. È sulla nostra stessa strada, «cielo che prepara oasi ai nomadi d'amore» (G. Ungaretti).

     

  • La nostra Socia più longeva dell'AC!

     

  • 23 Aprile 2017: II Domenica di Pasqua

    II Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 2,42-47; Salmo 117; 1 Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31

    Anno A

     

    La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». [...]

     

    I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l'amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti, per cui avevano abbandonato tutto, non c'è più. L'uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini). E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro.
    Ma quegli uomini e quelle donne fanno una scelta sapiente, forte, buona: stanno insieme, non si separano, fanno comunità. Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece, appoggiando l'una all'altra le loro fragilità, non si sbandano e fanno argine allo sgomento. Sappiamo due cose del gruppo: la paura e il desiderio di stare insieme.
    Ed ecco che in quella casa succederà qualcosa che li rovescerà come un guanto: il vento e il fuoco dello Spirito. Germoglia la prima comunità cristiana in questo stringersi l'uno all'altro, per paura e per memoria di Lui, e per lo Spirito che riporta al cuore tutte le sue parole. Quella casa è la madre di tutte le chiese.
    Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di imporsi, si propone; invece di rimproverarli, si espone alle loro mani: Metti, guarda; tendi la mano, tocca.
    La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il vertice dell'amore, e resteranno aperte per sempre.
    Il Vangelo non dice che Tommaso abbia toccato. Gli è bastato quel Gesù che si ripropone, ancora una volta, un'ennesima volta; quel Gesù che non molla i suoi, neppure se l'hanno abbandonato tutti. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare. Allora la risposta: Mio Signore e mio Dio. Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio come il cuore e, senza, non sarei.
    Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Grande educatore, Gesù. Forma alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, e alla serietà delle scelte, come ha fatto Tommaso.
    Che bello se anche nella Chiesa, come nella prima comunità, fossimo educati più alla consapevolezza che all'ubbidienza; più all'approfondimento che alla docilità.
    Queste cose sono state scritte perché crediate in Gesù, e perché, credendo, abbiate la vita. Credere è l'opportunità di essere più vivi e più felici, di avere più vita: «Ecco io credo: e carezzo la vita, perché profuma di Te!» (Rumi).

  • Lotteria Festa Titolare 2017: i premi

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  • 16 Aprile 2017: Domenica di Pasqua

    Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 10,34a.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9

    Anno A

     

    Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (...)

     

    Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale – piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi – e lo riprende in un'altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile su di un pugno di uomini e di donne sgomenti e disorientati. Le cose più grandi avvengono di notte.
    Maria di Magdala esce di casa quando è ancora buio in cielo e buio in cuore. Non porta olii profumati o nardo, non ha niente tra le mani, ha solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
    Si reca al sepolcro perché si ribella all'assenza di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (Gabriel Marcel). E vide che la pietra era stata tolta. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba, aperto come il guscio di un seme. E nel giardino è primavera.
    I Vangeli di Pasqua iniziano raccontando ciò che è accaduto alle donne in quell'alba piena di sorprese e di corse. La tomba, che avevano visto chiudere, è aperta e vuota.
    Lui non c'è. Manca il corpo del giustiziato. Ma questa assenza non basta a far credere: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno messo.
    Un corpo assente. È da qui che parte in quel mattino la corsa di Maddalena, la corsa di Pietro e Giovanni, la paura delle donne, lo sconcerto di tutti. Il primo segno è il sepolcro vuoto, e questo vuol dire che nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota: manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo al bilancio della violenza, il suo bilancio è negativo. La Risurrezione di Cristo solleva la nostra terra, questo pianeta di tombe, verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno, dove gli imperi fondati sulla violenza crollano, e sulle piaghe della vita si posa il bacio della speranza.
    Pasqua è il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia. Balbettiamo, come gli evangelisti, che per tentare di raccontarla si fecero piccoli, non inventarono parole, ma presero in prestito i verbi delle nostre mattine, svegliarsi e alzarsi: si svegliò e si alzò il Signore.
    Ed è così bello pensare che Pasqua, l'inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando anche noi ci svegliamo e ci alziamo. Nella nostra piccola risurrezione quotidiana.
    Quel giorno unico è raccontato con i verbi di ogni giorno. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno. Perché la forza della Risurrezione non riposa finché non abbia raggiunto l'ultimo ramo della creazione, e non abbia rovesciato la pietra dell'ultima tomba (Von Balthasar).

     

     

     

  • 9 Aprile 2017: Domenica delle Palme

    Domenica delle Palme

    Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Matteo 26,14- 27,66

    Anno A

     

    In quel tempo Gesù comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. (...)

     

    Si aprono, con la lettura della Passione del Signore, i giorni supremi, quelli da cui deriva e a cui conduce tutta la nostra fede. E quelli che fanno ancora innamorare.
    Volete sapere qualcosa di voi e di me? – dice il Signore – Vi dò un appuntamento: un uomo in croce. La croce è l'immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso. E tuttavia domanda perennemente aperta.
    «A stento il nulla» di David Maria Turoldo:
    No, credere a Pasqua non è / Giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / È al venerdì santo / Quando tu non c'eri lassù / Quando non una eco risponde / Al suo alto grido / E a stento il Nulla / Dà forma / Alla tua assenza
    E prima ancora l'appuntamento di Gesù è stato un altro: uno che è posto in basso. Che cinge un asciugamano e si china a lavare i piedi ai suoi. Chi è Dio? Il mio lavapiedi. In ginocchio davanti a me. Le sue mani sui miei piedi. Davvero, come Pietro, vorrei dire: lascia, smetti, non fare così, è troppo. E Lui: sono come lo schiavo che ti aspetta, e al tuo ritorno ti lava i piedi. Ha ragione Paolo: il cristianesimo è scandalo e follia. Dio è così: è bacio a chi lo tradisce, non spezza nessuno, spezza se stesso. Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue. Non chiede più sacrifici, sacrifica se stesso.
    Ne esce capovolta ogni immagine, ogni paura di Dio. Ed è ciò che ci permette di tornare ad amarlo da innamorati e non da sottomessi.
    La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, a un legno per morirvi d'amore.
    Pietra angolare della fede cristiana è la cosa più bella del mondo: bello è chi ama, bellissimo chi ama fino alla fine. L'ha colto per primo non un discepolo ma un estraneo, il centurione pagano: davvero costui era figlio di Dio. Non da un sepolcro che si apre, non da uno sfolgorare di luce, ma nella nudità di quel venerdì, vedendo quell'uomo sulla croce, sul patibolo, sul trono dell'infamia, un verme nel vento, un soldato esperto di morte dice: davvero costui era figlio di Dio. Ha visto qualcuno morire d'amore, ha capito che è cosa da Dio.
    C'erano là molte donne che stavano ad osservare da lontano. In quello sguardo, lucente d'amore e di lacrime, in quell'aggrapparsi con gli occhi alla croce, è nata la Chiesa. E rinasce ogni giorno in chi ha verso Cristo, ancora crocifisso nei suoi fratelli, lo stesso sguardo di amore e di dolore. Che circola nelle vene del mondo come una possente energia di pasqua.
    «Dalla fine» di Jan Twardowski:
    Inizia dalla Risurrezione / Dal sepolcro vuoto / Da Nostra Signora della Gioia / Allora perfino la croce allieterà.../ Non fate di me una piagnucolona / Dice Nostra Signora / Una volta era così / Ora è diverso / Inizia dal sepolcro vuoto / Dal sole / Il vangelo si legge come le lettere ebraiche / Dalla fine.

  • Settimana Santa 2017

  • 2 Aprile 2017: V Domenica di Quaresima

    V Domenica di Quaresima

    Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45

    Anno A

     

    In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». (...)

     

    Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno.
    A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un'altra vita, ma qui, adesso, io sono.
    Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell'umano, il rialzarsi della vita che si è arresa.
    Vivere è l'infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.
    Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto.
    Anch'io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l'amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.
    Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un'altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita.
    Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte. E liberatevi dall'idea della morte come fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele, si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso.
    E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, amici, qualche lacrima e una stella polare.
    Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l'olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell'anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita.
    E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d'amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.

     

  • 26 Marzo 2017: IV Domenica di Quaresima

    IV Domenica di Quaresima

    Letture: 1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». (...)

     

    Gesù vide un uomo cieco dalla nascita... Gesù vede. Vede lo scarto della città, l'ultimo della fila, un mendicante cieco. L'invisibile. E se gli altri tirano dritto, Gesù no, si ferma. Senza essere chiamato, senza essere pregato. Gesù non passa oltre, per lui ogni incontro è una meta. Vale anche per noi, ci incontra così come siamo, rotti come siamo: «Nel Vangelo il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato, ma sempre sulla sofferenza della persona» (Johannes Baptist Metz).
    I discepoli che da anni camminano con lui, i farisei che hanno già raccolto le pietre per lapidarlo, tutti per prima cosa cercano le colpe (chi ha peccato, lui o i suoi genitori?), cercano peccati per giustificare quella cecità. Gesù non giudica, si avvicina. E senza che il cieco gli chieda niente, fa del fango con la saliva, stende un petalo di fango su quelle palpebre che coprono il nulla.
    Gesù è Dio che si contamina con l'uomo, ed è anche l'uomo che si contagia di cielo. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che viene al mondo, che viene alla luce, è una mescolanza di terra e di cielo, una lucerna di argilla che custodisce un soffio di luce.
    Vai a lavarti alla piscina di Siloe... Il mendicante cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c'è ancora, quando c'è solo buio intorno. Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo. «Figlio della luce e del giorno» (1Ts 5,5), ridato alla luce, ri-partorito a una esistenza di coraggio e meraviglia.
    Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel Vangelo un'infinita tristezza. Ai farisei non interessa la persona, ma il caso da manuale; non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi ma la "sana" dottrina. E avviano un processo per eresia: l'uomo passa da miracolato a imputato.
    Ma Gesù continua il suo annuncio del volto d'amore del Padre: a Dio per prima cosa interessa un uomo liberato, veggente, incamminato; un rapporto che generi gioia e speranza, che porti libertà e che faccia fiorire l'umano! Gesù sovverte la vecchia religione divisa e ferita, ricuce lo strappo, unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l'uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.
    Gli uomini della vecchia religione dicono: Gloria di Dio è il precetto osservato e il peccato espiato! E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo con occhi che si riempiono di luce. E ogni cosa ne è illuminata.

  • 26 Marzo 2017 - Raccolta offerte

  • Domenica 19 Marzo torna il CresiFest

    art foto evidenza 33732È in programma domenica 19 marzo, dalle 15 alle 18 presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, la quinta edizione del CresiFest, la festa incontro dei cresimandi della diocesi di Albano con il Vescovo Marcello Semeraro.

  • 19 Marzo 2017: III Domenica di Quaresima

    III Domenica di Quaresima

    Letture: Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5,1-2.5-8; Giovanni 4,5-42

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». (...)


    Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.
    Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l'umanità, la sposa che se n'è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.
    Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l'umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all'ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo.
    Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato.
    Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono...
    Il dono è il tornante di questa storia d'amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un'acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d'acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi.
    Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.
    Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d'oro che si appoggia il resto del dialogo.
    Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene.
    E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c'è uno che mi ha detto tutto di me... La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio.
    Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d'angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

  • 12 Marzo 2017: II Domenica di Quaresima

    II Domenica di Quaresima

    Letture: Genesi 12,1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1,8-10; Matteo 17,1-9

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li
    condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il
    suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed
    ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la
    parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi,
    farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava
    ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco
    una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho
    posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero
    con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li
    toccò e disse: «Alzatevi e non temete». (...)

     

    La Quaresima ci sorprende: la consideriamo un tempo penitenziale, di sacrifici,
    di rinunce, e invece oggi ci spiazza con un Vangelo pieno di sole e di luce,
    che mette energia, dona ali alla nostra speranza.

    Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come
    indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la
    vita è un ascendere verso più luce, più cielo: e là si trasfigurò davanti a
    loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce.

    L'esclamazione stupita di Pietro: che bello qui, non andiamo via... è propria
    di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno. Non solo Gesù, non
    solo il suo volto e le sue vesti, ma sul monte ogni cosa è illuminata. San
    Paolo scrive a Timoteo una frase bellissima: Cristo è venuto ed ha fatto
    risplendere la vita. Non solo il viso e le vesti, non solo i discepoli o i
    nostri sogni, ma la vita, qui, adesso, quella di tutti.

    Ha riacceso la fiamma delle cose. Ha messo nelle vene del mondo frantumi di
    stelle. Ha dato splendore e bellezza all'esistenza. Ha dato sogni e canzoni
    bellissimi al nostro pellegrinare di uomini e donne. Basterebbe ripetere senza
    stancarci: ha fatto risplendere la vita, per ritrovare la verità e la gioia di
    credere in questo Dio, fonte inesausta di canto e di luce. Forza mite e
    possente che preme sulla nostra vita per aprirvi finestre di cielo.

    Noi, che siamo una goccia di luce custodita in un guscio d'argilla, cosa
    possiamo fare per dare strada alla luce? La risposta è offerta dalla voce:
    Questi è il mio figlio, ascoltatelo. Il primo passo per essere contagiati dalla
    bellezza di Dio è l'ascolto, dare tempo e cuore al suo Vangelo.

    L'entusiasmo di Pietro ci fa inoltre capire che la fede per essere forte e viva
    deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un che bello! gridato a
    pieno cuore. Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato,
    perché credere è acquisire bellezza del vivere. Che è bello amare, avere amici,
    esplorare, creare, seminare, perché la vita ha senso, va verso un esito buono,
    che comincia qui e scorre nell'eternità.

    Quella visione sul monte dovrà restare viva e pronta nel cuore degli apostoli.
    Gesù con il volto di sole è una immagine da conservare e custodire nel viaggio
    verso Gerusalemme, viaggio durissimo e inquietante, come segno di speranza e di
    fiducia.

    Devono custodirla per il giorno più buio, quando il suo volto sarà colpito,
    sfigurato, oltraggiato. Nel colmo della prova, un filo terrà legati i due volti
    di Gesù. Il volto che sul monte gronda di luce, nell'ultima notte, sul monte
    degli ulivi, stillerà sangue. Ma anche allora, ricordiamo: ultima, verrà la
    luce. «Sulla croce già respira nuda la risurrezione» (A. Casati).

     

  • 5 Marzo 2017: I Domenica di Quaresima

    I Domenica di Quaresima

    Letture: Genesi 2,7-9; 3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 6,24-34

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"». (...)

     

    Se Gesù avesse risposto in un altro modo alle tre proposte, non avremmo avuto né la croce né il cristianesimo. Ma che cosa proponeva il diavolo di così decisivo? Non le tentazioni che ci saremmo aspettati, non quelle su cui si è concentrata, e ossessionata, una certa spiritualità cristiana: la sessualità o le osservanze religiose. Si tratta invece di scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo. Le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con me stesso e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio).
    Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. E risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l'uomo». Il pane è buono, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me. E anche di te io vivo.

    Seconda tentazione: Buttati, così potremo vedere uno stormo di angeli in volo... Un bel miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo è seduttivo, si presenta come un amico, come chi vuole aiutare Gesù a fare meglio il Messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano (sta scritto...). Buttati, provoca un miracolo! La risposta: non tentare Dio, attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia nella Provvidenza e invece ne è la caricatura, perché è solo ricerca del proprio vantaggio. Tu non ti fidi di Dio, vuoi solo sfruttarlo, vuoi un Dio a tuo servizio.
    Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adorami, cioè segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi, e non con la croce; con rapporti di forza e d'inganno, non con l'amore. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, miracoli e un leader e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti, a servizio di tutti e senza padrone alcuno. Per Gesù ogni potere è idolatria.
    «Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima io fossi capace di avvicinarmi e prendermi cura di qualcuno, regalando un po' di tempo e un po' di cuore, inventando una nuova carezza, per quel qualcuno sarei la scoperta che «le mani di chi ama terminano in angeli».

  • 26 Febbraio 2016: VIII Domenica del Tempo Ordinario

    VIII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 49,14-15; Salmo 61; 1 Corinzi 4,1-5; Matteo 6,24-34

    Anno A

     

    In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. (...)

     

    Non preoccupatevi. Per tre volte Gesù ribadisce il suo invito pressante: non abbiate quell'affanno che toglie il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c'è tempo di fermarsi a guardare negli occhi la vita, a parlare con chi si ama. Non lasciatevi rubare la serenità e salvate la capacità di godere delle cose belle che ogni giorno il Padre mette sulla vostra strada, che accadono dentro il vostro spazio vitale. Ma soprattutto, per quale motivo non essere in ansia? Perché Dio non si dimentica: può una madre dimenticarsi del suo figliolo? Se anche una madre si dimenticasse, io non mi dimenticherò di te, mai (Isaia 49,14-15, Prima Lettura). Guardate gli uccelli del cielo, osservate i gigli del campo. Gesù parla della vita con le parole più semplici e più proprie: coglie dei pezzi di terra, li raduna nella sua parola e il cielo appare. Gesù osserva la vita e nascono parabole. Osserva la vita e questa gli parla di fiducia. Il Vangelo oggi ci pone la questione della fiducia. Dove metti la tua fiducia? La risposta è chiara: in Dio, prima di tutto, perché Lui non abbandona e ha un sogno da consegnarti. Non mettere la sicurezza nel tuo conto in banca. Gesù sceglie gli uccelli, esseri liberi, quasi senza peso, senza gravità, che sono una nota di canto e di libertà nell'azzurro. Lasciatevi attirare come loro dal cielo, volate alto e liberi! Vivete affidàti. La fede ha tre passi: ho bisogno, mi fido, mi affido. Affidatevi e non preoccupatevi. Non un invito al fatalismo, in attesa che Qualcuno risolva i problemi, perché la Provvidenza conosce solo uomini in cammino (don Calabria): se Dio nutre creature che non seminano e non mietono, quanto più voi che seminate e mietete. Non preoccupatevi, il Padre sa. Tra le cose che uniscono le tre grandi religioni, c'è la certezza che Dio si prende cura, che Dio provvede. Non preoccupatevi, Dio sa. Ma come faccio a dirlo a chi non trova lavoro, non riesce ad arrivare a fine mese, non vede futuro per i figli? «Se uno è senza vestiti e cibo quotidiano e tu gli dici, va in pace, non preoccuparti, riscaldati e saziati, ma non gli dai il necessario per il corpo, a che cosa ti serve la tua fede?» (Giacomo 2,16). Dio ha bisogno delle mie mani per essere Provvidenza nel mondo. Sono io, siamo noi, i suoi amici, il mezzo con cui Dio interviene nella storia. Io mi occupo di qualcuno e Lui, che veste di bellezza i fiori del campo, si occuperà di me. Cercate prima di tutto il Regno. Vuoi essere una nota di libertà nell'azzurro, come un passero? Bello come un fiore? Cerca prima di tutto le cose di Dio, cerca solidarietà, generosità, fiducia; fìdati e troverai ciò che fa volare, ciò che fa fiorire!

  • Reliquia di Papa Paolo VI

  • 19 Febbraio 2017: VII Domenica del Tempo Ordinario

    VII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Levitico 19,1-2.17-18; Salmo 102; 1 Corinzi 3,16-23; Matteo 5,38-48

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?...».

     

    Avete inteso che fu detto: occhio per occhio - ed era già un progresso enorme rispetto al grido selvaggio di Lamec, figlio di Caino: ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido (Gen 4,23) - , ma io vi dico se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra. Porgi l'altra guancia, che vuol dire: sii disarmato, non incutere paura. Gesù non propone la passività morbosa del debole, ma una iniziativa decisa e coraggiosa: riallaccia tu la relazione, fa' tu il primo passo, perdonando, ricominciando, rattoppando coraggiosamente il tessuto della vita, continuamente lacerato dalla violenza.
    Il cristianesimo non è una religione di schiavi che abbassano la testa e non reagiscono; non è la morale dei deboli, che nega la gioia di vivere, ma la religione degli uomini totalmente liberi, come re, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta e di inventare reazioni nuove, attraverso la creatività dell'amore, che fa saltare i piani, non ripaga con la stessa moneta, scombina le regole ma poi rende felici.
    È scritto: Amerai il prossimo e odierai il nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici. Tutto il Vangelo è qui: amatevi, altrimenti vi distruggerete. Altrimenti la vittoria sarà sempre del più violento, del più armato, del più crudele. Gesù intende eliminare il concetto stesso di nemico. Violenza produce violenza come una catena infinita. Io scelgo di spezzarla. Di non replicare su altri ciò che ho subito. Ed è così che mi libero.
    Il Vangelo mette in fila una serie di verbi che chiedono cose difficili: amate, pregate, porgete, benedite, prestate, fate: per primi, ad amici e nemici. La concretezza della santità, niente di astratto e lontano, santità terrestre che profuma di casa, di pane, di incontri. Non sono precetti, ma offerta di un potere, trasmissione da Dio all'uomo di una forza, di una energia divina.
    Infatti dove sta il centro da cui scaturisce tutto? Sta nelle parole: perché siate figli del Padre vostro che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Da Padre a figli: c'è come una trasmissione di eredità, una eredità di comportamenti, di affetti, di valori, di forza, di solarità.
    Perché ogni volta che noi chiediamo al Signore: "Donaci un cuore nuovo" , noi stiamo invocando di poter avere un giorno il cuore di Dio, e gli stessi suoi sentimenti, la sua perfezione.
    È straordinario, verrà il giorno in cui il nostro cuore che ha fatto tanta fatica a imparare l'amore, sarà il cuore stesso di Dio e allora saremo capaci di un amore che rimane in eterno, che sarà la nostra anima, per sempre, e che sarà l'anima del mondo.

  • 12 Febbraio 2017: VI Domenica del Tempo Ordinario

    VI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Siracide 15,16-21; Salmo 118; 1 Corinzi 2,6-10; Matteo 5,17-37

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: "Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio". Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Avete inteso che fu detto: "Non commetterai adulterio". Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti". Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: "sì, sì", "no, no"; il di più viene dal Maligno».

     

    Un Vangelo da vertigini. E come è possibile? Anche Maria lo chiese quel giorno all'angelo, ma poi disse a Dio: "sia fatta la tua volontà, modellami nelle tue mani, io tua tenera argilla, trasformami il cuore". E ha partorito Dio. Anche noi possiamo come lei, portare Dio nel mondo: partorire amore.
    Avete inteso che fu detto... ma io vi dico. Gesù non contrappone alla morale antica una super-morale migliore, ma svela l'anima segreta della legge: «Il suo Vangelo non è una morale ma una sconvolgente liberazione» (G. Vannucci).
    Gesù non è né lassista né rigorista, non è più rigido o più accondiscendente degli scribi: lui fa un'altra cosa, prende la norma e la porta avanti, la fa schiudere come un fiore, nelle due direzioni decisive: la linea del cuore e la linea della persona.
    Gesù porta a pienezza la legge e nasce la religione dell'interiorità. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, cioè chiunque alimenta rabbie e rancori, è già in cuor suo un omicida. Gesù va alla sorgente: ritorna al cuore e guariscilo, solo così potrai curare i tuoi gesti. Ritorna al cuore e custodiscilo perché è la sorgente della vita. Non giurate affatto; il vostro dire sia sì, sì; no, no. Dal divieto del giuramento, arriva al divieto della menzogna. Dì la verità sempre, e non servirà giurare.
    Porta a compimento la legge sulla linea della persona: se tu guardi una donna per desiderarla sei già adultero. Non dice semplicemente: se tu, uomo, desideri una donna; se tu, donna, desideri un uomo. Il desiderio è un servitore necessario alla vita. Dice: se guardi per desiderare e vuol dire: se ti avvicini ad una persona per sedurre e possedere, se riduci l'altro a un oggetto, tu pecchi contro la grandezza di quella persona.
    Commetti adulterio nel senso originario del termine adulterare: tu alteri, falsifichi, manipoli, immiserisci la persona. Le rubi il sogno di Dio, l'immagine di Dio. Pecchi non contro la morale, ma contro la persona, contro la nobiltà e la profondità della persona.
    Cos'è la legge morale allora? Ascolti Gesù e capisci che la norma è salvaguardia della vita, custodia di ciò che ci fa crescere oppure diminuire in umanità. Ascolti queste parole che sono tra le più radicali del Vangelo e capisci che diventano le più umane, perché Gesù parla solo in difesa della umanità dell'uomo, con le parole proprie della vita.
    Allora il Vangelo diventa facile, umanissimo, anche quando dice parole che danno le vertigini. Perché non aggiunge fatica a fatica, non convoca eroi duri e puri, non si rivolge a santi, ma a persone autentiche, semplicemente a uomini e donne sinceri nel cuore.

  • Carnevale 2017

  • 5 Febbraio 2017 - V Domenica del Tempo Ordinario

    V Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 58,7-10; Salmo 111; 1 Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

     

    «Voi siete il sale, voi siete la luce della terra». Il Vangelo è sale e luce, è come un istinto di vita che penetra nelle cose, si oppone al loro degrado e le fa durare. È come un istinto di bellezza, che si posa sulla superficie delle cose, come fa la luce, le accarezza, non fa rumore, non fa violenza mai, ne fa invece emergere forme, colori, armonie e legami, il più bello che c'è in loro. Così il discepolo-luce è uno che ogni giorno accarezza la vita e ne rivela il bello, uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.
    Voi siete il sale, voi avete il compito di preservare ciò che nel mondo vale e merita di durare, di opporvi ai corruttori, di dare sapore, di far gustare il buono della vita.
    Voi siete la luce del mondo. Una affermazione che ci sorprende, che Dio sia luce lo crediamo; ma credere che anche l'uomo sia luce, che lo sia anch'io e anche tu, con i nostri limiti e le nostre ombre, questo è sorprendente. E lo siamo già adesso, se respiriamo vangelo. La luce è il dono naturale di chi ha respirato Dio.
    Quando tu segui come unica regola di vita l'amore, allora sei luce e sale per chi ti incontra. Quando due sulla terra si amano, diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti, piacere di vivere e di credere. In ogni casa dove ci si vuol bene, viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.
    Chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce gettata in faccia al mondo (Luigi Verdi). E non facendo il maestro o il giudice, ma con le opere: risplenda la vostra luce nelle vostre opere buone.
    Sono opere di luce i gesti dei poveri, di chi ha un cuore bambino, degli affamati di giustizia, dei mai arresi cercatori di pace, i gesti delle beatitudini, che si oppongono a ciò che corrompe il cammino del mondo: violenza e denaro.
    La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso. Così ogni credente deve ripetere la prima lezione delle cose: a partire da me, ma non per me. Una religione che serva solo a salvarsi l'anima non è quella del Vangelo.
    Ma se il sale perde sapore, se la luce è messa sotto a un tavolo, a che cosa servono? A nulla. Così noi, se perdiamo il vangelo, se smussiamo la Parola e la riduciamo a uno zuccherino, se abbiamo occhi senza luce e parole senza bruciore di sale, allora corriamo il rischio mortale dell'insignificanza, di non significare più nulla per nessuno.
    L'umiltà della luce e del sale: perdersi dentro le cose. Come suggerisce il profeta Isaia: «Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirai» (Isaia 58,8). Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della terra, della città. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

  • 29 Gennaio 2016: IV Domenica del Tempo Ordinario

    IV Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Sofonía 2,3; 3,12-13; Salmo 145; 1 Corinzi 1,26-31; Matteo 5,1-12

    Anno A

     

    In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

     

    Davanti al Vangelo delle Beatitudini provo ogni volta la paura di rovinarlo con i miei tentativi di commento, perché so di non averlo ancora capito. Perché dopo anni di ascolto e di lotta, questa parola continua a stupirmi e a sfuggirmi.

    Gandhi diceva che queste sono «le parole più alte del pensiero umano». Ti fanno pensoso e disarmato, ma riaccendono la nostalgia prepotente di un mondo fatto di bontà, di sincerità, di giustizia, senza violenza e senza menzogna, un tutt'altro modo di essere uomini. Le Beatitudini hanno, in qualche modo, conquistato la nostra fiducia, le sentiamo difficili eppure suonano amiche. Amiche perché non stabiliscono nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità.

    La prima cosa che mi colpisce è la parola: Beati voi. Dio si allea con la gioia degli uomini, se ne prende cura. Il Vangelo mi assicura che il senso della vita è, nel suo intimo, nel suo nucleo profondo, ricerca di felicità. Che questa ricerca è nel sogno di Dio, e che Gesù è venuto a portare una risposta. Una proposta che, come al solito, è inattesa, controcorrente, che srotola nove sentieri che lasciano senza fiato: felici i poveri, gli ostinati a proporsi giustizia, i costruttori di pace, quelli che hanno il cuore dolce e occhi bambini, i non violenti, quelli che sono coraggiosi perché inermi. Sono loro la sola forza invincibile.
    Le beatitudini sono il più grande atto di speranza del cristiano. Il mondo non è e non sarà, né oggi né domani, sotto la legge del più ricco e del più forte. Il mondo appartiene a chi lo rende migliore.

    Per capire qualcosa in più del significato della parola beati osservo anche come essa ricorra già nel primo dei 150 salmi, quello delle due vie, anzi sia la parola che apre l'intero salterio: «Beato l'uomo che non resta nella via dei peccatori, che cammina sulla via giusta». E ancora nel salmo dei pellegrinaggi: «Beato l'uomo che ha la strada nel cuore» (Sl 84,6).

    Dire beati è come dire: «In piedi voi che piangete; avanti, in cammino, Dio cammina con voi, asciuga lacrime, fascia il cuore, apre sentieri». Dio conosce solo uomini in cammino.
    Beati: non arrendetevi, voi i poveri, i vostri diritti non sono diritti poveri. Il mondo non sarà reso migliore da coloro che accumulano più denaro. I potenti sono come vasi pieni, non hanno spazio per altro. A loro basta prolungare il presente, non hanno sentieri nel cuore. Se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore, sulla misura di quello di Dio; te lo guariscono perché tu possa così prenderti cura bene del mondo.

  • 22 Gennaio 2017: III Domenica del Tempo Ordinario

    III Domenica del Tempo Ordinario 

    Anno A

    Letture: Isaia 8,23-9,3; Salmo 26; 1 Corinzi 1,10-13.17; Matteo 4,12-23

     

    Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. (...)

     

    Il Battista è appena stato arrestato, un'ombra minacciosa cala su tutto il suo movimento. Ma questo, anziché rendere prudente Gesù, aumenta l'urgenza del suo ministero, lo fa uscire allo scoperto, ora tocca a lui. Abbandona famiglia, casa, lavoro, lascia Nazaret per Cafarnao, non porta niente con sé, solo una parola: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. È l'annuncio generativo del Vangelo.
    Convertitevi è l'invito a rivoluzionare la vita: cambiate visione delle cose e di Dio, cambiate direzione, la strada che vi hanno fatto imboccare porta tristezza e buio. Gesù intende offrire lungo tutto il Vangelo una via che conduca al cuore caldo della vita, sotto un cielo più azzurro, un sole più luminoso, e la mostrerà realizzata nella sua vita, una vita buona bella e beata.
    Ed ecco il perché della conversione: il regno si è fatto vicino. Che cos'è il regno dei cieli, o di Dio? «Il regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (Giovanni Vannucci). Il regno è la storia, la terra come Dio la sogna.
    Gesù annuncia: è possibile vivere meglio, per tutti, e io ne conosco la via; è possibile la felicità. Nel discorso sul monte dirà: Dio procura gioia a chi produce amore. È il senso delle Beatitudini, Vangelo del Vangelo.
    Questo regno si è fatto vicino. È come se Gesù dicesse: è possibile una vita buona, bella e gioiosa; anzi, è vicina. Dio è venuto, è qui, vicinissimo a te, come una forza potente e benefica, come un lievito, un seme, un fermento. Che nulla arresterà.
    E subito Gesù convoca persone a condividere la sua strada: vi farò pescatori di uomini. Ascolta, Qualcuno ha una cosa bellissima da dirti, così bella che appare incredibile, così affascinante che i pescatori ne sono sedotti, abbandonano tutto, come chi trova un tesoro. La notizia bellissima è questa: la felicità è possibile e vicina. E il Vangelo ne possiede la chiave. E la chiave è questa: la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore (Evangelii gaudium).
    Il Vangelo ne possiede il segreto, la sua parola risponde alle necessità più profonde delle persone. Quando è narrato adeguatamente e con bellezza, il Vangelo offre risposte ai bisogni più profondi e mette a disposizione un tesoro di vita e di forza, che non inganna, che non delude.
    La conclusione del brano è una sintesi affascinante della vita di Gesù. Camminava e annunciava la buona novella, camminava e guariva la vita. Gesù cammina verso di noi, gente delle strade, cammina di volto in volto e mostra con ogni suo gesto che Dio è qui, con amore, il solo capace di guarire il cuore. Questo sarà anche il mio annuncio: Dio è con te, con amore. E guarirà la tua vita.

  • Il Giubileo della Misericordia

    In allegato l'articolo tratto da MILLESTRADE (dicembre 2016)

  • Ripartiamo con l'oratorio!!

     

  • Mese della Pace 2017 Azione Cattolica

  • 15 Gennaio 2017: II Domenica del Tempo Ordinario

    II Domenica del Tempo Ordinario

     

    (Letture: Isaia 49,3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1,1-3; Giovanni 1,29-34)

    Anno A

     

    In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
    Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

     

    Giovanni vedendo Gesù venirgli incontro, dice: Ecco l'agnello di Dio. Un'immagine inattesa di Dio, una rivoluzione totale: non più il Dio che chiede sacrifici, ma Colui che sacrifica se stesso.
    E sarà così per tutto il Vangelo: ed ecco un agnello invece di un leone; una chioccia (Lc 13,31-34) invece di un'aquila; un bambino come modello del Regno; una piccola gemma di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli di una vedova. Il Dio che a Natale non solo si è fatto come noi, ma piccolo tra noi.
    Ecco l'agnello, che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore; ecco un Dio che non si impone, si propone, che non può, non vuole far paura a nessuno.
    Eppure toglie il peccato del mondo. Il peccato, al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, ne sfilacciamo la bellezza. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, chiusure, fratture, vite spente... Gesù viene come il guaritore del disamore. E lo fa non con minacce e castighi, non da una posizione di forza con ingiunzioni e comandi, ma con quella che Francesco chiama «la rivoluzione della tenerezza». Una sfida a viso aperto alla violenza e alla sua logica.
    Agnello che toglie il peccato: con il verbo al tempo presente; non al futuro, come una speranza; non al passato, come un evento finito e concluso, ma adesso: ecco colui che continuamente, instancabilmente, ineluttabilmente toglie via, se solo lo accogli in te, tutte le ombre che invecchiano il cuore e fanno soffrire te e gli altri.
    La salvezza è dilatazione della vita, il peccato è, all'opposto, atrofia del vivere, rimpicciolimento dell'esistenza. E non c'è più posto per nessuno nel cuore, né per i fratelli né per Dio, non per i poveri, non per i sogni di cieli nuovi e terra nuova.
    Come guarigione, Gesù racconterà la parabola del Buon Samaritano, concludendola con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero, una vita più vera e bella? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere... E diventerai anche tu guaritore della vita. Lo diventerai seguendo l'agnello (Ap 14,4). Seguirlo vuol dire amare ciò che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, e toccare quelli che lui toccava, e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza. Essere solari e fiduciosi nella vita, negli uomini e in Dio. Perché la strada dell'agnello è la strada della felicità.
    Ecco vi mando come agnelli... vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.

  • 8 Gennaio 2017: Battesimo del Signore

    Battesimo del Signore

    Letture: Isaia 42,1-4.6-7; Salmo 28; Atti 10,34-38; Matteo 3,13-17

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

     

    Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l'aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all'amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l'urgenza dell'amore di Dio, sotto l'assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
    E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l'amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.
    Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c'è il DNA divino in noi, «l'uomo è l'unico animale che ha Dio nel sangue« (G. Vannucci).
    Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è "amato". Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!
    Gesù, nel discorso d'addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.
    La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall'alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
    Io che non l'ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l'ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio.
    La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d'amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.
    Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l'alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

  • Conferimento del Lettorato al seminarista Pietro

    Lettorato del seminarista Pietro

    (articolo tratto dal mensile diocesano Millestrade - dicembre 2016)

  • Auguri di BUON ANNO dalla redazione web

    auguri-buon-anno-2017

  • 1° Gennaio 2017 - Maria Santissima Madre di Dio

    Maria Santissima Madre di Dio

    Letture: Numeri 6, 22-27; Salmo 66; Galati 4,4-7; Luca 2,16-21

     

    «In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo».

     

    Otto giorni dopo Natale, lo stesso racconto di quella notte: Natale non è facile da capire, è una lenta conquista. Ci disorienta: per la nascita, quella nascita, che divenne nella notte un passare di voci che raccontavano una storia incredibile. Da stropicciarsi gli occhi. È venuto il Messia ed è nel giro di poche fasce, nella ruvida paglia di una mangiatoia. Chi va a cercarlo nei sacri palazzi non lo trova.
    "Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette dai pastori". Riscoprire lo stupore della fede. Lasciarci incantare almeno da una parola del Signore, stupirci ancora della mangiatoia e della Croce, di questo mistero di un Dio che sa di stelle e di latte, di infinito e di casa.
    Dimentichiamo tutta la liturgia senz'anima che presiede a questi giorni: regali, botti, auguri, sms clonati, luci, per conservare ciò che vale davvero: la capacità di sorprenderci per la speranza indomita di Dio nell'uomo e in questa nostra storia barbara e magnifica, per il suo ricominciare dagli ultimi della fila.
    E impariamo da Maria, che "custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore", Da lei, che salvaguarda come in uno scrigno emozioni e domande, angeli e stalla, un bambino "caduto da una stella fra le sue braccia e che cerca l'infinito perduto e lo trova nel suo petto" (M. Marcolini); da lei che medita nel cuore fatti e parole, fino a che non si dipani il filo d'oro che tutto legherà insieme, da lei impariamo a prenderci del tempo per aver cura dei nostri sogni. "Con il cuore", con la forma più alta di intelligenza, quella che mette insieme pensiero e amore.
    E impariamo il Natale anche dai pastori, che non ce la fanno a trattenere per sé la gioia e lo stupore, come non si può trattenere il respiro, ma ritornano cantando, e contagiano di sorrisi chi li incontra, dicendo a tutti: è nato l'Amore!
    In questo giorno di auguri, le prime parole che la Bibbia ci rivolge sono: Il Signore parlò a Mosè, ad Aronne, ai suoi figli e disse: Voi benedirete i vostri fratelli. Per prima cosa, che lo meritino o no, voi benedirete.
    Dio ci chiede di imparare a benedire: uomini e storie, il blu del cielo e il giro degli anni, il cuore dell'uomo e il volto di Dio. Se non impara a benedire, l'uomo non potrà mai essere felice.
    Benedire è invocare dal cielo una forza che faccia crescere la vita, e ripartire e risorgere; significa cercare, trovare, proclamare il bene che c'è in ogni fratello. E continua: Il Signore faccia brillare per te il suo volto. Scopri che Dio è luminoso, ritrova nell'anno che viene un Dio solare, ricco non di troni, di leggi, di dichiarazioni, ma il cui più vero tabernacolo è un volto luminoso. Scopri un Dio dalle grandi braccia e dal cuore di luce.

     

  • 25 Dicembre 2016: Natale del Signore

    Natale del Signore

    Letture: Isaia 9,1-6; Salmo 95; Tito 2,11-14; Luca 2,1-14

    Messa della notte

     

    «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio». (...)

     

    Questo per voi il segno: troverete un bambino: «Tutti vogliono crescere nel mondo, ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere "dio". Solo Dio vuole essere bambino» (Leonardo Boff).
    Dio nella piccolezza: è questa la forza dirompente del Natale. L'uomo vuole salire, comandare, prendere. Dio invece vuole scendere, servire, dare. È il nuovo ordinamento delle cose e del cuore.
    C'erano là alcuni pastori. Una nuvola di ali, di canto e di parole felici li avvolge: Non temete! Dio non deve fare paura, mai. Se fa paura non è Dio colui che bussa alla tua vita. Dio si disarma in un neonato. Natale è il corteggiamento di Dio che ci seduce con un bambino. Chi è Dio? «Dio è un bacio», caduto sulla terra a Natale (Benedetto Calati).
    Vi annuncio una grande gioia: la felicità non è un miraggio, è possibile e vicina. E sarà per tutto il popolo: una gioia possibile a tutti, ma proprio tutti, anche per la persona più ferita e piena di difetti, non solo per i più bravi o i più seri. Ed ecco la chiave e la sorgente delle felicità: Oggi vi è nato un salvatore. Dio venuto a portare non tanto il perdono, ma molto di più; venuto a portare se stesso, luce nel buio, fiamma nel freddo, amore dentro il disamore. Venuto a portare il cromosoma divino nel respiro di ogni uomo e di ogni donna. La vita stessa di Dio in me. Sintesi ultima del Natale. Vertigine.
    E sulla terra pace agli uomini: ci può essere pace, anzi ci sarà di sicuro. I violenti la distruggono, ma la pace tornerà, come una primavera che non si lascia sgomentare dagli inverni della storia. Agli uomini che egli ama: tutti, così come siamo, per quello che siamo, buoni e meno buoni, amati per sempre; a uno a uno, teneramente, senza rimpianti amati (Marina Marcolini).
    È così bello che Luca prenda nota di questa unica visita, un gruppo di pastori, odorosi di lana e di latte. È bello per tutti i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro.
    Natale è anche una festa drammatica: per loro non c'era posto nell'alloggio. Dio entra nel mondo dal punto più basso, in fila con tutti gli esclusi. Come scrive padre Turoldo, Dio si è fatto uomo per imparare a piangere. Per navigare con noi in questo fiume di lacrime, fino a che la sua e nostra vita siano un fiume solo. Gesù è il pianto di Dio fatto carne. Allora prego:
    Mio Dio, mio Dio bambino, povero come l'amore, piccolo come un piccolo d'uomo, umile come la paglia dove sei nato, mio piccolo Dio che impari a vivere questa nostra stessa vita. Mio Dio incapace di aggredire e di fare del male, che vivi soltanto se sei amato, insegnami che non c'è altro senso per noi, non c'è altro destino che diventare come Te.


  • Gli 80 anni di Papa Francesco

    Gli 80 anni di Papa Francesco: in ascolto e obbedienza alla volontà di Dio

    di Marcello Semeraro (*)


    Una lirica particolarmente cara a Bergoglio è Meiner verehrungswürdigen Grossmutter, composta da F. Hölderlin per il compleanno della nonna. Nella ben nota intervista resa pubblica nel settembre 2013 lo ricorda egli stesso, confidandocene le ragioni: è una poesia di grande bellezza e spiritualmente gli ha fatto "tanto bene". Il perché è utile richiamarlo in un tempo liturgico che ci conduce al Natale: "Lì Hölderlin accosta sua nonna a Maria che ha generato Gesù, che per lui è l'amico della terra che non ha considerato straniero nessuno". Una caratteristica umana e spirituale di Papa Francesco è la gratitudine sincera e profonda verso i "padri" e le "madri".

  • 18 Dicembre 2016: IV Domenica di Avvento

    IV Domenica di Avvento

    Letture: Isaia 7,10-14; Salmo 23; Romani 1,1-7; Matteo 1,18-24

    Anno A

     

    Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa "Dio con noi". Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

     

    Tra i testimoni d'Avvento, tra coloro che rendono, «testimonianza alla luce» (Gv 1,7.8) e ci accompagnano al Natale, entra Giuseppe, uomo giusto che sogna e ama, non parla e agisce.
    Prima che andassero a vivere insieme Maria si trovò incinta. Sorpresa assoluta della creatura che arriva a concepire l'inconcepibile, il proprio Creatore. Qualcosa che però strazia il cuore di Giuseppe, che si sente tradito. Ed entra in crisi: non volendo accusarla pubblicamente pensò di ripudiarla in segreto. Vive il conflitto tra la legge di Dio che ribadisce più volte: toglierai di mezzo a te il peccatore (cfr Deut 22,22) e l'amore per quella giovane donna.
    Giuseppe è innamorato di Maria, non si dà pace, continua a pensare a lei, a sognarla di notte. Ma basta che la corazza della legge venga appena incrinata, scalfita dall'amore, che lo Spirito irrompe e agisce.
    Mentre stava considerando queste cose, ecco che in sogno un angelo... Giuseppe, mani indurite dal lavoro e cuore intenerito e ferito, non parla ma sa ascoltare i sogni che lo abitano: l'uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio. Giuseppe fece come gli aveva detto l'angelo, sceglie l'amore per Maria, perché «mettere la legge prima della persona è l'essenza della bestemmia» (Simone Weil). E in questo modo è profeta che anticipa e prepara le scelte che farà Gesù, quando infrangerà la legge del sabato per guarire il dolore dell'uomo. Eccoli i giusti: «la nostra unica regola è l'amore; lasciare la regola ogni volta che essa è in contrasto con l'amore» (sorella Maria di Campello) Maria lascia la casa del sì detto a Dio e va nella casa del sì detto a un uomo, ci va da donna innamorata, con il suo cuore di carne, in tenerezza e libertà.
    Maria e Giuseppe, poveri di tutto ma non d'amore, sono aperti al mistero proprio perché se c'è qualcosa sulla terra che apre la via all'assoluto, questa cosa è l'amore, luogo privilegiato dove arrivano angeli. Il cuore è la porta di Dio.
    Giuseppe prende con sé Maria e il bambino, quel figlio che non ha generato, di cui però sarà vero padre perché lo amerà, lo farà crescere, lo farà felice, gli insegnerà il mestiere di uomo, e a sognare, e a credere nell'amore. Giuseppe non ha sogni di immagini, ma sogni di parole. Un sogno di parole è offerto anche a tutti noi: è il Vangelo. E sono offerti angeli: in ognuna delle nostre case Dio manda i suoi messaggeri, come in quella di Maria; invia sogni e progetti, come in quella di Giuseppe. I nostri angeli non hanno ali, sono le persone che condividono con noi pane e amore; vivono nella nostra casa ma sono messaggeri dell'invisibile e annunciatori dell'infinito: angeli che nella loro voce portano il seme della Parola di Dio.

  • Avvento - Natale 2016

  • Natale di carità 2016

  • 11 Dicembre 2016: II Domenica di Avvento

    III Domenica di Avvento

    Letture: Isaia 35,1-6.8.10; Salmo 145; Giacomo 5,7-10; Matteo 11,2-11

    Anno A

     

    In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle (...)


    Sei tu o no quello che il mondo attende?. Grande domanda che permane intatta: perseveriamo dietro il Vangelo o cerchiamo altrove?
    Giovanni è colto dal dubbio, eppure Gesù non perde niente della stima immensa che nutre per lui: È il più grande! I dubbi non diminuiscono la fede del profeta. Così è per noi: non esiste fede senza dubbi; io credo e dubito, e Dio continua a volermi bene; mescolo fede e dubbi e la sua fiducia resta intatta.
    Sei tu? Gesù non risponde con argomentazioni, ma con un elenco di fatti: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, guariscono, si rimettono in cammino hanno una seconda opportunità, la loro vita cambia.
    Dove il Signore tocca, porta vita, guarisce, fa fiorire.
    La risposta ai nostri dubbi è semplice: se l'incontro con Lui ha cambiato qualcosa, ha prodotto gioia, coraggio, fiducia, apertura del cuore, generosità, bellezza del vivere, se vivo meglio allora è lui quello che deve venire.
    I fatti che Gesù elenca non hanno cambiato il mondo, eppure quei piccoli segni bastano perché non consideriamo più il mondo come un malato inguaribile. Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della storia con i suoi miracoli. Ha promesso qualcosa di molto più grande: il miracolo del seme, il lavoro oscuro ma inarrestabile del seme che fiorirà. Non ci ha fornito pane già pronto, ma un lievito che non si spegne.
    Sta a noi ora prolungare i gesti che Gesù elenca: «Se io riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 274).
    La fede è fatta di due cose: di occhi che vedono il sogno di Dio e di mani pazienti e fiduciose come quelle del contadino che «aspetta con costanza il prezioso frutto della terra» (Giacomo 5,7). Di uno stupore, come un innamoramento per un mondo nuovo possibile, e di lavoro concreto per volti e nomi che riempiono il cuore. Anche di fatica: «Fino a che c'è fatica c'è speranza» (don Milani).
    Beato chi che non si scandalizza di me. Gesù portava scandalo e lo porta oggi, a meno che non ci facciamo un Cristo a nostra misura e addomestichiamo il suo messaggio: non stava con la maggioranza, ha cambiato il volto di Dio e del potere, ha messo pubblicani e prostitute prima dei sacerdoti, ha fatto dei poveri i principi del suo regno.
    Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici, di fronte a tutti i mali del mondo. Beato chi lo sente come piccolo e fortissimo seme di luce, goccia di fuoco che vive e opera nel cuore dell'uomo. Unico miracolo di cui abbiamo bisogno.

  • Tesseramento Azione Cattolica 8 Dicembre 2016

    Auguri ai ragazzi e adulti che hanno rinnovato la loro adesione all'Azione Cattolica!

  • 4 Dicembre 2016: II Domenica di Avvento

    II Domenica di Avvento
    Anno A

     

    Letture: Isaia 11,1-10; Salmo 71; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12

     

    In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente?(...)

    Giovanni il Battista predicava nel deserto della Giudea dicendo: convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2).
    Gesù cominciò a predicare lo stesso annuncio: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17). Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno, nel regno dei cieli che è un mondo nuovo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro vicino: è possibile, è ormai iniziato. Su quel sogno ci chiedono di osare la vita, ed è la conversione.
    Si tratta di tre annunci in uno, e tra tutte la parola più calda di speranza è l'aggettivo «vicino». Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze, è vicinissimo a te. E se anche tu ti trovassi ai piedi di un muro o sull'orlo del baratro, allora ricorda: o quanti cercate, siate sereni / egli per noi non verrà mai meno / e Lui stesso varcherà l'abisso (David Maria Turoldo).
    Dio è accanto, a fianco, si stringe a tutto ciò che vive, rete che raccoglie insieme, in armonia, il lupo e l'agnello, il leone e il bue, il bambino e il serpente (parola di Isaia), uomo e donna, arabo ed ebreo, musulmano e cristiano, bianco e nero, per una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani. Il regno dei cieli e la terra come Dio la sogna. Non si è ancora realizzata? Non importa, il sogno di Dio è più vero della realtà, è il nostro futuro che ci porta, la forza che fa partire.
    Gesù è l'incarnazione di un Dio che si fa intimo come un pane nella bocca, una parola detta sul cuore, un respiro: infatti vi battezzerà nello Spirito Santo, vi immergerà dentro il mare di Dio, sarete avvolti, intrisi, impregnati della vita stessa di Dio, in ogni vostra fibra.
    Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza; non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall'alto, ma la vicinanza del fuoco; ciò che toglie le ombre dal cuore non è un obbligo o un divieto, ma una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo. Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
    Conversione, non comando ma opportunità: cambiate lo sguardo con cui vedete gli uomini e le cose, cambiate strada, sopra i miei sentieri il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile, e ci sono cento fratelli, e alberi fecondi, e miele.
    Conversione significa anche abbandonare tutto ciò che fa male all'uomo, scegliere sempre l'umano contro il disumano. Come fa Gesù: per lui l'unico peccato è il disamore, non la trasgressione di una o molte regole, ma il trasgredire un sogno, il sogno grande di Dio per noi.

     

  • 27 Novembre 2016: I Domenica di Avvento

    I Domenica di Avvento

    Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14; Matteo 24, 37-44

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».

     

    Inizia il tempo dell'Avvento, quando la ricerca di Dio si muta in attesa di Dio. Di un Dio che ha sempre da nascere, sempre incamminato e sempre straniero in un mondo e un cuore distratti. La distrazione, appunto, da cui deriva la superficialità «il vizio supremo della nostra epoca» (R. Panikkar). «Come ai giorni di Noè, quando non si accorsero di nulla; mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla». È possibile vivere così, da utenti della vita e non da viventi, senza sogni e senza mistero.
    È possibile vivere "senza accorgersi di nulla", di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola, di cento naufraghi a Lampedusa o del povero alla porta.
    Senza vedere questo pianeta avvelenato e umiliato e la casa comune depredata dai nostri stili di vita insostenibili. Si può vivere senza volti: volti di popoli in guerra; volti di donne violate, comprate, vendute; di anziani in cerca di una carezza e di considerazione; di lavoratori precari, derubati del loro futuro.
    Per accorgersi è necessario fermarsi, in questa corsa, in questa furia di vivere che ci ha preso tutti. E poi inginocchiarsi, ascoltare come bambini e guardare come innamorati: allora ti accorgi della sofferenza che preme, della mano tesa, degli occhi che ti cercano e delle lacrime silenziose che vi tremano. E dei mille doni che i giorni recano, delle forze di bontà e di bellezza all'opera in ogni essere.
    L'altro nome dell'Avvento è vivere con attenzione. Un termine che non indica uno stato d'animo ma un movimento, un "tendere-a", uscendo da sé stessi. Tempo di strade è l'avvento, quando il nome di Dio è "Colui-che-viene", che cammina a piedi, senza clamore, nella polvere delle nostre strade, sui passi dei poveri e dei migranti, camminatore dei secoli e dei giorni. E servono grandi occhi.
    «Due uomini saranno nel campo, due donne macineranno alla mola, uno sarà preso e uno lasciato»: non sono parole riferite alla fine del mondo, alla morte a caso, ma al senso ultimo delle cose, quello più profondo e definitivo. Sui campi della vita uno vive in modo adulto, uno infantile. Uno vive sull'orlo dell'infinito, un altro solo dentro il circuito breve della sua pelle e dei suoi bisogni. Uno vive per prendere e avere, uno invece è generoso con gli altri di pane e di amore. Tra questi due uno solo è pronto all'incontro con il Signore. Uno solo sta sulla soglia e veglia sui germogli che nascono in lui, attorno a lui, nella storia grande, nella piccola cronaca, mentre l'altro non si accorge di nulla. Uno solo sentirà le onde dell'infinito che vengono ad infrangersi sul promontorio della sua vita e una mano che bussa alla porta, come un appello a salpare.
    (

  • Festa Vicariale 26 Novembre 2016

  • 20 Novembre 2016: XXXIV Domenica del Tempo Ordinario

    XXXIV Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: 2 Samuele 5,1-3; Salmo 121; Colossesi 1,12-20; Luca 23,35-43

     

    In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c'era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L'altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

     

    Se sei il Cristo, salva te stesso! Sono scandalizzati gli uomini religiosi: che Dio è questo che lascia morire il suo Messia?

    Si scandalizzano i soldati, gli uomini forti: se sei il re, usa la forza! Salvati. C'è forse qualcosa che vale più della vita? Ebbene sì, risponde la narrazione della Croce, qualcosa vale di più, l'amore vale più della vita. E appare un re che muore ostinatamente amando; giustiziato, ma non vinto; che noi possiamo rifiutare, ma che non ci rifiuterà mai. E la risurrezione è il sigillo che un amore così non andrà mai perduto.

    Un malfattore appeso alla croce gli chiede di non essere dimenticato e lui lo prende con sé. In quel bandito raggiunge tutti noi, consacrando – in un malfattore – la dignità di ogni persona umana: nella sua decadenza, nel suo limite più basso, l'uomo è sempre amabile per Dio. Proprio di Dio è amare perfino l'inamabile. Non ha meriti da vantare il ladro. Ma Dio non guarda al peccato o al merito, il suo sguardo si posa sulla sofferenza e sul bisogno, come un padre o una madre guardano solo al dolore e alle necessità del figlio.

    Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. E Gesù non solo si ricorda, fa molto di più: lo porta con sé, se lo carica sulle spalle, come fa il pastore con la pecora perduta, lo riporta a casa: sarai con me! E mentre la logica della nostra storia sembra avanzare per esclusioni, per separazioni, per respingimenti alle frontiere, il Regno di Dio è la terra nuova che avanza per inclusioni, per abbracci, per accoglienza.

    Ricordati di me prega il peccatore, sarai con me risponde l'amore. Sintesi estrema di tutte le possibili preghiere.
    Ricordati di me, prega la paura, sarai con me, risponde l'amore. Non solo il ricordo, ma l'abbraccio che stringe e unisce e non lascia cadere mai: con me, per sempre. Le ultime parole di Cristo sulla croce sono tre parole regali, tre editti imperiali: oggi-con me-paradiso.

    Oggi: adesso, subito; ecco l'amore che ha sempre fretta; ecco l'istante che si apre sull'eterno, e l'eterno che si insinua nell'istante.

    Con me: mentre la nostra storia di conflitti si chiude in muri, frontiere e respingimenti, il Regno di Dio germoglia in condivisioni e accoglimenti.

    Nel paradiso: quel luogo che brucia gli occhi del desiderio, quel luogo immenso e felice che «solo amore e luce ha per confine».
    E se il primo che entra in paradiso è quest'uomo dalla vita sbagliata, allora non c'è nulla e nessuno di definitivamente perduto, nessuno è senza speranza. Le braccia del re-crocifisso resteranno spalancate per sempre, per tutti quelli che riconoscono Gesù come compagno d'amore e di pena, qualunque sia il loro passato: è questa la Buona Notizia di Gesù Cristo.

     

  • CHIUSURA DELL'ANNO GIUBILARE IN DIOCESI

     

    CHIUSURA ANNO GIUBILARE STRAODINARIO DELLA MISERICORDIA

     

    Domenica 13 novembre 2016 in conformità alle disposizioni della Bolla "Misericordiae vultus" in tutte le Chiese locali si chiuderà l'Anno Giubilare Straordinario della Misericordia.

    Nella nostra Basilica Cattedrale, il Vescovo chiuderà la Porta Santa con apposito Rito mentre nei Vicariati Territoriali si celebrerà una Santa Messa di Ringraziamento, secondo le seguenti indicazioni.

     

    Ad Albano: Chiusura Porta Santa

    I presbiteri e i diaconi del Vicariato Territoriale insieme al Popolo di Dio si raduneranno presso il Sagrato del Santuario Diocesano di S. Maria della Rotonda.

     

    Alle ore 17.30 il Vescovo insieme ai Concelebranti daranno inizio al Sacro Rito.

     

    Dopo la Statio, in processione ci si recherà alla Porta Santa della Cattedrale, dove, dopo averne chiuso i Battenti, il Vescovo celebrerà la Santa Messa conclusiva dell'Anno della Misericordia.

  • 13 Novembre 2016: XXXIII Domenica delTempo Ordinario

    XXXIII Domenica delTempo Ordinario 

    Letture: Malachia 3,19-20; Salmo 97; 2 Tessalonicesi 3,7-12; Luca 21,5-19

    Anno C

     

    In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». (...)

     

    Il Vangelo ci guida lungo il crinale della storia: da un lato il versante oscuro della violenza, il cuore di tenebra che distrugge; dall'altro il versante della tenerezza che salva: neppure un capello del vostro capo andrà perduto.
    Il Vangelo non anticipa le cose ultime, svela il senso ultimo delle cose. Dopo ogni crisi annuncia un punto di rottura, un tornante che svolta verso orizzonti nuovi, che apre una breccia di speranza. Verranno guerre e attentati, rivoluzioni e disinganni brucianti, ansie e paure, ma voi alzate il capo, voi risollevatevi.
    Ma voi... è bellissimo questo «ma»: una disgiunzione, una resistenza a ciò che sembra vincente oggi nel mondo. Ma voi alzate il capo: agite, non rassegnatevi, non omologatevi, non arrendetevi. Il Vangelo convoca all'impegno, al tenace, umile, quotidiano lavoro dal basso che si prende cura della terra e delle sue ferite, degli uomini e delle loro lacrime, scegliendo sempre l'umano contro il disumano (Turoldo).
    È la beatitudine degli oppositori: loro sanno che il capo del filo rosso della storia è saldo nelle mani di Dio. È la beatitudine nascosta dell'opposizione: nel mondo sembrano vincere i più violenti, i più ricchi, i più crudeli, ma con Dio c'è sempre un dopo. Beati gli oppositori: i discepoli non sono né ottimisti né pessimisti, sono quelli che sanno custodire e coltivare speranza. «Mentre il creato ascende... / tutto è doglia di parto / quanto morir perché la vita nasca» (Clemente Rebora).
    E quand'anche la violenza apparisse signora e padrona della storia, voi rialzatevi, risollevatevi, perché nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto; espressione straordinaria ribadita da Matteo 10,30 – i capelli del vostro capo sono tutti contati, non abbiate paura. Uomo e natura possono sprigionare tutto il loro potenziale distruttivo, eppure non possono nulla contro l'amore. Davanti alla tenerezza di Dio sono impotenti. Nel caos della storia, il suo sguardo è fisso su di me. Lui è il custode innamorato d'ogni mio più piccolo frammento. La visione apocalittica del Vangelo è la rivelazione che il mondo quale lo conosciamo, col suo ordine fondato sulla forza e sulla violenza, già comincia a essere rovesciato dalle sue stesse logiche. La violenza si autodistruggerà. Ciò che deve restare inciso negli occhi del cuore è l'ultima riga del vangelo: risollevatevi, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. In piedi, a testa alta, liberi, coraggiosi: così il Vangelo vede i discepoli di Gesù. Sollevate il capo, e guardate lontano, perché la realtà non è solo questo che si vede: c'è un Liberatore, il suo Regno viene, verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme.

  • 6 Novembre 2016: XXXII Domenica del Tempo Ordinario

    XXXII Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: 2 Maccabei 7,1-2.9-14; Salmo 16; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38

    Anno C

     

    In quel tempo, disse Gesù ad alcuni sadducei, i quali dicono che non c'è risurrezione: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: "Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe". Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

     

    I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, e lo sottopongono a Gesù come caricatura della sua fede nella risurrezione. Lo sappiamo: non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata indefinita, anziché come intensità e profondità, come infinita scoperta di cosa significhi amare con il cuore stesso di Dio.
    L'unica piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova... Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette».
    Il loro linguaggio non è sfiorato neppure da un'ombra di amore, ma riduce la carne dolorante e luminosa della vita a uno strumento, una cosa da adoperare per i propri fini.
    Gesù non ci sta, e alla loro domanda banale (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) contrappone un intero mondo nuovo: Quelli che risorgono non prendono né moglie né marito. Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l'unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l'amore (1 Cor 13,8).
    I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita. Perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio. E ciò che vince la morte non è la vita, è l'amore.
    E finalmente nell'ultimo giorno, a noi che abbiamo fatto tanta fatica per imparare ad amare, sarà dato di amare con il cuore stesso di Dio.
    I risorti saranno come angeli. Ma che cosa sono gli angeli? Le creature un po' evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario romantico?
    O non piuttosto, biblicamente, annunciatori di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)? Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10), presenti alla Presenza?
    Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione «di» ripetuta 5 volte è racchiuso il motivo ultimo della risurrezione, il segreto dell'eternità.
    Una sillaba breve come un respiro, ma che contiene la forza di un legame, indissolubile e reciproco, e che dice: Dio appartiene a loro, loro a Dio.
    Così totale è il legame, che il Signore non può pronunciare il proprio nome senza pronunciare anche quello di coloro che ama. Il Dio forte al punto di inondare di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale di sé stesso. Questo Dio di uomini vive solo se io e tu vivremo, per sempre, con Lui.

  • AVVISI UTILI

    SABATO 29 E DOMENICA 30 OTTOBRE

     

    DURANTE LE SANTE MESSE

     RICORDEREMO LA DEDICAZIONE DELLA CHIESA PARROCCHIALE

     

    Nella notte tra il 29 e il 30 Ottobre ricorda di portare le lancette dell' orologio indietro di un'ora, torna l'ora solare.
    Solo per la notte di Domenica dormiremo tutti un'ora in più.

     

    DI CONSEGUENZA LA S. MESSA VESPERTINA SARA' CELEBRATA ALLE ORE 17.30

  • 30 Ottobre 2016: XXXI Domenica del Tempo Ordinario

    XXXI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Sapienza 11,22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. (...)


    Gesù passando alzò lo sguardo. Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato: Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
    Non dice: Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare... Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città. Zaccheo prima incontra, poi si converte.
    Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo; quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: "devo venire a casa tua. Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice".
    E non pone nessuna condizione all'incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede. Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
    Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola. La tavola che è il luogo dell'amicizia, dove si fa e di rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l'amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali...
    Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
    Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
    Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall'alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l'aria, con la sorpresa dell'amicizia, che ripara le vite in frantumi.
    Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
    Qual è il motore di questa trasformazione? Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l'amicizia. Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l'ha giudicato, non ha puntato il dito. Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
    Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.

  • 23 Ottobre 2016: XXX Domenica del Tempo Ordinario

    XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14

     

    In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

     

    Due uomini vanno al tempio a pregare. Uno, ritto in piedi, prega ma come rivolto a se stesso: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri...».
    Inizia con le parole giuste, l'avvio è biblico: metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento. Ma mentre a parole si rivolge a Dio, il fariseo in realtà è centrato su se stesso, stregato da una parola di due sole lettere, che non si stanca di ripetere, io: io ringrazio, io non sono, io digiuno, io pago. Ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Pregare è dare del tu a Dio. Vivere e pregare percorrono la stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di un tu, un amore, un sogno o un Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero.
    «Io non sono come gli altri»: e il mondo gli appare come un covo di ladri, dediti alla rapina, al sesso, all'imbroglio. Una slogatura dell'anima: non si può pregare e disprezzare; non si può cantare il gregoriano in chiesa e fuori essere spietati. Non si può lodare Dio e demonizzare i suoi figli. Questa è la paralisi dell'anima.
    In questa parabola di battaglia, Gesù ha l'audacia di denunciare che la preghiera può separarci da Dio, può renderci "atei", mettendoci in relazione con un Dio che non esiste, che è solo una proiezione di noi stessi. Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sull'uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo (Turoldo).
    Il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, ci insegna a non sbagliarci su Dio e su noi: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».
    C'è una piccola parola che cambia tutto nella preghiera del pubblicano e la fa vera: «tu». Parola cardine del mondo: «Signore, tu abbi pietà». E mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che egli fa per Dio (io prego, pago, digiuno...), il pubblicano la costruisce attorno a quello che Dio fa per lui (tu hai pietà di me peccatore) e si crea il contatto: un io e un tu entrano in relazione, qualcosa va e viene tra il fondo del cuore e il fondo del cielo. Come un gemito che dice: «Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, così non sono contento. Vorrei tanto essere diverso, non ce la faccio, ma tu perdona e aiuta».
    «Tornò a casa sua giustificato». Il pubblicano è perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l'umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza, la sola forza che ripartorisce in noi la vita.

     

  • 16 Ottobre 2016: XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    XXIX Domenica del Tempo ordinario 

    Letture: Esodo 17,8-13; Salmo 120; 2 Timoteo 3,14-4,2; Luca 18,1-8

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: "Fammi giustizia contro il mio avversario". Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi"». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

     

    Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre. E a noi pare un obiettivo impossibile da raggiungere. Ma il pregare sempre non va confuso con il recitare preghiere senza interruzione, Gesù stesso l'ha detto: quando pregate non moltiplicate parole. Vale più un istante nell'intimità che mille salmi nella lontananza (Evagrio il Pontico). Perché pregare è come voler bene. Infatti c'è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami sempre. Così è con Dio: «il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre» (S. Agostino).
    Il Vangelo ci porta a scuola di preghiera da una vedova, una bella figura di donna, forte e dignitosa, che non si arrende, fragile e indomita al tempo stesso. Ha subito ingiustizia e non abbassa la testa.
    C'era un giudice corrotto. E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!
    Gesù lungo tutto il Vangelo ha una predilezione particolare per le donne sole, perché rappresentano l'intera categoria biblica dei senza difesa, vedove orfani forestieri, i difesi da Dio.
    Una donna che non si lascia schiacciare ci rivela che la preghiera è un "no" gridato al "così vanno le cose", è come il primo vagito di una storia nuova che nasce.
    Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere. La preghiera è il respiro della fede. Come un canale aperto in cui scorre l'ossigeno dell'infinito, un riattaccare continuamente la terra al cielo. Come per due che si amano, il respiro del loro amore.
    Forse tutti ci siamo qualche volta stancati di pregare. Le preghiere si alzavano in volo dal cuore come colombe dall'arca del diluvio, ma nessuna tornava indietro a portare una risposta. E mi sono chiesto, e mi hanno chiesto, tante volte: ma Dio esaudisce le nostre preghiere, si o no? La risposta di un grande credente, il martire Bonhoeffer è questa: «Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse». E il Vangelo ne è pieno: non vi lascerò orfani, sarò con voi, tutti i giorni, fino alla fine del tempo.
    Non si prega per cambiare la volontà di Dio, ma il cuore dell'uomo. Non si prega per ottenere, ma per essere trasformati. Contemplando il Signore veniamo trasformati in quella stessa immagine (cfr 2 Corinzi 3,18). Contemplare, trasforma. Uno diventa ciò che contempla con gli occhi del cuore. Uno diventa ciò che prega. Uno diventa ciò che ama.
    Infatti, dicono i maestri dello spirito «Dio non può dare nulla di meno di se stesso, ma dandoci se stesso ci dà tutto» (Santa Caterina da Siena). Ottenere Dio da Dio, questo è il primo miracolo della preghiera. E sentire il suo respiro intrecciato per sempre con il mio respiro.

  • Giornate Eucaristiche 2016

  • Attività Parrocchiali 2016/2017

     

  • 9 Ottobre 2016: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    XXVIII Domenica delTempo Ordinario

    Letture: 2 Re 5,14-17; Salmo 97; 2 Timoteo 2,8-13; Luca 17, 11-19

    Anno C

     

    Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
    Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

     

    Gesù è in cammino. E come lungo ogni cammino, la lentezza favorisce gli incontri, l'attenzione trasforma ogni incontro in evento.
    Ed ecco che dieci lebbrosi, una comunità senza speranza, un nodo di dolore, all'improvviso si pone di traverso sulla strada dei dodici.
    E Gesù appena li vede... notiamo: subito, senza aspettare un secondo di più, "appena li vede", prima ancora di sentire il loro lamento. Gesù ha l'ansia di guarire, il suo amore ha fretta, è amore preveniente, amore che anticipa, pastore che sfida il deserto per una pecora che non c'è più, padre che corre incontro mentre il figlio cammina...
    Davanti al dolore dell'uomo, appaiono i tre verbi dell'agire di Cristo: vedere, fermarsi, toccare, anche se solo con la carezza della parola.
    Davanti al dolore scatta come un'urgenza, una fretta di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più. E mi ricorda un verso bellissimo di Ian Twardowski: affrettiamoci ad amare, le persone se ne vanno così presto! L'amore vero ha sempre fretta. È sempre in ritardo sulla fame di abbracci o di salute.
    Andate... E mentre andavano, furono purificati. Sono purificati non quando arrivano dai sacerdoti, ma mentre camminano. La guarigione comincia con il primo passo compiuto credendo alla parola di Gesù. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando salpa, quando avvia processi e inizia percorsi.
    Nove lebbrosi guariscono e non sappiamo più nulla di loro, probabilmente scompaiono dentro il vortice della loro inattesa felicità, sequestrati dagli abbracci ritrovati, ridiventati persone libere e normali.
    Invece un samaritano, uno straniero, l'ultimo della fila, si vede guarito, si ferma, si gira, torna indietro, perché intuisce che la salute non viene dai sacerdoti, ma da Gesù; non dalla osservanza di regole e riti, ma dal contatto con la persona di quel rabbi. Non compie nessun gesto eclatante: torna, canta, lo stringe, dice un semplice grazie, ma contagia di gioia.
    Ancora una volta il Vangelo propone un samaritano, uno straniero, un eretico come modello di fede: la tua fede ti ha salvato. La fede che salva non è una professione verbale, non si compone di formule ma di gesti pieni di cuore: il ritorno, il grido di gioia, l'abbraccio che stringe i piedi di Gesù.
    Il centro della narrazione è la fede che salva. Tutti e dieci sono guariti. Tutti e dieci hanno creduto alla parola, si sono fidati e si sono messi in cammino. Ma uno solo è salvato. Altro è essere guariti, altro essere salvati. Nella guarigione si chiudono le piaghe, rinasce una pelle di primavera. Nella salvezza ritrovi la sorgente, tu entri in Dio e Dio entra in te, e fiorisce tutta intera la tua vita.

  • 2 Ottobre 2016:XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Abacuc 1,2-3;2,2-4; Salmo 94; 2 Timoteo 1,6-8.13-14; Luca 17,5-10

    Anno C

     

    In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: "Sràdicati e vai a piantarti nel mare", ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
    Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"».

     

    Gesù ha appena avanzato una proposta che ai discepoli pare una missione impossibile: quante volte devo perdonare? Fino a settanta volte sette. E sgorga spontanea la richiesta: accresci in noi la fede, o non ce la faremo mai. Una preghiera che Gesù non esaudisce, perché non tocca a Dio aggiungere fede, non può farlo: la fede è la libera risposta dell'uomo al corteggiamento di Dio.
    E poi ne basta poca, meno di poca, per ottenere risultati impensabili: se aveste fede come un granello di senape, potrete dire a questo gelso sradicati...
    Qui appare uno dei tratti tipici dei discorsi di Gesù: l'infinito rivelato dal piccolo. Gesù sceglie di parlare del mondo interiore e misterioso della fede usando le parole di tutti i giorni, rivela il volto di Dio e il venire del Regno scegliendo il registro delle briciole, del pizzico di lievito, della fogliolina di fico, del bambino in mezzo ai grandi. È la logica dell'Incarnazione che continua, quella di un Dio che da onnipotente si è fatto fragile, da eterno si è perduto dentro il fluire dei giorni.
    La fede è rivelata dal più piccolo di tutti i semi e poi dalla visione grandiosa di foreste che volano verso i confini del mare. La fede è un niente che è tutto. Leggera e forte. Ha la forza di sradicare gelsi e la leggerezza di un minimo seme che si schiude nel silenzio.
    Ho visto il mare riempirsi di gelsi. Ho visto imprese che sembravano impossibili: madri e padri risorgere dopo drammi atroci, disabili con occhi luminosi come stelle, un missionario discepolo del Nazzareno salvare migliaia di bambini-soldato, una piccola suora albanese rompere i tabù millenari delle caste...
    Un granello: non la fede sicura e spavalda ma quella che nella sua fragilità ha ancora più bisogno di Lui, che per la propria piccolezza ha ancora più fiducia nella sua forza.
    Il Vangelo termina con una piccola parabola sul rapporto tra padrone e servo, chiusa da tre parole spiazzanti: quando avete fatto tutto dite: siamo servi inutili. Capiamo bene, però: mai nel Vangelo è detto inutile il servizio, anzi è il nome nuovo della civiltà. Servi inutili non perché non servono a niente, ma, secondo la radice della parola, perché non cercano il proprio utile, non avanzano rivendicazioni o pretese. Loro gioia è servire la vita.
    Servo è il nome che Gesù sceglie per sé; come lui sarò anch'io, perché questo è l'unico modo per creare una storia diversa, che umanizza, che libera, che pianta alberi di vita nel deserto e nel mare.
    Inutili anche perché la forza che fa germogliare il seme non viene dalle mani del seminatore; l'energia che converte non sta nel predicatore, ma nella Parola. «Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore». (Rumi)

  • Inizio Anno Pastorale 2016/2017

  • Gruppo Padre Pio 2016/2017

  • Rosario Perpetuo 2016/2017

  • 23 Settembre 2016: XXVI Domenica del Tempo Ordinario

    XXVI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Amos 6, 1.4-7; Salmo 145; 1 Timoteo 6,11-16; Luca 16,19-31

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
    Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma" (...)».

     

    La parabola del ricco senza nome e del povero Lazzaro è una di quelle pagine che ci portiamo dentro come sorgente di comportamenti meno disumani.
    Un ricco senza nome, per cui il denaro è diventato l'identità, la seconda pelle. Il povero invece ha il nome dell'amico di Betania. Il Vangelo non usa mai dei nomi propri nelle parabole. Il povero Lazzaro è un'eccezione, una felice anomalia che lascia percepire i battiti del cuore di Gesù.
    Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto nell'inferno. Perché il ricco è condannato? Per il lusso, gli abiti firmati, gli eccessi della gola? No. Il suo peccato è l'indifferenza verso il povero: non un gesto, una briciola, una parola. Il contrario dell'amore non è l'odio, ma l'indifferenza, per cui l'altro neppure esiste, e Lazzaro è nient'altro che un'ombra fra i cani.
    Il povero è portato in alto; il ricco è sepolto in basso: ai due estremi della società in questa vita, ai due estremi dopo. Tra noi e voi è posto un grande abisso, dice Abramo, perdura la grande separazione già creata in vita. Perché l'eternità inizia nel tempo, si insinua nell'istante, mostrando che l'inferno è già qui, generato e nutrito in noi dalle nostre scelte senza cuore: il povero sta sulla soglia di casa, il ricco entra ed esce e neppure lo vede, non ha gli occhi del cuore. Tre gesti sono assenti dalla sua storia: vedere, fermarsi, toccare. Tre verbi umanissimi, le prime tre azioni del Buon Samaritano. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri. Ma chi erige muri, isola solo se stesso.
    Ti prego, manda Lazzaro con una goccia d'acqua sul dito... mandalo ad avvisare i miei cinque fratelli... No, neanche se vedono un morto tornare si convertiranno!
    Non è la morte che converte, ma la vita. Chi non si è posto il problema di Dio e dei fratelli, la domanda del senso, davanti al mistero magnifico e dolente che è la vita, tra lacrime e sorrisi, non se lo porrà nemmeno davanti al mistero più piccolo e oscuro che è la morte.
    Hanno Mosè e i profeti, hanno il grido dei poveri, che sono la parola e la carne di Dio (ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, è a me che l'avete fatto). Nella loro fame è Dio che ha fame, nelle loro piaghe è Dio che è piagato.
    Non c'è apparizione o miracolo o preghiera che conti quanto il loro grido: «Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, corri da lui. Il Dio che lasci è meno sicuro del Dio che trovi» (San Vincenzo de Lellis).
    Nella parabola Dio non è mai nominato, eppure intuiamo che era presente, che era vicino al suo amico Lazzaro, pronto a contare ad una ad una tutte le briciole date al povero, pronto a ricordarle e custodirle per sempre.

  • Terremoto: come aiutare

    Una colletta in tutte le chiese domenica 18 settembre e lo stanziamento immediato di 1 milione di euro dall'8 per mille. La Chiesa italiana risponde così alla sciagura del terremoto che questa notte ha colpito il Centro Italia. Ecco il comunicato della Presidenza della Cei.

  • 18 Settembre 2016: XXV Domenica del Tempo Ordinario

    XXV Domenica delTempo Ordinario 

    Letture: Amos 8,4-7; Salmo 112; 1 Timoteo 2,1-8; Lc 16,1-13

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare". L'amministratore disse tra sé: "Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua". Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: "Tu quanto devi al mio padrone?"» (...)

     

    Un peccatore che fa lezione ai discepoli, Gesù che mette sulla cattedra un disonesto. E mentre lo fa, lascia affiorare uno dei suoi rari momenti di scoramento: i figli di questo mondo sono più scaltri di voi, figli della luce. Imparate, fosse anche da un peccatore.
    L'amministratore disonesto fa una scelta ben chiara: farsi amici i debitori del padrone, aiutarli sperando di essere aiutato da loro.
    Ed è così che il malfattore diventa benefattore: regala pane e olio, cioè vita. Ha l'abilità di cambiare il senso del denaro, di rovesciarne il significato: non più mezzo di sfruttamento, ma strumento di comunione. Un mezzo per farci degli amici, anziché diventare noi amici del denaro.
    E il padrone lo loda. Per la sua intelligenza, certo, ma mi pare poca cosa. Chissà, forse pensa a chi riceverà cinquanta inattesi barili d'olio, venti insperate misure di grano, alla gioia che nascerà, alla vita che tornerà ad aprire le ali in quelle case.
    E qui il Vangelo regala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché, quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
    Fatevi degli amici. Gesù raccomanda, anzi comanda l'amicizia, la eleva a programma di vita, vuole che i suoi siano dei cultori dell'amicizia, il comandamento più gioioso e più umano.
    Fatevi amici con la disonesta ricchezza. Perché disonesta? Giovanni Crisostomo scrive: potreste voi dimostrare che la ricchezza è giusta? No, perché la sua origine è quasi sempre avvelenata da qualche frode. Dio all'inizio non ha fatto uno ricco e uno povero, ma ha dato a tutti la stessa terra.
    E aggiunge: amici che vi accolgano nelle dimore eterne.
    Sulla soglia dell'eternità Gesù mette i tuoi amici, ed è alle loro mani che ha affidato le chiavi del Regno, alle mani di coloro che tu hai aiutato a vivere un po' meglio, con grano e olio e un briciolo di cuore.
    La Porta Santa del tuo cielo sono i tuoi poveri. Nelle braccia di coloro ai quali hai fatto del bene ci sono le braccia stesse di Dio.
    Questa piccola parabola, esclusiva del racconto di Luca, cerca di invertire il paradigma economico su cui si basa il nostro mondo, dove "ciò che conta, ciò che da sicurezza" (etimologia del termine aramaico "mammona") è il denaro.
    Per Gesù, amico della vita, invece è la cura delle creature la sola misura dell'eternità.
    Nessuno può servire due padroni. Non potete servire Dio e la ricchezza. Il culto della ricchezza, dare il cuore al denaro, esserne servi anziché servirsene, produce la malattia del vivere, la disidratazione del cuore, il tradimento del futuro: ami il tuo denaro, lo servi, e allora non c'è più nessun povero che ti apra le porte del cielo, che apra un mondo nuovo.

  • Lectio Divina 2016/2017

  • Anno catechistico 2016/2017

    Le adesioni possono essere inviate per e-mail, all'indirizzo di posta elettronica seguente:

    cuoreimmacolatoalbano@outlook.it

  • Pellegrinaggi Giubilari

  • 11 Settembre 2016: XXIV Domenica del Tempo Ordinario

    XXIV Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: Esodo 32, 7-11. 13-14; Salmo 50; 1 Timoteo 1, 12-17; Luca 15, 1-32

    Anno C

     

    In quel tempo (...) egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta"». (...) Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto". (...) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze (...).

     

    Un pastore che sfida il deserto, una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci. Le tre parabole della misericordia sono il vangelo del vangelo. Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
    C'era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori, un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti. Gesù allora spiega questa amicizia con tre parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta, un figlio che se ne va e si perde. Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
    Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai. Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all'ovile, se ne sta allontanando; il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non traccia consuntivi, ma preventivi. Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
    La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa. Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d'oro.
    Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota. Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno. E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
    Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso "crescendo". L'ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti... Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici. Dio è l'Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: «avete visto l'amato del mio cuore?».
    Sono io l'amato perduto. Dio è in cerca di me. Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.

  • Aiutiamo chi è in difficoltà!

    manifesto pro terremotati

  • 4 Settembre 2016: XXIII Domenica del Tempo Ordinario

    XXIII Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: Sapienza 9, 13-18; Salmo 89; Filèmone 9b-10. 12-17; Luca 14, 25-33

    Anno C

     

    Una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

     

    Gesù, sempre spiazzante nelle sue proposte, indica tre condizioni per seguirlo. Radicali. La prima: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Gesù punta tutto sull'amore. Lo fa con parole che sembrano cozzare contro la bellezza e la forza dei nostri affetti, la prima felicità di questa vita. Ma il verbo centrale su cui poggia la frase è: se uno non mi "ama di più". Allora non di una sottrazione si tratta, ma di una addizione. Gesù non sottrae amori, aggiunge un "di più". Il discepolo è colui che sulla luce dei suoi amori stende una luce più grande. E il risultato non è una sottrazione ma un potenziamento: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti della famiglia, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello. Gesù è la garanzia che i tuoi amori saranno più vivi e più luminosi, perché Lui possiede la chiave dell'arte di amare.
    La seconda condizione: Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me. Non banalizziamo la croce, non immiseriamola a semplice immagine delle inevitabili difficoltà di ogni giorno, dei problemi della famiglia, della fatica o malattia da sopportare con pace. Nel Vangelo "croce" contiene il vertice e il riassunto della vicenda di Gesù: amore senza misura, disarmato amore, coraggioso amore, che non si arrende, non inganna e non tradisce.
    La prima e la seconda condizione: amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda; portare la croce significa portare l'amore fino in fondo.
    Gesù non ama le cose lasciate a metà, perché generano tristezza: se devi costruire una torre siediti prima e calcola bene se ne hai i mezzi. Vuole da noi risposte libere e mature, ponderate e intelligenti.
    Ed elenca la terza condizione: chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. La rinuncia che Gesù chiede non è un sacrificio, ma un atto di libertà: esci dall'ansia di possedere, dalla illusione che ti fa dire: "io ho, accumulo, e quindi sono e valgo". "Un uomo non vale mai per quanto possiede, o per il colore della sua pelle, ma per la qualità dei suoi sentimenti "(M. L. King). "Un uomo vale quanto vale il suo cuore" (Gandhi).
    Non lasciarti risucchiare dalle cose: la tua vita non dipende dai tuoi beni. Lascia giù le cose e prendi su di te la qualità dei sentimenti. Impara non ad avere di più, ma ad amare bene.
    Gesù non intende impossessarsi dell'uomo, ma liberarlo, regalandogli un'ala che lo sollevi verso più libertà, più amore, più consapevolezza. Allora nominare Cristo, parlare di vangelo equivale sempre a confortare il cuore della vita.

     

  • 60 anni di sacerdozio di don Umberto 03/07/2016

     

  • Venerazione e processione dell'immagine della Madonna della Rotonda 31/05/2016

  • 28 Agosto 2016: XXII Domenica del Tempo Ordinario

    XXII Domenica delcTempo Ordinario

    Letture: Siracide 3,19-21.30-31; Salmo 67; Ebrei 12,18-19.22-24; Luca 14,1.7-14

    Anno C

     

    Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: "Cèdigli il posto!". Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: "Amico, vieni più avanti!". Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». (...)

     

    Gesù spiazzava i benpensanti: era un rabbi che amava i banchetti, gli piaceva stare a tavola al punto di essere chiamato «mangione e beone, amico dei peccatori» (Luca 7,34); ha fatto del pane e del vino i simboli eterni di un Dio che fa vivere, del mangiare insieme un'immagine felice e vitale del mondo nuovo.
    Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti. I farisei: così devoti, così ascetici all'apparenza, e dentro divorati dall'ambizione. Gesù li contesta, citando un passo famoso, tratto dalla antica saggezza di Israele: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire "Sali quassù", piuttosto che essere umiliato davanti a uno più importante» (Proverbi 25,7).
    Diceva: Quando sei invitato, va a metterti all'ultimo posto, ma non per umiltà o per modestia, bensì per amore: mi metto dopo di te perché voglio che tu sia servito prima e meglio. L'ultimo posto non è un'umiliazione, è il posto di Dio, che «comincia sempre dagli ultimi della fila» (don Orione); il posto di quelli che vogliono assomigliare a Gesù, venuto per servire e non per essere servito.
    Gesù reagisce alla eterna corsa ai primi posti opponendo «a questi segni del potere il potere dei segni». Una espressione di don Tonino Bello che illustra la strategia del Maestro: Vai all'ultimo posto, non per un senso di indegnità o di svalutazione di te, ma per segno d'amore e di creatività. Perché gesti così generano un capovolgimento, un'inversione di rotta nella nostra storia, aprono il sentiero per un tutt'altro modo di abitare la terra.
    Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini». Perché poi loro ti inviteranno a loro volta, e questi sono i legami che tengono insieme un mondo immobile e conservatore, che si illude di mantenere se stesso, in un illusorio equilibrio del dare e dell'avere.
    Tu invece fa come il Signore, che ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio, ama senza contare e senza condizioni: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Accogli quelli che nessuno accoglie, dona a quelli che non ti possono restituire niente. E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: sembrano quattro categorie di persone infelici, eppure nascondono il segreto della felicità. Sarai beato, troverai la gioia. La troverai, l'hai trovata ogni volta che hai fatto le cose non per interesse, ma per generosità.
    L'uomo per star bene deve dare. È la legge della vita. Perciò anche legge di Dio
    Sarai beato, è il segreto delle beatitudini: Dio regala gioia a chi produce amore.

  • 21 Agosto 2016: XXI Domenica del Tempo Ordinario

    XXI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!". Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

     

    Due immagini potenti: una porta stretta e davanti ad essa una folla che si accalca e preme per entrare. Poi, con un cambio improvviso di prospettiva, la seconda immagine ci porta oltre quella soglia stretta, immersi in un'atmosfera di festa, in una calca multicolore e multietnica: verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa...
    La porta è stretta, ma si apre su di una festa. Eppure quell'aggettivo ci inquieta. Noi pensiamo subito che "stretto" significhi sacrifici e fatiche. Ma il Vangelo non dice questo. La porta è stretta, vale a dire a misura di bambino e di povero: se non sarete come bambini non entrerete... La porta è piccola, come i piccoli che sono casa di Dio: tutto ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l'avete fatto a me... E se anche fosse minuscola come la cruna di un ago (com'è difficile per quanti possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio, è più facile che un cammello passi per la cruna dell'ago) e se anche fossimo tutti come cammelli che tentano di passare goffamente, inutilmente, per quella cruna dell'ago, ecco la soluzione, racchiusa in una della parole più belle di Gesù, vera lieta notizia: tutto è possibile a Dio (Mc 10,27). Lui è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago, Dio ha la passione dell'impossibile, dieci cammelli passeranno per quel minuscolo foro. Perché nessuno si salva da sé, ma tutti possiamo essere salvati da Dio. Non per i nostri meriti ma per la sua bontà, per la porta santa che è la sua misericordia. Lo dice il verbo "salvarsi" che nel vangelo è al passivo, un passivo divino, dove il soggetto è sempre Dio.
    Quando la porta da aperta si fa chiusa, inizia la crisi dei "buoni". Abbiamo mangiato alla tua presenza (allusione all'Eucaristia), hai insegnato nelle nostre piazze (conosciamo il Vangelo e il catechismo), perché non apri? Non so di dove siete, voi venite da un mondo che non è il mio.
    Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita. «La fede vera si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita, da lì capisco se uno ha soggiornato in Dio» (S. Weil).
    La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: viene sfatata l'idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi. Tutti possono passare per le porte sante di Dio. Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. È possibile per tutti vivere meglio, e Gesù ne possiede la chiave. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

  • 14 Agosto 2016: XX Domenica del Tempo Ordinario

    XX Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Geremia 38,4-6.8-10; Salmo 39; Ebrei 12,1-4; Luca 12, 49-53

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

     

    Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa.
    «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin), occhi e mani che ardono, che hanno luce e trasmettono calore: «la vita xe fiama» (Biagio Marin).
    Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di "divisore", diavolo, al peggior nemico dell'uomo, che ha pregato fino all'ultima sera per l'unità "ut unum sint", qui si contraddice. E capisco allora che, sotto la superficie delle parole, devo cercare ancora.
    Gesù stesso, tenero come un innamorato e coraggioso come un eroe, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri. Si è messo dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, sceglie sempre l'umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita.
    La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la "beatitudine degli oppositori", di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e al cuore dei figli di Dio.
    Gesù nel Vangelo di Tommaso ha questa espressione: «Stare vicino a me è stare vicino al fuoco». Siamo discepoli di un Vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Il Vangelo non è un bavaglio, ma un megafono. Ti fa voce di chi non ha voce, sei il giusto che lotta in mezzo alle ingiustizie, mai passivo e arreso, mai senza fuoco.
    Quanto vorrei che questo fuoco fosse già acceso. Eppure arde! C'è dentro le cose il seme incandescente di un mondo nuovo. C'è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra ognuno di noi a Pentecoste, c'è lo Spirito santo che accende i suoi roveti all'angolo di ogni strada.

  • 7 Agosto 2016: XIX Domenica del Tempo Ordinario

    XIX Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: Sapienza 18,6-9; Salmo 32; Ebrei 11,1-2.8-19; Luca 12, 32-48

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
    Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
    Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo» (...).

     

    Tre volte è ripetuto un invito: siate pronti, tenetevi pronti. A che cosa? Allo splendore dell'incontro. E non con un Dio minaccioso, ladro di vita, che è la proiezione delle nostre paure e dei nostri moralismi violenti; ma con l'impensabile di Dio: un Dio che si fa servo dei suoi servi, che «li farà mettere a tavola e passerà a servirli». Che si china davanti all'uomo, con stima, rispetto, gratitudine. Il capovolgimento dell'idea di un Dio padrone. Il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario è proprio quando accade l'inconcepibile: il Signore si mette a fare il servo, si pone a servizio della mia vita!
    Ed ecco Gesù ribadire, perché si imprima bene, questo atteggiamento stravolgente del Signore: «E se giungendo nel cuore della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro». E passerà a servirli. Perché è rimasto incantato.
    Che i servi restino in attesa, svegli fino all'alba, non è richiesto; è "un di più" non dettato né da dovere né da paura, si attende così solo se si ama e si desidera, e non si vede l'ora che giunga il momento degli abbracci: «Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Un padrone-tesoro verso cui punta diritta la freccia del cuore, come fosse l'amato del Cantico: Dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).
    Per il servo infedele invece il tesoro è il gusto del potere sugli altri servi, approfittando del ritardo del padrone «cominciare a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere, a ubriacarsi».
    Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l'incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.
    La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.
    Ma ancora di più il nostro tesoro d'oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.
    Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi! Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita. Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.
    Mio tesoro è il volto di Dio, l'immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce, ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.

  • 31 Luglio 2016: XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Qoelet 1,2;2,21-23; Salmo 89; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21

     

    ...E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!". Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

     

    La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: «Come faccio? Ho troppo. Ecco, demolirò i miei magazzini e ne ricostruirò di più grandi». Così potrò accumulare e trattenere. Scrive san Basilio: «E se poi riempirai anche i nuovi granai, che cosa farai? Demolirai ancora e ancora ricostruirai? Con cura costruire, poi con cura demolire: cosa c'è di più insensato, di più inutile? Se vuoi, hai dei granai: sono nelle case dei poveri».
    Il ricco della parabola invece dice sempre «io» (io demolirò, costruirò, raccoglierò...), usa sempre l'aggettivo possessivo «mio» (i miei beni, i miei raccolti, i miei magazzini, me stesso, anima mia). Nessun altro entra nel suo orizzonte. Uomo senza aperture, senza brecce; non solo privo di generosità, ma privo di relazioni. La sua non è vita. Infatti: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta indietro la tua vita.
    Gesù non evoca la morte come una minaccia per farci disprezzare i beni della terra. Il Vangelo non contesta il desiderio di godere le brevi gioie della strada come vorrebbe fare il ricco (anima mia, riposati, mangia, bevi, divertiti...). Gesù non fa come certi predicatori che stendono un velo di triste rifiuto sulle cose del mondo, quasi volessero disamorarci della vita; non dice che il pane non è buono, che il benessere è male. Dice che non di solo pane vive l'uomo. Che anzi, di solo pane, di solo benessere, di sole cose, l'uomo muore. Che la tua vita non dipende da ciò che possiedi, non dipende da ciò che uno ha, ma da ciò che uno dà. La vita vive di vita donata. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato via. Sulle colonne dell'avere troveremo alla fine soltanto ciò che abbiamo perduto per qualcuno. «Se vuoi, hai dei granai, sono nelle case dei poveri» (san Basilio).
    Ma l'uomo ricco si è creato un deserto attorno. È solo, isolato al centro dei suoi magazzini pieni. Nessun altro è nominato, nessuno in casa, nessun povero alla porta, nessuno con cui condividere la gioia del raccolto. Le persone contano meno dei sacchi di grano. Non vive bene.
    Gesù intende rispondere a una domanda globale di felicità che si nutre di almeno due condizioni: non può mai essere solitaria e ha sempre a che fare con il dono.
    Vuoi vita piena? Non cercarla al mercato delle cose: le cose promettono ciò che non possono mantenere. Le cose hanno un fondo e il fondo delle cose è vuoto. Cercala dalla parte delle persone. Sposta il tuo desiderio.
    Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. L'alternativa è chiara: chi accumula «per sé», lentamente muore. Chi arricchisce presso Dio, accumulando relazioni buone, donando invece di trattenere, ha trovato il segreto della vita che non muore.

  • 24 Luglio 2016: XVII Domenica del Tempo Ordinario

    XVII Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Genesi 18, 20-23; Salmo 137; Colossesi 2,12-14; Luca 11,1-13

     

    Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: "Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati,
    anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione"». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: "Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli"; e se quello dall'interno gli risponde: "Non m'importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani", vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono (...).

     

    Signore insegnaci a pregare. Pregare è riconnettere la terra al cielo (M. Zundel), riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla fontana. Pregare è aprirsi, con la gioia silenziosa e piena di pace della zolla che si offre all'acqua che la vivifica e la rende feconda: «sappi che Tu mi sei segretamente ciò ch'è la primavera
    per i fiori» (G. Centore).
    Pregare è dare a Dio del padre, del papà innamorato dei suoi figli, e non del signore, del re o del giudice. È un Dio che non si impone ma che sa di abbracci; un Dio affettuoso, vicino, caldo, cui chiedere le poche cose indispensabili per vivere bene.
    E chiederle da fratelli, dimenticando le parole io e mio, perché sono fuori dalla grammatica di Dio. Infatti nella preghiera che Gesù insegna ci sono solo gli aggettivi "tuo" e "nostro", sono lì come braccia aperte.
    E la prima cosa da chiedere è questa: che il tuo nome sia santificato. Il nome di Dio è amore. Che l'amore sia santificato sulla terra, da tutti, in tutto il mondo. Che l'amore santifichi la terra. Se c'è qualcosa di santo in questo mondo, qualcosa di eterno in noi, è la nostra capacità di amare e di essere amati.
    La seconda cosa da chiedere: Venga il tuo regno, nasca la terra nuova come tu la sogni. Venga in fretta, prenda forma compiuta il lievito santo che già pulsa e fermenta nel profondo delle cose; che il seme diventi pane, che l'alba diventi meriggio gravido di luce.
    E poi la terza cosa, ma viene solo per terza perché senza le prime due non ci basta: Dacci il pane nostro quotidiano. "Pane" indica tutto ciò che serve alla vita e alla felicità: donaci il pane e l'amore, entrambi necessari; il pane e l'amore, entrambi quotidiani. Pane per sopravvivere, amore per vivere. E che sia il "nostro" pane, perché se uno è sazio e uno muore di fame, quello non è il pane di Dio, e il mondo nuovo non viene.
    E la quarta cosa: perdona i nostri peccati, togli tutto ciò che pesa sul cuore e lo invecchia, ciò che di me ha fatto male agli altri, ciò che degli altri ha fatto male a me, tutte le ferite che mantengo aperte.
    Il perdono non si riduce a un colpo di spugna sul passato, ma libera il futuro, apre sentieri, insegna respiri. E noi che adesso conosciamo la potenza del perdono, noi lo doniamo ai nostri fratelli e a noi stessi (com'è difficile a volte perdonarsi certi errori...) per tornare a edificare pace.
    E l'ultima cosa: Non abbandonarci alla tentazione. Se ci vedi camminare dentro la paura, la sfiducia, la tristezza, o se ci senti attratti verso ciò che ci fa male, Padre, samaritano buono delle nostre vite, dacci la tua mano e accompagnaci fuori. Sarà come decollare, bucare le nuvole e tornare nell'azzurro e nella luce (M. Marcolini). E poi ritornare sulla terra, carichi di sole.
    (

  • 17 Luglio 2016: XVI Domenica del Tempo Ordinario

    XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10, 38-42

    Anno C

     

    In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
    Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

     

    Mentre erano in cammino, una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa.
    Ha la stanchezza del viaggio nei piedi, il dolore della gente negli occhi. Allora riposare nella frescura amica di una casa, mangiare in compagnia sorridente, è un dono, e Gesù lo accoglie con gioia.
    Quando una mano gli apre una porta, lui sa che lì dentro c'è un cuore che si è schiuso. Ha una meta, Gerusalemme, ma lui non "passa oltre" quando incontra qualcuno, si ferma. Per lui, come per il buon Samaritano, ogni incontro diventa una meta, ogni persona un obiettivo importante.
    A Betania il maestro è accolto da donne che non venivano accolte come discepole dai maestri del tempo. Entra nella loro casa: la casa è scuola di vita, il luogo dove la vita nasce e si conclude, dove celebra le sue feste più belle, dove Dio parla nel quotidiano, nei giorni delle lacrime e in quella della danza dei cuori. E il Vangelo deve diventare vero non ai margini della vita, ma nel cuore di essa.
    Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Sapienza del cuore di donna, intuito che sceglie ciò che fa bene alla vita, ciò che regala pace, libertà, orizzonti e sogni: la Parola di Dio
    Mi piace immaginare Maria di Betania e Gesù totalmente presi l'uno dall'altra: lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
    A Maria doveva bruciare il cuore quel giorno. Da quel momento la sua vita è cambiata. Maria è diventata feconda, grembo dove si custodisce il seme della Parola, apostola: inviata a donare, ad ogni incontro, ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore.
    Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Gesù, affettuosamente, rimprovera Marta. E lo fa contraddicendo non il servizio, ma l'affanno; non contestando il cuore generoso, ma l'agitazione.
    Quelle parole ripetono a tutti noi: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, che affanna, che toglie libertà e distoglie dal volto degli altri.
    Marta - sembra dirle Gesù - prima le persone, poi le cose. Non sopporta che sia confinata in un ruolo di servizio, affogata nei troppi impegni: tu, le dice, sei molto di più; tu puoi stare con me in una relazione diversa. Tu puoi condividere con me pensieri, sogni, emozioni, conoscenza, sapienza, Dio.
    «Maria ha scelto la parte migliore», si è liberata e ha iniziato dalla parte giusta il cammino che porta al cuore di Dio, dall'ascolto. Perché Dio non cerca servitori, ma amici; non cerca delle persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose, che lo lasci essere Dio.

     

  • 10 Luglio 2016: XV Domenica del Tempo Ordinario

    XV Domenica del Tempo Ordinario 

    Anno C

    Letture: Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37

     

    In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto (...)

     

    Una parabola che non mi stanco di ascoltare; un racconto che continuo ad amare perché generativo di umano, perché contiene il volto di Dio e la soluzione possibile dell'intero dramma dell'uomo.
    Chi è il mio prossimo? È la domanda di partenza. La risposta di Gesù opera uno spostamento di senso (chi di questi tre si è fatto prossimo?) ne modifica radicalmente il concetto: tuo prossimo non è colui che tu fai entrare nell'orizzonte delle tue attenzioni, ma prossimo sei tu quando ti prendi cura di un uomo; non chi tu ami, ma tu quando ami.
    Il verbo centrale della parabola, quello da cui sgorga ogni gesto successivo del samaritano è espresso con le parole "ne ebbe compassione". Che letteralmente nel vangelo di Luca indica l'essere preso alle viscere, come un morso, un crampo allo stomaco, uno spasmo, una ribellione, qualcosa che si muove dentro, e che è poi la sorgente da cui scaturisce la misericordia fattiva.
    Compassione è provare dolore per il dolore dell'uomo, la misericordia è il curvarsi, il prendersi cura per guarirne le ferite. Nel vangelo di Luca "provare compassione" è un termine tecnico che indica una azione divina con la quale il Signore restituisce vita a chi non ce l'ha. Avere misericordia è l'azione umana che deriva da questo "sentimento divino".
    I primi tre gesti del buon samaritano: vedere, fermarsi, toccare, tratteggiano le prime tre azioni della misericordia.
    Vedere: vide e ne ebbe compassione. Vide le ferite, e si lasciò ferire dalle ferite di quell'uomo. Il mondo è un immenso pianto, e «Dio naviga in un fiume di lacrime» (Turoldo), invisibili a chi ha perduto gli occhi del cuore, come il sacerdote e il levita. Per Gesù invece guardare e amare erano la stessa cosa: lui è lo sguardo amante di Dio.
    Fermarsi: interrompere la propria strada, i propri progetti, lasciare che sia l'altro a dettare l'agenda, fermarsi addosso alla vita che geme e chiama. Io ho fatto molto per questo mondo ogni volta che semplicemente sospendo la mia corsa per dire "grazie", per dire "eccomi".
    Toccare: il samaritano si fa vicino, versa olio e vino, fascia le ferite dell'uomo, lo carica, lo porta. Toccare è parola dura per noi, convoca il corpo, ci mette alla prova. Non è spontaneo toccare il contagioso, l'infettivo, il piagato. Ma nel vangelo ogni volta che Gesù si commuove, si ferma e tocca. Mostrando che amare non è un fatto emotivo, ma un fatto di mani, di tatto, concreto, tangibile.
    Il samaritano si prende cura dell'uomo ferito in modo addirittura esagerato. Ma proprio in questo eccesso, in questo dispendio, nell'agire in perdita e senza contare, in questo amore unilaterale e senza condizioni, diventa lieta, divina notizia per la terra.

  • 3 Luglio 2016: XIV Domenica del Tempo Ordinario

    XIV Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Isaia 66, 10-14; Salmo 65; Galati 6, 14-18; Luca 10, 1-12. 17-20

     

    In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
    In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. (...)

     

    La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano. Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano. Insegna uno sguardo nuovo sull'uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.
    Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose. Ma Gesù dice intona la sua lode per l'umanità: il mondo è buono. C'è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.
    Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.
    Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato. Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.
    Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana. A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali... Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose. Solo se l'annunciatore sarà infinitamente piccolo, l'annuncio sarà infinitamente grande (G. Vannucci).
    I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro. Per questo non hanno bisogno di cose.
    Non hanno nulla da dimostrare, hanno da mostrare il Regno iniziato, Dio dentro. Come non ha nulla da dimostrare una donna incinta: ha un bambino in sé ed è evidente a tutti che vive due vite, che porta una vita nuova. Così accade per il credente: egli vive due vite, nella sua porta la vita di Dio.
    Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti. Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un "di più" di forza, ma con un "di più" di bontà. La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).

  • 60 anni di sacerdozio di Don Umberto

  • 26 Giugno 2016: XIII Domenica del Tempo Ordinario

    XIII Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: 1 Re 19,16.19-21; Salmo 15; Galati 5,1.13-18; Luca 9,51-62

     

    Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l'ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. (...)


    Vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? La reazione di Giacomo e Giovanni al rifiuto dei Samaritani è logica e umana: farla pagare, occhio per occhio.
    Gesù si voltò, li rimproverò e si avviò verso un altro villaggio. Nella concisione di queste parole si staglia la grandezza di Gesù. Uno che difende perfino la libertà di chi non la pensa come lui.
    La logica umana dice: i nemici si combattono e si eliminano. Gesù invece vuole eliminare il concetto stesso di nemico.
    E si avviò verso un altro villaggio. C'è sempre un nuovo paese, con altri malati da guarire, altri cuori da fasciare, altre case dove annunciare pace.
    Gesù non cova risentimenti, lui custodisce sentieri verso il cuore dell'uomo, conosce la beatitudine del salmo: beato l'uomo che ha sentieri nel cuore (Salmo 84,6). E il Vangelo diventa viaggio, via da percorrere, spazio aperto. E invita il nostro cristianesimo a non recriminare sul passato, ma ad iniziare percorsi.
    Come accade anche ai tre nuovi discepoli che entrano in scena nella seconda parte del Vangelo: le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo.
    Eppure non era esattamente così. Gesù aveva cento case di amici e amiche felici di accoglierlo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e degli uccelli Gesù traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dal potere religioso e politico, sottoposta a rischio, senza sicurezza. Chi vuole vivere tranquillo e in pace nel suo nido sicuro non potrà essere suo discepolo.
    Noi siamo abituati a sentire la fede come conforto e sostegno, pane buono che nutre, e gioia. Ma questo Vangelo ci mostra che la fede è anche altro: un progetto da cui si sprigiona la gioiosa fatica di aprire strade nuove, la certezza di appartenere ad un sistema aperto e non chiuso.
    Il cristiano corre rischio di essere rifiutato e perseguitato, perché, come scriveva Leonardo Sciascia, «accarezza spesso il mondo in contropelo», mai omologato al pensiero dominante. Vive la beatitudine degli oppositori, smonta il presente e vi semina futuro.
    Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Una frase durissima che non contesta gli affetti umani, ma che si chiarisce con ciò che segue: Tu va e annunzia il Regno di Dio. Tu fa cose nuove. Se ti fermi all'esistente, al già visto, al già pensato, non vivi in pienezza («Non pensate pensieri già pensati da altri», scriveva padre Vannucci). Noi abbiamo bisogno di freschezza e il Signore ha bisogno di gente viva.
    Di gente che, come chi ha posto mano all'aratro, non guardi indietro a sbagli, incoerenze, fallimenti, ma guardi avanti, ai grandi campi del mondo, dove i solchi dell'aratro sono ferite che però si riempiono di vita.

  • 19 Giugno 2016: XII Domenica del Tempo Ordinario

    XII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Zaccaria 12,10-11;13,1; Salmo 62; Galati 3,26-29; Luca 9, 18-24

    Anno C

     

    Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell'uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

     

    «Ma voi, chi dite che io sia?». Non interrogare più, ma lasciarsi interrogare. Non mettere più in questione il Signore, ma lasciarsi mettere in questione da lui. Amare domande che fanno vivere la fede.
    Gesù usa la pedagogia delle domande per far crescere i suoi amici: sono come scintille che accendono, mettono in moto trasformazioni e crescite.
    Gesù era un Maestro dell'esistenza, e voleva i suoi pensatori e poeti della vita. Per questo, Maestro del cuore, lui non indottrina, non impartisce lezioni, non suggerisce risposte, ma conduce con delicatezza a cercare dentro di te: «Nella vita, più che le risposte, contano le domande, perché le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande invece ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare» (Pier Luigi Ricci).
    All'inizio Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio d'opinione: «Le folle, chi dicono che io sia?». E l'opinione della gente è bella e incompleta: «Dicono che sei un profeta», una creatura di fuoco e di luce, come Elia o il Battista; bocca di Dio e bocca dei poveri.
    Allora Gesù cambia domanda, la fa esplicita, diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?». Ma voi...Prima di tutto c'è un "ma", una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Non accontentatevi di una fede "per sentito dire".
    Ma voi, voi con le barche abbandonate sulla riva del lago, voi che siete con me da tre anni, voi miei amici, che ho scelto a uno a uno: chi sono io per voi? E lo chiede lì, dentro il grembo caldo dell'amicizia, sotto la cupola d'oro della preghiera.
    È il cuore pulsante della fede: chi sono io per te? Non cerca parole, Gesù, cerca persone; non definizioni ma coinvolgimenti: che cosa ti è successo, quando mi hai incontrato? La sua assomiglia alle domande che si fanno gli innamorati: quanto posto ho nella tua vita, quanto conto, chi sono per te? E l'altro risponde: tu sei la mia vita, sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore.
    Gesù non ha bisogno dell'opinione dei suoi apostoli per sapere se è più bravo dei profeti di ieri, ma per accertarsi che Pietro e gli altri siano degli innamorati che hanno aperto il cuore. Gesù è vivo solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio.
    Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che vivo di lui. Non domanda le mie parole, ma cerca ciò che di lui arde in me. «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin). Mani e parole che ardono, come quelle di Pietro che risponde con la sua irruenza e decisione: «Tu sei il Cristo di Dio», il messia di Dio, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore. Tu porti Dio fra noi: quando ti fermi e tocchi una creatura nelle tue mani è Dio che accarezza il mondo.

  • 12 Giugno 2016: XI Domenica del Tempo Ordinario

    XI Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: 2 Samuele 12,7-10.13; Salmo 31; Galati 2,16.19-21; Luca 7,36-8,3

     

    In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l'aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!». (...)


    Entro in questo racconto grondante di lacrime e di profumo, grondante di vita, e provo a mettermi dalla parte della peccatrice, a guardare con i suoi occhi. Lo faccio perché così fa Gesù. Il suo sguardo si fa largo nel groviglio delle contraddizioni morali della donna per fissarsi sul germe intatto, sul germe divino che è nel cuore anche dell'ultima prostituta. E risvegliarlo.
    Che spinta potente deve aver sentito quella donna per decidere di sfidare tutte le buone consuetudini, di calpestare i rituali consolidati, solo per dare ascolto al suo cuore inquieto. E che convinzione altrettanto forte deve aver avuto, per sapere con tutte le sue fibre che quel giovane rabbi, di cui aveva sentito raccontare gesti e parole, non l'avrebbe disprezzata, non l'avrebbe cacciata.
    Va diritta davanti a lui, non gli chiede permesso, fa una cosa inaudita tanto è sconveniente: mani, bocca, lacrime, capelli, profumo su quei piedi.
    Lei ha capito il cuore di Gesù meglio di tutti. Simone, tu non mi hai dato un bacio, questa donna invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi. Dal poco al molto amore: Gesù desidera essere amato, va in cerca di persone e ambienti pronti a dargli affetto.
    Il racconto rivela tutta l'umanità di Gesù, volto alto di Dio e dell'uomo. Gesù non solo dà affetto, ma sa anche riceverlo. Ama e si lascia amare, e in questo atteggiamento la sua umanità e la sua divinità si riconoscono, si ricongiungono.
    Simone era un fariseo molto religioso e molto duro. Perché a volte la religiosità ha tolto sensibilità al nostro cuore? Forse è accaduto quando abbiamo vissuto la fede come osservanza delle regole e non come risposta all'amore di Dio.
    Molto le è perdonato perché molto ha amato. Gesù ci invita ancora a convertirci a un Dio diverso da quello che temiamo e non amiamo, a un Dio che mette la persona prima della sua stessa legge. Anzi la sua prima legge, la prima sua gioia è che l'uomo viva.
    Gesù ci invita ancora a cambiare il paradigma della nostra fede: dal paradigma del peccato a quello dell'amore. Non è il peccato l'asse portante del nostro rapporto con Dio, ma il ricevere e restituire amore.
    Noi pensiamo la fede come un insieme complicato di dogmi e di doveri, con molte leggi e poco profumo; Gesù invece va dritto al cuore: ama, hai fatto tutto.
    L'amore non fa peccati. L'amore contiene tutto, tutti i doni e tutti i doveri (M. Bellet). La vita non si sbaglia scommettendo in partenza sull'amore.
    Quella donna mostra che un solo gesto d'amore, anche se muto e senza eco, è più utile per questo nostro mondo dell'azione più clamorosa, dell'opera più grandiosa. Questa è la vera rivoluzione portata da Gesù, possibile a tutti, possibile a me, ogni giorno.

  • In preghiera con Maria , tenera Madre

    Da "Avvenire"  di Domenica 29 maggio 2016

     

    in allegato l'articolo pubblicato

  • 5 Giugno 2016: X Domenica del Tempo Ordinario

    X Domenica del Tempo Ordinario 

    Letture: 1Re 17,17-24; Salmo 29; Galati 1,11-19; Luca 7,11-17

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei (...)

     

     

    La donna di Nain aveva già pianto la morte del suo uomo. Adesso è inghiottita dal dolore più atroce, quello che non ha neppure un nome per essere detto: due vite, quella del figlio e la sua, precipitate dentro un'unica bara.

    Quante storie così anche oggi. Perché questo accanirsi, questa dismisura del male su spalle fragili? Nella Bibbia cerchi invano una risposta al perché del dolore. Il Vangelo però racconta la prima reazione di Gesù: egli prova dolore per il dolore dell'uomo.
    E lo esprime con tre verbi: provare compassione, fermarsi, toccare. Gesù vede il pianto e si commuove, si lascia ferire dalle ferite di quel cuore. Il mondo è un immenso pianto, un fiume di lacrime, ma invisibili a chi ha perduto lo sguardo del cuore. Gesù sapeva guardare negli occhi di una persona (donna, non piangere) e scoprire dietro un centimetro quadrato di iride vita e morte, dolore e speranza.
    C'è un solo modo per conoscere un uomo, Dio, un paese, un dolore: fermarsi, inginocchiarsi e guardare da vicino. Guardare gli altri a millimetro di viso, di occhi, di voce, come bambini o come innamorati. Quando ti fermi con qualcuno hai già fatto molto per la storia del mondo. Nessun segnale ci dice che quella donna fosse più religiosa di altri. Ciò che fa breccia nel cuore di Gesù è il suo dolore.
    Quella donna non prega Gesù, non lo chiama, non lo cerca, ma tutto in lei è una supplica senza parole, e Dio ascolta l'eloquenza delle lacrime, risponde al pianto silenzioso di chi neppure si rivolge a lui. E si fa vicino, vicino come una madre al suo bambino. Gesù vede, si ferma e tocca. Ogni volta che Gesù si commuove, tocca: il lebbroso, il cieco, la bara del ragazzo di Nain. Toccare è parola dura, che ci mette alla prova, perché non è spontaneo toccare il contagioso, l'infettivo, il mendicante, la bara. Non è un sentimento è una decisione.
    Si accosta, tocca, parla: Ragazzo dico a te, alzati. Levati, alzati, sorgi, il verbo usato per la risurrezione.

    E lo restituì alla madre, restituisce il ragazzo all'abbraccio, all'amore, agli affetti che soli ci rendono vivi, alle relazioni d'amore nelle quali soltanto troviamo la vita.
    E tutti glorificavano Dio dicendo: è sorto un profeta grande!
    Gesù è il profeta della compassione, di un Dio che cammina per tutte le Nain del mondo, si avvicina a chi piange, piange insieme con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore.
    E ci convoca a operare "miracoli", non quello di trasformare una bara in una culla, come a Nain, ma quello di sostare accanto a chi soffre, accanto alle infinite croci del mondo, lasciandosi ferire da ogni ferita, portando il conforto umanissimo e divino della compassione.
    Fermarsi. Per vedere bene un prato bisogna inginocchiarsi e guardarlo da vicino (Ermanno Olmi).
    Il tatto è tra i cinque sensi quello che apre il Cantico, e lo riempie, è un modo di amare, il modo più intimo, è il bacio. Apre una stagione nuova nelle relazioni. Come la notte comincia dalla prima stella, così il mondo nuovo comincia dal primo samaritano buono.
    Una donna, una bara, un corteo. Sono gli ingredienti di base del racconto di Nain che mette in scena la normalità della tragedia in cui si recita il dolore più grande del mondo. Quel buco nero che inghiotte la vita di una madre, di un padre privati di ciò che è più importante della loro stessa vita. Quel freddo improvviso e spaventoso che ti stringe la gola e sai che d'ora in poi niente sarà più come prima.
    Gesù non sfiora il dolore, penetra dentro il suo abisso insieme a lei.
    Entra in città da forestiero e si rivela prossimo: chi è il prossimo? gli avevano chiesto. Chi si avvicina al dolore altrui, se lo carica sulle spalle, cerca di consolarlo, alleviarlo, guarirlo se possibile.
    Il Vangelo dice che Gesù fu preso da grande compassione per lei. La prima risposta del Signore è di provare dolore per il dolore della donna.

  • 29 maggio 2016: Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

    Santissimo Corpo
    e Sangue di Cristo

     

    Letture: Genesi 14,18-20; Salmo 109; 1 Corinzi 11, 23-26; Luca 9,11-17

    Anno C

     

    In quel tempo (...) il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così (...). Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

     

    Festa della vita donata, del Corpo e del Sangue dati a noi: partecipare al Corpo e al Sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo (Leone Magno). Dio è in noi: il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. L'uomo è l'unica creatura che ha Dio nel sangue (Giovanni Vannucci), abbiamo in noi un cromosoma divino.
    Gesù parlava alle folle del Regno e guariva quanti avevano bisogno di cure. Parlava del Regno, annunciava la buona notizia che Dio è vicino, con amore.
    E guariva. Il Vangelo trabocca di miracoli. Gesù tocca la carne dei poveri, ed ecco che la carne guarita, occhi nuovi che si incantano di luce, un paralitico che danza nel sole con il suo lettuccio, diventano come il laboratorio del regno di Dio, il collaudo di un mondo nuovo, guarito, liberato, respirante.
    E i cinquemila a loro volta si incantano davanti a questo sogno, e devono intervenire i Dodici: Mandali via, tra poco è buio, e siamo in un luogo deserto. Si preoccupano della gente, ma adottano la soluzione più meschina: Mandali via. Gesù non ha mai mandato via nessuno.
    Il primo passo verso il miracolo, condivisione piuttosto che moltiplicazione, è una improvvisa inversione che Gesù imprime alla direzione del racconto: Date loro voi stessi da mangiare. Un verbo semplice, asciutto, pratico: date.
    Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, fattivo, di mani: dare (Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (Gv 3,16), non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).
    Gli apostoli non possono, non sono in grado, hanno soltanto cinque pani, un pane per ogni mille persone: è poco, quasi niente. Ma la sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso, che passa di mano in mano, diventa sufficiente; che la fine della fame non consiste nel mangiare da solo, voracemente, il proprio pane, ma nel condividerlo, spartendo il poco che hai: due pesci, il bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore. La vita vive di vita donata.
    Tutti mangiarono a sazietà. Quel tutti è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, nessuno escluso, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti divorzi. Nessuno escluso. Pura grazia.
    È volontà di Dio che la Chiesa sia così: capace di insegnare, guarire, dare, saziare, accogliere senza escludere nessuno, capace come gli apostoli di accettare la sfida di mettere in comune quello che ha, di mettere in gioco i suoi beni.
    Se facessimo così ci accorgeremmo che il miracolo è già accaduto, è
    in una prodigiosa moltiplicazione: non del pane
    ma del cuore.

  • Estrazione lotteria 2016

  • 22 Maggio 2016: Santissima Trinità

    Santissima Trinità 

    Letture: Proverbi 8,22-31; Salmo 8; Romani 5,1-5; Giovanni 16, 12-15

    Anno C

     

    In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
    Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

     

    Verrà lo Spirito e vi annuncerà le cose future. Lo Spirito permette ai miei occhi, chini sul presente, di vedere lontano, di anticipare la rosa che oggi è in boccio, di intuire
    già colore e profumo là dove ora non c'è che un germoglio.
    Lo Spirito è la vedetta sulla prua della mia nave. Annuncia terre che io ancora non vedo. Io gli do ascolto e punto verso di esse il timone, e posso agire certo che ciò che tarda verrà, comportarmi come se la rosa fosse già fiorita, come se il Regno fosse già venuto.
    Lo Spirito prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio. In questa scambio di doni cominciamo a intravedere il segreto della Trinità: non un circuito chiuso, ma un flusso aperto che riversa amore, verità, intelligenza oltre sé, effusione ardente di vita divina.
    Nel dogma della Trinità c'è racchiuso il sogno per noi. Se Dio è Dio solo in questa comunione, allora anche l'uomo sarà uomo solo in una analoga relazione d'amore.
    Quando in principio il Creatore dice: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26), se guardiamo bene, vediamo che Adamo non è fatto a immagine del Dio che crea; non a immagine dello Spirito che si librava sulle acque degli abissi, non a immagine del Verbo che era da principio presso Dio.
    Molto di più, Adamo ed Eva sono fatti a immagine della Trinità, a somiglianza quindi di quella comunione, del loro legame d'amore, della condivisione. Qui sta la nostra identità più profonda, il cromosoma divino in noi. In principio, è posta la relazione. In principio a tutto, il legame.
    Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai creato legami, se hai procurato gioia a qualcuno, se hai portato il tuo mattone di comunione, tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.
    Il vero ateo è chi non lavora a creare legami, comunione, accoglienza. Chi diffonde gelo attorno a sé. Chi non entra nella danza delle relazioni non è ancora entrato in Dio, il Dio che è Trinità, che non è una complicata formula matematica in cui l'uno e il tre dovrebbero coincidere: «Se vedi l'amore, vedi la Trinità» (sant'Agostino).
    Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, quando accolgo e sono accolto da qualcuno, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione.
    Tutto circola nell'universo: pianeti, astri, sangue, fiumi, vento e uccelli migratori... È la legge della vita, che si ammala se si ferma, che si spegne se non si dona. La legge della chiesa che, se si chiude, si ammala (papa Francesco).

  • Festa Titolare 2016

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  • 15 Maggio 2016: Domenica di Pentecoste

    Domenica di Pentecoste

    Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; Romani 8,8-17; Giovanni 14,15-16.23-26

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
    Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

     

    Lo Spirito Santo che il Padre manderà vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, il vento sugli abissi dell'origine, il fuoco del roveto, l'amore in ogni amore, respiro santo del Padre e del Figlio, lo Spirito che è Signore e dà la vita, come proclamiamo nel Credo, è mandato per compiere due grandi opere: insegnare ogni cosa e farci ricordare tutto quello che Gesù ha detto.
    Avrei ancora molte cose da dirvi, confessa Gesù ai suoi. Eppure se ne va, lasciando il lavoro incompiuto. Penso all'umiltà di Gesù, che non ha la pretesa di aver insegnato tutto, di avere l'ultima parola, ma apre, davanti ai discepoli e a noi, spazi di ricerca e di scoperta, con un atto di totale fiducia in uomini e donne che finora non hanno capito molto, ma che sono disposti a camminare, sotto il vento dello Spirito che traccia la rotta e spinge nelle vele. Queste parole di Gesù mi regalano la gioia profetica e vivificante di appartenere ad una Chiesa che è un sistema aperto e non un sistema bloccato e chiuso, dove tutto è già stabilito e definito.
    Lo Spirito ama insegnare, accompagnare oltre, verso paesaggi inesplorati, scoprire vertici di pensiero e conoscenze nuove. Vento che soffia avanti.
    Seconda opera dello Spirito: vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Ma non come un semplice fatto mnemonico o mentale, un aiuto a non dimenticare, bensì come un vero "ri-cordare", cioè un "riportare al cuore", rimettere in cuore, nel luogo dove di decide e si sceglie, dove si ama e si gioisce. Ricordare vuol dire rendere di nuovo accesi gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, di quando diceva parole di cui non si vedeva il fondo.
    Perché lo Spirito soffia adesso; soffia nelle vite, nelle attese, nei dolori e nella bellezza delle persone. Questo Spirito raggiunge tutti. Non investe soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie della Chiesa, o i grandi teologi. Convoca noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore da Cristo e non finiamo di inseguirne le tracce; ogni cristiano ha tutto lo Spirito, ha tanto Spirito Santo quanto i suoi pastori.
    Ognuno ha tutto lo Spirito che gli serve per collaborare ad una terza opera fondamentale per capire ed essere Pentecoste: incarnare ancora il Verbo, fare di ciascuno il grembo, la casa, la tenda, una madre del Verbo di Dio. In quel tempo, lo Spirito è sceso su Maria di Nazareth, in questo tempo scende in me e in te, perché incarniamo il Vangelo, gli diamo passione e spessore, peso e importanza; lo rendiamo presente e vivo in queste strade, in queste piazze, salviamo un piccolo pezzo di Dio in noi e non lo lasciamo andare via dal nostro territorio.

  • Concorso "Disegna un tappeto di fiori" 2016

     Disegni dei tappeti di fiori realizzati dai ragazzi della scuola media “Vito Volterra”‏.La vincitrice è Beatrice D.U. 

    Per vedere i disegni degli altri partecipanti, 

  • Il Mese Mariano in Parrocchia

    ANNO GIUBILARE DELLA MISERICORDIA

     MESE DEDICATO ALLA BEATA VERGINE MARIA

     

    Tutti i giorni: ore 17:20 recita del S. Rosario e in particolare nei giorni sotto elencati ci saranno le seguenti celebrazioni:

     

    DOMENICA 8 MAGGIO
    ore 10:00 Supplica alla Madonna di Pompei

    ore 11.30 S. Messa e celebrazione Prime Comunioni 

     

  • 8 Maggio 2016: Ascensione del Signore

    Ascensione del Signore

    Letture: Atti 1,1-11; Salmo 46; Ebrei 9,24-28;10,19-23; Luca 24, 46-53

     

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

     

    Ascensione, alla ricerca con Cristo di un crocevia tra terra e cielo, di una fessura aperta sull'oltre, su ciò che dura al di là tramonto del giorno: sapere che il nostro amare non è inutile, ma sarà raccolto goccia a goccia e vissuto per sempre; che il nostro lottare non è inutile; che non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza.
    Il Vangelo ci pone in bilico tra cielo e terra, in una perenne ascensione, sospinge in avanti e verso l'alto. «Tutto il cammino spirituale si riassume nel crescere verso più coscienza, più libertà e più amore. Anzi l'intera esistenza del cosmo, dai cristalli agli animali, è incamminata lungo queste tre direttrici profonde: più consapevolezza, più amore, più libertà» (Giovanni Vannucci).
    Guardiamo i tre gesti ultimi di Gesù: invia, benedice, scompare.
    Inizia su quell'altura la "Chiesa in uscita" (papa Francesco). Inizia con l'invio che chiede agli apostoli, un cambio di sguardo. Devono passare da una comunità, da una Chiesa che mette se stessa al centro, che accende i riflettori su di sé, da una Chiesa centripeta ad una Chiesa che si mette al servizio del cammino ascensionale del mondo, al servizio dell'avvenire dell'uomo, della vita, della cultura, della casa comune, delle nuove generazioni. Una Chiesa rabdomante del buono del mondo, che vuole captare, cogliere e far emergere le forze più belle.
    Convertiteli: coltivate e custodite i semi divini di ciascuno. Come faceva Gesù che percorreva la Galilea e andava in cerca della faglie, delle fenditure nelle persone, là dove scorrevano acque sepolte, come con la samaritana al pozzo. Captava le attese della gente e le portava alla luce.
    Così la Chiesa, sapendo che il suo annuncio è già preceduto dalla presenza discreta di Dio, dall'azione mite e possente dello Spirito, è inviata al servizio dei germi santi che sono in ciascuno. Per ridestarli.
    Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Una lunga benedizione sospesa, in eterno, tra cielo e terra veglia sul mondo. La maledizione non appartiene a Dio, lo dobbiamo testimoniare. Il gesto definitivo di Gesù è benedire. Il mondo lo ha rifiutato e ucciso e lui lo benedice. Benedice me, così come sono, nelle mie amarezze e nelle mie povertà, in tutti i miei dubbi benedetto, nelle mie fatiche benedetto.
    Mentre li benediceva si staccò da loro. La Chiesa nasce da quel corpo assente. Ma Gesù non abbandona i suoi, non se ne va altrove nel cosmo, ma entra nel profondo di tutte le vite. Non è andato oltre le nubi ma oltre le forme: se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro, forza ascensionale dell'intero cosmo verso più luminosa vita.

  • L'immagine della Vergine Maria

     

     

    Allestimento ornamentale a cura di Irene Coscarella

  • 1° Maggio 2016: VI Domneica di Pasqua

    VI Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21, 10-14.22-23; Giovanni 14,23-29

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

     

    Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Il primo posto nel Vangelo non spetta alla morale, ma alla fede, che è una storia d'amore con Dio, uno stringersi a Lui come di bambino al petto della madre e non la vuol lasciare, perché è vita. Se uno mi ama, vivrà la mia Parola. E noi abbiamo capito male, come se fosse scritto: osserverà i miei comandamenti. Ma la Parola non si riduce a comandamenti, è molto di più. La Parola «opera in voi che credete» (1 Ts 2,13), crea, genera, accende, spalanca orizzonti, illumina passi, semina di vita i campi della vita.
    Noi pensiamo: Se osservo le sue leggi, io amo Dio. E non è così, perché puoi essere un cristiano osservante anche per paura, per ricerca di vantaggi, o per sensi di colpa.
    Ci hanno insegnato: se ti penti, Dio ti userà misericordia. Invece la misericordia previene il pentimento, il tempo della misericordia è l'anticipo, quello di Dio è amore preveniente.
    Cosa vuol dire amare il Signore Gesù? Come si fa? L'amore a Dio è un'emozione, un gesto o molti gesti di carità, molte preghiere e sacrifici? No. Amare comincia con una resa a Dio, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie.
    Proprio come continua il Vangelo oggi: e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Noi siamo il cielo di Dio, abitato da Dio intero, cielo spazioso in cui spazia il Signore della vita. Un campo dove cade pioggia di vita, in cui il sole sveglia i germogli del grano. Capisco che non posso fare affidamento sui pochi centesimi di amore che soli mi appartengono, non bastano per quasi nulla. Nei momenti difficili, se non ci fossi tu, Padre saldo, Figlio tenero, Spirito vitale, cosa potrei comprare con le mie monetine? Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Si tratta di una affermazione che scintilla di profezia. Insegnare e ricordare, sono i due verbi dove soffia lo Spirito:
    il riportare al cuore le grandi parole di Gesù e l'apprendimento di nuove sillabe divine;
    ciò che è stato detto "in quei giorni" e ciò che lo Spirito continua a insegnare in questo tempo. L'umiltà di Gesù: neppure lui ha insegnato tutto, se ne va e avrebbe ancora cose da trasmettere. La libertà di Gesù: non chiude i suoi dentro recinti di parole ma insegna sentieri, spazi di ricerca e di scoperta, dove ha casa lo Spirito. Che bella questa Chiesa e questa umanità profetiche, catturate dal Soffio di Dio! Questo Spirito che convoca tutti, non soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie di oggi, ma tutti noi, toccati al cuore da Cristo e che non finiamo di inseguirne le tracce. E ci fa rinascere come cercatori d'oro, impegnati a inventare luoghi dove si parli con amore dell'Amore.

  • 24 Aprile 2016: V Domenica di Pasqua

    V Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 14, 21-27; Salmo 144; Apocalisse 21, 1-5; Giovanni 13, 31-35

    Anno C

     

    Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»

     

    Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
    Ma si può comandare di amare? Un amore imposto è una caricatura, frustrante per chi ama, ingannatore per chi è amato.
    Amare, nella logica del Vangelo, non è un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare: «Abbiamo bisogno tutti di molto amore per vivere bene» (J. Maritain). È comandamento nel senso di fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno: amatevi gli uni gli altri, cioè tutti, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento o del più astuto.
    «Nuovo» lo dichiara Gesù. In che cosa consiste la novità di queste parole se anche nella legge di Mosè erano già riportate: amerai il prossimo tuo come te stesso?
    Essa emerge dalle parole successive. Gesù non dice semplicemente «amate». Non basta amare, potrebbe essere solo una forma di possesso e di potere sull'altro, un amore che prende tutto e non dona niente. Ci sono anche amori violenti e disperati. Amori molto tristi e perfino distruttivi.
    Il Vangelo aggiunge una parola particolare: amatevi gli uni gli altri. In un rapporto di comunione, in un faccia a faccia, a tu per tu. Nella reciprocità: amore dato e ricevuto; dare e ricevere amore è ciò su cui si pesa la felicità di questa vita.
    Non si ama l'umanità in generale; si ama quest'uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto. Immergendosi nella sua intimità concreta. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto. O dodici a dodici, come ha fatto Francesco con i dodici profughi siriani di Lesbo.
    Ma la novità evangelica non si riduce soltanto a questo. Gesù aggiunge il segreto della differenza cristiana: come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri.
    Lo specifico del cristiano non è amare, lo fanno già molti, in molti modi, sotto tutti i cieli. Bensì amare come Gesù. Non quanto lui, impossibile per noi vivere la sua misura, ma come, con lo stile unico di Gesù, con la rivoluzione della tenerezza combattiva, con i capovolgimenti che ha portato. Libero e creativo, ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, dagli ultimi. Gesù ama per primo, ama in perdita, ama senza contare. Venuto come racconto inedito della tenerezza del Padre.
    Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. «Non basta essere credenti, dobbiamo essere anche credibili» (Rosario Livatino). Dio non si dimostra, si mostra.
    Ognuno deve farsi, come Lui, racconto inedito del volto d'amore di Dio, canale non intasato, vena non ostruita, attraverso la quale l'amore, come acqua che feconda, circoli nel corpo del mondo.

     

  • 17 Aprile 2016: IV Domenica di Pasqua

    IV Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14-17; Giovanni 10,27-30

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
    Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

     

    Le mie pecore ascoltano la mia voce. Prima grande sorpresa: una voce attraversa le distanze, un io si rivolge a un tu, il cielo non è vuoto.
    Perché le pecore ascoltano? Perché il pastore non si impone, si propone; perché quella voce parla al cuore, e risponde alle domande più profonde di ogni vita.
    Io conosco le mie pecore. Per questo la voce tocca ed è ascoltata: perché conosce cosa abita il cuore. La samaritana al pozzo aveva detto: venite, c'è uno che mi ha detto tutto di me. Bellissima definizione del Signore: Colui che dice il tutto dell'uomo, che risponde ai perché ultimi dell'esistenza.
    Le mie pecore mi seguono. Seguono il pastore perché si fidano di lui, perché con lui è possibile vivere meglio, per tutti. Seguono lui, cioè vivono una vita come la sua, diventano in qualche modo pastori, e voce nei silenzi, e nelle vite degli altri datori di vita.
    Il Vangelo mostra le tre caratteristiche del pastore: Io do loro la vita eterna / non andranno mai perdute / nessuno le rapirà dalla mia mano!
    Io do la vita eterna, adesso, non alla fine del tempo. È salute dell'anima ascoltare, respirare queste parole: Io do loro la vita eterna! Senza condizioni, prima di qualsiasi risposta, senza paletti e confini. La vita di Dio è data, seminata in me come un seme potente, seme di fuoco nella mia terra nera. Come linfa che risale senza stancarsi, giorno e notte, e si dirama per tutti i tralci, dentro tutte le gemme. Le vicende di Galilea, la tragedia del Golgota, le parole di Cristo, che vengono come fiamma e come manna, non hanno altro scopo che questo: darci una vita piena di cose che meritano di non morire, di una qualità e consistenza capaci di attraversare l'eternità.
    Il Vangelo prosegue con un raddoppio straordinario: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Poi, come se avessimo ancora dei dubbi: nessuno le può strappare dalla mano del Padre.
    È il pastore della combattiva tenerezza.
    Io sono un amato non strappabile dalle mani di Dio, legame non lacerabile. Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani, come bambini ci aggrappiamo forte a quella mano che non ci lascerà cadere, come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine, come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.
    Il Vangelo è una storia di mani, un amore di mani.
    Mani di pastore forte contro i lupi, mani tenere impigliate nel folto della mia vita, mani che proteggono il mio lucignolo fumigante, mani sugli occhi del cieco, mani che sollevano la donna adultera a terra, mani sui piedi dei discepoli, mani inchiodate e poi ancora offerte: Tommaso, metti il dito nel foro del chiodo! Mani piagate offerte come una carezza perché io ci riposi e riprenda il fiato del coraggio.

  • Da Opera a Villa Ferraioli: le ostie dei carcerati

    Le ostie consacrate nella Messa in Coena Domini sono state prodotte e donate da quattro detenuti della Casa di Reclusione di Milano – Opera.

    Di seguito è riportata la loro testimonianza:

  • Elenco Premi Lotteria 2016

  • 10 Aprile 2016: III Domenica di Pasqua

    III Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 5,27-32.40-41; Salmo 29; Apocalisse 5,11-14; Giovanni 21,1-19

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» . La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» (...)

     

    Una mattina sul lago, dopo che Gesù ha preparato il cibo, come una madre, per i suoi amici che tornano da una notte vuota, lo stupendo dialogo tra il Risorto e Pietro, fatto con gli occhi ad altezza del cuore. Tre richieste uguali e ogni volta diverse, il più bel dialogo di tutta la letteratura mondiale: Simone di Giovanni mi ami più di tutti? Mi ami? Mi vuoi bene?
    È commovente l'umanità di Gesù. Vorrei dire, senza paura di contraddizioni, che questo è il Dio di totale umanità, e che l'ho scelto per questo.
    Gesù è risorto, sta tornando al Padre, eppure implora amore, amore umano. Lui che ha detto a Maddalena: «non mi trattenere, devo salire», è invece trattenuto sulla terra da un bisogno, una fame umanissima e divina. Può andarsene se è rassicurato di essere amato.
    Devo andare e vi lascio una domanda: ho suscitato amore in voi?
    Non chiede a Simone: Pietro, hai capito il mio messaggio? È chiaro ciò che ho fatto? Ciò che devi annunciare agli altri? Le sue parole ribaltano le attese: io lascio tutto all'amore, non a dottrine, non a sistemi di pensiero, neppure a progetti di qualche altro tipo. Il mio progetto, il mio messaggio è l'amore.
    Gesù, Maestro di umanità, usa il linguaggio semplice degli affetti, domande risuonate sulla terra infinite volte, sotto tutti i cieli, in bocca a tutti gli innamorati che non si stancano di domandare e di sapere: Mi ami? Mi vuoi bene?
    Semplicità estrema di parole che non bastano mai, perché la vita ne ha fame insaziabile; di domande e risposte che anche un bambino capisce, perché è quello che si sente dire dalla mamma tutti i giorni. Il linguaggio delle radici profonde della vita coincide con il linguaggio religioso. Prodigiosa semplificazione: le stesse leggi reggono la vita e il vangelo, il cuore e il cielo.
    In quel tempo, in questo tempo. Gesù ripete: a voi che, come Pietro, non siete sicuri di voi stessi a causa di tanti tradimenti, ma che nonostante tutto mi amate, a voi affido il mio vangelo.
    Il miracolo è che la mia debolezza inguaribile, tutta la mia fatica per niente, le notti di pesca senza frutto, i tradimenti, non sono una obiezione per il Signore, ma una occasione per essere fatti nuovi, per stare bene con Lui, per capire di più il suo cuore e rinnovare la nostra scelta per Lui.
    Questo interessa al Maestro: riaccendere lo stoppino dalla fiamma smorta (Is 42,3), un cuore riacceso, una passione risorta: «Pietro, mi ami tu adesso?». Santità è rinnovare la passione per Cristo, adesso.
    La legge tutta è preceduta da un "sei amato" e seguita da un "amerai". Sei amato, fondazione della legge; amerai, il suo compimento.
    Chiunque astrae la legge da questo fondamento amerà il contrario della vita (P. Beauchamp).

  • Pellegrinaggio Giubilare

  • Foto settimana santa 2016

    Per vedere le foto della Settimana Santa 2016, clicca qui.

  • Settimana Santa 2016

    Via Crucis del quartiere - 18 Marzo 2016

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    Domenica delle palme - 20 Marzo 2016

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    Giovedì Santo - Messa in coena Domini - 24 Marzo 2016

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    Venerdì Santo - Lettura della Passione - 25 Marzo 2016

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    Sabato Santo - Veglia Pasquale - 26 Marzo 2016

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  • 3 Aprile 2016: II Domenica di Pasqua

    II Domenica di Pasqua

    Anno C

    Letture: Atti 5,12-16; Salmo 117; Apocalisse 1,9-11.12-13.17-19; Giovanni 20,19-31

     

    La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»(....).

     

    La sera di Pasqua il Signore entra in quella stanza chiusa, porte e finestre sbarrate, dove manca l'aria e si respira paura. Solo Tommaso ha il coraggio di andare e venire.
    Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo. Su quel pugno di creature, chiuse e impaurite, inaffidabili, scende il vento delle origini, il vento che soffiava sugli abissi, che scuote le porte chiuse del cenacolo: come il Padre ha mandato me anch'io mando voi. Voi come me. E li manda così come sono, poca cosa davvero, un gruppetto alla sbando. Ma ora c'è in loro "un di più": c'è il suo Spirito, il segreto di Gesù, il suo respiro, ciò che lo fa vivere: a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati. Ecco il respiro, l'essenza, lo spirito di Dio: per vivere Dio ha bisogno di perdonare. Per essere Padre ha la necessità di abbracciare ogni figlio che torna, deve andare da ogni figlio maggiore che non capisce, cercare ogni pecora che si perde. La misericordia è un bisogno di Dio, non un attributo fra altri, ma l'identità stessa del Padre, una necessità: oggi devo fermarmi a casa tua.
    Prima missione, primo lavoro, prima evangelizzazione che consegna ai riempiti del Soffio di Dio: voi perdonerete..., con l'atto creativo del perdono che riapre il futuro, che tira fuori la farfalla dal bruco, dal verme che mi sembra o temo di essere.
    Otto giorni dopo è ancora lì: l'abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare. Li ha inviati per le strade, e li ritrova ancora in quella stanza chiusa. Ma Gesù accompagna con delicatezza infinita la fede piccola dei suoi, con umanità suprema gestisce l'imperfezione delle vite di tutti. Non ci chiede di essere perfetti, ma di essere autentici; non di essere immacolati, ma di essere incamminati.
    E si rivolge a Tommaso che lui aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, che lui aveva fatto rigoroso e coraggioso, grande in umanità.
    Invece di imporsi, si propone alle sue mani: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco. Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Lui non si scandalizza, si ripropone, anzi si espone con le sue ferite aperte.
    La risurrezione non annulla la croce, non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Croce e Pasqua sono un unico movimento, un'unica vicenda. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare, da annullare, è invece qualcosa che deve restare per l'eternità, gloria e vanto di Cristo: le sue piaghe sono il vertice dell'amore, le sue ferite sono diventate le feritoie della più grande bellezza della storia.

  • 27 Marzo 2016: Domenica di Pasqua

    Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 10, 34.37-43; Salmo 117; Colossesi 3, 1-4; Giovanni 20, 1-9

     

    Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (...)

     

    Maria di Magdala, in quell'ora tra il buio e la luce, tra la notte e il giorno, quando le cose non si vedono ma supplisce il cuore, va' sola, e non ha paura. Come la sposa del Cantico: lungo la notte cerco l'amato del mio cuore. L'alba di Pasqua è piena di coloro che più forte hanno fatto l'esperienza dell'amore di Gesù: Maria di Magdala, il discepolo amato, Pietro, le donne. Il primo segno è così umile: non un'apparizione gloriosa, ma un sepolcro vuoto nel fresco dell'alba. È poco e non è facile da capire. E Maria non capisce, corre da Pietro non per annunciare la risurrezione del Maestro ma per denunciare una manovra dei nemici, un ulteriore dolore: hanno portato via il Signore. Non abbiamo più neanche un corpo su cui piangere. Tutti corrono in quel primo mattino: Maria, Pietro, Giovanni... Non si corre così per una perdita o per un lutto. Ma perché spunta qualcosa di immenso, fa capolino, urge il parto di una cosa enorme, confusa e grandiosa. Arrivano al sepolcro e li aiuta un altro piccolo segno: i teli posati, il sudario avvolto con cura. Se qualcuno avesse portato via il corpo, non l'avrebbe liberato dai teli o dal sudario. È stato altro a liberare la carne e la bellezza di Gesù dal velo oscuro della morte. La nostra fede inizia da un corpo assente. Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto delle vittime, manca un corpo alla contabilità della morte. I suoi conti sono in perdita. E questo apre una breccia, uno spazio di rivolta, un tuffo oltre la vita uccisa: la morte non vincerà per sempre. Anche se adesso sembra vincente: il male del mondo mi fa dubitare della Pasqua, è troppo; il terrorismo, il cancro, la corruzione, il moltiplicarsi di muri, barriere e naufragi; bambini che non hanno cibo, acqua, casa, amore; la finanza padrona dell'uomo mi fanno dubitare. Ma poi vedo immense energie di bene, donne e uomini che trasmettono vita e la custodiscono con divino amore; vedo giovani forti prendersi cura dei deboli; anziani creatori di giustizia e di bellezza; gente onesta fin nelle piccole cose; vedo occhi di luce e sorrisi più belli di quanto la vita non lo permetta. Questi uomini e queste donne sono nati il mattino di Pasqua, hanno dentro il seme di Pasqua, il cromosoma del Risorto. Perché Cristo non è semplicemente il Risorto. Egli è la Risurrezione stessa, è l'azione, l'atto, la linfa continua del risorgere, che fa ripartire da capo la vita, la conduce di inizio in inizio, trascinandola in alto con sé: forza ascensionale del cosmo verso più luminosa vita. E non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell'ultima anima, e le sue forze non arrivino a far fiorire «l'ultimo ramo della creazione» (M. Luzi).

  • Locandina Settimana Santa 2016

  • Su Avvenire... parlano di noi

    avvenire

  • 13 Marzo 2016: V Domenica di Quaresima

    V Domenica di Quaresima

    Anno C

    Letture: Isaia 43,16-21; Salmo 125; Filippesi 3,8-14; Giovanni 8,1-11

     

    In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. (...)

    Se ne vanno tutti, cominciando dagli anziani. È calato il silenzio, Gesù rimane solo con la donna e si alza, con un gesto bellissimo! Si alza davanti alla adultera, come ci si alza davanti ad una persona attesa e importante. Si alza in piedi, con tutto il rispetto dovuto a una presenza regale, si alza per esserle più vicino, nella prossimità, occhi negli occhi, e le parla.
    Nessuno le aveva parlato prima. Lei e la sua storia, lei e il suo intimo tormento non interessavano. E la chiama Donna con il nome che ha usato per sua Madre.
    Non è più l'adultera, la trascinata, è la donna.
    Gesù adesso si immerge nell'unicità di quella donna, nell'intimo di quell'anima. Ed è soltanto così che anche noi possiamo trovare l'equilibrio tra la regola e la compassione. Immergendoci nella concretezza di un volto e di una storia, non in un'idea o una norma. Imparando dall'intimità e dalla fragilità, maestre di umanità.
    «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?»
    Dove sono quelli che sanno solo lapidare e seppellire di pietre? Non qui devono stare.
    Il Signore non sopporta gli ipocriti, quelli delle maschere, del cuore doppio, i commedianti della fede; e poi accusatori e giudici. Vuole che scompaiano. Come sono scomparsi quel giorno, così devono scomparire dal cerchio dei suoi amici, dai cortili dei templi, dalle navate delle chiese, dalle stanze del potere.
    Nessuno ti ha condannata? Neanch'io ti condanno. Gesù adesso scrive non più per terra ma nel cuore di quella donna, e la parola che scrive è: futuro.
    E la donna di colpo appartiene al suo futuro, alle persone che amerà, ai sogni che farà. Il perdono di Dio è un atto creativo: apre sentieri, ti rimette sulla strada giusta, fa compiere un passo in avanti, spalanca futuro. Non è un colpo di spugna sugli errori del passato, ma è di più, un colpo d'ala verso il domani, un colpo di vento nelle vele della mia barca.
    Va e d'ora in poi non peccare più: risuonano le sei parole che bastano a cambiare una vita! Gli altri uccidono, lui indica passi; gli altri coprono di pietre, lui insegna sentieri.
    E d'ora in avanti... ciò che sta dietro non importa più. Il bene possibile domani conta più del male di ieri. Dio perdona come un creatore.
    Tante persone vivono in un ergastolo interiore, schiacciate da sensi di colpa per errori passati. Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui trasciniamo noi stessi e gli altri. Lui sa bene che solo uomini e donne liberati e perdonati possono seminare libertà e pace.
    Dice a quella donna: Esci dal tuo passato. Tu non sei l'adultera di questa notte, ma la donna capace ancora di amare, di amare bene. E di conoscere più a fondo di tutti il cuore di Dio.

  • 6 Marzo 2016: IV Domenica di Quaresima

    IV Domenica di Quaresima

    Letture: Giosuè 5,9-12; Salmo 33; 2 Corinzi 5,17-21; Luca 15,1-3.11-32

    Anno C

     

    In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto (...).

    Un padre aveva due figli. Ogni volta questo inizio, semplicissimo e favoloso, mi affascina, come se qualcosa di importante stesse di nuovo per accadere. Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa la struttura stessa del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. L'obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l'opinione che nutriamo su Dio.
    Io voglio bene al prodigo. Il prodigo è legione ed è storia. Storia di umanità ferita eppure incamminata. Felix culpa che gli ha permesso di conoscere più a fondo il cuore del Padre.
    Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. La casa non gli basta, il padre e il fratello non gli bastano. E forse la sua ribellione non è che un preludio ad una dichiarazione d'amore. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.
    Cerca la felicità nelle cose, ma si accorge che le cose hanno un fondo e che il fondo delle cose è vuoto. Il prodigo si ritrova un giorno a pascolare i porci: il libero ribelle è diventato un servo, a disputarsi il cibo con le bestie.
    Allora ritorna in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane...) Ci sono persone nel mondo con così tanta fame che per loro Dio non può avere che la forma di un Pane (Gandhi).
    Non torna per amore, torna per fame. Non torna perché pentito, ma perché ha paura e sente la morte addosso.
    Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in viaggio. È sufficiente che compiamo un primo passo. L'uomo cammina, Dio corre. L'uomo si avvia, Dio è già arrivato. Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro...
    E lo perdona prima ancora che apra bocca, di un amore che previene il pentimento. Il tempo della misericordia è l'anticipo.
    Si era preparato delle scuse, il ragazzo, continuando a non capire niente di suo padre. Niente di Dio, che perdona non con un decreto, ma con una carezza (papa Francesco). Con un abbraccio, con una festa. Senza guardare più al passato, senza rivangare ciò che è stato, ma creando e proclamando un futuro nuovo. Dove il mondo dice "perduto", Dio dice "ritrovato"; dove il mondo dice "finito", Dio dice "rinato".
    E non ci sono rimproveri, rimorsi, rimpianti. Il Padre infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l'infelicità che deriva da un cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito.
    Un padre che non è giusto, è di più: è amore, esclusivamente amore.
    Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.

  • Via Crucis per le vie del quartiere

  • Da venerdì 16 settembre riprende l'itinerario spirituale sulle opere di misericordia

  • 28 Febbraio 2016: III Domenica di Quaresima

    III Domenica di Quaresima 

    Letture: Esodo 3,1-8.13-15; Salmo 102; 1 Corinzi 10,1-6.10-12; Luca 13,1-9

    Anno C

     

    In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici (...) Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque!(...)" Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai”».

     

    Che colpa avevano quei diciotto uccisi dalla della torre di Siloe? E i tremila delle Torri gemelle? E i siriani, le vittime e i malati, sono forse più peccatori degli altri? La risposta di Gesù è netta: smettila di immaginare l'esistenza come un'aula di tribunale. Non c'è rapporto alcuno tra colpa e disgrazia, tra peccato e malattia. La mano di Dio non semina morte, non spreca la sua potenza in castighi. Ma se non vi convertirete, perirete tutti. È tutta una società che si deve salvare. Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che non va, se la convivenza non si edifica su altre fondamenta, e non la disonestà eretta a sistema, la violenza del più forte, la prepotenza del più ricco. Mai come oggi capiamo che tutto nel mondo è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere privato del loro contributo, della loro intelligenza; se la natura è sofferente, soffre e muore anche l'uomo. Su tutti scende l'appello accorato e totale di Gesù: Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Senza questo non ci sarà futuro. Alla serietà di queste parole fa da contrappunto la fiducia nel futuro nella parabola del fico: da tre anni il padrone attende invano dei frutti, e allora farà tagliare l'albero. Invece il contadino sapiente, che è un “futuro di cuore”, dice: «Ancora un anno di lavoro e gusteremo il frutto». Dio è così: ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole pioggia cure perché quest'albero è buono; quest'albero, che sono io, darà frutto. Dio contadino, chino su di me, su questo mio piccolo campo, in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure lascia un altro anno ai miei tre anni di inutilità; e invia germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Per lui il frutto possibile domani conta più della mia inutilità di oggi. «Vedremo, forse l'anno prossimo porterà frutto». In questo forse c'è il miracolo della fede di Dio in noi. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il tempo di Dio è l'anticipo, il suo è amore preveniente, la sua misericordia anticipa il pentimento, la pecora perduta è trovata e raccolta mentre è ancora lontana e non sta tornando, il padre abbraccia il figlio prodigo e lo perdona prima ancora che apra bocca. Dio ama per primo, ama in perdita, ama senza condizioni. Amore che conforta e incalza: «Ti ama davvero chi ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare» (R. M. Rilke). La sua fiducia verso di me è come una vela che mi sospinge in avanti, verso la profezia di un'estate felice di frutti: se ritarda attendila, perché ciò che tarda di certo verrà (Ab. 2,3).

  • 21 Febbraio 2016: II Domenica di Quaresima

    II Domenica di Quaresima

    Letture: Genesi 15,5-12.17-18; Salmo 26; Filippesi 3,17- 4,1; Luca 9,28-36

     

    Anno C In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

     

    Dal deserto al Tabor; dalla domenica dell’ombra che ci minaccia, alla domenica della luce che ci abita. Ciò che è avvenuto in Cristo avverrà in ciascuno, lui è il volto ultimo e alto dell’uomo, icona di Dio dipinta, come le antiche icone greche, su di un fondo d’oro, che traspare dalle ferite e dai graffi della vita, come da misteriose feritoie. Il racconto della trasfigurazione è collocato in un contesto duro e difficile: Gesù ha appena consegnato ai suoi il primo annuncio della passione: il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato, venire ucciso. E subito, dentro quel momento di oscurità, il vangelo ci regala il volto di Cristo che gronda luce, su cui tenere fissi gli occhi per affrontare il momento in cui la vita gronda sangue, per tutti, come per Gesù nell’orto degli ulivi. Gesù salì su di un alto monte a pregare. I monti sono come indici puntati verso il cielo, verso il mistero di Dio e la sua salvezza, raccontano che la vita è un ascendere silenzioso e tenace verso più luce, più orizzonti, più cielo. Gesù sale per pregare. La preghiera è mettersi in viaggio: destinazione Tabor, un battesimo di luce e di silenzio; destinazione futuro, un futuro più buono; approdo è il cuore di luce di Dio. Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma. Pregare cambia il cuore, tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, Colui che preghi: è nel contatto con il Padre che la nostra realtà si illumina, e appare in tutta la sua lucentezza e profondità. In qualche momento privilegiato, toccati dalla gioia, dalla dolcezza di Dio, forse ci è capitato di dire, come Pietro: Signore, che bello! Vorrei che questo momento durasse per sempre. Facciamo qui tre tende? E una voce interiore diceva: è bello stare su questa terra, gravida di luce. È bello essere uomini, dentro questa umanità che pian piano si libera, cresce, ascende. È bello vivere. Le parole di Pietro trasmettono una esperienza precisa: Dio è bello. Invece La nostra predicazione ha ridotto Dio in miseria, relegato a rovistare nel passato e nel peccato dell’uomo. Ora sta a noi restituirgli il suo volto solare, testimoniare un Dio bello, desiderabile, interessante. Il Dio del futuro, delle fioriture, un Dio da gustare e da godere. Come san Francesco quando prega: tu sei bellezza, tu sei bellezza. Come sant’Agostino: tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova. Sarà come bere alle sorgenti della luce, agli orli dell’infinito. Davvero il cristianesimo è proprio la religione della penitenza, della mortificazione, del sacrificio, come molti pensano? No, il vangelo è la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore. 

  • Ultimo saluto alla nonna di Simone

    E' venuta a mancare la nonna del nostro caro collaboratore Simone Rapazzetti. Mi faccio portavoce a nome della nostra comunità parrocchiale di porgere le più sentite condoglianze a lui e alla famiglia. Alle ore 15:00, di oggi 16 Febbraio 2016, verranno celebrate le esequie presso la nostra chiesa parrocchiale.

  • 14 Febbraio 2016: I Domenica di Quaresima

    I Domenica di Quaresima

    Letture: Deuteronomio 26,4-10; Salmo 90; Romani 10,8-13; Luca 4,1-13

    Anno C

     

    In quel tempo Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo (...). Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo"». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"» (...).

     

    Le tentazioni di Gesù sono le forze, le lusinghe che mettono ogni uomo davanti alle scelte di fondo della vita.
    Ognuno tentato di ridurre i suoi sogni a pane, a denaro, di trasformare tutto, anche la terra e la bellezza, in cose da consumare.
    Ognuno tentatore di Dio: fammi, dammi, risolvi i miei problemi, manda angeli. Buttarsi nel vuoto e aspettare un volo d'angeli, non è fede, ma la sua caricatura: cercare il Dio dei miracoli, il bancomat delle grazie, colui che agisce al posto mio invece che insieme con me, forza della mia forza, luce sul mio cammino.
    Ognuno tentato dal piacere di comandare, decidere, arrivare più in alto. Io so la strada, dice lo Spirito cattivo: vénditi! Vendi la tua dignità e la tua libertà, baratta l'amore e la famiglia...
    Le tre tentazioni tracciano le relazioni fondamentali di ogni uomo: ognuno tentato verso se stesso, pietre o pane; verso gli altri, potere o servizio; verso Dio, lui a mia disposizione. Le tentazioni non si evitano, si attraversano. Attraversare le tentazioni significa in realtà fare ordine nella propria fede.
    La prima: che queste pietre diventino pane! Non di solo pane vive l'uomo... Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio. Il pane è indispensabile, eppure contano di più altre cose: le creature, gli affetti, le relazioni, l'eterno in noi. L'uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Dalla sua parola sono venuti la luce, il cosmo e la sua bellezza, il respiro che ci fa vivere. Sei venuto tu, fratello mio, mio amico, amore mio: parola pronunciata da Dio per me. L'uomo vive di vangelo e di creature.
    La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. «Buttati giù, chiedi a Dio un miracolo». Ciò che Pietro, con la sua irruenza, chiede al Maestro, una sera sul lago: fammi venire a te camminando sulle acque. Fa tre passi nel miracolo eppure comincia ad affondare. Tocca con mano il prodigio, lo vive, eppure nasce paura e comincia ad affondare. I miracoli non servono per credere: Gesù ha fatto fiorire di prodigi Galilea e Samaria, eppure i suoi lo vogliono buttare giù dal monte di Nazaret.
    «Nel mondo ce ne sono fin troppi di miracoli» (M. De Certeau) eppure la fede è così poca, così a rischio.
    Nella terza tentazione il diavolo rilancia: venditi alla mia logica, e avrai tutto. Il diavolo fa un mercato con l'uomo: io ti do, tu mi dai. Esattamente il contrario di Dio, che ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio.
    Vuoi avere le folle con te? Assicura pane, potere, successo e ti seguiranno. Ma Gesù non vuole "possedere" nessuno. Lui vuole essere amato da questi splendidi e meschini figli. Non ossequiato da schiavi obbedienti, ma amato da figli liberi, generosi e felici.

  • Quaresima 2016

  • Video Carnevale 2016

  • 99 anni ... la nostra Socia più longeva dell'AC

    E' stata consegnata nei giorni scorsi la tessera di AC alla socia più longeva della nostra diocesi. Si chiama Santa Di Massimo, da tutti conosciuta come Lucietta. Classe 1917, quest'anno festeggerà i suoi 99 anni, di cui gran parte passati all'interno dell'Associazione. La tessera Le è stata consegnata dal presidente parrocchiale Pellegrino Ascione e da una delegazione di giovani e adulti della Parrocchia Cuore Immacolato della Vergine Maria.

    Alla Sig.ra Santa vanno gli auguri più sentiti da parte di tutto il Consiglio Diocesano e dell'Associazione tutta.

     http://www.azionecattolicaalbano.it/azione-cattolica/86-99-anni-la-nostra-socia-piu-longeva

     

  • 7 Febbraio 2016: V Domenica del Tempo Ordinario

    V Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

     

    Letture: Isaia 6,1-2,3-8; Salmo 137; 1 Corinzi 15,1-11; Luca 5,1-11

     

    In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». (...) Riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». (...) Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini».

     

    Un gruppetto di pescatori delusi da una notte intera di inutile fatica, ma proprio da là dove si erano fermati il Signore li fa ripartire. E così fa con ogni vita: propone a ciascuno una vocazione, con delicatezza e sapienza, come nelle tre parole a Simone:
    - lo pregò di scostarsi da riva: Gesù prega Simone, chiede un favore, lui non si impone mai;
    - non temere: Dio viene come coraggio di vita; libera dalla paura che paralizza il cuore;
    - tu sarai: lo sguardo di Gesù si dirige subito al futuro, intuisce in me fioriture di domani; per lui nessun uomo coincide con i suoi limiti ma con le sue potenzialità.
    Sono parole con le quali Gesù, maestro di umanità, rimette in moto la vita ed è per questo che è legittimato a proporsi all'uomo, perché parla il linguaggio della tenerezza, del coraggio, del futuro.
    Simone è stanco dopo una notte di inutile fatica, forse vorrebbe solo ritornare a riva e riposare, ma qualcosa gli fa dire: Va bene, sulla tua parola getterò le reti.
    Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi. Per Gesù guardare una persona e amarla erano la stessa cosa. Pietro in quegli occhi ha visto l'amore per lui. Si è sentito amato, sente che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù, che il suo nome è al sicuro su quelle labbra. I cristiani sono quelli che, come Simone, credono nell'amore di Dio (1Gv 4,16). E le reti si riempiono. Simone davanti al prodigio si sente stordito, inadeguato: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore.
    Gesù risponde con una reazione bellissima, una meraviglia che m'incanta. Trasporta Simone su di un piano totalmente diverso, sovranamente indifferente al suo passato e ai suoi peccati, lui non si lascia impressionare dai difetti di nessuno, pronuncia e crea futuro: Non temere. Sarai pescatore di uomini. Li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respiro, un altro cielo, un'altra vita! Li raccoglierai per la vita.
    Quando si pescano dei pesci è per la morte. Ma per gli uomini no: pescare significa catturare vivi, è il verbo usato nella Bibbia per indicare coloro che in una battaglia sono salvati dalla morte e lasciati in vita (Gs 2,13; 6,25; 2Sam 8,2... ). Nella battaglia per la vita l'uomo sarà salvato, protetto dall'abisso dove rischia di cadere, portato alla luce.
    E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Sono i «futuri di cuore». Vanno dietro a lui e vanno verso l'uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

  • Carnevale 2016

  • Pellegrinaggio Collevalenza

  • 31 Gennaio 2016: IV Domenica del Tempo Ordinario

    IV Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Geremia 1,4-5.17-19; Salmo 70; 1 Corinzi 12,31-13,13; Luca 4,21-30

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria (...)

     

    In un primo momento la sinagoga è rimasta incantata: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati! Ma il cuore di Nazaret, e di ogni uomo, è un groviglio contorto, trascinato in fretta dalla meraviglia alla delusione, dallo stupore a una sorta di furore omicida: lo spinsero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Che cosa è accaduto? Non è facile accogliere un profeta e le sue parole di fuoco e di luce. Soprattutto quando varcano la soglia di casa come «un vento che non lascia dormire la polvere» (Turoldo) e smuove la vita, invece di risuonare astratte e lontane sul monte o nel deserto. I compaesani di Gesù si difendono da lui: lo guardano ma non lo vedono, è solo il figlio di Giuseppe, uno come noi. Odono ma non riconoscono le sue parole d'altrove: come pensare che sia lui, il figlio del falegname, il racconto di Dio? E poi, di quale Dio? Questo è il secondo motivo del rifiuto di Gesù, il suo messaggio dirompente, che rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio. Fai anche qui, a casa tua, i miracoli di Cafarnao, chiedono. È la storia di sempre, immiserire Dio a distributore di grazie, impoverire la fede a baratto: «io credo in Dio se mi da i segni che gli chiedo; lo amo se mi concede la grazia di cui ho bisogno». Amore mercenario. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui. Non ci bastano belle parole, vogliamo un Dio a nostra disposizione; uno che ci stupisca, non uno che ci cambi il cuore. E Gesù risponde raccontando un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di vedove straniere e senza meriti, guaritore di lebbrosi siriani nemici d'Israele, senza diritti da vantare. Un Dio che non ha patria se non il mondo, che non ha casa se non il dolore e il bisogno di ogni uomo. Adorano un Dio sbagliato e la loro fede sbagliata genera un istinto di morte: vogliono eliminare Gesù. Mentre il Dio di Gesù è l'amante della vita, il loro è amico della morte. Ma egli passando in mezzo a loro si mise in cammino. Come sempre negli interventi di Dio, c'è un punto bianco, una sospensione, un ma. Ma Gesù passando in mezzo se ne andò. Va ad accendere il suo roveto alla prossima svolta della strada. Appena oltre ci sono altri villaggi ed altri cuori con fame e sete di vita. Un finale a sorpresa. Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, alla portata delle loro mani, in mezzo alla violenza, va tranquillo in tutta la sua statura in mezzo ai solchi di quelle persone come un seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla, che la sua vitalità è incontenibile, che il vento dello Spirito riempie la casa e passa oltre.

  • 24 Gennaio 2016: III Domenica del Tempo Ordinario

    III Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Neemia 8,2-4.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21

    Anno C

     

    (...) In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nazaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l'anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all'inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

     

    Luca, il migliore scrittore del Nuovo Testamento, sa creare una tensione, una aspettativa con questo magistrale racconto che si dipana come al rallentatore: Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. E seguono le prime parole ufficiali di Gesù: oggi l'antica profezia si fa storia. Gesù si inserisce nel solco dei profeti, li prende e li incarna in sé. E i profeti illuminano la sua vocazione, ispirano le sue scelte: Lo Spirito del Signore mi ha mandato ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo. Da subito Gesù sgombra tutti i dubbi su ciò che è venuto a fare: è qui per togliere via dall'uomo tutto ciò che ne impedisce la fioritura, perché sia chiaro a tutti che cosa è il regno di Dio: vita in pienezza, qualcosa che porta gioia, che libera e dà luce, che rende la storia un luogo senza più disperati. E si schiera, non è imparziale il nostro Dio: sta dalla parte degli ultimi, mai con gli oppressori; viene come fonte di libere vite e mai causa di asservimenti. Gesù non è venuto per riportare i lontani a Dio, ma per portare Dio ai lontani, a uomini e donne senza speranza, per aprirli a tutte le loro immense potenzialità di vita, di lavoro, di creatività, di relazione, di intelligenza, di amore. Il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato della persona, il suo primo sguardo va sempre sulla povertà e sul bisogno dell'uomo. Per questo nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che non la parola peccatori. Non è moralista il Vangelo, ma creatore di uomini liberi, veggenti, gioiosi, non più oppressi. Scriveva padre Giovanni Vannucci: «Il cristianesimo non è una morale ma una sconvolgente liberazione». La lieta notizia del Vangelo non è l'offerta di una nuova morale, fosse pure la migliore, la più nobile o la più benefica per la storia. La buona notizia di Gesù non è neppure il perdono dei peccati. La buona notizia è che Dio è per l'uomo, mette la creatura al centro, e dimentica se stesso per lui. E schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi "altra" da quello che è. Un Dio sempre in favore dell'uomo e mai contro l'uomo. Infatti la parola chiave è "libertà-liberazione". E senti dentro l'esplosione di potenzialità prima negate, energia che spinge in avanti, che sa di vento, di futuro e di spazi aperti. Nella sinagoga di Nazaret è allora l'umanità che si rialza e riprende il suo cammino verso il cuore della vita, il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini). Nomi di Dio.

  • Calendario parrocchiale Gennaio - Febbraio 2016

    Dal 18 al 25 gennaio

    Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani

     

    Lunedì 18 gennaio

    ore 19.00: Consiglio Pastorale Parrocchiale

     

    Mercoledì 20 gennaio

    ore 18.00: incontro formativo per i genitori dei bambini e dei ragazzi iscritti alla catechesi

     

    Venerdì 22 gennaio

    ore 18.30: incontro formativo catechisti

     

  • 17 Gennaio 2016: II Domenica del Tempo Ordinario

    II Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Isaia 62, 1-5; Salmo 95; 1 Corinzi 12,4-11; Giovanni 2,1-11

     

    In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù (...) Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (....). E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. Disse di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto» (...). Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto (...) chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono..» (...).

     

     

    L'intero Israele risuonava del lamento di schiavi e lebbrosi, e Gesù sembra ignorarli e inizia il suo ministero ma da una festa di nozze. Anziché asciugare lacrime, colma le coppe di vino.
    Sembra indifferenza davanti al dolore dei poveri, la scelta di qualcosa di secondario di fronte al dramma del mondo, eppure il vangelo chiama questo il "principe dei segni", il capostipite di tutti.
    Gesù vuole trasmettere a Cana il principio decisivo della relazione che unisce Dio e l'umanità. Tra uomo e Dio corre un rapporto nuziale, con tutta la sua tavolozza di emozioni forti e buone: amore, festa, dono, eccesso, gioia. Un legame sponsale, non un rapporto giudiziario o penitenziale, lega Dio e noi, un vino di festa.
    A Cana Gesù partecipando a una festa di nozze proclama il suo atto di fede nell'amore umano. Lui crede nell'amore, lo benedice, lo rilancia con il suo primo prodigio, lo collega a Dio. Perché l'amore è il primo segnale indicatore da seguire sulle strade del mondo, un evento sempre decretato dal cielo.
    Gesù prende l'amore umano e lo fa simbolo e messaggio del nostro rapporto con Dio. Anche credere in Dio è una festa, anche l'incontro con Dio genera vita, porta fioriture di coraggio, una primavera ripetuta.
    A lungo abbiamo pensato che Dio fosse amico del sacrificio e della gravità, e così abbiamo ricoperto il vangelo con un velo di tristezza. Invece no, a Cana ci sorprende un Dio che gode della gioia degli uomini e se ne prende cura. «Dobbiamo amare e trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà. Trovarlo e ringraziarlo nella nostra felicità terrena» (Bonhoeffer).
    Ma ecco che «viene a mancare il vino». Il vino, in tutta la Bibbia, è il simbolo dell'amore felice tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Felice e sempre minacciato. Non hanno più vino, esperienza che tutti abbiamo fatto, quando stanchezza e ripetizione prendono il sopravvento. Quando ci assalgono mille dubbi, quando gli amori sono senza gioia, le case senza festa, la fede senza passione.
    Ma c'è il punto di svolta del racconto. Maria, la donna attenta a ciò che accade nel suo spazio vitale, sapiente della sapienza del Magnificat (sa che Dio ha sazia gli affamati di vita) indica la strada: «Qualunque cosa vi dica, fatela».
    Fate ciò che dice, fate il suo Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne. E si riempiranno le anfore vuote del cuore.
    Fate il vangelo, e si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta a felice. Più vangelo è uguale a più vita. Più Dio equivale a più io. Viene come un di più sorprendente, come vino immeritato e senza misura, un seme di luce. Ho tanta fiducia in Lui, perché non dei miei meriti tiene conto, ma solo del mio bisogno.

  • 10 Gennaio 2016: Battesimo del Signore

    Battesimo del Signore – Anno C

    Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2,11-14;3,4-7; Luca 3,15-16.21-22

     

    In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

     

    «Viene dopo di me colui che è più forte di me e vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco, vi immergerà nel vento e nel fuoco di Dio. Bella definizione del cristiano: Tu sei “uno immerso” nel vento e nel fuoco, ricco di vento e di fuoco, di libertà e calore, di energia e luce, ricco di Dio. Il fuoco è il simbolo che riassume tutti gli altri simboli di Dio. Nel Vangelo di Tommaso Gesù afferma: stare vicino a me è stare vicino al fuoco. Il fuoco è energia che trasforma le cose, è la risurrezione del legno secco del nostro cuore e la sua trasfigurazione in luce e calore. Il vento: alito di Dio soffiato sull’argilla di Adamo, vento leggero in cui passa Dio sull’Oreb, vento possente di Pentecoste che scuote la casa. La Bibbia è un libro pieno di un vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite. Battesimo significa immersione. Uno dei più antichi simboli cristiani, quello del pesce, ricorda anche questa esperienza: come il piccolo pesce nell’acqua, così il piccolo credente è immerso in Dio, come nel suo ambiente vitale, che lo avvolge, lo sostiene, lo nutre. Gesù stava in preghiera ed ecco, venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Quella voce dal cielo annuncia tre cose, proclamate a Gesù sul Giordano e ripetute ad ogni nostro battesimo. Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione, che come ogni seme genera secondo la propria specie. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue. Amato. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard). Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l’idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice. Si realizza quello che Isaia aveva intuito, l’esultanza di Dio per me, per te: «Come gode lo sposo l’amata così di te avrà gioia il tuo Dio» (ls 62,5). Se ogni mattina potessi ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di me come un abbraccio; sentire il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; sentirmi come un bambino che anche se è sollevato da terra, anche se si trova in una posizione instabile, si abbandona felice e senza timore fra le braccia dei genitori, questa sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.

  • Lotteria dell'Epifania 2016

  • Foto presepe 2015/2016

    La speranza che dona la Luce

    Opera dell’artista Irene Coscarella

    Papa Francesco, nell’aprire la prima Porta Santa, ha di fatto inaugurato l’Anno Giubilare della Misericordia, con l’intenzione di aprire la Chiesa all’evangelizzazione della misericordia.

    L’apertura della Porta è metafora di un messaggio di grande speranza e di amore.

    La Porta che ho realizzato esorta ad aprire gli occhi e ad affacciarci sul mondo, dove la gente di ogni etnia e religione agita le mani per chiedere aiuto.

    Foto Presepe Interno

  • 2 Gennaio 2016: II Domenica dopo Natale

    II Domenica dopo Natale

    Letture: Siracide 24,1-4.12-16; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18

     

    In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

     

    «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Giovanni inizia il suo Vangelo con un volo d'aquila, un inno immenso che ci impedisce di pensare piccoli pensieri, che opera come uno sfondamento sulle pareti dei nostri giorni verso l'eterno, verso l'"in principio", verso il "per sempre". Per assicurarci che c'è come un'onda immensa che viene a infrangersi sui nostri promontori, che siamo raggiunti da un flusso continuo che ci alimenta, e che non abbiamo in noi la nostra sorgente.
    La fede è l'esperienza che in gioco nella nostra vita c'è una forza più grande di noi, un bene grande che alimenta il nostro amore, una vita piena che può riempire la nostra piccola vita.
    «A quanti l'hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Il potere, non solo la possibilità o l'opportunità; ma una energia, una vitalità, una forza: il Verbo viene nel mondo e in noi come una forza di nascite. Cristo nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso. Nasca dall'alto. Il Verbo di Dio è un seme che genera secondo la propria specie. Dio non può che generare Figli di Dio.
    Tutte le parole degli uomini ci possono solo confermare nel nostro essere carne, realtà incompleta, fragile e inaffidabile. Ma il salto, l'impensabile accade con il Natale, con la Parola che entra nel mondo e porta la vita stessa di Dio in noi. Ecco la vertigine: la vita stessa di Dio in noi. Questa è la profondità ultima del Natale. Dio in me. Destino di ogni creatura è diventare sillaba di Dio, carne intrisa di cielo, figlio. «Il cristianesimo non è rinuncia, è ingrandimento sconfinato del nostro essere» (Giovanni Vannucci).
    «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». La vita stessa è luce per gli uomini, e chi ha passato un'ora sola a vivere amore oppure ad addossarsi il pianto di un sofferente è più vicino al mistero di Dio di chi ha letto tutti i libri. Chi sa della vita sa di Dio.
    «E il Verbo si fece carne». Dio ricomincia da Betlemme. Il grande miracolo è che Dio non plasma più l'uomo con polvere del suolo, dall'esterno, come fu in principio, ma si fa lui stesso polvere plasmata, bambino di Betlemme e carne universale. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere. E se tu devi morire, anche lui conoscerà la morte.
    Da allora c'è un frammento di Logos in ogni carne, qualcosa di Dio in ogni uomo. C'è santità e luce in ogni vita.
    E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. E nessuno potrà dire: qui finisce l'uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e in quel neonato, a Betlemme, uomo e Dio sono una cosa sola.

  • Programma Natale 2015/2016

  • Giubileo Sacerdotale di Don Paolo

  • Benedizione bambinello

  • Giubileo della Misericordia

  • Natale di carità - Caritas parrocchiale

  • Sacerdote per sempre

  • Corso Biblico

  • Lunedì 7 Dicembre, ore 18.00 in Cattedrale

    locandina ordinazione 7 dicembre Copia

               Don Kenneth celebrerà la sua prima Messa nella

                               nostra comunità parrocchiale                    

                             Martedì 8 Dicembre alle ore 11,30

  • Per ricordare i nostri cari

    Lunedì 2 Novembre, COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI, le Sante Messe seguono l'orario feriale:

     

    ore 8,30 - 17,30

     

    Alle ore 15,30 presso il Cimitero di Albano, Santa Messa concelebrata dai sacerdoti del Vicariato di Albano, con la presenza delle autorità cittadine

  • Inizio Anno Pastorale 2015/2016

    Per vedere il video di inizio anno pastorale, clicca qui.

  • Le lancette dell'orologio un'ora indietro

    Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette dell'orologio dovranno essere spostate dalle ore 3 alle ore 2.

     

    SI RICORDA CHE LA S. MESSA VESPERTINA, DA DOMENICA 25 OTTOBRE,

    SARA' CELEBRATA  TUTTI I GIORNI ALLE ORE 17.30

  • Giornate Eucaristiche 2015

  • Video Ammissione agli Ordini Sacri di Pietro Larin

    Per vedere il video dell'Ammissione agli Ordini Sacri di Pietro Larin, clicca qui

  • Festa di inizio anno pastorale

  • Il Rosario Perpetuo

    rosari

  • Domenica 27 settembre, ore 18.30 in Cattedrale

    pietro larin

  • In Parrocchia... c'è posto per tutti!!!

    Le adesioni possono essere inviate per e-mail, all'indirizzo di posta elettronica seguente:

    cuoreimmacolatoalbano@outlook.it

    scegli

     

     

  • Si ricomincia!!!

    Le adesioni possono essere inviate per e-mail, all'indirizzo di posta elettronica seguente:

    cuoreimmacolatoalbano@outlook.it

    Iscrizione 15-16

  • Tanti auguri a Mons. Dante Bernini

    LXX di ordinazione sacerdotale del vescovo emerito Dante Bernini

     

    bernini Il prossimo 12 agosto 2015 ricorreranno 70 anni dall'ordinazione sacerdotale del nostro carissimo vescovo emerito S. E. Mons. Dante Bernini. L'anniversario dell'ordinazione sacerdotale è una data cara per ogni sacerdote, che in quel giorno risente per sé le parole del Signore a Israele: «Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata» (Ger 2, 2). È, ugualmente, un giorno che famigliari e amici non dimenticano e, anzi, vivono con la preghiera, il ricordo, l'affetto. Così la Chiesa di Albano vuole celebrare la scadenza giubilare suo vescovo emerito Dante. In vista di questa ricorrenza, lo scorso 9 luglio ho avuto la gioia di accompagnarlo in una visita privata al papa emerito Benedetto XVI nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo. C'erano con lui S.E. Mons. Giorgio Biguzzi, vescovo emerito di Makeni, in Sierra Leone, che tutti noi conosciamo e il nostro sacerdote d. Andrea Conocchia. L'incontro, durato ben 45 minuti, è stato davvero cordiale e affettuoso, come tra vecchi amici che si conoscono dagli anni della comune partecipazione alla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea. Sono stati ricordati gli anni dell'episcopato albanense e i rapporti con Chiesa sorella di Makeni, specialmente nelle drammatiche contingenze della guerra civile in quel Paese, sino ad oggi. Personalmente ho anche avuto modo di comunicare al Papa emerito tutta la gratitudine della nostra Chiesa di Albano nei riguardi del vescovo Dante per poi, tutti insieme, lodare il Signore. Avvicinandosi, ora, la data anniversaria desidero anzitutto ricordarla a tutti e raccomandare di elevare preghiere per il vescovo Dante: il Signore, che gli dà la gioia di rivivere nella lode il giorno della sua ordinazione sacerdotale gli conceda di esprimere nella santità della vita il mistero che ogni giorno celebra all' altare. Ai sacerdoti e in particolare ai parroci chiedo di ricordare in tutte le Sante Messe della Domenica 9 agosto p.v. il giubileo sacerdotale del vescovo emerito Dante inserendo nella Preghiera universale una speciale intenzione per lui. Uno speciale ricordo di preghiera vorremo averlo il successivo 12 agosto, soprattutto noi sacerdoti; meglio, se anche con la celebrazione della Santa Messa - poiché il giorno liturgico lo permette - utilizzando il formulario «per i sacerdoti». Questo lo suggerisco soprattutto ai sacerdoti che sono stati da ordinati dal vescovo Dante. Da tutti si potrà così anche recuperare la scadenza tradizionale del «primo giovedì del mese», che in questo agosto 2015 sarà occupato dalla festa della Trasfigurazione del Signore, pregando anche per la perseveranza di tutti noi nella vocazione sacerdotale e per il dono alla nostra Chiesa di vocazioni sacerdotali. Grato per l'attenzione riservata, tutti saluto e per ciascuno invoco la benedizione del Signore.

     

    Dalla Sede di Albano, 11 luglio 2015.                        Marcello Semeraro, vescovo

     

     

    (In foto, mons Dante Bernini in occasione della Festa Titolare della nostra Parrocchia, 28 maggio 2011) 

  • Le Sante Messe a Ferragosto

    Venerdì 14 Agosto, ore 18,00: S. Messa con valore di precetto per il giorno 15/8

    Sabato 15 Agosto: Assunzione Beata Vergine Maria

     - Sante Messe: ore 8,00 - 10,00 - 11,30

     

    N.B. La Santa Messa Vespertina - ore 18,00 - del 15/8 ha valore di precetto per il 16/8 (XX Domenica del Tempo Ordinario)

     

    Domenica 16 Agosto: XX Domenica del Tempo Ordinario

     - Sante Messa: ore 8,00 - 10,00 - 11,30

  • Solo nel mese di Agosto

    Si comunica che per tutto il mese di Agosto,

    E' SOSPESA

    la S. Messa domenicale delle ore 18,00.

     

    Restano invariati gli altri orari: ore 8,00 - 10,00 - 11,30.

    La S. Messa vespertina del sabato ha valore di precetto per la domenica seguente.

  • Una storia a lieto fine...

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  • Tanti auguri Maria Rosaria

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    Il giorno 15 Luglio 2015 presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, Maria Rosaria Desiderio

    ha conseguito la laurea in Psicologia dello Sviluppo, dell'Educazione e del Benessere.

    La comunità parrocchiale vuole farle i migliori auguri.

    Congratulazioni

  • Professione Solenne di Suor Francesca Maria

    invito per professione solenne

     

    Per consentire la partecipazione, la parrocchia sta organizzando un pulman.

     

    La partenza è prevista per le ore 15.00 di domenica 13 settembre p.v. da Piazza Paolo VI

    Il rientro è previsto per le ore 21.00 circa

     

    Quota di partecipazione  Euro 9,00 (presso la sacrestia)

  • Estrazione Biglietti Lotteria

    GUARDA IL VIDEO DELL'ESTRAZIONE:

  • Festa titolare 2015

  • Programma Festa Titolare 2015

  • Pellegrinaggio in Terra Santa e Giordania

    Giordania

  • Lotteria Festa Titolare 2015

    elenco premi per la lotteria festa Titolare 2015

  • Il giorno più bello di Sara e Saretto

    Oggi, domenica 12 Aprile 2015, tutta la comunità parrocchiale ha partecipato con gioia al matrimonio di due ragazzi, Sara e Saretto, i quali hanno voluto condividere con noi questo momento così importante. Auguriamo loro tanta felicità e serenità per il loro cammino insieme! 

     

  • Ordinazioni Sacerdotali

    25 aprile

  • Settimana Santa 2015

  • Venerdì 27 Marzo la Via Crucis di quartiere

    Via crucis

  • Concorso "Disegna un tappeto di fiori per la Madonna"

    locandina per concorso  disegna un tappetto di fiori per la madonna

     

     

  • Consegna Padre Nostro II Anno Tappa Eucaristica

    ECCO LE FOTO DELLA CERIMONIA:

  • Ecco i nuovi Ministranti

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    Domenica 8 Marzo 2015 durante la S. Messa delle ore 11,30  i

    nuovi "chierichetti" e "chierichette" sono stati presentati alla comunità

  • Venerdì 13 Marzo: 24 ore per il Signore

  • Messa in Lis

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    E' iniziata domenica 15 Febbraio, presso la nostra parrocchia, alle ore 11,30, la celebrazione della Messa in Lis (lingua italiana dei segni), espressione della

    comunità dei sordi italiani. L'iniziativa, a cura della nostra parrocchia, e dell'ufficio catechistico diocesano - settore per la catechesi alle persone disabili, diretto da don Jourdan Pinheiro, sarà ripetuta ogni seconda domenica del mese fino a giugno. I prossimi appuntamenti sono:

    Domenica 8 marzo, 12 aprile, 10 maggio e 14 giugno.

     

  • Carnevale 2015 in parrocchia

  • Quaresima 2015

    MERCOLEDI' 18 FEBBRAIO - Mercoledì delle ceneri – giornata di digiuno e astinenza

    INIZIO della QUARESIMA

    ore 08.30 - ore 17.30: S. Messa con imposizione delle ceneri

    GIOVEDI' 19 FEBBRAIO

    Inizio visita alle famiglie e benedizioni pasquali

    (dalle ore 15,00 alle ore 19,00)

    VENERDI' 20 FEBBRAIO

    ore 18,00: Via Crucis (tutti i venerdi')

    VENERDI' 27 MARZO

    ore 18,00: VIA CRUCIS di QUARTIERE, partendo da via B. Tortolini (Ariccia)

     

    BENEDIZIONE PASQUALE DELLE CASE

    E VISITA DEL PARROCO A TUTTE LE FAMIGLIE

     

    GIOVEDI' 19 FEBBRAIO: ore 15,00 – 19,00: Via Orazi e Curiazi : civ. n. 21- 25

    Via Risorgimento: civ. n. 2 – 22- 107- 109- 131

    VENERDI' 20 FEBBRAIO: ore 15,00 – 19,00: Via Risorgimento: civ. n. 17- 31-45- 85-97

    Via Virgilio: civ. n. 4

  • Un caro saluto... e un arrivederci!

     

     

                                               

    eder 1 Dopo circa un anno di apostolato nella nostra comunità, don Ever Jimenez è trasferito nella Parrocchia "Regina Mundi" in Torvaianica. Un grazie sincero per la tua presenza, per la tua disponibilità con i più piccoli e gli anziani, sempre discreta e ricca di saggi consigli; per il servizio all'Altare e per aver messo a disposizione la tua dote artistica. Ti aspettiamo nuovamente tra noi quando, a Dio piacendo, potrai celebrare la Santa Eucarestia.

    Nel frattempo accogliamo il novello diacono, don Kenneth Meneses, al quale auguriamo "buon lavoro".

     

    Domenica 15 Febbraio, durante la S. Messa dell ore 11,30, il saluto ufficiale della comunità a don Ever.

     

    Cliccando LEGGI TUTTO, le foto della S. Messa

  • Carnevale 2015

  • Riparazione Organo Chiesa

    Da alcuni giorni, l'organo, che dal 1973 anima la liturgia all'interno della nostra chiesa è sottoposto ad alcuni lavori di manutenzione. Si tratta di uno strumento costruito dalla ditta Tamburini di Crema  e ciò basta ad esaltare il valore, tanto è prestigioso il nome della fabbrica. Ha 600 canne, 2 tastiere, pedaliera, 27 placchette di registri e 10 registri reali. Pur nelle sue modeste dimensioni è un vero gioiello di arte organaria.

  • 10 Febbraio 1944

     

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  • La Festa della Pace

     

  • Calendario settimanale dall' 8 al 15 Marzo 2015

    Domenica 8 Marzo

    III Domenica di Quaresima

    ore 8.00 – 10.00 – 11.30 – 17.30: Sante Messe

    Lunedì 9 Marzo

    ore 18.00: Lectio divina

    ore 19.45: Cammino di Preparazione Cresima Adulti

  • Sabato 10 Gennaio, ore 18.30

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  • La Tessera di A.C. alla socia più longeva

    E' stata consegnata nei giorni scorsi, presso l'abitazione della associata più anziana (classe 1917), la Sig.ra Santa Di Massimo, per tutti "Lucietta", da parte del presidente parrocchiale, Pellegrino Ascione e della responsabile adulti Virginia Giorgi la Tessera dell'Azione Cattolica.
    Non è mancata qualche lacrima di commozione, certamente ricordando i tanti anni di adesione all' associazione.

     

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  • Rassegna Presepi Digitali

    • rassegna presepi
  • 1° Gennaio 2015: 48.ma Giornata della Pace

     

     

     

                                           In allegato il messaggio di Papa Francesco

                                            per la 48.ma Giornata Mondiale della Pace

                                              << NON PIU' SCHIAVI, MA FRATELLI >>

  • S. Natale 2014

  • Benedizione del "Bambinello"

     

     

    Domenica 21 Dicembre, IV di Avvento, durante la S. Messa delle ore 11,30 benedizione dei "Bambinelli" da collocare nei presepi delle nostre case

  • Natale di carità

  • La Novena di Natale

    16 dicembre: «Ecco, verrà il Re, il Signore della terra, che toglierà il giogo della nostra schiavitù». Rm 8,18-24a («Per entrare nella libertà della gloria di Dio»). Sal 124 (123),1-8 («Siamo stati liberati come un passero dal laccio dei cacciatori »). Gv 8,30-36 («Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero »).

    17 dicembre: «O Sapienza, che esci dalla bocca dell'Altissimo, ti estendi ai confini del mondo e tutto disponi con soavità e forza, vieni, insegnaci la via della saggezza». Rm 11,33-36 («O profondità della sapienza di Dio!»). Sal 37 (36),30-40 («La bocca del giusto medita la sapienza»). Lc 2,41-50 (Gesù tra i maestri nel Tempio).

  • Domenica 30 Novembre... una giornata insieme

     

  • Il tesseramento dell'Azione Cattolica

     

     Lunedì 8 Dicembre, Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, durante la S. Messa delle ore 11.30 benedizione e consegna delle tessere ai ragazzi, ai giovani e agli adulti iscritti all'Azione Cattolica Italiana

  • Le Giornate Eucaristiche

  • Festa di apertura Anno Pastorale

  • Non prendere impegni per Domenica 23 Novembre!

    DOMENICA 23 NOVEMBRE 2014

     

    Celebrazione di chiusura della Visita Pastorale

    Il vescovo mons. Marcello Semeraro presiederà la Santa Messa in occasione della chiusura della Visita Pastorale il 23 novembre 2014 alle ore 18.00 nella Basilica Cattedrale di San Pancrazio in Albano.

    In occasione di questo evento la S. Messa delle ore 17.30 in parrocchia  è sospesa

     

     

    25° Anniversario Ordinazione Sacerdotale di don Mauro Verani, già vice parroco nella nostra parrocchia negli anni '90

    La Comunità Parrocchiale partecipa con infinita gioia e profondo entusiasmo al XXV Anniversario della tua Ordinazione Sacerdotale.Possa tu essere sempre illuminato dallo Spirito Santo per  proclamare degnamente il Vangelo.In allegato la testimonianza di don Mauro pubblicata sul libro "Il Trentennio della costruzione della Chiesa nella storia di oltre quarant'anni di Attività Pastorale" (2001)

  • Calendario settimanale dal 15 al 21 Dicembre

    Lunedi' 15 Dicembre

    ore 18.00: Lectio divina

    ore 19.45: Cammino di Preparazione Cresima Adulti

     

    Martedi' 16 Dicembre

    ore 17.00: S. Rosario, Novena di Natale e S. Messa

  • In vista del Natale...

  • L'Azione Cattolica di Albano

    Gruppo Giovani di Azione Cattolica – Vicariato di Albano

    "Stai al passo!"

    Silenzio in sala, il cuore batte più forte, luci basse, ecco che parte, 1, 2, 3, 4... quattro quarti o tre ottavi, qualunque sia il tempo e il ritmo ciò che conta per non perdere il passo è cercare la sintonia con il partner e anche con le altre coppie in pista!

    Immagina tutte le emozioni in questa pista che può rappresentare lo scenario della tua vita. Avanza la paura di sbagliare, il ritmo si fa più incalzante. Poi aumenta la fiducia nel partner e i tuoi passi si fanno più sicuri.

    E' il ritmo della vita, è il tuo passo a due con il Signore.

    L'Azione Cattolica ti propone questo esercizio di fiducia nei confronti del Signore, per imparare a conoscerlo e a seguirlo, condividendo insieme questo ballo gioioso, sorprendente, nuovo e vivo. Stai al passo! 

    Contatti:

    Marta Gavi 339 8174939

    Daniele Conciatori 340 4987698

    Mario Chiarlitti 393 3097425

  • Il S. Rosario alla "Rotonda"

  • 1° e 2 Novembre: gli orari delle celebrazioni

    Venerdì 31 Ottobre, ore 17,30: S. Messa (con valore di precetto) per il giorno seguente 

    Sabato 1° Novembre, SOLENNITA' di TUTTI I SANTI

    Sante Messe ore 8,00 - 10,00 - 11,30 - 17,30   

    Domenica 2 Novembre, COMMEMORAZIONE di TUTTI I FEDELI DEFUNTI

    Sante Messe ore 8,00 - 10,00 - 11,30 - 17,30 

    Alle ore 15,30 presso il cimitero di Albano, Celebrazione Eucaristica 

     

    INDULGENZE PER I DEFUNTI - Si ha la possibilità di lucrare l'indulgenza plenaria in suffragio dei defunti, una sola volta, se confessati e comunicati, si visita una chiesa e si recitano il Padre nostro, il Credo e una preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre. Tale facoltà vale del mezzogiorno del 1° novembre a tutto il giorno successivo. Dal 1° all'8 novembre a chi visita il cimitero e prega per i defunti è concessa l'indulgenza plenaria alle solite condizioni.

     

  • Paolo VI Beato

    "Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!"

     

    Papa Francesco, 19 ottobre 2014

     

     

     

  • Cammino di preparazione vicariale"Cresima Adulti"

  • Appuntamenti con la Preghiera

    Tutti i Lunedì:

     

    ore 18.00: Lectio Divina

     

    Secondo Giovedì del mese:

     Animazione Liturgica Gruppo di Preghiera "San Pio da Pietrelcina"

     

    ore 16.30: Recita del S. Rosario

     ore 17.00: Adorazione al Santissimo Sacramento

     ore 17.30: S. Messa

     

     

    Terzo Giovedì del mese:

     Animazione Liturgica Gruppo "Ministri Straordinari della Comunione"

    ore 19.00 - 20.00: Adorazione al Santissimo Sacramento

     

    Primo Venerdì del mese:

     

    ore 17.00: recita S. Rosario

    ore 17.30: S. Messa

    ore 18.00: Adorazione Santissimo Sacramento

     

     

    Si ricorda che in chiesa è sempre presente nel Tabernacolo Gesù Eucarestia.

    Trova del tempo per adorare Gesù.

     

     

    Altri momenti di preghiera comunitaria:

     

    Recita delle Lodi: dal lunedì al sabato, durante la Santa Messa delle ore 8.30

    Recita dei Vespri: dal lunedì al venerdì, durante la Santa Messa delle ore 17.30

    Recita del Santo Rosario,tutti i giorni della settimana alle ore 17.00

     

  • Dal 26 Ottobre torna l'ora solare

    Lancette indietro di un'ora nella notte fra sabato 25 e domenica 26 ottobre. Torna infatti l'ora solare che ci accompagnerà fino al 29 marzo del 2015. Godremo così domenica di un'ora in più di sonno. Almeno per i primi giorni ci alzeremo con più luce al mattino (poi le giornate si accorceranno inesorabilmente), ma il sole se ne andrà via sempre prima alla sera, scatenando in qualcuno tristezza e malinconia.

     

    N. B. La S. Messa vespertina da Domenica 26 Ottobre sarà celebrata alle ore 17,30 con la recita del S. Rosario alle ore 17,00. Restano invariati gli orari delle altre Sante Messe.

     

    Durante le S. Messe della XXX Domenica del Tempo Ordinario, nella nostra Parrocchia si farà ricordo dell' anniversario della  Dedicazione della Chiesa

     

     

  • Paolo VI Beato - 19/10/2014

    In occasione della beatificazione del Papa Paolo VI, la comunità parrocchiale ricorda le sue parole:

  • Giornata Missionaria Mondiale e Veglia Diocesana

    "Periferie, cuore della missione" è lo slogan per la prossima Giornata Missionaria Mondiale (Gmm) 2014, scelto da Missio, Organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana. La parola "periferie" ricorre frequentemente nel magistero di papa Francesco, lui che si è presentato quasi venuto dalla fine del mondo e che ci spinge continuamente a "uscire", a creare nelle comunità le condizioni per favorire "l'inclusione", non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le "periferie esistenziali": dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai "margini" della nostra vita (ma possiamo considerarci "noi" centro?). L'esortazione apostolica "Evangelii Gaudium" (traducibile sia in "la gioia del vangelo" ma anche "la gioia di evangelizzare") può guidare le nostre parrocchie in questo anno pastorale appena avviato.

     

    Domenica 19 ottobre alle ore 19.30 presso la Cattedrale San Pancrazio in Albano, il nostro vescovo mons. Marcello Semeraro convoca la comunità diocesana in occasione della Veglia missionaria, per pregare per la liberazione dal virus EBOLA e per il mandato missionario alle Piccole Discepole di Gesù che partiranno accompagnate, appena possibile, da un gruppo di giovani per la Sierra Leone.

     

    Il tema della veglia è Periferie cuore della missione: Cristo non si è fermato con l'EBOLA

     

  • Fraternità San Pio X: notifica del vescovo

    Il nostro vescovo mons. Marcello Semeraro ha scritto una notifica in merito ai sacramenti celebrati dalla fraternità San Pio X. In allegato il testo completo

     

  • Sabato 11 Ottobre 2014: Confermati nella Fede

  • Ehi Giovane!!! Vuoi ... da Sabato 18 Ottobre

  • Il Verbale del Consiglio Pastorale

    In allegato il verbale del Consiglio Pastorale Parrocchiale tenutosi il 26 settembre u.s.

  • Auguri Nonni!

    Tanti auguri ai nostri Nonni!!!

  • Appuntamenti dal 3 al 9 Novembre

     

    Lunedì 3 Novembre

     

    ore 18.00: Lectio divina

     

     

     

     

    Mercoledì 5 Novembre

     

    ore 18.00 - 19.30: catechesi per i bambini iscritti al II° anno della Tappa Eucaristica

     

    ore 18.00: incontro per gli iscritti all'Associazione del Rosario Perpetuo

     

     

     

    Venerdì 7 Novembre (I venerdì del mese)

     

    ore 17.30: Santa Messa

     

    ore 18.00: Adorazione Eucaristica

     

     

     

    Sabato 8 Novembre

     

    ore 15.30 – 18.00: Oratorio

     

    Domenica 9 Novembre

    Sante Messe ore 8.00 - 10.00 - 11.30 - 17.30

  • Inizio anno scolastico: 10 auguri ai ragazzi

     

     

    Inizio anno scolastico: è arrivato anche quest'anno il fatidico momento.

     

    Bambini e ragazzi si preparano ad un nuovo inizio, magari in una nuova scuola, con compagni nuovi o con quelli di sempre, con mille aspettative e tanti timori riguardo a ciò che li aspetta. 

    Ecco 10 importanti auguri che vogliamo rivolgere a tutti voi! Auguri rivolti ai bambini che iniziano l'asilo nido, la scuola dell'infanzia o quella primaria e anche rivolti ai ragazzi delle scuole medie e superiori, poichè ogni momento di crescita forma il nostro essere e la nostra persona nel profondo.

     

    1- Vi auguriamo di incontrare insegnanti alla vostra altezza, in grado di guidarvi adeguatamente in questo vostro percorso di crescita, che siano capaci di valorizzare e far sbocciare i vostri talenti naturali.

  • Festa di San Francesco d'Assisi, Patrono d'Italia

    In occasione della festa di san Francesco d’Assisi ogni anno una regione d’Italia è invitata ad offrire l’olio per la lampada che arde sulla tomba del santo patrono. Il prossimo 4 ottobre saranno le Chiese del Lazio a compiere questo gesto di devozione recandosi pellegrine ad Assisi. In allegato il messaggio dei vescovi della Conferenza episcopale regionale.

  • Circolare della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sul "segno della pace".

    La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, al fine di progredire in una vera comprensione del gesto dello scambio della pace, affinché questo gesto costituisca realmente l'occasione di una nuova e intensa catechesi eucaristica tra il clero e le comunità, ha promulgato una lettera circolare sullo scambio della pace.

    Il testo è scaricabile in allegato

  • Pellegrinaggio s S. Giovanni Rotondo

    20- 21 Settembre 2014 (Sabato e Domenica)

    PELLEGRINAGGIO A S. GIOVANNI ROTONDO

    per venerare S. PIO da PIETRELCINA

     

    PROGRAMMA

    SABATO 20 SETTEMBRE

    ore 5,30: Partenza da Piazza Paolo VI (Chiesa Parrocchiale)

    ore 9,30: a POMPEI - S. Messa nel Santuario

    ore 13,30: a S. Givanni Rotondo. Sistemazione in albergo vicino al Santuario. Pranzo e breve riposo.

    ore 15,30: Visita e sosta di preghiera al Santuario di S. Michele - Monte S. Angelo.               Ritorno in albergo- cena

    ore 21,00: Paretcipazione alla Fiaccolata. Pernottamento

     

    DOMENICA 21 SETTEMBRE

     

    ore 7,30: prima colazione

    ore 8,30: concelebrazione eucaristica nella Chiesa Nuova di S. Maria delle Grazie. Segue la visita alla Nuova Chiesa

    ore 10,30: Via Crucis. Segue tempo libero per la visita ai "Ricordi" del Santo

    ore 12,30: Pranzo

    ore 15,00: partenza per il Santuario del "Santo Volto" a Manoppello (PE) 

    ore 21,00: rientro in Albano, Piazza Paolo VI

     

    QUOTA DI PARTECIPAZIONE (tutto compreso, anche le bevande): € 115,00

    CON LA PRENOTAZIONE VERSARE € 50,00

    LA RIMANENTE SOMMA € 65,00 DA VERSARE NON OLTRE IL 10 SETTEMBRE c.a.  

     

    RIVOLGERSI A Don Umberto in parrocchia o telefonare al 346 6793876

     

     

     

  • Da Domenica 17 Agosto a Domenica 14 Settembre 2014

     

     

     

    Da Domenica 17 Agosto a Domenica 14 Settembre 

    la S. Messa delle ore 10.00 non sarà celebrata.

    Restano invariati gli orari festivi delle altre S.Messe: 

                            ore 8,00 - 11,30 -  18.00

     

    _____________________________________________________________________

  • Anno Pastorale 2014-2015

    Sono aperte le iscrizioni per l'Anno Catechistico 2014/2015

     

    Tappa Eucaristica (III - IV- V elementare)

    Questo percorso di fede si articolerà in tre anni in modo da portare i bambini a una maggiore consapevolezza del dono che riceveranno e sentirsi sempre più parte integrante della comunità parrocchiale.

    Possono iscriversi i bambini frequentanti la III elementare.  

    I bambini che hanno già frequentato il primo anno del percorso di fede dovranno rinnovare l'iscrizione.

     

    Catecumenato Crismale (III media - I superiore)

    Possono iscriversi i ragazzi frequentanti la III media.

    I ragazzi che hanno già frequentato il primo anno del percorso di fede dovranno rinnovare l'iscrizione.

    Il modulo d’iscrizione si può ritirare presso l’Ufficio Parrocchiale o scaricare direttamente da questo sito, come in allegato; deve essere compilato e consegnato entro il 21 settembre 2014

     

  • Weekend Giovani - Laboratorio della Fede - 28 - 29 Giugno 2014

  • Riviviamo insieme una grande gioia!

    Continuiamo a rivedere con gioia, l'Ordinazione Sacerdotale di don Gabriele D'Annibale!

  • Don Gabriele è Sacerdote

    Abbiate

    come faro affascinante

    la faccia di Cristo

     trasparente nel voltodella Chiesa,

    e abbiate di Cristo

    l'appassionato amore

    che di Lui vi faccia imitatori, amici,

    testimoni, apostoli e servitori,

    come lo può e lo deve essere chi,

    col Sacerdozio, alter Christus sarà

    chiamato e diventerà.

                                              Paolo VI

                  don Gabriele D'Annibale

                                      Presbitero

     

                          Albano, 21 Giugno 2014

                                  xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx          

  • Festa titolare 2013 - Parrocchia Cuore Immacolato della Vergine Maria

  • Dedicazione e Inizio Anno Pastorale 2013

  • Presepe Natale 2013 - Albano Laziale - Cuore Immacolato della Vergine Maria

  • Saluto autorità, amici e regalo a don Umberto 2013

  • Messa di saluto con il Vescovo e don Umberto 2013

  • Solennità del Corpus Domini

     

     

    Giovedì 19  Giugno alle ore 18,30

    Solennità del Corpo e Sangue di Gesù Cristo

     Celebrazione Eucaristica presieduta del Vescovo Marcello Semeraro nella Basilica Cattedrale "S. Pancrazio Martire".

    A seguire la Processione che attraversando le vie della città di Albano terminerà sul sagrato della nostra Parrocchia:

    via A. De Gasperi, via Cavour, viale L. Scalchi, via M. D' Azeglio, Piazza Paolo VI.

    Siamo invitati tutti a partecipare soprattutto i bambini che quest'anno hanno ricevuto per la prima volta l'Eucarestia. L'appuntamento per loro è sul sagrato del Duomo per le ore 19,15 con l'abito bianco della cerimonia.

  • Ordinazione Sacerdotale di don Gabriele D'Annibale

    don Gabriele presiederà la Celebrazione Eucaristica

    presso la nostra Parrocchia

    DOMENICA 22 GIUGNO alle ore 11,30

  • Lotteria Festa Titolare 2014: i biglietti vincenti

    I premi devono essere ritirati in Chiesa entro 30 giorni dalla data

    dell'estrazione, esibendo il biglietto vincente.

  • Festa Titolare 2014

  • Diaconato Ever Jimenez

  • Appuntamenti settimanali dal 5 al 10 Maggio

    Mercoledì 7 Maggio – ore 18.00   S. Messa e Giuramento Ecclesiastico dell’accolito Ever Jimenez (il Giuramento Ecclesiastico è uno degli appuntamenti che precedono l'ordinazione diaconale. Nel corso di questo momento, l’ordinando diacono consegna una dichiarazione, redatta e firmata di proprio pugno, nella quale attesta che intende ricevere il Sacro Ordine spontaneamente e liberamente e che si dedicherà per sempre al ministero ecclesiastico)                                                                      

    A seguire Adorazione Eucaristica per le vocazioni sacerdotali

     

  • S. Pasqua 2014

    PROGRAMMA CELEBRAZIONI  DELLA SETTIMANA SANTA  

    Domenica delle Palme:                                                  

    S. Messe: 8.00; 10.00; 11.30; 18.00

     

    Benedizione delle Palme                                        

    Sabato alle ore 18.00 (in Chiesa)

    Domenica alle ore 11.30 (presso il Crocifisso situato tra viale Luciano Scalchi e via Risorgimento - di fronte ACI)

  • Venerdì 11 Aprile la Via Crucis per le Vie del Quartiere

  • Premi in palio per la Festa Titolare

  • Torna l'ora legale

    Da Domenica 30 Marzo torna l'ora legale. Dovremmo mandare avanti le lancette di un'ora. La novità più importante in parrocchia è che

    la S. Messa Vespertina sarà celebrata alle ore 18,00.

    Restano invariati gli orari delle altre Celebrazioni:

    FERIALE: 8,30  -  18,00

                                                     FESTIVO: 8,00 - 10,00 - 11,30   -   18,00

  • Quaresima 2014: gli appuntamenti

  • 450° anniversario delle Monache Agostiniane

    SITO: http://www.monacheagostinianesantiquattrocoronati.it/

  • Quaresima 2014

     

    MERCOLEDI' 5 MARZO

    inizia il Tempo di Quaresima

    con il rito dell'imposizione delle Ceneri

    durante le Sante Messe delle ore 8,30 e delle 17,30

    Da GIOVEDI' 6 MARZO

     BENEDIZIONE PASQUALE DELLE CASE E

    VISITA DEL PARROCO A TUTTE LE FAMIGLIE

    - In allegato il programma dettagliato della visita -

     

  • Arriva il Carnevale... Anche per gli adulti!

  • Conferimento Accolitato ad Ever Jimenez

     

    Domenica 16 Febbraio 2014 presso la Cattedrale di Albano, alle ore 18.00 il nostro Vescovo Mons. Marcello Semeraro conferirà al carissimo seminarista Ever Jimenez  il Ministero dell'  Accolitato.

    Tutta la Comunità parrocchiale è invitata a pregare e a partecipare

  • Una doppia gioia

  • Arriva il Carnevale

  • Calendario Attività Pastorali

    In allegato il calendario delle attività pastorali

  • Verbale Consiglio Pastorale del 31 Gennaio 2014

    In allegato il verbale del Consiglio Pastorale Parrocchiale del 31 Gennaio 2014

  • Per non dimenticare

  • La Giornata del Malato

    Martedì 11 Febbraio, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, in occasione della  XXII Giornata Mondiale del Malato, il cui tema quest'anno è "Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" ( 1 Giovanni 3, 16) durante la S. Messa delle ore 17, 30 sarà conferito il Sacramento dell' unzione degli infermi.

    Per maggiori informazioni ci si rivolga in sacrestia.

  • Papa Paolo VI e Patriarca Atenagoras

    https://www.youtube.com/watch?v=Jd9eYlLCWuw&feature=youtu.be

  • Incontro Papa Paolo VI e Patriarca Atenagoras

    https://www.youtube.com/watch?v=Jd9eYlLCWuw&feature=youtu.be

  • Festa della Pace 2014

  • Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani

    PER VISUALIZZARE IL VIDEO CLICCA QUI.

  • Convocazione Assemblea dei Consigli Parrocchiali

    Il giorno 31 gennaio 2014  alle  ore 19.00 è convocata la riunione del

    Consiglio Pastorale Parrocchiale e Consiglio Affari Economici con

    all'ordine del giorno:

    1 - Festa Patronale 2014

    2 - Varie ed eventuali

  • 1 Gennaio 2014: Maria Santissima Madre di Dio

    Commento al Vangelo nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

    Lc  2, 16 - 21

     

    Dalla tenerezza della Madre di Dio, Maria Santissima, nasce la pace per tutti, perché Maria, per opera dello Spirito Santo, ha dato al mondo il principe della pace, Gesù redentore dell'umanità. In questo primo giorno dell'anno due sono i temi della liturgia con la quale diamo il primo passo nell'anno nuovo, appena iniziato: Maria, Madre di Dio e la Giornata Mondiale della Pace, in termini progressivi è la 47esima.

    Nel riflettere e meditare sulle due tematiche, iniziamo dalla prima e più importante celebrazione della Giornata odierna, che è la Madre di Dio, la Regina della Pace.

    La Chiesa, infatti, seguendo una antica tradizione, consacra il primo giorno dell'anno civile alla Vergine Maria, chiamandola con il titolo sorprendente di: "Madre di Dio". Meditando sul mistero del Dio fatto uomo, la Chiesa è arrivata, dopo secoli, a riconoscere che la madre di Cristo può anche essere chiamata, a pieno titolo, "Madre di Dio". Fu il Concilio di Efeso, nell'Asia Minore, nell'anno 431 a proclamare questa verità di fede. La proclamazione di questo dogma mariano fu accolto con entusiasmo dal popolo cristiano. Questo titolo ha una sua importanza teologica, spirituale e pastorale, anche se questo titolo non lo troviamo scritto nei Vangeli o nel Nuovo Testamento più in generale. Nei vangeli, infatti, la più normale ed accreditata espressone "la Madre di Gesù", dice tutta la verità sulla figura e la missione di Maria nei confronti di Gesù, Figlio di Dio e della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, ha dedicato il settimo capitolo alla Madonna. In esso leggiamo: "Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, «quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, nato da una donna... per fare di noi dei figli adottivi» (Gal 4,4-5), «Egli per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo da Maria vergine». Questo divino mistero di salvezza ci è rivelato e si continua nella Chiesa, che il Signore ha costituita quale suo corpo e nella quale i fedeli, aderendo a Cristo capo e in comunione con tutti i suoi santi, devono pure venerare la memoria «innanzi tutto della gloriosa sempre vergine Maria, madre del Dio e Signore nostro Gesù Cristo». Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e Redentore. Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, ed è perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo; per il quale dono di grazia eccezionale precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme però, quale discendente di Adamo, è congiunta con tutti gli uomini bisognosi di salvezza; anzi, è «veramente madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra». Per questo è anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità; e la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come madre amatissima. (LG, nn.52-53).

    L'altro argomento odierno è la Giornata mondiale della pace e per la ricorrenza Papa Francesco ha scritto ed inviato a tutti gli uomini di buona volontà il suo primo messaggio da Vescovo di Roma per tale giornata speciale, sul tema "La fraternità, fondamento e via della pace", nel quale leggiamo testualmente: "La fraternità ha bisogno di essere scoperta, amata, sperimentata, annunciata e testimoniata. Ma è solo l'amore donato da Dio che ci consente di accogliere e di vivere pienamente la fraternità.... Maria, la Madre di Gesù, ci aiuti a comprendere e a vivere tutti i giorni la fraternità che sgorga dal cuore del suo Figlio, per portare pace ad ogni uomo su questa nostra amata terra".

    Questa pace, trova le sue motivazioni più profonde nel mistero della divina rivelazione e redenzione.

    Nella prima lettura di oggi, ci giungono alle nostre orecchie per essere assimilate, le parole del Libro dei Numeri: è la celebre preghiera di benedizione del popolo d'Israele, il cui nucleo centrale dell'orazione è appunto la pace che viene da Dio. Una pace luminosa, senza ostacoli e senza alcuna macchia ed imperfezione, in quanto è nel cuore stesso di Dio questa pace che Egli dona al mondo ed al genere umano.

    Nella seconda lettura di oggi, tratta dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati, il tema della pace è incentrato sulla venuta di Cristo sulla terra, nella pienezza dei tempi, come è definita la stagione in cui il Cristo è stato con nella sua umanità e divinità, congiunte nell'unità della sua persona. In questo tempo di grazia, dalla nascita, attraverso la sua passione, morte e risurrezione, Gesù Cristo ha rivelato il vero volto di Dio, che è quello della misericordia e del perdono.

    Ed infine il brano del Vangelo secondo Luca, in cui si rivivono i momenti più belli della nascita del messia.

    Stupirsi delle meraviglie che il Signore compie ogni giorno della nostra vita: stupenda è l'opera della creazione, più stupenda è l'opera della Redenzione. E davanti al Redentore dell'uomo, Gesù Bambino, concepito nel grembo verginale di Maria, lo stupore e la meraviglia, trovano la vera ragion d'essere e la motivazione più profonda per continuare a meravigliarsi di quanto abbiamo avuto, abbiamo ed avremo dalle mani sapienti del Creatore e dalla Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del Redentore.

    E con la preghiera della Colletta di questa solennità della Madre di Dio, ci rivolgiamo a Maria in questo primo giorno dell'anno 2014, che il Signore ci dona per fare il bene e camminare nella perfezione della carità verso Dio e verso i fratelli, avendo come modello di vita la tenerezza e la dolcezza della Regina della Pace: "Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono".

  • 29 Dicembre: Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

    Commento al Vangelo della

    Domenica della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

    Mt 2, 13-15. 19-23  Anno A

     

    "Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre". Queste sagge parole, comprese nella prima lettura di oggi (Siracide 3,3-7), spiegano il quarto comandamento, "Onora il padre e la madre", relativo ai doveri dei figli. E quelli dei genitori, verso i figli e tra di loro? Viene in proposito questa domenica, che celebra la famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.

    Premettiamo: la celebrazione del Natale è accompagnata da altre che invitano a considerare le sue tante valenze. Le domeniche di Avvento hanno parlato della fedeltà di Dio, il quale ha mantenuto la promessa di mandare agli uomini un liberatore; mercoledì sarà una festa di fede, non perché è capodanno ma perché, di quel Liberatore, si onora la Madre; l'Epifania punterà l'attenzione sul fatto che Egli è venuto nel mondo non per restarvi nascosto ma per farsi conoscere da tutti gli uomini. Questa domenica è dedicata a considerare che, fattosi uomo, il Figlio di Dio ha voluto avere una famiglia umana.

    Per riflettere sulla famiglia in cui è nato, la liturgia propone quest'anno l'episodio della fuga in Egitto: saputo che il re Erode cercava il bambino per ucciderlo (e allo scopo, si sa, il tiranno non esitò a far mettere a morte tutti gli innocenti neonati di Betlemme), Giuseppe prende la sposa e il bambino e li porta al sicuro "all'estero", dove rimane sino a quando non potrà riportarli nella sua casa di Nazaret.

    Una famiglia tribolata, quella scelta da Gesù: dapprima un decreto del governo romano costringe Giuseppe a lasciare il suo paese per affrontare un lungo viaggio, con la sposa che, quasi al termine della gravidanza, non è certo nelle migliori condizioni per sostenerne i disagi. Giunti a Betlemme, non trovano di meglio che far nascere il bambino in una stalla; neppure il tempo di rimettersi, ed ecco la necessità di fuggire, con tutte le incognite, le paure e i problemi dell'andare verso l'ignoto. Una famiglia tribolata, che richiama tante altre situazioni anche del nostro tempo: dai profughi del Darfur costretti da anni alla paura sotto una tenda nel deserto, agli emigranti costretti a separarsi dai loro cari, e magari annegati nel Mediterraneo prima ancora di raggiungere la meta; dai perseguitati e incarcerati sotto regimi tirannici, ai genitori straziati dal non avere di che nutrire i loro bambini. Gesù ha assunto l'umanità, anche partecipando a tutti i suoi dolori.

    La famiglia di Nazaret richiama inoltre le tante famiglie disastrate per mali cui soggiacciono non per volontà esterne, ma solo per l'egoismo di uno o di entrambi i coniugi: l'egoismo di chi pensa a sé, accantonando attenzione, comprensione, pazienza; l'egoismo di chi chiude gli occhi e il cuore davanti alle sofferenze che provoca, in particolare nei figli; l'egoismo di chi rinuncia a intendere l'amore nel suo significato più profondo. Gesù ha voluto nascere in una famiglia, anche per richiamare il valore dell'amore autentico, di un uomo e una donna tra loro e verso i figli. E nella famiglia di Nazaret si può comprendere che cosa motiva e sostiene l'amore: la ricerca della volontà di Dio, l'accoglienza del suo progetto su di loro, che malgrado le apparenze è sempre e soltanto un progetto d'amore. Maria e Giuseppe hanno saputo affrontare oscurità e difficoltà, nella convinzione di rispondere così alla volontà di Dio, certi che Egli tutto orienta al bene, anche se ai loro umani e dunque limitati orizzonti non sempre era immediatamente chiaro. Gesù ha voluto avere una famiglia, anche per proporla come modello a tutte le altre.

  • 25 Dicembre: Natale del Signore

    Commento al Vangelo nella Solennità del Natale del Signore

     

    Ci siamo preparati, abbiamo percorso il sentiero dell'avvento, abbiamo lasciato che la Parola ci conducesse, che illuminasse questi tempi fragili, questi momenti inquieti, che ci donasse una speranza ora che tutti usano parole forti come crisi, fallimento, sacrifici... I profeti, Il Battista, Maria e Giuseppe,  sono stati per noi messaggeri autentici e tosti, ci hanno presi per mano e accompagnati alla grotta, a qualche metro. Ora tocca a noi.

    Siamo qui con il desiderio di non essere semplici spettatori di un presepe finto. No, noi vogliamo buttarci dentro il presepe che è la nostra vita. Andiamo insieme incontro al Signore che viene: buttiamoci dentro la Parola,  che ci rende contemporanei di Gesù. Luca ci tiene a farci capire che non ci sta raccontando una pia favoletta, ma un evento storico ben situato, con delle coordinate che tutti sono in grado di intendere e riconoscere. Dio ha davvero deciso di fare un dono al mondo; e l’angelo messaggero che annuncia ai pastori questo dono di Dio: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

    Parto da questo ultima frase: “Questo per voi il segno: “Troverete un bambino  avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia…”. Questo è il segno: l’abbassamento totale di Dio. Il segno è che, questa notte, Dio si è innamorato della nostra piccolezza e si è fatto tenerezza, tenerezza verso ogni fragilità, verso ogni sofferenza, verso ogni angoscia, verso ogni ricerca, verso ogni limite. Dio fatto tenerezza, Dio che accarezza la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza».

    Dice l’angelo: “questo bambino avvolto in fasce è  salvatore, che è il Cristo Signore.” Se ogni bambino che nasce è portatore di speranza, se ad ogni bambino Dio dà una vocazione e cioè un compito, una missione, a questo bambino Dio ha consegnato un compito unico: di essere ‘salvatore’. Ma che cosa significa questa piccola parola: ‘salvatore’? Quando il popolo di Dio era schiavo in Egitto, la salvezza era la liberazione dalla schiavitù; quando era in esilio in Babilonia la salvezza era il ritorno in patria; per un malato la salvezza è la guarigione, per un disoccupato è il lavoro. Tante necessità, tante diverse forme di salvezza. In Gesù Cristo, Dio si è fatto vicino a noi; così vicino che il suo nome è ‘Emmanuele’ cioè: Dio con noi. Reciprocamente questo significa che la nostra vita, la vita di ciascuno può diventare una ‘vita con Dio’. Che Dio sia con noi è dono gratuito della sua bontà ed è un dono offerto a tutti, nessuno escluso.

    Il profeta Isaia che questa notte ci annuncia che “il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce (Is 9, 1 ), “Dite agli smarriti di cuore: non temete! Ecco il vostro Dio. Egli viene a salvarvi” (Is 35, 4). Questa espressione del profeta è rivolta a coloro che, nel lungo esilio, avevano perso ogni fiducia. Proprio a questo popolo scoraggiato e confuso, il profeta annuncia una profonda trasformazione, non dovuta ad uno sforzo di volontà, ma grazie a un dono che ricrea l’animo e fa rifiorire la vita.  Diversi tipi di tenebre offuscano oggi  la nostra vita personale e sociale., Potremmo chiamarle le tenebre costituite da una cultura, da una mentalità che, avendo perso i valori più alti, non trova più in sé neppure la forza per riorientarsi e per smascherare , per superare e contrastare le aberrazioni sociali. L’oscurità che ne deriva genera smarrimento. Abbiamo bisogno di luce; abbiamo bisogno di orientamento.

     

    Ancora una volta, le parole dell’angelo mi colpisce: Non temere. Lo dice a Maria, lo dice a Giuseppe, lo dice ai pastori... lo ripete a tutti: non temete. Quello che ci porta il Natale è e deve essere il desiderio di reagire, di darci un tono, per superare ogni crisi, ogni depressione, ogni pesantezza e pigrizia. La festa del Natale è la festa della partecipazione: Dio ha partecipato alla nostra storia, ha voluto mischiarsi con essa, e - attraverso di essa - con quella di ciascuno di noi. Partecipare alla rinascita della speranza: ecco l'impegno che ci vogliamo prendere a Natale. Affinchè il Natale non sia solo la festa dove "siamo tutti più buoni", ma la festa dove "siamo tutti più umani, tutti più responsabili, tutti più attivi, tutti più vivi...". Non sprechiamo i nostri incontri: ognuno di noi  può diventare una porta che si apre al riconoscimento dell'altro, così come Dio lo  è, senza giudizi o preconcetti.

    L’inno che chiude il vangelo di questa notte: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama.” Questo significa che la nascita di Gesù permette alla mia vita, alla vostra vita, alla vita di ogni uomo di svilupparsi in un modo tale da diventare motivo di gloria per Dio e forza di pace tra gli uomini. Questo è naturalmente il mio augurio di buon Natale.

                                                                                         don Paolo Palliparambil

  • Natale 2013

    “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato.

     

    Domenica 22 dicembre:  Nella messa delle ore 11.30 benedizione del “Bambinello” per il presepe in famiglia.

    Martedì 24 dicembre:  ore 23.50: NATALE DEL SIGNORE - MESSA DELLA NOTTE

  • 22 Dicembre - IV Domenica di Avvento

    Commento al Vangelo della IV Domenica di Avvento

    Mt 1, 18-24  Anno A

     

    In questa quarta domenica di Avvento il Vangelo di san Matteo narra come avvenne la nascita di Gesù ponendosi dal punto di vista di san Giuseppe. Egli era il promesso sposo di Maria, la quale, "prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo". Il Figlio di Dio, realizzando un'antica profezia, diventa uomo nel grembo di una vergine, e tale mistero manifesta insieme l'amore, la sapienza e la potenza di Dio in favore dell'umanità ferita dal peccato. San Giuseppe viene presentato come "uomo giusto", fedele alla legge di Dio, disponibile a compiere la sua volontà. Per questo entra nel mistero dell'Incarnazione dopo che un angelo del Signore, apparsogli in sogno, gli annuncia: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Abbandonato il pensiero di ripudiare in segreto Maria, egli la prende con sé, perché ora i suoi occhi vedono in lei l'opera di Dio.

    «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa». In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all'educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello».

    Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all'episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento. E' accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

    Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio. Giuseppe è "custode", perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. "In lui vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

    Un'ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d'animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all'altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!" (papa Francesco)

    Nei momenti difficili della vita di Giuseppe (prendere Maria in sposa, fuga in Egitto, risalita dall'Egitto stesso) c'è sempre lo stesso schema: vede in sogno, si sveglia e parte! Vuol dire che sa di stare con tutto se stesso nel mistero, ma che non ha mai preteso di dire a Dio cosa fare, non si è mai "scandalizzato"di Dio e così ne ha potuto costatare la fedeltà e toccare con mano i prodigi. Ma come faceva? Forse la risposta è facile: prendeva sul serio Dio! Giuseppe, senza chiacchiere, ma con la vita, faceva la sua professione di fede e annunciava che lui al Signore ci credeva, che la Parola di Dio vale più di quello che vedo con gli occhi.

    Così come Maria, la Vergine che concepisce per la potenza di Dio, sa dire il suo "Sì" generoso, umile, totale. Anche per noi: Dio dice "sì" all'uomo, l'uomo è chiamato a realizzarsi e a salvarsi, dicendo il suo "sì" a Dio. Così è un "buon Natale":

     
  • Natale 2013: i Presepi in Parrocchia

    http://www.youtube.com/watch?v=7MfGH56skMk&feature=youtu.be

  • 15 Dicembre - III Domenica di Avvento - Gaudete

    Commento al Vangelo della III Domenica di Avvento - Gaudete

    Mt  11,  2-11  Anno A

     

    «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo at­tenderne un altro?». Gran­de domanda che permane intatta: perseveriamo die­tro il Vangelo o cerchiamo altrove?

    Giovanni è colto dal dub­bio, eppure Gesù non per­de niente della stima im­mensa che nutre per lui: «È il più grande!» I dubbi non diminuiscono la statura di questo gigante dello spirito. Ed è di conforto per tutti i nostri dubbi: io dubito, e Dio continua a volermi be­ne. Io dubito, e la fiducia di Dio resta intatta.

    Sei tu? Gesù non risponde con argomentazioni, ma con un elenco di fatti: cie­chi, storpi, sordi, lebbrosi, guariscono, si rimettono in cammino hanno una se­conda opportunità, la loro vita cambia .

    Dove il Signore tocca, por­ta vita, guarisce, fa fiorire.

    La risposta ai nostri dubbi è semplicemente questa: se l'incontro con Lui ha prodotto in me frutti buoni (gioia, coraggio, fiducia nel­la vita, apertura agli altri, speranza, altruismo). Se in­vece non sono cambiato, se sono sempre quello di prima, vuol dire che sto sba­gliando qualcosa nel mio rapporto con il Signore.

    I fatti che Gesù elenca non hanno trasformato il mon­do, eppure quei piccoli se­gni sono sufficienti perché noi non consideriamo più il mondo come un malato inguaribile. Gesù non ha mai promesso di risolvere i pro­blemi della storia con i miracoli. Ha promesso qual­cosa di più forte ancora: il miracolo del seme, la laboriosa costanza del seme. Con Cristo è già iniziato, ma come seme che diventerà albero, un tutt'altro modo di essere uomini. Un seme di fuoco è sceso dentro di noi e non si spegne.

    Sta a noi ora moltiplicare quei segni (voi farete segni ancora più grandi dei miei),

    mettendo tempo e cuore nell'aiutare chi soffre, nel curare ogni germoglio che spunta, come il contadino:

    Guardate l'agricoltore: egli aspetta con costanza il pre­zioso frutto della terra (Giacomo, II lettura). La fede è fatta di due cose: occhi che sanno vedere oltre l'inver­no del presente, e la spe­ranza laboriosa del conta­dino. Fino a che c'è fatica c'è speranza.

    Beato chi non trova in me motivo di scandalo. Gesù portava scandalo e lo por­ta oggi, a meno che non ci facciamo un Cristo a nostra misura e addomestichiamo il suo messaggio: non stava con la maggioranza, ha cambiato il volto di Dio e le regole del potere, ha messo la persona prima della leg­ge e il prossimo al mio pa­ri. E tutto con i mezzi pove­ri, e il più scandalosamen­te povero è stata la croce.

    Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici, di fronte a tutti i mali del mondo. Beato chi lo sente come picco­lo e fortissimo seme di lu­ce, goccia di fuoco che vive e geme nel cuore dell'uo­mo. Unico miracolo di cui abbiamo bisogno.

     
  • 8 Dicembre - II Domenica di Avvento - Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

    Commento al Vangelo della II Domenica di Avvento

    Solennità Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

    Anno  A  Lc.  1, 26-38

    Il Vangelo di Luca sviluppa il racconto dell'annuncio a Maria come la zoomata di una cinepresa: parte dall'immensità dei cieli, restringe progressivamente lo sguardo fino ad un piccolo villaggio, poi ad una casa, al primo piano di una ragazza tra le tante, occupata nelle sue faccende e nei suoi pensieri.

    L'angelo Gabriele entrò da lei. È bello pensare che Dio ti sfiora, ti tocca nella tua vita quotidiana, nella tua casa. Lo fa in un giorno di festa, nel tempo delle lacrime oppure quando dici a chi ami le parole più belle che sai.

    La prima parola dell'angelo non è un semplice saluto, dentro vibra quella cosa buona e rara che tutti, tutti i giorni, cerchiamo: la gioia. «chaire, rallegrati, gioisci, sii felice». Non chiede: prega, inginocchiati, fai questo o quello. Ma semplicemente: apriti alla gioia, come una porta si apre al sole. Dio si avvicina e ti stringe in un abbraccio, viene e porta una promessa di felicità.

    La seconda parola dell'angelo svela il perché della gioia: sei piena di grazia. Un termine nuovo, mai risuonato prima nella bibbia o nelle sinagoghe, letteralmente inaudito, tale da turbare Maria: sei colmata, riempita di Dio, che si è chinato su di te, si è innamorato di te, si è dato a te e tu ne trabocchi. Il suo nome è: amata per sempre. Teneramente, liberamente, senza rimpianti amata.

    Piena di grazia la chiama l'angelo, Immacolata la dice il popolo cristiano. Ed è la stessa cosa. Non è piena di grazia perché ha detto "sì" a Dio, ma perché Dio ha detto "sì" a lei prima ancora della sua risposta. E lo dice a ciascuno di noi: ognuno pieno di grazia, tutti amati come siamo, per quello che siamo; buoni e meno buoni, ognuno amato per sempre, piccoli o grandi ognuno riempito di cielo.

    La prima parola di Maria non è un sì, ma una domanda: come è possibile? Sta davanti a Dio con tutta la sua dignità umana, con la sua maturità di donna, con il suo bisogno di capire. Usa l'intelligenza e poi pronuncia il suo sì, che allora ha la potenza di un sì libero e creativo.

    Eccomi, come hanno detto profeti e patriarchi, sono la serva del Signore. Serva è parola che non ha niente di passivo: serva del re è la prima dopo il re, colei che collabora, che crea insieme con il creatore. «La risposta di Maria è una realtà liberante, non una sottomissione remissiva. È lei personalmente a scegliere, in autonomia, a pronunciare quel "sì" così coraggioso che la contrappone a tutto il suo mondo, che la proietta nei disegni grandiosi di Dio» (M. Marcolini).

    La storia di Maria è anche la mia e la tua storia. Ancora l'angelo è inviato nella tua casa e ti dice: rallegrati, sei pieno di grazia! Dio è dentro di te e ti colma la vita di vita.

  • 1° Dicembre - I Domenica di Avvento

    Commento al Vangelo della I Domenica di Avvento

    Mt  24,  37- 44  Anno A

     

    Inizia l'«Avvento», un ter­mine latino che significa avvicinarsi, camminare verso... Tutto si fa più prossimo, tutto si rimette in cam­mino e si avvicina: Dio, noi, l'altro, il nostro cuore profon­do.

    L'avvento è tempo di strade. L'uomo d'avvento è quello che, dice il salmo, ha sentieri nel cuore, percorsi dai passi di Dio, e che a sua volta si mette in cammino: per risco­prirTi nell'ultimo povero, ritrovarTi negli occhi di un bimbo, vederTi piangere le la­crime nostre oppure sorride­re come nessuno (D.M. Turol­do).

    L'avvento è tempo di atten­zione. Il Vangelo ricorda i giorni di Noè, quando «nei giorni che precedettero il di­luvio gli uomini mangiava­no e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla». Alimentar­si, sposarsi sono azioni della normalità originaria della vi­ta. Sono impegnati a vivere, a semplicemente vivere. Con il rischio però che la routine non faccia avvertire la straor­dinarietà di ciò che sta per accadere: e non si accorsero di nulla. Loro, del diluvio; noi, dell'occasione di vita che è il Vangelo. Lo senti che ad o­gni pagina Gesù ripete: non vivere senza mistero! Ti pre­go: sotto il familiare scopri l'insolito, sotto il quotidiano osserva l'inspiegabile. Che o­gni cosa che diciamo abitua­le, possa inquietarti (B. Bre­cht).

    I giorni di Noè sono i giorni della superficialità: «Il vizio supremo della nostra epoca è di essere superficiale» (R. Pa­nikkar). Invece occorre l'at­tenzione vigile delle senti­nelle, allora ti accorgi della sofferenza che preme, della mano tesa, degli occhi che ti cercano e delle lacrime si­lenziose che vi tremano. E dei mille doni che i giorni reca­no, delle forze di bontà e di bellezza all'opera in ciascu­no, ti accorgi di quanta luce, di quanto Dio vive in noi: «Il vostro male è di non rendervi conto di quanto siete belli!» (Dostoewski).

    Avvento: tempo per attende­re, perché qualcosa o qual­cuno manca. Come i soldati romani detti «desiderantes» che, riferisce Giulio Cesare, attendevano vegliando sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all'accampa­mento dopo la battaglia. At­tendere è declinazione del verbo amare.

    Avvento: tempo per desidera­re e attendere quel Dio che viene, dice il Vangelo di oggi, con una metafora spiazzan­te, come un ladro. Che viene nel tempo delle stelle, in si­lenzio, senza rumore e clamore, senza apparenza, che non ruba niente e dona tut­to. Si accorgono di lui i desi­deranti, quelli che vegliano in punta di cuore, al lume delle stelle, quelli dagli occhi profondi e trasparenti che sanno vedere quanto dolore e quanto amore, quanto Dio c'è, incamminato nel mon­do. Anche Dio, fra le stelle, co­me un desiderante, accende la sua lucerna e attende che io mi incammini verso casa.

  • Un doveroso ringraziamento

  • 24 Novembre - Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

    Commento al Vangelo della XXXIV Domenica del Tempo Ordinario

    Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

    Lc  23, 35 - 43   Anno C

     

    Questa domenica è una domenica speciale, per due motivi fondamentali. E' l'ultima domenica dell'anno liturgico dedicata a Gesù Re dell'Universo ed è la domenica conclusiva dell'Anno della fede, indetto da Papa Benedetto XVI (attuale Papa emerito) ed aperto ufficialmente il 12 ottobre dello scorso anno, che si conclude oggi con la solenne celebrazione eucaristica in San Pietro, presieduta da Papa Francesco. Per l'uno e l'altro motivo questa domenica ci coinvolge personalmente e ecclesialmente su un concetto essenziale della fede: Cristo, Re dell'Universo, il Salvatore e il Redentore dell'uomo, l'alfa e l'omega, l'inizio e il termine di ogni cosa esistente nel tempo e nell'eternità.

    La domanda che i soldati e uno dei due malfattori inchiodati alla croce come Gesù rivolgono a Lui, con rabbia, sfidandolo, mettendolo alla prova e deridendolo pubblicamente, è chiara: "Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi e poi crederemo in Te". La salvezza che si attendono da Gesù Crocifisso, il Re dei Giudei appeso al più infamante dei patiboli, era quella fisica, dalla morte corporale, dal dolore.

    Gesù non salva da questa esperienza della croce né se stesso, né gli altri, in quanto è lì a fare la volontà del Padre e a portare a compimento l'opera della redenzione, paradossalmente, proprio attraverso la croce e il dolore più grande per un uomo. L'aveva chiesto al Padre nell'orto del Getsemani, quando vedendo davanti a se tutto il dramma della sofferenza, chiede, per tre volte, di liberarlo dall'atroce supplizio della morte in croce, dal calice amaro della passione. Ma la storia personale di questo singolare Re, non secondo i cliché del potere di ieri e di sempre, si conclude con il patibolo, pur essendo innocente, pur essendo, diversamente da altri Re della terra che nella storia hanno sperimentato la morte violenta, il Figlio di Dio, Colui che era passato nel mondo beneficando tutti, sanando e guarendo, nel corpo e nello spirito, le persone. Era il Re mite ed umile, nato da una famiglia povera, nato povero, vissuto povero, morto più povero che mai, addirittura appeso al legno della Croce. La regalità di Cristo è espressa in questo atto di amore supremo per l'uomo. Per questa umanità, Egli non disdegna di offrirsi sulla croce per noi, fino a versare l'ultima goccia del suo sangue innocente e immacolato per l'umanità. Egli è il Re dei Giudei e di tutti, come sintetizza l'iscrizione posta sul suo capo, per disposizione di Pilato. La sua signoria e regalità ingloba tutti gli uomini e tutte le religioni, tutti i credi e tutte le nazioni. Muore nella città santa, Gerusalemme, la città della pace e della riconciliazione, muore su un monte, il Calvario, e da questo singolare trono esercita la sua regalità con l'Amore, con la sofferenza, con il perdono, con la sete di giustizia che estinguerà con la sua morte, dicendo con una sintetica espressione dalla sua bocca "Tutto è compiuto".

    Un Re che non lascia in sospeso il suo programma politico e di governo, il suo progetto economico, il suo piano di risanamento e di rinascita della gente. Egli porta a compimento ogni cosa, perché in Lui c'è la linea di demarcazione chiara tra il bene e il male, tra la salvezza e la perdizione, come ricordiamo nella preghiera iniziale, la colletta, di questa celebrazione: "O Dio Padre, che ci hai chiamati a regnare con te nella giustizia e nell'amore, liberaci dal potere delle tenebre; fa' che camminiamo sulle orme del tuo Figlio, e come lui doniamo la nostra vita per amore dei fratelli, certi di condividere la sua gloria in paradiso".

    Gesù ci chiama a regnare con Lui con il potere e l'esercizio dell'amore, mettendo da parte ogni odio, violenza, ingiustizia, offesa, dittatura della mente e del cuore, lo strapotere di ogni forza devastante del Dio denaro e del godimento materiale. Egli ci invita a regnare con Lui dalla Croce, con la carità che si fa servizio e attenzione verso gli ultimi e i più bisognosi di questo pazzo mondo, folle al punto tale che non sa più differenziare il vero bene dal vero male.

    Gesù il Redentore, discendente della stirpe di Davide, unto e consacrato re non del solo popolo eletto ma di tutto l'universo, è stato scelto ed inviato dal Padre nel mondo per ridare vita vera e la felicità senza fine all'umanità immersa nel peccato e nelle tenebre, come ci ricorda l'Apostolo Paolo nel brano della seconda lettura della liturgia odierna, tratto dalla sua lettera ai Colossesi.

    La missione di Cristo di redenzione del genere umano, si comprende alla luce dell'identità del Cristo stesso.

    Chi sei tu, Gesù, ci domandiamo oggi, come fecero tanti tuoi discepoli dubbiosi che pure ti avevano conosciuto, seguito ed erano presenti ai piedi del Calvario?

    Se tu sei il Cristo, facci scendere dalle nostre croci e noi crederemo in te.

    Per aiutarci a capire quale sia l'identità del Cristo, Paolo fissa in una delle pagine più belle e significative della sua Cristologia, la persona di Gesù. Questi è il Cristo in cui crediamo, che amiamo, che adoriamo, che aspettiamo nella gloria, che ci conforta nelle difficoltà, che ci prende per mano e ci risolleva dal fango, dalla melma del peccato, dalla miseria umana, ci libera dalle passioni ingannatrici del mondo ed estingue in noi ogni minima sete di odio e vendetta.

    Gesù Tu sei davvero il nostro Re, il Re di tutto e di tutti, il Re dell'universo.

    Signore Tu sei il nostro Re e inginocchiati davanti a Te, ti chiediamo perdono se spesso non Ti abbiamo riconosciuto come nostro Salvatore e non abbiamo scoperto il tuo volto crocifisso nei poveri di questa terra. Non ti abbiamo cercato nel volto luminoso delle persone sante e generose che ci hai fatto conoscere e messe sul nostro cammino di vita umana e cristiana. Signore, fa' che noi possiamo sperimentare la stessa gioia e consolazione del buon ladrone che con umiltà e cosciente della sua sorte finale, ti chiese: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». E tu rispondesti: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Facci vivere con Te, Signore, il Paradiso su questa terra e soprattutto nel tuo Regno di infinita luce e pace nella santa Gerusalemme.

  • Domenica 24 Novembre: Giornata del Seminario

    Per la nostra Diocesi è tradizione che la domenica di Cristo Re ( 24 novembre 2013) sia la Giornata del Seminario. Le collette delle messe di questa giornata saranno devolute secondo questa finalità.

     

    MESSAGGIO ALLA CHIESA DI ALBANO

    PER LA GIORNATA DEL SEMINARIO 2013

    Ogni ultima Domenica dell’anno liturgico, solennità di Gesù Cristo Re dell’universo, celebriamo nella nostra Diocesi la Giornata per il Seminario. In questa stessa Domenica si dà inizio al quarto anno della Visita Pastorale, che ora sta impegnando direttamente i Vicariati territoriali di Anzio e di Nettuno. La data odierna è pure occasione per avviare ufficialmente la riflessione comune sul tema annuale: L’assemblea eucaristica domenicale. Questi tre temi, che convergono nella stessa circostanza, non sono affatto slegati fra loro. Hanno, anzi, un’intima connessione. L’assemblea domenicale, difatti, è la nostra convocazione attorno all’unico Corpo di Cristo, per diventare-essere-vivere la comunione di un solo corpo: la Chiesa! Non ci riuniamo per interessi comuni, ma per «chiamata» del Signore. Non ci autoconvochiamo, ma siamo chiamati per nome dal Signore. È il «Buon Pastore» che, come leggiamo nel vangelo secondo Giovanni, chiama le sue pecore, ciascuna per nome (10,3). Segno, poi, di questa chiamata del Signore è il Vescovo. Sia intesa così la sua presenza nella Visita Pastorale. Così io stesso ve l’ho presentata come preghiera: «anche nella visita del nostro Vescovo facci riconoscere la presenza di te, Buon Pastore». Ogni assemblea eucaristica domenicale, infine, nelle nostre comunità è presieduta dal sacerdote. «Non esiste Eucaristia senza Sacerdozio, come non esiste Sacerdozio senza Eucaristia», ripeteva Giovanni Paolo II. Nell’Eucaristia è depositato il dono della vita eterna, di quel «paradiso» promesso da Gesù non soltanto al «buon ladrone» dell’odierno racconto evangelico, ma a ciascuno di noi, se gli apriamo sinceramente il cuore.

     

    In questa Giornata, carissimi, il Vescovo vi domanda tre cose. Di pregare, anzitutto, per le vocazioni. È l’unica intenzione che Gesù ci ha ordinato: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38). Di essere sensibili, in secondo luogo, al tema vocazionale e alla possibile scelta di vita come sacerdote. Da ultimo il Vescovo vi domanda un’offerta materiale per i bisogni del Seminario e dei seminaristi. In questo anno sono cinque i giovani, che per la loro formazione iniziale dimorano nel nostro Seminario Regionale Teologico che è in Anagni; altri quattro sono stati ordinati diaconi nello scorso mese di giugno; altri quattro seminaristi saranno ordinati anche loro diaconi nei prossimi mesi. La loro vocazione al ministero sacerdotale esprime la vitalità della nostra Chiesa di Albano. Sostenere la loro preparazione spirituale, intellettuale e pastorale è un impegno non soltanto loro, ma di tutti noi. È perciò che vi domando un – sia pur piccolo, ma in ogni caso significativo – contributo economico. Dio ama chi dona con gioia, scrive San Paolo (2Cor 9,7).

     

    Vi ringrazio per avere ascoltato questo mio Messaggio. Su quanti lo accoglieranno, invoco di cuore la benedizione del Signore.

     Dalla Sede di Albano, 24 novembre ’13

     

                                     Marcello Semeraro, vescovo

     

     

    TUTTI I SACERDOTI DIANO LETTURA DEL PRESENTE MESSAGGIO

    NELLE MESSE DOMENICALI DEL 24 NOVEMBRE 2013

     

  • 1 Dicembre: una giornata di solidarietà per le Filippine

     

    CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

    Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali

     

    Comunicato stampa

    Una giornata di solidarietà per le Filippine

     

    Domenica 1 dicembre

     

    "In questi giorni stiamo pregando e unendo le forze per aiutare i nostri fratelli e sorelle delle Filippine, colpiti dal tifone. Queste sono le vere battaglie da combattere. Per la vita! Mai per la morte!"

    Al termine dell’Udienza generale di mercoledì 13 novembre, Papa Francesco è così tornato a ricordare il disastro che ha colpito le Filippine, dopo che già domenica scorsa aveva invitato a "pregare e far giungere anche il nostro aiuto concreto".

    Raccogliendo l’accorato invito del Santo Padre, domenica 1 dicembre 2013 in tutte le chiese d’Italia si terrà una raccolta straordinaria, indetta dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana a sostegno delle popolazioni colpite. La Presidenza della CEI da subito ha disposto lo stanziamento di 3 milioni di euro dai fondi derivanti dall’otto per mille, mentre Caritas Italiana ha messo a disposizione 100 mila euro.

    Le offerte – specificando la causale "Emergenza Filippine" – possono essere inoltrate alla Caritas Italiana tramite:

    versamento su c/c postale numero 347013 intestato a: CARITAS ITALIANA, Via Aurelia 796 – 00165 Roma

    bonifico bancario:

    • Banca Popolare Etica 

    Via Parigi 17, Roma

    Codice IBAN: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113

     Codice BIC/SWIFT: CCRTIT2T84A

     

    •UniCredit

    Via Taranto 49, Roma

    Codice IBAN: IT88 U020 0805 2060 0001 1063 119

     Codice BIC/SWIFT : UNCRITM1707

     

    •Banca Prossima

     Piazza della Libertà 13, Roma

    Codice IBAN: IT06 A033 5901 6001 0000 0012 474

    Codice BIC/SWIFT: BCITITMX

     

    •Banco Posta – Viale Europa 175, Roma

     Codice IBAN: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013

    Codice BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

     

    Roma, 14 novembre 2013

     

     

  • Incontro Cavalieri

  • 17 Novembre - XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 21, 5 - 19  Anno C

     

    Con il suo linguaggio a­pocalittico il brano non racconta la fine del mondo, ma il significato, il mistero del mondo. Vange­lo dell'oggi ma anche del do­mani, del domani che si pre­para nell'oggi. Se lo leggiamo attentamente notiamo che ad ogni descri­zione di dolore, segue un punto di rottura dove tutto cambia, un tornante che apre l'orizzonte, la breccia della speranza: non è la fine, alza­te il capo, la vostra liberazio­ne è vicina.

    Al di là di profeti ingannato­ri, anche se l'odio sarà do­vunque, ecco quella espres­sione struggente: Ma nem­meno un capello del vostro ca­po andrà perduto; ribadita da Matteo 10,30: i vostri capelli sono tutti contati, non abbia­te paura. Nel caos della storia lo sguardo del Signore è fisso su di me, non giudice che in­combe, ma custode innamo­rato di ogni mio frammento. Il vangelo ci conduce sul cri­nale della storia: da un lato il versante oscuro della violen­za, il cuore di tenebra che di­strugge; dall'altro il versante della tenerezza che salva. In questa lotta contro il male, contro la potenza mortifera e omicida presente nella storia e nella natura, " con la vostra perseveranza salverete la vo­stra vita". La vita - l'umano in noi e negli altri - si salva con la perseveranza. Non nel di­simpegno, nel chiamarsi fuo­ri, ma nel tenace, umile, quo­tidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue fe­rite, degli uomini e delle loro lacrime. Scegliendo sempre l'umano contro il disumano (Turoldo).

    Perseveranza vuol dire: non mi arrendo; nel mondo sem­brano vincere i più violenti, i più crudeli, ma io non mi ar­rendo.

    Anche quando tutto il lottare contro il male sembra senza esito, io non mi arren­do. Perché so che il filo rosso della storia è saldo nelle ma­ni di Dio. Perché il mondo quale lo conosciamo, col suo ordine fondato sulla for­za e sulla violenza, già co­mincia a essere rovesciato dalle sue stesse logiche. La violenza si autodistruggerà (M. Marcolini).

    Il Vangelo si chiude con un'ul­tima riga profezia di speran­za: risollevatevi, alzate il ca­po, la vostra liberazione è vi­cina.

    In piedi, a testa alta, liberi: co­sì vede i discepoli il vangelo. Sollevate il capo, guardate lontano e oltre, perché la realtà non è solo questo che si vede: viene un Liberatore, un Dio esperto di vita.

    Sulla terra intera e sul picco­lo campo dove io vivo si scaricano ogni giorno ro­vesci di violenza, cadono piogge corrosive di menzo­gna e corruzione. Che cosa posso fare? Usare la tattica del contadino. Rispondere alla grandine piantando nuovi frutteti, per ogni rac­colto di oggi perduto impe­gnarmi a prepararne uno nuovo per domani. Semi­nare, piantare, attendere, perseverare vegliando su o­gni germoglio della vita che nasce.

  • 10 Novembre - XXXII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXXII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 20, 27 - 38  Anno C

     

    La storiella paradossale di una donna, sette volte ve­dova e mai madre, è adoperata dai sadducei come caricatura della fede nella risurrezione dei morti: di quale dei sette fratelli che l'hanno sposata sarà moglie quella donna nella vita eterna?

    Per loro la sola eternità possibile sta nella generazione di figli, nella discenden­za. Gesù, come è solito fare quando lo si vuole imprigio­nare in questioni di corto respiro, rompe l'accerchia­mento, dilata l'orizzonte e «rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell'uomo ma l'eternità stes­sa di Dio» (M. Marcolini).

    Quelli che risorgono non prendono moglie né marito.

    Fac­ciamo attenzione: Gesù non dichiara la fine degli affet­ti. Quelli che risorgono non si sposano, ma danno e ri­cevono amore ancora, finalmente capaci di amare bene, per sempre. Perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio. Perché ciò che nel mondo è valore non sarà mai di­strutto. Ogni amore vero si aggiungerà agli altri nostri a­mori, senza gelosie e senza esclusioni, portando non li­miti o rimpianti, ma una impensata capacità di intensità e di profondità.

    Saranno come angeli.

    Gesù adopera l'immagine degli an­geli per indicare l'accesso ad una realtà di faccia a faccia con Dio, non per asserire che gli uomini diventeranno an­geli, creature incorporee e asessuate. No, perché la ri­surrezione della carne rimane un tema cruciale della no­stra fede, il Risorto dirà: non sono uno spirito, un fanta­sma non ha carne e ossa come vedete che io ho (Lc 24,36). La risurrezione non cancella il corpo, non cancella l'u­manità, non cancella gli affetti. Dio non fa morire nulla dell'uomo. Lo trasforma. L'eternità non è durata, ma in­tensità; non è pallida ripetizione infinita, ma scoperta «di ciò che occhio non vide mai, né orecchio udì mai, né mai era entrato in cuore d'uomo...» (1Cor 2,9).

    Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi.

    In questo «di» ripetuto 5 volte è racchiuso il motivo ultimo della risurrezione, il segre­to dell'eternità. Una sillaba breve come un respiro, ma che contiene la forza di un legame, indissolubile e reci­proco, e che significa: Dio appartiene a loro, loro appar­tengono di Dio. Così totale è il legame, che il Signore fa sì che il nome di quanti ama diventi parte del suo stesso nome. Il Dio più forte della morte è così umile da ritenere i suoi amici par­te integrante di sé. Legando la sua eternità alla nostra, mo­stra che ciò che vince la morte non è la vita, ma l'amore. Il Dio di Isacco, di Abramo, di Giacobbe, il Dio che è mio e tuo, vive solo se Isacco e Abramo sono vivi, solo se tu e io vivremo. La nostra risurrezione soltanto farà di Dio il Padre per sempre.


  • Pellegrinaggio a Roma

    Si informano i fedeli che il Pellegrinaggio a Roma previsto per sabato 23 novembre in occasione della chiusura dell' Anno della Fede è stato annullato

  • Tutti all' Oratorio!

  • Avvisi per i catechisti ed educatori

    Per vedere il materiale, clicca qui.

  • Appuntamenti settimanali dal 17 al 23 Febbraio

     

    Martedì 18 Febbraio17.00 - 18.30  Gruppo Giovanissimi  A.

    Mercoledì 19 Febbraio: 16.30 - 18.00 II anno catechesi Comunione

                                              

  • Video Inizio Anno Pastorale 2013

    http://www.youtube.com/watch?v=8VPEkN-jkTg&feature=youtu.be

  • 3 Novembre- XXXI Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXXI Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 19, 1-10  Anno C

     

    "Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: ‘Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua'. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: ‘E' entrato in casa di un peccatore!'"

    Tutti mormoravano: chiunque volesse dirsi un buon ebreo evitava con cura ogni contatto con i disprezzati pubblicani, considerati pubblici peccatori in quanto oppressori del loro popolo, perché avevano accettato di fare gli esattori delle tasse per conto degli odiati Romani occupanti, spesso poi esigendo più del dovuto per incamerarlo a proprio vantaggio. Tutti li evitavano, ed ecco che invece addirittura un maestro nella fede si autoinvitava a casa di uno di loro! Forse gli abitanti di Gerico non si sarebbero stupiti se avessero saputo che Gesù aveva scelto uno dei suoi dodici apostoli proprio tra i pubblicani (è Matteo, l'evangelista) e se avessero sentito la parabola di domenica scorsa, del fariseo e del pubblicano recatisi nel tempio a pregare. Non si sarebbero meravigliati, se avessero conosciuto come Gesù aveva trattato altri peccatori, quali la donna colta in flagrante adulterio, la samaritana dai cinque mariti, la prostituta che gli aveva lavato i piedi con le proprie lacrime. Non si sarebbero scandalizzati, se l'avessero sentito quando aveva detto chiaro: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

    Certo, l'atteggiamento di Gesù non va scambiato per tolleranza o indifferenza davanti al peccato. La sua è invece la sollecitudine del buon pastore, che va in cerca della pecorella smarrita per riportarla all'ovile, e quando vi riesce è lui il primo a rallegrarsi. Vi riesce, tornando al vangelo di oggi (Luca 19,1-10), con Zaccheo, il quale dimostra di capire bene il senso del sorprendente gesto di Gesù: riconosce di essere un peccatore, e corrisponde all'inattesa benevolenza del maestro dichiarando: "Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto".

    Il comportamento di Zaccheo risulta commendevole, per vari motivi. Anzitutto egli restituisce il maltolto, e con gli interessi! Non basta infatti pentirsi del male commesso; un pentimento sincero comporta anche la riparazione, per quanto possibile, e non solo in fatto di furti o imbrogli; ad esempio, comporta il chiedere scusa a quanti avessimo deliberatamente offeso. In secondo luogo, egli dimostra attenzione verso i meno fortunati. Non sarà sempre necessario distribuire metà dei propri beni ai poveri; ma riconosciamolo: quante volte restiamo insensibili, davanti a chi potremmo facilmente soccorrere.

    Merita poi una sottolineatura il fatto che Zaccheo si sia lasciato incuriosire dalla persona di Gesù; non gli è bastato quello che gli avevano raccontato di lui: ha voluto accertarsi di persona., è andato a cercarlo. Somiglia in questo a un altro personaggio del vangelo, il nobile e colto Nicodemo, quello che è andato da Gesù di notte per chiedergli spiegazioni, e da allora è diventato un suo discepolo, uno dei pochi rimastigli fedeli sino al calvario. Zaccheo e Nicodemo: due uomini tra loro diversissimi, divenuti però entrambi un esempio per quanti invece si fanno bastare il "sentito dire", e così non sanno quello che perdono; un incontro con il divino Maestro, una adeguata conoscenza di lui, può davvero cambiare la vita. Dopo aver espresso i suoi propositi, il pubblicano di Gerico si è sentito rivolgere parole decisive: "Oggi per questa casa è venuta la salvezza". Conoscere da vicino Gesù potrà comportare che quelle parole valgano anche per noi.

     
  • 1° Novembre: Solennità di Tutti i Santi

    Commento al Vangelo nella Solennità di Tutti i Santi

    Mt 5, 1- 12

    Fortissima la festa di tutti i santi! Perché i santi famosi, quelli che hanno la statua nelle chiese o nelle piazze, sono importanti, ma met­tono anche un po' di timore. Uno dice:"Quelli facevano miracoli clamorosi, affrontavano sacrifici enormi e addirittura la morte. Bra­vissimi! Ma chi ce la fa ad essere come loro!". Invece i santi del primo di novembre sono tutti coloro che hanno vissuto la fede in Gesù con generosità, ma senza compiere gesti clamorosi. Sono coloro che hanno voluto bene ai poveri; che hanno messo pace tra la gente; che hanno compiuto cose giuste e buone anche se gli altri li prendevano in giro; che hanno perdonato sempre; che non sono mai ricorsi alla violenza; che hanno accettato chi non la pensava e non si comportava come loro. Sono coloro, che senza applausi e notizie su giornali o tivù hanno messo in pratica l'invito di Gesù: ''Va' è fa' anche tu come il buon samaritano": accorgiti degli altri, non passare oltre, mettiti vicino, cura le loro ferite come puoi e con quello che hai, preoccupati di risolvere i loro problemi. Questi santi senza statue sono stati nostri nonni, genitori, fratelli, amici, vicini di casa, compa­gni di scuola...

    Fortissima questa festa! Perché ci ricorda che tutti questi santi sono vicini a noi. Uno dice: ''Ma se stanno in cielo sono lontani." Niente affatto! Perché il cielo non è un posto disperso tra le stelle e i pianeti. il cielo è Dio. Che sta dappertutto. Dovunque stiamo, dovun­que ci spostiamo, c'è Dio, c'è il cielo, ci sono tutti i santi. Con loro non siamo mai soli e formiamo un squadra formidabile. Proprio quello che ci serve. Perché - lo sanno anche i bambini piccoli - quando fai le cose giuste e buone, come quando, per esempio, vuoi aiutare un com­pagno che gli altri prendono in giro, non ti battono le mani, ma ti prendono per sciocco. Altre volte, come quando vuoi studiare di più, dare una mano in casa, dire la verità anche a costo di rimetterci..., lo sai che è giusto farlo, ma non ti va. In questi momenti, sapere che tutti i santi ci stanno vicini e ci dicono: "Dai, fatti coraggio, non avere paura, ti aiutiamo noi" ci dà una carica formidabile. Grazie santi senza statue! Grazie perché state sempre vicino a noi e ci aiutate a diventare come voi. T. Lasconi

  • 27 Novembre: XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Lc  18, 9 - 14

     

    Gesù, rivolgendosi a chi si sente a posto e di­sprezza gli altri, mo­stra che non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e u­miliare i suoi figli, come fa il fariseo. Pregare può diventa­re in questo caso perfino pe­ricoloso: puoi tornare a casa tua con un peccato in più.

    Eppure il fariseo inizia la pre­ghiera con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ciò che segue è sbagliato: ti ringrazio di non essere come gli altri, ladri, ingiusti, adul­teri.

    La sua preghiera non è un cuore a cuore con Dio, è un confronto e un giudizio sugli altri, tutti disonesti e immorali. L'unico che si sal­va è lui stesso. Come deve stare male il fariseo in un mondo così malato, dove è il male che trionfa dappertut­to! Il fariseo: un buon esecu­tore di precetti, onesto ma infelice.

    Io digiuno, io pago le decime, io non sono... Il fariseo è irre­tito da una parola che non cessa di ripetere: io, io, io. È un Narciso allo specchio, per il quale Dio non serve a nien­te se non a registrare le sue performances, è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la sua soddisfa­zione.

    Il fariseo non ha più nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male e il male sono gli altri. Ha di­menticato la parola più im­portante del mondo: tu.

    Il pubblicano invece dal fon­do del tempio non osava nep­pure alzare gli occhi, si batte­va il petto e diceva: Abbi pietà di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera, rendendola autentica.

    La prima parola è tu: Tu ab­bi pietà. Mentre il fariseo co­struisce la sua religione at­torno a quello che lui fa', il pubblicano la fonda su quel­lo che Dio fa. L'insegnamen­to della parabola è chiaro: la relazione con Dio non segue logiche diverse dalle relazio­ni umane. Le regole sono semplici e valgono per tutti.

    Se metti al centro l'io, nessu­na relazione funziona. Non nella coppia, non con gli a­mici, non con Dio. Vita e pre­ghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabi­li, capaci di incontro vero, quello che fa fiorire il nostro essere.

    La seconda parola è: pecca­tore.

    In essa è riassunto un intero discorso: "sono un po­co di buono, è vero, ma così non sto bene, non sono con­tento; vorrei tanto essere di­verso, ci provo, ma ancora non ce la faccio; e allora tu perdona e aiuta".

    Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, non perché più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l'umiltà), ma perché si apre - come una porta che si soc­chiude al sole, come una ve­la che si inarca al vento - a un Altro più grande del suo peccato, che viene e trasfor­ma. Si apre alla misericordia, a questa straordinaria debo­lezza di Dio che è la sua sola onnipotenza.


  • 20 Ottobre - XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    Lc  18, 1-8  Anno C

     

    Poche volte ascoltiamo il brano di Vangelo della Messa domenicale terminare con una domanda. Oggi è una di quelle rare volte: "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?". La parabola del giudice irriguardoso e della vedova insistente, che con il suo atteggiamento ottiene l'impossibile, ci ricorda che la fede è una lotta, nella quale non possiamo mai darci per vinti, e nella quale, soprattutto, non possiamo stare inoperosi, in attesa di una salvezza che piove dal cielo. Questo aspetto si sposa bene sia con il contesto dell'Anno della Fede che si avvia alla conclusione, sia con quanto Papa Francesco indica nel suo primo messaggio in occasione della Giornata Missionaria Mondiale.

    All'inizio del messaggio, il Papa ci ricorda che "la fede è dono prezioso di Dio". E si tratta di "un dono che non si può tenere solo per se stessi, ma che va condiviso", per non diventare "cristiani isolati, sterili e ammalati". Un'affermazione simile ha delle notevoli conseguenze a livello pastorale, che il Papa ribadisce poco più avanti: "La solidità della nostra fede, a livello personale e comunitario, si misura anche dalla capacità di comunicarla ad altri... uscendo dal proprio recinto per portarla anche nelle periferie". In sostanza, ciò significa che possiamo sì ritenerci cristiani praticanti perché partecipiamo ogni domenica all'Eucaristia e magari ci impegniamo pure in alcune attività di una parrocchia o di una comunità: ma questo non basta per dirci cristiani sani e portatori di frutto. Se un cristiano non apre la propria esperienza intima e profonda di Cristo alla testimonianza, all'annuncio, alla missione, è un cristiano "malato". E di cristiani "malati", le nostre chiese sono piene. Malati di che? Malati d'intimismo, malati di sterili sentimentalismi, malati di nostalgia per una fede "di massa" che non c'è più, malati di liturgie roboanti; malati e asfissiati da una fede che non respira bene perché lascia chiuse le porte e le finestre all'incontro con l'altro, soprattutto con l'altro che fa fatica a credere e che spesso ci mette in discussione. Se non ci apriamo alla dimensione dell'annuncio, il cristianesimo malato ci contagerà e ci ucciderà molto più velocemente che qualsiasi persecuzione esterna, perché - questo spesso ce lo ricordava pure Papa Benedetto - i pericoli più grossi per i cristiani non stanno al di fuori della Chiesa, ma nella Chiesa stessa, nella tiepidezza della fede di noi che ci diciamo cristiani.

    "La missionarietà" - continua Francesco nel Messaggio - "... non è un aspetto secondario della vita cristiana, ma un aspetto essenziale". Questo significa che l'animazione missionaria nella Chiesa non si può limitare alla sola Giornata Missionaria Mondiale o tutt'al più al mese di Ottobre: la sensibilizzazione missionaria all'interno di una comunità parrocchiale o Diocesana non è "una delle tante attività da fare", ma uno stile, un modo di essere, una modalità di testimonianza cristiana che pervade completamente la vita di una comunità. Come ci ricorda il Papa, la dimensione missionaria all'interno di una comunità si rende concreta nella capacità di "portare con coraggio in ogni realtà il Vangelo di Cristo, che è annuncio di speranza, di riconciliazione, di comunione, di vicinanza di Dio, della sua misericordia".

    Allora, missione è soprattutto un modo di essere nella comunità, non una cosa in più da fare rispetto alle altre. Non possiamo permetterci di ritenere che la dimensione missionaria possa essere considerata un affare per pochi, un'attività per tecnici, una specializzazione pastorale da affidare a chi ha maggior sensibilità verso temi come la mondialità, la solidarietà, la cooperazione internazionale. Rischieremmo, nella migliore delle ipotesi, di delegare la missione a un gruppo di fedeli di èlite; ma ancor peggio, la vedremmo come un disturbo alla pastorale ordinaria delle nostre parrocchie, o addirittura la renderemmo un elemento snaturante dell'identità della Chiesa, ridotta così - come disse il Papa ai Cardinali all'inizio del suo Pontificato - alla stregua di una "ONG pietosa" che fa del bene ma che non confessa né annuncia Cristo. La missione nella Chiesa non è proselitismo, e nemmeno assistenzialismo: è annuncio e testimonianza di speranza e di carità.

    Il messaggio di Francesco, prima di concludere con un ricordo particolare per tutti i missionari e le missionarie sparsi in ogni parte del mondo e per i cristiani che vivono situazioni di particolare drammaticità e persecuzione a causa della loro fede, ci ricorda un altro aspetto importante, che assume sempre di più le caratteristiche di un fenomeno di attualità. Ci parla, infatti, del generoso impegno delle giovani Chiese che "inviano missionari alle Chiese che si trovano in difficoltà, non raramente di antica cristianità". Oltre a rilevare che si tratta di un fenomeno molto attuale e sentito nelle Chiese di antica tradizione (solamente in Italia contiamo almeno 3000 tra sacerdoti, religiosi e religiose non italiani presenti nelle nostre comunità), il Papa ci ricorda che questo non dev'essere visto come una perdita o una sconfitta, né per le Chiese di antica tradizione (in quanto incapaci di avere nuove vocazioni missionarie) né per le giovani Chiese (che lasciando partire molti dei loro membri potrebbero sentirsi "svuotate" di nuove energie). Invita infatti le chiese locali, soprattutto nella persona dei Vescovi, a "sostenere con lungimiranza e attento discernimento, la chiamata missionaria "ad gentes", sapendo che "donare missionari e missionarie non è mai una perdita ma un guadagno". Ciò significa che non possiamo accampare scuse: non è possibile rinunciare a una profonda e seria pastorale vocazionale missionaria solo perché preoccupati di mantenere un numero adeguato di sacerdoti e religiose per le nostre comunità cristiane. Una pastorale di mantenimento non porterà mai frutto, perché induce una comunità a continuare a guardare a se stessa e ai suoi problemi, affogandovi dentro in quanto incapace di offrire una prospettiva nuova grazie ad un'ottica diversa e più obiettiva.

    Aprirsi alla missione "ad gentes" porta le Chiese di antica cristianità a ritrovare "l'entusiasmo e la gioia di condividere la fede in uno scambio che è arricchimento reciproco". Insomma, lasciar partire missionari e missionarie dalle nostre comunità non significa perdere "forza lavoro" o avere meno "operai nella messe" di casa nostra: significa piuttosto sapere che una fede donata è una fede rafforzata, mentre una fede conservata - sia pur con tutti i buoni propositi e le migliori intenzioni - rischia di ammalarsi e di morire soffocata.


  • Verbale Consigli Pastorali del 1° Ottobre 2103

    In allegato il verbale dei Consigli Pastorale Parrocchiale e Affari Economici riuniti in seduta comune lo scorso 1° Ottobre 2013

  • Festa Inizio Anno Pastorale

  • Il Parroco scrive ai genitori

    Cari genitori,

    chiedendo il Battesimo per i vostri figli,

    Voi vi impegnate a educarli nella fede, perché,

    nell’osservanza dei comandamenti,

    imparino ad amare Dio e il prossimo,

    come Cristo ci ha insegnato.

    Siete consapevoli di questa responsabilità?

     Con questa domanda il sacerdote ha accolto la richiesta del Battesimo di vostro figlio. A questa domanda Voi avete risposto senza incertezza: “Sì”.

    In questi anni avete, con tutte le vostre forze provveduto a concretizzare questo impegno nelle scelte quotidiane. Sappiamo che portare avanti questo gravoso impegno non è stato facile: viviamo in un contesto sociale che non sempre è disposto ad accettare e ad accogliere lo stile evangelico che il discepolo del Signore vuole adottare per se e per la propria famiglia.

    La vostra richiesta di oggi, però, ci spinge a credere che lo avete fatto nel migliore possibile. Dopo aver dunque dato a vostro figlio valori, idee, virtù, ideali, modelli che fossero il più possibile intonati allo stile di vita da voi scelto ora chiedete che possano, come Voi, partecipare alla vita della vostra comunità parrocchiale, chiedete che possano partecipare in pienezza alla celebrazione domenicale dell’Eucarestia e il conferimento dello Spirito, avvicinandosi così sempre più al compimento del loro cammino di Iniziazione Cristiana.

    In questa prospettiva le parrocchie del Vicariato Territoriale di Albano, in comunione con il nostro Vescovo Marcello e tutta la Diocesi di Albano, hanno pensato di proporre un percorso progressivo di avvicinamento dei vostri figli.

    Accompagnati dal vostro parroco, dai catechisti, dagli operatori pastorali, dagli animatori, dagli educatori e da tutta la comunità parrocchiale sarete invitati a riscoprire il volto di Dio reso visibile nel volto incarnato del Verbo di Dio e la vostra adesione a Lui avvenuto nel sacramento del Battesimo. Il percorso sarà scandito da diversi momenti: celebrazioni, incontri tematici, momenti di preghiera e laboratori della fede il tutto pensato per dare a Voi e a vostro/a figlio/a tutti gli strumenti utili e necessari per arrivare a cogliere il senso del nostro essere Chiesa.

    Vi invitiamo dunque a prendere visione del programma…..

     Il Parroco don Paolo e i catechisti incontreranno i genitori dei bambini e ragazzi in vista della ripresa dell'attività catechistica nei seguenti giorni:

    GIOVEDI'      17 OTTOBRE  ore 19.00 -  II ANNO CRESIMA

    LUNEDI'        21 OTTOBRE ore 19.00 -   I ANNO COMUNIONE

    MARTEDI'     22 OTTOBRE  ore 19.00 -  II ANNO  COMUNIONE

    MERCOLEDI' 23  OTTOBRE ore 17.30  - I ANNO CRESIMA

    Tutti gli incontri si svolgeranno  nel piano delle aule

  • 13 Ottobre - XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    LC  17, 11-19 -  Anno C

     

    I pregiudizi razziali e culturali, così vergognosamente frequenti anche nella nostra civiltà sedicente evoluta, sono vecchi come il mondo. Gli antichi ebrei, convinti che Dio fosse unicamente il "loro" Dio, guardavano con indifferenza, quando non con sottile disprezzo, gli appartenenti ad altri popoli; se trascurati da Dio - questo il loro sotteso ragionamento - dovevano essere rozzi e malvagi. Eppure la Bibbia smentisce spesso simili convinzioni: ad esempio nei due casi presentati dalle letture di oggi.
    La prima (2Re 5,14-17) porta all'VIII secolo avanti Cristo. Il profeta Eliseo guarisce "a distanza" il comandante dell'esercito siriano, colpito dalla lebbra: è uno straniero, non sapeva nulla del Dio d'Israele, ma quando il prodigio glielo fa scoprire, allora manifesta pubblicamente la sua riconoscenza. Gesù (Luca 17,11-19) risana "a distanza" non uno ma dieci lebbrosi; però soltanto "uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano". Non è l'unico passo del vangelo in cui i samaritani, detestati dagli ebrei in quanto stranieri ed eretici, emergono migliori di loro: basti ricordare la parabola detta appunto del "buon" samaritano, perenne ammonimento sul fatto che non è la razza a determinare la qualità degli uomini.
    I due episodi presentano molte somiglianze: in entrambi i beneficiati sono lebbrosi, sono stranieri, sono guariti a distanza; ma soprattutto, sono riconoscenti. Il fatto mette in evidenza l'ingratitudine degli altri nove guariti da Gesù. "Quando incontriamo qualcuno che ci deve riconoscenza ce ne ricordiamo subito. Quante volte invece incontriamo qualcuno verso il quale abbiamo un debito di gratitudine e non ci pensiamo", ha scritto Goethe: e tutti sappiamo quanto sia vero. Non badiamo invece al fatto che lo è tanto di più riguardo a Colui al quale più di chiunque altro dobbiamo gratitudine, perché da lui abbiamo ricevuto tutto: la vita, con ogni buona cosa che la vita ci ha portato e ci porta, come l'intelligenza e l'istruzione, la possibilità di mangiare tutti i giorni, di avere una casa e un vestito e di curarci se ci ammaliamo, la capacità di amare ed essere amati, un mondo da ammirare per l'infinità di cose belle che racchiude. Soprattutto, da Dio abbiamo ricevuto incomparabili doni spirituali, riassumibili nella sua amicizia e nella possibilità di raggiungerlo, un giorno.
    Spesso ci si dimentica di tutto ciò; tutto ci pare dovuto, o insignificante perché ovvio, scontato. Ecco perché nella preghiera spesso ci limitiamo a chiedere, chiedere ancora, chiedere dell'altro. Sarà allora il caso di ricordare che, tra i tanti doni, Dio ci ha messo nelle mani anche il modo di ringraziarlo come si conviene. "Ricordati di santificare le feste", recita uno dei comandamenti; già prima di Gesù, la festa comportava di non lavorare, per avere il tempo e le disposizioni d'animo adatte ad elevare la mente a Dio con sentimenti di riconoscenza. Con Gesù, la festa ha mantenuto lo stesso significato, ma enormemente arricchito: la riconoscenza trova la sua espressione più alta nella Messa, il cui nome proprio, non a caso, è Eucaristia, cioè "ringraziamento". Nella Messa, con-celebrata insieme dal sacerdote e dai fedeli, l'uno e gli altri riconoscono di avere ricevuto tutto da Dio, e come si fa tra gli uomini contraccambiano in quanto possono: di nostro avremmo ben poco da offrirgli; ma ci è dato da offrirgli il dono più grande, il suo stesso Figlio per noi morto e risorto. Quale meraviglia, quale generosità! Dio ci colma di doni, compreso quello da offrire a lui; da parte nostra occorre soltanto la volontà di farlo. E se lo facciamo, se anche noi ci riconosciamo graziati, si realizza anche per noi quanto Gesù ha detto all'unico dei dieci lebbrosi tornato a ringraziarlo: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato".

  • 6 Ottobre - XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc  17, 5 - 10  Anno C

     

    La fede è un dono dell'Alto, sempre straripante, eppure necessitante di una continua crescita; è sempre uguale a se stessa, tuttavia richiede la trasformazione dei cuori, della vita; non è regolata da un dosatore, va ravvivata e conquistata quotidianamente con la nostra fedeltà e il nostro rapporto con Dio. Un rapporto che il Signore Gesù non definisce di servile obbedienza, ma che attraverso la comprensione di essere "servi inutili" (Lc 17,10), fa aumentare la percezione di essere figli amati e apprezzati, convocati, quale famiglia umana di Dio, a corrispondere alla Sua chiamata per gustare e trovare la nostra vera casa, la gloria. Ora, affinché tale realtà non rimanga solo un sogno irrealizzabile, è indispensabile ascoltare la Parola che per noi si è fatta storia, Cristo Gesù, che ci invita ad inserirci nel dinamismo d'amore, di incessante e paradossale novità: la fede.
    San Luca racconta che gli apostoli chiesero al Maestro di accrescere la fede (v.6). Il Signore rispose: "se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare" (v.6). Dunque, cosa manifestano il granello di senape e il gelso?
    Il granello, la fede pura, genuina, e non la sua quantità, è in grado di sopprimere la tenacia di un pensiero o la veemenza di una situazione particolare dell'esistenza (il gelso). Quindi, aver fede è progredire nella convinzione che il Signore ci guida nel mondo anche nelle situazioni che noi riteniamo più assurde o impensabili, e tentare, con il Suo aiuto, di eliminare le nostre ossessioni, i pregiudizi e le norme severe, per riuscire a servirLo con libertà. Aver fede, comunque, non significa essere ingenui: è fidarsi di Dio, e credere che la Sua volontà, il bene, si realizzerà.
    Il servizio umile è la chiave di lettura della seconda parabola. Nella Chiesa ognuno ha il suo compito: c'è il padrone (Dio) e i suoi servi (i cristiani). Il servo rimane tale anche "quando rientra dal campo" (v.7). "Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili" (v.10). La traduzione esatta, però, è mansuetudine: i servi obbedienti fanno il loro dovere, non chiedono nulla in cambio se non la totale appartenenza al loro Dio. La parabola, allora, cerca di rimuovere una certa visione presente, a volte, nelle nostre comunità: faccio qualcosa per ottenere da Dio, o da altri, dei rinconoscimenti. Il servizio, invece, è un atto gratuito: se fatto con sincerità, arricchisce la fede e contribuisce a costruire la comunione fra di noi e con Dio. Certo non è facile agire senza ottenere nulla in cambio. Ma è proprio questo il senso della fede: essa deve modificare i nostri comportamenti, ogni giorno, altrimenti rischiamo di imbrigliarci nell'assurda pretesa di chiedere a Dio qualcosa in base alla quantità della preghiera o delle opere che noi realizziamo in parrocchia. Nel servizio umile i cristiani riconoscono la presenza di Dio e si sostengono nella fede.
    La nostra fede, allora, risposta all'amore del Padre nel Suo Figlio Gesù, non va depositata in un recesso della nostra anima: va alimentata con le opere gratuite di carità; non ci fa rimanere indifferenti di fronte al grido delle ingiustizie, della miseria, dell'oppressione: ci sprona ad essere annunciatori della libertà del Dio rivelato a pasqua; infine, non ci fa annoiare: rimaniamo sempre stupiti delle meraviglie che il Signore compie nella nostra vita.

  • Da mille strade arriviamo a Roma...

     

            Domenica 29 settembre 2013

     I nostri catechisti in Piazza S.Pietro insieme a Papa Francesco

     

  • 29 Settembre - XXVI Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXVI Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 16, 1-31  -  Anno C

    C'era una volta un ricco... La parabola del ricco senza no­me e del povero Lazzaro ini­zia con il tono di una favola e si svolge con il sapore di un a­pologo morale: c'è uno che si gode la vita, un superficiale spensierato, al quale ben pre­sto la vita stessa presenta il conto. Il cuore della parabo­la non sta però in una sorta di capovolgimento nell'aldilà: chi patisce in terra godrà nel cielo e chi gode in questa vi­ta soffrirà nell'altra. Il mes­saggio è racchiuso in una pa­rola posta sulla bocca di A­bramo, la parola 'abisso', un grande abisso è stabilito tra noi e voi.
    Questo baratro separava i due personaggi già in terra: uno affamato e l'altro sazio, uno in salute e l'altro coperto di piaghe, uno che vive in stra­da l'altro al sicuro in una bel­la casa. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separa­va dal povero e invece l'ha ra­tificato e reso eterno. L'eter­nità inizia quaggiù, l'inferno non sarà la sentenza improv­visa di un despota, ma la len­ta maturazione delle nostre scelte senza cuore.
    Che cosa ha fatto il ricco di male? La parabola non è mo­ralistica, non si leva contro la cultura della bella casa, del ben vestire, non condanna la buona tavola. Il ricco non ha neppure infierito sul povero, non lo ha umiliato, forse era perfino uno che osservava tutti i dieci comandamenti.
    Lo sbaglio della sua vita è di non essersi neppure accorto dell'esistenza di Lazzaro. Non lo vede, non gli parla, non lo tocca: Lazzaro non esiste, non c'è, non lo riguarda. Que­sto è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15). Tocchiamo qui uno dei cuori del Vangelo, il cui batti­to arriva fino al giorno del giu­dizio finale: Avevo fame, ave­vo freddo, ero solo, abbando­nato, l'ultimo, e tu hai spez­zato il pane, hai asciugato u­na lacrima, mi hai regalato un sorso di vita.
    Il male è l'indifferenza, la­sciare intatto l'abisso fra le persone. Invece «il primo mi­racolo è accorgersi che l'altro, il povero esiste» (S. Weil), e cercare di colmare l'abisso di ingiustizia che ci separa.
    Nella parabola Dio non è mai nominato, eppure intuiamo che era lì presente, pronto a contare ad una ad una tutte le briciole date al povero Lazza­ro e a ricordarle per sempre, tutte le parole, ogni singolo gesto di cura, tutto ciò che poteva regalare a quel nau­frago della vita dignità e ri­spetto, riportare uomo fra gli uomini colui che era solo un'ombra fra i cani. Perché il cammino della fede inizia dalle piaghe del povero, car­ne di Cristo, corpo di Dio.
    «Se stai pregando e un pove­ro ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci» (san Vincenzo de Paoli).

  • 22 Settembre - XXV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXV Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 16, 1-13 - Anno C

    La parabola del fattore infedele si chiude con un messaggio sor­prendente: l'uomo ricco loda il suo truffatore. Sor­preso a rubare, l'ammini­stratore capisce che verrà licenziato e allora escogi­ta un modo per cavarsela, un modo geniale: adotta la strategia dell'amicizia, creare una rete di amici, cancellando parte dei lo­ro debiti. Con questa scel­ta, inconsapevolmente, e­gli compie un gesto profe­tico, fa ciò che Dio fa ver­so ogni uomo: dona e per­dona, rimette i nostri de­biti. Così da malfattore di­venta benefattore: regala pane, olio, cioè vita, ai de­bitori. Lo fa per interesse, certo, ma intanto cambia il senso, rovescia la dire­zione del denaro, che non va più verso l'accumulo ma verso il dono, non ge­nera più esclusione ma a­micizia.
    Il personaggio più interes­sante della parabola, su cui fermare l'attenzione, è il ricco, figura di un Signore sorprendente: il padro­ne lodò quell'amministra­tore disonesto, perché ave­va agito con scaltrezza, aveva puntato tutto sull'a­micizia. Qui il Vangelo re­gala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché quando es­sa verrà a mancare vi ac­colgano nelle dimore eter­ne. Fatevi degli amici. Amicizia diventata coman­damento, umanissimo e gioioso, elevata a proget­to di vita, fatta misura dell'eternità. Il messaggio della parabola è chiaro: le persone contano più del denaro.
    Amici che vi accolgano nel­la casa del cielo: prima di Dio ci verranno incontro coloro che abbiamo aiutato, nel loro abbraccio ri­conoscente si annuncerà l'abbraccio di Dio, dentro un paradiso generato dal­le nostre scelte di vita.
    Nessuno può servire due padroni. Non potete servi­re Dio e la ricchezza. Af­fermazione netta: il dena­ro e ogni altro bene mate­riale, sono solo dei mezzi utili per crescere nell'a­more e nella amicizia. So­no ottimi servitori ma pes­simi padroni. Il denaro non è in sé cattivo, ma può diventare un idolo e gli i­doli sono crudeli perché si nutrono di carne umana, aggrediscono le fibre inti­me dell'umano, mangiano il cuore. Cominci a pensa­re al denaro, giorno e not­te, e questo ti chiude pro­gressivamente in una prigione. Non coltivi più le a­micizie, perdi gli amici; li abbandoni o li sfrutti, op­pure saranno loro a sfruttare la situazione.
    La parabola inverte il pa­radigma economico su cui si basa la società contem­poranea: è il mercato che detta legge, l'obiettivo è u­na crescita infinita, più de­naro è bene, meno dena­ro è male. Se invece legge comune fossero la so­brietà e la solidarietà, la condivisione e la cura del creato, non l'accumulo ma l'amicizia, crescerebbe la vita buona.
    Altrimenti nessun povero ci sarà che apra le porte della casa del cielo, che a­pra cioè fessure per il nascere di un mondo nuovo.

     

  • 15 Settembre - XXIV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 15, 1 - 32  -  Anno C

     

    Conosciamo tutti la nostra miseria spirituale, ereditata dal peccato originale, che ci aveva dati in preda al male. Siamo davvero deboli e inclini al peccato, che è un rifiuto dell'amore del Padre e, quindi, un rifiuto della santità e della felicità di amarLo e godere del Suo amore.
    Un abisso di infelicità, che non era quello che Dio, creandoci, aveva in mente...anzi!
    Basta guardarci dentro o attorno per accorgerci come il mondo non offra aiuti per uscire da questa infelicità... anzi, sembra divertirsi nel costruire occasioni sempre maggiori di dolore e sofferenza.
    Così si ripete l'antica storia del ‘serpente, il più astuto degli animali', come è narrata nella Bibbia, all'inizio della vita dei nostri progenitori: prospetta ‘paradisi', senza o contro il vero Paradiso, che è Dio. Se siamo sinceri con noi stessi, sappiamo che il rifiuto di Dio, prima o poi, lo paghiamo caro, con ‘un deserto d'anima'!
    Chi non ricorda la grande opera di San Pio da Pietrelcina, che fece della sua vita una missione ‘dolorosa', per aiutare tanti ad uscire dall'insopportabile malattia dell'anima, che è il peccato, e così tornare a vivere, sperimentando la misericordia e sentendo il calore del Padre che, nella riconciliazione, si fa incontro al figlio che, tornato in se stesso, ha ritrovato la strada di casa, mentre Lui sulla porta, ne attendeva commosso il ritorno?
    Dovremmo sapere tutti, a cominciare da quanti sentono il bisogno di ritrovare il ‘paradiso perduto', che a fare il grande passo per aprire le porte del Cielo, addossandosi tutti i nostri peccati e pagandoli sulla croce, fu il Suo Figlio prediletto, Gesù Cristo.
    Così S. Paolo, scrivendo a Timoteo, descrive la sua conversione: "Rendo grazie a Dio che mi ha dato la forza, in Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un peccatore ed un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo, senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità in Gesù Cristo. Questa parola è sicura e degna di essere accolta da tutti: Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna". (I Timoteo, 1, 12-17)
    E la storia della conversione di S. Paolo, che passa attraverso la Misericordia di Dio, è davvero la storia di tanti. Tanti che sentivano e sentono il bisogno di uscire dal male e respirare la gioia della bontà, dono di Dio, attraverso la Riconciliazione.
    Quanta gente, nella mia veste di ministro della Penitenza o Riconciliazione, ho visto come rinascere dopo una vita dissennata o spericolata. Uomini e donne che non ce la facevano più a vivere una vita senza senso, senza la vera gioia, dono di Dio; stanchi di sentirsi come il figlio prodigo, lontani dal Padre, abbandonati a se stessi e costretti a nutrirsi di ‘ghiande destinate ai porci'!
    In quante persone ho visto il miracolo della ‘resurrezione', che si manifesta in un volto rasserenato, con gli occhi umidi per la gioia di essere liberati dal ‘peso del male', sentendosi avvolti dalla Misericordia di Dio!
    È proprio la parola ‘resurrezione' che un dissociato della camorra usa in una lettera, per descrivere la sua conversione, che gli fa vedere il carcere come luogo di riparazione, in attesa della piena riabilitazione: "Per grazia di Dio e per la sua opera, padre, ora sono come uno che è nato una seconda volta e che nulla ha a che fare con quello di prima. Ora so cosa voglia dire amare ed essere amato...anche stando in carcere".
    Chi può misurare la Misericordia del Padre?
    Gesù stesso ce ne ha dato un'immagine con la parabola del Buon Pastore, ma, soprattutto, del figlio prodigo: un Papà meraviglioso che non sa odiare, ma che, anche se rifiutato, continua ostinatamente ad amare il figlio, stando sempre in ansiosa attesa sulla porta di casa, nella speranza che un giorno, finalmente, il figlio si renda conto che senza di Lui non può vivere e, così, faccia ritorno. Se tutti, come è vero, siamo figli di un Padre Misericordioso, tutti siamo da Lui attesi, sempre che, come il figlio prodigo, con l'aiuto dello Spirito, ‘rientriamo in noi stessi' e diciamo ‘tornerò da mio Padre'.
    Ma ascoltiamo la voce di Gesù, voce del Padre Misericordioso:
    "In quel tempo, si avvicinarono a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui riceve i peccatori e mangia con loro'. Allora Gesù disse questa parabola: ‘Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la trova? Ritrovatola, se la mette sulle spalle tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: ‘Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta'. Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione'". (Lc. 15, 1-10)
    E la gioia del ritrovamento del ‘figlio perduto' così è descritta nella parabola del figliol prodigo, che segue: "Quando il figlio era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio'. Ma il Padre disse ai servi: ‘Presto portate qui il vestito più bello, e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato'. E cominciarono a fare festa". (Lc. 15, 10-32)
    Con poche parole Gesù descrive ‘la vera ragione' della gioia del Padre, che è davvero ‘Misericordia: ‘Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato'.
    Incredibile davvero l'amore di Dio, che non conosce i nostri rancori e le nostre infedeltà. A Lui interessa solo che ‘torniamo in vita'!
    Credo che tanti di voi abbiano visto o posseggano una immagine di Gesù, dal cui costato escono due grandi raggi luminosi: uno bianco e uno rosso, e se ne siano chiesti il significato.
    È la visione che ebbe Suor Faustina, di cui anche in altre occasioni ho parlato, e che il grande Giovanni Paolo II dichiarò santa il 30 aprile 2000, dicendo:
    "Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia... Da quel Cuore Santa Faustina vide partire due fasci di luce che illuminano il mondo. I due raggi - le spiegò un giorno Gesù stesso- rappresentano l'acqua e il sangue, usciti dal suo costato...così, attraverso il Cuore di Cristo crocifisso, la misericordia divina raggiunge gli uomini. ‘Figlia mia, dì che sono l'Amore e la Misericordia'. E questa Misericordia Cristo la effonde sull'umanità mediante l'invio dello Spirito che nella Trinità è la Persona-Amore. E non è forse la Misericordia un secondo nome dell'amore, colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?... Ma - si chiedeva il Santo Padre - che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l'avvenire dell'uomo sulla terra? A noi non è dato saperlo, è certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della Misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo, attraverso il carisma di Suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio". (Discorso della canonizzazione)
    Come ha detto Papa Francesco: «Il Signore ci guarda sempre con misericordia, ci attende con misericordia. Pensiamo questo è bello: non abbiamo timore di avvicinarci a Lui! Ha un cuore misericordioso! Se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, Egli sempre ci perdona. È pura misericordia! La misericordia di Gesù non è solo sentimento, anzi, è una forza che dà vita, che risuscita l'uomo!».
    Nel mondo e in noi si fronteggiano, e lo vediamo con i nostri occhi, la Misericordia di Dio e l'odio degli uomini. Ma la fede ci dice che, se ci affidiamo all'Amore, l'ultima parola l'avrà la Misericordia... anche in noi!

     

  • 8 Settembre - XXIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXIII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 14, 25 - 33

     

    E' davvero molto strano Gesù...
    Se fosse l'amministratore delegato di qualche azienda verrebbe probabilmente licenziato per quello che oggi dice nel Vangelo.
    Il Vangelo di Luca inizia con le folle che seguono questo Maestro. Sembra proprio che abbia il successo sperato e per il quale ha lavorato molto predicando per villaggi e città.
    Il successo è stato raggiungo, ma invece di tenersi stretti le folle di ammiratori, Gesù inizia a parlare in maniera molto dura, con espressioni che rischiano di ferire e allontanare proprio quelli che gli stanno attorno.
    Per ben tre volte dice "...non può essere mio discepolo", mettendo delle clausole che sembrano davvero difficili da accettare. Ma Gesù vuole avere si o no dei discepoli? E' interessato ad essere seguito?
    La risposta è ovviamente "si". Dio non sarebbe uscito dall'Eternità diventando uomo fino alla morte se non avesse voluto incontrare davvero l'umanità e stringerla a se con un legame sempre più forte. Ma il legame che Gesù vuole costruire con gli uomini non è certamente superficiale e passeggero, come quello di uno spettatore che segue distrattamente una trasmissione televisiva pronto a cambiare facilmente canale appena è meno interessante.
    Gesù non vuole folle di seguaci distratti e superficiali. Vuole amici stretti pronti a dare per Lui non qualcosa, ma tutto, proprio come Lui ha dato tutto se stesso per loro.
    In questa ottica si capiscono bene quelle espressioni difficili del vangelo che devono essere comprese a fondo per non essere travisate. La traduzione una volta metteva in bocca a Gesù una parola che nel significato originale non è corretta, e cioè "odiare il padre, la madre... e la propria vita". La traduzione oggi coglie il vero significato e mette così: "...Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre... ecc". Gesù è davvero sopra tutto e sopra ogni altro amore, persino quello per la propria vita. Questo non è certo un invito ad odiare se stessi e gli altri, ma l'opposto! Amare Gesù porta ad amare tutto quello che siamo e chi ci sta attorno con una forza di amore davvero più grande, arrivando ad amare persino i propri nemici. Anzi la misura del nostro amore per Dio la calcoliamo proprio dalla capacità di amare la vita e le persone, i nostri cari come anche gli stranieri, i poveri e i nemici. E mettere al primo posto Dio significa anche diventare liberi da ogni forma di accumulo di ricchezza di dipendenza da essa. Avere l'amicizia di Dio e il suo amore dentro di noi ci rende liberi dalla dipendenza che spesso sentiamo di avere dai beni, una dipendenza che ci pesa e ci rende schiavi e tristi.
    Siamo in un periodo storico dove sembra smarrita la via per seguire Gesù. E non lo vediamo solo perché le Chiese sono più vuote alla domenica, ma dalla minor capacità di amarsi, di volersi bene nella società e dal costante pericolo di farci guerra. L'uomo non è discepolo di Dio solo quando dedica qualche momento di culto e di preghiera. L'uomo segue Dio quando in ogni aspetto della vita mette in pratica i suoi insegnamenti dell'amore, e ama la sua legge più di tutte le altre leggi e consuetudini umane.
    Un grande Vescovo, Tonino Bello, di cui ricorre quest'anno il ventesimo anniversario della morte, ci ha lasciato tra i vari scritti questo invito alla pace. Amare la pace e metterla come obiettivo obbligato per la propria vita è proprio di ogni discepolo vero di Gesù. Se vogliamo essere suoi discepoli, e non dei distratti ammiratori, dobbiamo amare la pace che lui ci insegna e ci dona.

  • Preghiera per la Pace in Siria

    Durante l'angelus di domenica 1 settembre, papa Francesco, vista la situazione della Siria, ha insistito affinché viviamo la nostra vocazione alla pace. Ha fatto seguito a tale appello la richiesta di preghiera del vescovo di Roma a momenti di preghiera. Il nostro vescovo ha disposto che in ogni parrocchia sia celebrata la messa del 7 settembre secondo il formulario «Per la pace e la giustizia», o anche «In tempo di guerra e di disordini» (dal Messale Romano. Messe e orazioni per diverse necessità). Oltre alla santa messa ha chiesto di organizzare momenti di preghiera per la pace in Siria.

    Al termine della S. Messa delle ore 18,30, adorazione al Santissimo Sacramento

     

  • Preghiera per la Pace

    Durante l'angelus di domenica 1 settembre, papa Francesco, vista la situazione della Siria, ha insistito affinché viviamo la nostra vocazione alla pace. Ha fatto seguito a tale appello la richiesta di preghiera del vescovo di Roma a momenti di preghiera. Il nostro vescovo ha disposto che in ogni parrocchia sia celebrata la messa del 7 settembre secondo il formulario «Per la pace e la giustizia», o anche «In tempo di guerra e di disordini» (dal Messale Romano. Messe e orazioni per diverse necessità). Oltre alla santa messa ha chiesto di organizzare momenti di preghiera per la pace in Siria.

    Subito dopo la S. Messa delle ore 18,30 seguirà l' Adorazione al Santissimo Sacramento

  • Commento al Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 14, 1. 7 - 14


    Potremmo sintetizzare il messaggio della Parola di Dio in queste due parole: umiltà e gratuità. Innanzitutto vediamo come si esprimono i brani della Bibbia, poi cercheremo di confrontarli con la situazione della nostra vita nella società e nella Chiesa di oggi e vedremo come seguire l'insegnamento del Signore per essere suoi discepoli con maggiore fedeltà.
    Gesù è a pranzo da uno dei capi dei farisei, nota come le persone scelgono i primi posti e si esprime con una parabola che è immediatamente un insegnamento: "quando sei invitato da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un invitato più ragguardevole di te e tu debba, con vergogna, andare ad occupare l'ultimo posto".
    Può darsi che sempre ci sia stata la tentazione di emergere, di farsi notare, di cercare considerazione, prestigio. Oggi lo avvertiamo particolarmente in questa nostra cultura dell'apparire, dell'emergere, del farsi strada, in qualunque maniera, onesta o disonesta; a volte ci possono essere fenomeni di arrivismo, di carrierismo, di spintonate, ad esempio, nei luoghi di lavoro, fino a cercare il proprio successo e i propri interessi, anche a scapito del vero bene di tutti e dell'onestà.
    L'umiltà è verità davanti a Dio e davanti agli altri, davanti al mistero della vita. Il libro del siracide ci ha detto: "Compi le tue opere con mitezza. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti". Se non si è umili non si capisce Dio.
    Gesù ha vissuto così, la Madonna ha vissuto così, così i santi, le anime belle e generose, piene di amore. "Sono venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita per tutti". "Imparate da me che sono mite e umile di cuore". L'ultimo posto non è una condanna, è il posto di Dio che si è fatto uomo e ha dato la vita per noi. Maria ss. dice: "L'anima mia magnifica il Signore, ha guardato l'umiltà della sua serva, ha fatto cose grandi in me l'Onnipotente".
    Una precisazione. L'umiltà non è dire - un po' ipocritamente - "non so fare nulla". Dire: "non valgo nulla", non è umiltà, è depressione. La persona umile dà il meglio di sé, fa il più possibile, apre il cuore più che può. Così hanno fatto Gesù, Maria, i Santi, tutte le persone generose e impegnate nella società e nella Chiesa.
    Umiltà è sapere che il Signore ci ha riempito la vita dei suoi doni e che noi dobbiamo trafficarli come talenti, per il bene di tanti altri e per la nostra salvezza. L'umiltà diventa fecondità, sviluppo dei doni di Dio, per il bene degli altri, nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale ed ecclesiale.
    Una piccola cosa: non scherziamo sull'ultimo posto in chiesa. Non è quello che vuole insegnare Gesù. In chiesa, come dovunque, il cristiano fa il più possibile, è attivo, partecipe, impegnato, generoso, dona se stesso per il bene degli altri. Questo dobbiamo impararlo in chiesa, a messa, per viverlo poi nella vita della comunità cristiana e nella società.
    C'è poi la seconda parte del vangelo, bellissima, sconcertante, portatrice di novità assoluta: la novità di Gesù, del suo amore per tutti, della sua ricerca dei poveri, dei malati, dei peccatori.
    "Quando offri un pranzo, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli né i ricchi vicini... perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario... invita poveri, storpi, zoppi, ciechi, e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai la tua ricompensa dal Signore".
    E' un testo molto profondo, molto bello, ma non vuole essere un testo poetico, un sogno, un'utopia.
    Innanzitutto ci aiuta a fotografare la nostra realtà quotidiana e non si tratta di un pranzo o una cena, ma di uno stile di vita. Noi normalmente non viviamo così, non viviamo il vangelo. Però comprendiamo che questa è un prospettiva bella, giusta, affascinante. Questa è la strada della verità, dell'aiuto vero alla vita, è la strada della gioia del cuore, è il tesoro per l'eternità.
    Lo vediamo soprattutto vissuto e testimoniato in tante esperienze di vita: esempio, il volontariato, dove dai il meglio di te, offri tempo, soldi, energie, senza aspettarti ricompense, gratificazioni. Il volontariato poi insegna a portare nelle varie situazioni di vita lo stesso spirito di amore e di predilezione per i più bisognosi.
    Lo vediamo inoltre nell'opera dei missionari e delle missionarie, quando vanno in ambienti poveri, miserabili, e portano l'aiuto della fede, della verità, della carità.
    E' la gratuità, la grande virtù che Gesù ha vissuto e che ci insegna. Fare le cose gratis, sembra una cosa piccola, invece dimostra la grandezza di una persona quando fa dono, con gioia, della propria vita e delle proprie cose.

  • 25 Agosto - Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ordinario

    Lc Cap. 13 22-30


    Il testo del vangelo di oggi costituisce un forte richiamo alla consapevolezza e alla responsabilità dell'essere cristiani.
    Il brano è introdotto dalla domanda di un anonimo ("un tale") che fa riferimento a una questione molto dibattuta nel giudaismo del tempo di Gesù: le condizioni della salvezza; anche in Luca 10,25 e 18,18 viene ripetuta la domanda: "che devo fare per ottenere la vita eterna?"
    Ora, al tempo di Gesù i farisei sostenevano che gran parte degli ebrei - anzi per alcuni rabbini tutti quanti - si sarebbero salvati, in forza della loro appartenenza al popolo eletto; nei circoli apocalittici, invece, prevaleva l'opinione opposta: solo pochi eletti osservanti si sarebbero salvati.
    La domanda fatta al Nazareno verte dunque su questo interrogativo. Ma, come spesso accade nei Vangeli, Egli non risponde direttamente, non soddisfa la curiosità dell'interlocutore, non prende posizione sulla dibattuta questione teologica: si salveranno tutti, o molti, o pochi?
    Gesù non risponde alla domanda, per far capire che il vero nocciolo della questione non sta lì e che il problema su cui interrogarsi è un altro; non deve importare a noi se si salvano in tanti o pochi, perché questo rientra nel mistero di Dio. Quello di cui ci dobbiamo preoccupare è ben altro, e cioè che la salvezza non è un fatto tranquillo e scontato per nessuno: né per chi allora osservava la Legge (gli ebrei), né per chi oggi si attiene a comandamenti e precetti della Chiesa (i cristiani); la salvezza non è automaticamente conferita per il solo fatto di appartenere al popolo di Dio.
    Così da una domanda sugli "altri" (sono pochi o tanti "quelli" che si salvano?), il Maestro fa passare l'interlocutore a una domanda che riguarda invece proprio lui, di conseguenza ogni uomo, e dunque anche ciascuno di noi! Il Signore pertanto si rivolge a tutti con un chiaro imperativo: "Sforzatevi "voi" di entrare....". Quindi: preoccupatevi della vostra situazione, del vostro impegno attuale, vedete di essere voi vigilanti (richiamo contenuto anche nel vangelo della 19° domenica anno C).
    "Sforzatevi di entrare per la porta stretta...."dice Gesù al v.24. Che cos'è questa porta stretta? L'immagine evoca certamente qualcosa di molto duro, difficile e impegnativo, mentre la porta larga fa venire in mente facilità e superficialità; ma soprattutto la via stretta è quella che, per chi si mette alla sequela di Gesù, passa attraverso il Getsemani e il Golgota: è la via dell'amore nella dedizione di sé e nella sofferenza. A questo deve essere preparato il discepolo di Cristo, a vivere la propria esistenza nell'amore, nel servizio e nel dono di sé; e, se gli verrà domandato, deve essere disposto (con l'aiuto della Grazia) persino a sacrificare la propria vita per amore.
    Questo è ciò che è richiesto per far parte del Regno di Dio, che - come ben ha messo in luce il Concilio Vaticano II° - non coincide con la Chiesa visibile, cui appartiene ogni battezzato.

    "..vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti....verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio" (vv.28-29).
    Da chi è costituita questa folla sterminata d'ogni dove, di cui parla Gesù? Proprio da tutti quegli uomini di buona volontà che, pur senza conoscere la Legge e il Vangelo, sono continuamente alla ricerca della verità e della giustizia, vivono secondo i dettami della propria coscienza, che Dio ha immesso in ogni sua creatura e che porta a cogliere, amare e rispettare quei valori universali che ritroviamo in ogni civiltà. Ecco, questi sono coloro che, magari senza neppure saperlo, si troveranno al banchetto del Regno (tipica metafora biblica per indicare la vita eterna con Dio).
    E- sorpresa! - forse avranno meritato anche di più di quei cristiani, osservanti e praticanti, che però sono troppo sicuri di sé, convinti che la salvezza sia loro dovuta in quanto battezzati, e incapaci di mettere in pratica il comandamento di Gesù: "Amate come Io vi ho amato!" (cfr. Giov. 15,12); ecco perché Gesù conclude: "ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi".

  • 18 Agosto - XX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XX Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 12,49-53   Anno C

    Che Gesù Cristo per la storia non fosse stato un personaggio comodo e pacifico, l'avevamo già compreso; che il suo Vangelo fosse un messaggio difficile non solo da comprendere ma soprattutto da vivere, credo che sia ben chiaro a tutti, credenti e no. Ma ascoltare le sue parole che nella Liturgia di oggi ci dicono: "Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione"...beh, qualche difficoltà ce la creano...
    Gesù è l'uomo della pace, e la pace è il primo dono del Risorto; la pace è il primo annuncio degli angeli in cielo ai pastori di Betlemme, ed è l'esortazione finale alle donne che trovano il sepolcro vuoto il mattino di Pasqua. Se dunque la vicenda di Gesù Cristo è racchiusa tra due parentesi di pace, come possiamo pensare che il suo messaggio, la sua persona, la sua storia siano avvenuti per portare "divisione sulla terra"? E le nostre vicende familiari, già così problematiche per se stesse, perché devono sopportare ulteriori divisioni create dalla sua Parola? In definitiva, cosa ci vuole insegnare il Signore con questo brano di Vangelo?
    Facciamo un passo indietro: due domeniche fa', il brano di Vangelo iniziava con la richiesta di due fratelli in lite tra di loro per motivi di eredità, affinché Gesù facesse da giudice di pace nel contenzioso. Il rifiuto - scontato - di Gesù è motivato dal fatto che lui non è venuto su questa terra per fare da giudice tra gli uomini; non è venuto affatto a giudicare, ancor meno a condannare o a emettere sentenze. Egli, in questo tribunale della vita e della storia, si è limitato a enunciare il fatto, a dire l'accaduto, a narrare la cronaca di ciò su cui dovrà avvenire il processo, e di fronte al quale gli uomini saranno chiamati a prendere posizione. In buona sostanza, è venuto a proclamare e annunciare la Verità di fronte alla quale occorre scegliere: prendere o lasciare. E questa Verità, questo fuoco che è venuto ad appiccare, questo Battesimo che è venuto a ricevere, coincide con la sua vicenda terrena, è Lui stesso, la sua persona.
    Se le cose stanno così, non è difficile comprendere come, di fronte a lui, non ci si possa sentire in pace, ma profondamente divisi. Di fronte alla "vicenda Gesù" da ormai oltre duemila anni non c'è condivisione, ma - appunto - divisione. Non tutti, infatti, lo accettano, soprattutto per la scomodità del messaggio: perché il suo messaggio non lascia affatto comodi coloro che lo accolgono. E così, capita - e capita spesso, magari e fortunatamente senza grandi drammi - che in una medesima famiglia ci sia chi crede in lui e chi proprio non ne vuole sapere; chi prega in continuazione e chi si arrabbia perché lo vede pregare; chi si affida a Dio, a Maria e ai Santi per ogni necessità e chi li bestemmia perché invece di risolvere i problemi dell'umanità lasciano che se ne vada a rotoli; chi corre in Chiesa ad ogni piè sospinto, e chi è allergico al fumo delle candele. Per cui, pur essendoci totale unità, armonia, amore in molte delle vicende della vita, diverse famiglie vivono dissensi e incomprensioni - si spera sempre non gravi - intorno alla persona di Gesù.
    E se questo avviene in un piccolo nucleo sociale come la famiglia, quanto più si manifesta su ampia scala tra coloro che credono in lui e coloro che non lo professano o vi sono indifferenti; dalle fabbriche in cui si prende in giro il collega bigotto, alle scuole in cui l'adolescente che va in chiesa è un frustrato; dalle aule della politica in cui i cattolici sono oggetto di attenzioni particolari in base alla convenienza del governante di turno, ai dibattiti televisivi in cui essere credenti significa esclusivamente non provare i piaceri della vita. Per non parlare delle vicende della storia in base alle quali troppo spesso ci dimentichiamo che se oggi l'Occidente Cristiano è continuamente sottoposto ad attacchi ideologici travestiti di religione, è perché in passato è stato lui a sottoporre in maniera ben poco camuffata ogni situazione sociale, culturale e religiosa, al giudizio del Cristo e - ahimè - neppure sempre in forma pacifica...
    In parole povere: essere credenti in Cristo o non esserlo, non è per nulla la stessa cosa, perché il suo messaggio, il suo Vangelo, la sua stessa persona, sono motivo di contraddizione, di confronto di divisione. Questo non vuol dire affatto che il cristiano sia migliore degli altri o che chi non crede in Cristo (o gli è ostile) abbia dei difetti o sia meno uomo o meno donna di un cristiano. Gesù ci vuole solamente dire che di fronte a lui bisogna prendere posizione, e quando si prende posizione inevitabilmente ci si confronta, e magari pure ci si scontra, con chi ha preso una posizione totalmente diversa dalla nostra. Questa è la dialettica della fede cristiana, che accompagna il messaggio di Cristo da oltre duemila anni, e che continuerà a farlo finché questo mondo durerà. Forse, pure questa dialettica, questo "incontro - scontro" col Cristo, questo chiaroscuro dipinto sulla tela della storia, rappresenta la forza di un messaggio che non lascia indifferenti.
    Il giorno in cui il cristianesimo non fosse più un messaggio di contraddizione, di scomoda profezia, di denuncia, di accusa, di stimolo, di presa di coscienza, di domande, di tutto ciò che è in divenire, e si accomodasse ad una pacifica situazione di staticità, potremmo tranquillamente proclamarne la sconfitta.
    E ciò che più preoccupa, è che il grande male che rischierà di schiacciare e sconfiggere il cristianesimo, non sarà una forza a esso esterna, e nemmeno una fede a esso alternativa, ma l'atteggiamento che lo stesso Cristo teme come una gettata d'acqua sul fuoco: l'indifferenza di noi cristiani.

     

  • 15 Agosto - Assunzione della Beata Vergine Maria

    Commento al Vangelo nella

    Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria

    LC 1 - 39. 56

     

    Fermandoci a meditare su questa festa dell'Assunzione di Maria in cielo, sembra essere proprio questa una delle chiavi di lettura: come Maria, ognuno di noi è pellegrino e non vagabondo! C'è infatti una differenza sostanziale tra il pellegrino e il vagabondo che sta nella meta e la speranza di raggiungerla! Il vagabondo e il pellegrino possono percorrere la stessa strada, incrociare le stesse persone, affrontare le stesse lotte ma il pellegrino sa dove sta andando il vagabondo no. Il pellegrino affronta il cammino con la speranza di chi sa che tutto è necessario per arrivare alla meta! Questa festa dell'Assunzione di Maria in cielo con l'anima e il corpo, ci ricorda che noi siamo pellegrini nella nostra vita e non vagabondi; che la nostra storia, condotta dall'amore di Dio, non è costellata da episodi senza senso che ci sbattono da una parte all'altra delle sponde della vita, ma che ci spingono verso una meta!
    Abbiamo ascoltato nella II lettura San Paolo che definisce "Cristo risorto come primizia", cioè Colui che, attraverso la sua morte e risurrezione, ha riaperto le porte del cielo ad ogni uomo. La risurrezione di Cristo trasforma la morte in un passaggio per essere accolti tra le braccia di Dio Padre e godere in pienezza della stessa gioia e pace di Cristo. Se la primizia della risurrezione è Cristo, possiamo allora senza mezzi termini definire l'Assunzione di Maria in cielo come primo frutto di questa primizia. La festa dell'Assunzione ci ricorda il nostro destino di pienezza di vita nella comunione con Dio. Maria assunta in cielo nell'anima e nel corpo è il mistero della nostra fede che ci mostra che anche noi, come Maria, potremmo risorgere un giorno nell'anima e nel corpo ossia tutta la nostra storia, le nostre relazioni di amore vissute attraverso il cuore e i gesti del nostro corpo, troveranno la loro pienezza e il loro compimento nell'Amore di Dio! Nulla della nostra storia andrà perduto, nulla vissuto senza un senso, nulla di tutti quei gesti di fedeltà, di amore, di umiltà, di giustizia fatti con l'anima e con il nostro corpo saranno stati vani...
    Ma la festa dell'assunzione di Maria non ci parla soltanto della meta ma anche della strada da compiere per noi pellegrini. Stiamo ormai nel pieno del tempo estivo, un tempo dove, riposandoci un po' di più, dovremmo avere più facilità nel riflettere su come stiamo vivendo, sul nostro cammino. Spesso però le letture che facciamo della nostra vita sono abbastanza desolanti: avremmo voluto fare di più, fare meglio, fare scelte più coraggiose e magari ci ritroviamo un pochino delusi, scoraggiati, disorientati. Nella I lettura, il libro dell'Apocalisse racconta che "Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito".
    Più che l'immagine di Maria, in questa donna possiamo ritrovare l'immagine del popolo di Dio e dell'umanità intera. Di fronte al nuovo possibile che Dio ci mostra e vuole far nascere nella vita della Chiesa, dell'umanità e in ognuno di noi, c'è il male che si oppone e che tenta di divorarlo! La lettura prosegue con un epilogo bellissimo: "Suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio".
    Mi piace pensare che il nuovo nasce, il bene vince perché è nelle mani di Dio! Questa donna non tiene per se il figlio che nasce ma è messo nelle mani di Dio ed è per questo che il deserto dove camminerà sarà il rifugio preparato da Dio stesso. L'Assunzione di Maria comincia dall'Annunciazione quando ella accoglie il nuovo e la salvezza (per lei vissuta in maniera singolare!) che Dio vuole compiere nella sua storia che si esprime concretamente in questo viaggio verso Elisabetta che abbiamo ascoltato nel vangelo: "Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa". La storia di Maria diventa un'assunzione continua, un cammino sicuro guidato da Dio. Certo sarà anche deserto, ma nulla potrà portargli via la sua speranza, la sua gioia i suoi amori perché non le appartengono più. All'inizio della sua storia non c'è più quello che saprà compiere o realizzare perché all'inizio della sua storia c'è lo sguardo di Dio e la sua vita è messa nelle Sue mani. Maria va da Elisabetta innanzitutto per cantare la sua gratitudine. Non sarà più lei che dovrà guardarsi, giudicarsi, misurarsi ma sarà Dio che la guarderà e questo la renderà beata (felice-bella) guidandola nella sua missione così particolare...è qui che inizia l'assunzione di Maria che troverà compimento e si concretizzerà nell'assunzione del suo corpo! Lo stesso Gesù ai suoi discepoli un giorno ha detto "rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Lc 10,20).
    Oggi questa festa spinge anche noi a metterci o rimetterci in cammino da pellegrini in maniera nuova e questo potrà avvenire quando permetteremo a Dio di "disperdere i superbi e rovesciare i potenti dai troni", cioè quando cominceremo a smettere di guardarci pensando che noi stessi siamo la fonte del nostro bene e del bene degli altri, di quelli che desideriamo amare o, peggio ancora, quando pensiamo che nella nostra vita e intorno a noi non ci sia più spazio per il bene, che non ci siano più margini per ripartire! Un padre gesuita scriveva: "la vera grazia che uno si può aspettare nell'arco della sua vita è quella di avere la certezza di vivere bene non perché si è organizzato la vita da solo, ma perché guidato dalle mani di Dio...allora si capirà finalmente la differenza tra una vita vissuta secondo la propria volontà che vuole, desidera, lotta ma non può, e una vita vissuta con la propria volontà che aderisce alla volontà del Dio misericordioso". Chiediamo la grazia al Signore che questa festa dell'Assunzione oltre che a risvegliare la speranza sul nostro futuro e quello del mondo, ci dia il coraggio di lasciare a Lui, almeno un pochino di più, la possibilità di assumere dentro il Suo Amore la mia e la tua vita, proprio come ha fatto con Maria!

     

  • 11 Agosto - XIX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XIX Domenica del Tempo Ordinario

    Luca 12, 32 - 48 - Anno C

     

    Nella liturgia di oggi, abbiamo una forte sottolineatura sulla fede. Siamo nell'anno della fede e questo ci aiuta molto. Abbiamo letto e ascoltato il cap. 11 della lettera agli Ebrei: dei vari personaggi biblici si dice "per fede.." Per fede Abramo... per fede Isacco... per fede Giacobbe,... per fede Giuseppe... per fede Mosè...

    Il papa Benedetto continuerà e completerà la serie di tanti testimoni della fede. Abbiamo pregato nella preghiera iniziale della messa con queste parole: «Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell'attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Dice la lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede!».
    Dunque la fede è camminare nel buio, verso qualcosa che ancora non si vede. Nella lettera agli Ebrei viene sottolineata la fede di Abramo, il capostipite di una lunga stirpe di credenti che per fede: «partì senza sapere dove andava,... soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, eredi della stessa promessa».

    Chi vive da credente è pellegrino, non solo perché cambia concretamente dimora, ma ancora di più perché, andando verso il mistero di Dio, viene stimolato a cambiare, a vivere fuori degli schemi, a non pensare mai di essere arrivato. Allo stesso tempo la fede è anche camminare nella luce ("Lumen fidei" - la luce della fede) perché è «fondamento di ciò che si spera». Attraverso di essa infatti si diventa capaci di vedere ciò che altri non vedono e di conseguenza di mettere in gioco e impegnare la propria vita, concretamente, per cose che altri potrebbero giudicare una pazzia. L'amministratore fidato e prudente del vangelo di Luca sa bene che il padrone prima o poi ritornerà e di conseguenza orienta tutte le sue energie per preparare il suo ritorno. Questa preparazione ovviamente non avviene nella paura di essere giudicato male, ma nella fiducia che, quanto comandato dal padrone alla sua partenza, è la cosa giusta da fare, perché è la migliore per la vita del servo (venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà!). Quante cose oggi siamo chiamati a pensare e a vivere attraverso la fede, cioè attraverso la luce dell'insegnamento divino rivelato in Cristo!

    Per esempio c'è un modo tipicamente cristiano di intendere la famiglia, anche se la mentalità mondana la pensa diversamente; così il rispetto e la promozione della vita a tutti i livelli, valore assoluto che nessuno deve toccare, anche se ci sono tante violenze contro di essa. L'uomo non è in grado di decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male, al contrario deve cercare di superare questa posizione individualista per rivolgersi a Dio e nel confronto con lui ritrovare una efficace capacità di discernimento e la vera libertà.

    La questione principale è quella di mettere Dio al centro e chi non ci riesce rischia di mettere il cuore, cioè le migliori energie, su un tesoro che non ha valore. Abramo per fede offrì addirittura Isacco (così ancora la lettera agli Ebrei) per testimoniare che nemmeno al proprio figlio si può dare lo stesso valore di Dio. L'elemosina (così invece il vangelo di Luca) è l'atto di chi è fondato in Dio perché solo in questo modo gli altri possono essere percepiti fratelli, cioè figli dello stesso Padre. Nella fede sentiamo come sono belle e importanti le parole di Gesù, nel vangelo di oggi. "Non temere, piccolo gregge, perché al Padre è piaciuto dare a voi il Regno". "Fatevi borse che non invecchiamo, un tesoro sicuro nel cielo. Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore". Dov'è il nostro cuore? "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno, troverà ancora svegli!... "Anche voi tenetevi pronti, perché non sapete né oil giorno, né l'ora". Quando sarà la mia ora, quando l'ora di ciascuno di noi? "Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire nel bene, nella giustizia, nell'amore".

    Dalla "Porta fidei" di Benedetto XVI

    "Per fede Maria accolse la parola dell'Angelo e credette all'annuncio che sarebbe divenuta Madre di Dio nell'obbedienza della sua dedizione (cfr Lc 1,38). Visitando Elisabetta innalzò il suo canto di lode all'Altissimo per le meraviglie che compiva in quanti si affidano a Lui (cfr Lc 1,46-55). Con gioia e trepidazione diede alla luce il suo unico Figlio, mantenendo intatta la verginità (cfr Lc 2,6-7). Confidando in Giuseppe suo sposo, portò Gesù in Egitto per salvarlo dalla persecuzione di Erode (cfr Mt 2,13-15). Con la stessa fede seguì il Signore nella sua predicazione e rimase con Lui fin sul Golgota (cfr Gv 19,25-27). Con fede Maria assaporò i frutti della risurrezione di Gesù e, custodendo ogni ricordo nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), lo trasmise ai Dodici riuniti con lei nel Cenacolo per ricevere lo Spirito Santo (cfr At 1,14; 2,1-4).

    Per fede gli Apostoli lasciarono ogni cosa per seguire il Maestro (cfr Mc 10,28). Credettero alle parole con le quali annunciava il Regno di Dio presente e realizzato nella sua persona (cfr Lc 11,20). Vissero in comunione di vita con Gesù che li istruiva con il suo insegnamento, lasciando loro una nuova regola di vita con la quale sarebbero stati riconosciuti come suoi discepoli dopo la sua morte (cfr Gv 13,34-35). Per fede andarono nel mondo intero, seguendo il mandato di portare il Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15) e, senza alcun timore, annunciarono a tutti la gioia della risurrezione di cui furono fedeli testimoni.

    Per fede i discepoli formarono la prima comunità raccolta intorno all'insegnamento degli Apostoli, nella preghiera, nella celebrazione dell'Eucaristia, mettendo in comune quanto possedevano per sovvenire alle necessità dei fratelli (cfr At 2,42-47).

    Per fede i martiri donarono la loro vita, per testimoniare la verità del Vangelo che li aveva trasformati e resi capaci di giungere fino al dono più grande dell'amore con il perdono dei propri persecutori.

    Per fede uomini e donne hanno consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa per vivere in semplicità evangelica l'obbedienza, la povertà e la castità, segni concreti dell'attesa del Signore che non tarda a venire. Per fede tanti cristiani hanno promosso un'azione a favore della giustizia per rendere concreta la parola del Signore, venuto ad annunciare la liberazione dall'oppressione e un anno di grazia per tutti (cfr Lc 4,18-19).

    Per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro della vita (cfr Ap 7,9; 13,8), hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani: nella famiglia, nella professione, nella vita pubblica, nell'esercizio dei carismi e ministeri ai quali furono chiamati.

    Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia".

  • 4 Agosto - XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 12,13-21  Anno C

    «Crescere a più libertà, a più consapevolezza, a più amore, questo è il cammino della vita spirituale» (Giovanni Vannucci). E oggi il Vangelo traccia proprio alcuni passi di questa crescita.

    Dì a mio fratello che divida con me l'eredità. Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? Gesù rifiuta decisamente l'idea di fare da arbitro tra due fratelli in contesa. Perché Cristo non è venuto per sostituirsi all'uomo. Non offre soluzioni già predispo­ste, ma la sua parola come lu­ce per i tuoi passi, lampada per il tuo sentiero, che devi scoprire e percorrere da te. Come dirà poco oltre: perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?

    È il tema delicato ed emozionante della libertà umana, di un Dio fonte di libere vite.

    In alleanza con lui, l'uomo non è più un semplice esecu­tore di ordini ma un libero inventore di strade, che lo conducano verso gli altri e verso Dio.

    Un uomo ricco aveva avuto un raccolto abbondante e diceva tra sé: Che cosa farò? Demolirò i miei granai e ne ricostruirò di più grandi. Non è un uomo avido o un disonesto il protagonista, non fa del male, non è cattivo, ma è «stolto», non ha la sapienza del vivere.

    Per due motivi: fa dipendere la sua sicurezza e il suo futuro dai suoi beni materiali, manca di consapevolezza che ricchezza promette ma non mantiene, non colma il cuore né il futuro; che il filo della vita ha il capo solo nelle mani di Dio. Non di solo pane vive l'uomo.

    Anzi di solo pane, di solo benessere, di sole cose, l'uomo muore. C'è poi un secondo motivo per cui quell'uomo è stolto, privo della sapienza sulla vita. È ricco ma solo: non c'è nessun altro attorno a lui, nessuno è nominato nel racconto; è povero di relazioni e d'amore perché gli altri contano poco nella sua vita, meno della roba e dei granai.

    Stolto questa notte dovrai restituire la tua vita. Per quell'uomo senza saggezza la morte non è un accadimento sorprendente ma il prolungamento delle sue scelte: in realtà egli ha già allevato e nutrito la morte dentro di sé, l'ha fatto con la sua mancanza di profondità, per non essere cresciuto verso più consapevolezza e verso più amore. È già morto agli altri, e gli altri per lui.

    Con questa parabola sulla precarietà Gesù non disprezza i beni della terra, quasi  volesse disamorarci della vita e delle sue semplici gioie. Intende rispondere a una domanda di felicità. Vuoi vita piena? Non cercarla al mercato delle cose. Sposta il tuo desiderio. Gli unici beni da accumulare sulla terra per essere felici sono relazioni buone con le persone, relazioni libere e liberanti, una sempre maggiore profondità. Il segreto della vita buona sta nel crescere verso più amore, più consapevolezza e più libertà.

  • 28 Luglio - XVII Domenica del Tempo Ordinario

     

    Commento al Vangelo della XVII Domenica del Tempo Ordinario

    Luca 11, 1 - 13

     

    Il desiderio di seguire il Signore e la naturale attitudine ad incontrarlo e a parlargli con semplicità e fiducia scaturisce dalla nostra relazione con Lui, la preghiera. Quanto più vivremo nel mistero d'amore che ha annullato "il documento scritto contro di noi" (Col 2,14), la morte, tanto più renderemo concreta, nella nostra carne (v.13), la risurrezione di Cristo. Ora, chi ci insegnerà a pregare? Solo Colui che vive una relazione totale con il Padre può indicarci la verità e farci vivere con e nel Padre.
    Ascoltiamo, meditiamo e viviamo la Parola del Crocifisso Risorto, e impareremo a pregare.
    Dal racconto del vangelo di san Luca, possiamo osservare che la prima tappa della preghiera non è l'invocazione a Dio, come si potrebbe dedurre dalle parole del discepolo: "insegnaci a pregare" (Lc 11,1); ma è l'ascolto. "Uno dei suoi discepoli" (Lc 11,1), infatti, si rivolse così al Maestro perché si rese conto del Suo rapporto unico con Dio e chiese di condividere questa gioia con gli altri discepoli e con l'umanità. Il Signore Gesù, allora, proclamando la preghiera al Padre, manifesta l'infinità misericordia di Dio che perdona ogni offesa e salva chi confida nel Suo nome. L'ascolto, quindi, è generato dallo stupore per le meraviglie compiute da Dio nella nostra vita: tali meraviglie non si riferiscono solamente ai prodigi che possono occorrere nella nostra esistenza, ma soprattutto ai piccoli segni che pian piano ci fanno riconoscere il Signore presente nelle nostre azioni, nella fatica del lavoro, nella speranza di un mondo più giusto. L'ascolto, perciò, deve condurci alla conversione del nostro volto interiore.
    Ecco la meditazione. Meditare significa rispondere all'amore dell'origine per gustare, con sincerità, la Parola del Signore. "Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano" (v.2-3). L'invocazione al Padre indica la fiducia che noi cristiani dobbiamo avere nei confronti del nostro Dio; Egli, infatti, donando il Suo pane, la Sua vicinanza fra di noi, ci mostra la strada per farci realizzare nella storia e nella gloria eterna. Per questo è indispensabile non spezzare mai il dialogo con il Padre, ma invocarlo in ogni istante dell'esistenza e mantenere salda la catena che ci congiunge a Lui: Cristo Signore. Ciò suppone che non basta recitare il rosario e collocare la preghiera unicamente in un angolo della giornata: tutta la nostra vita deve essere una incessante preghiera, un rosario di desiderio perché il Padre ci trasformi a immagine di Colui a cui ci rivolgiamo.
    La preghiera è vita che (deve) trasfigura(re) tutta la nostra esistenza: deve orientarci a vivere. Chi ascolta, chi invoca, chi prega, ascolta la preghiera e le invocazione dei fratelli, in particolare, sa perdonare. La piccola parabola narrata da Gesù (v.5-8), infatti, si riferisce, in primo luogo, alla capacità di Dio di venire incontro effettivamente alle nostre necessità: sa di cosa abbiamo bisogno e dona tutto se stesso; in secondo luogo, essa ci comunica che se non apriamo la porta (v.7) del nostro cuore a Lui e non ci alziamo per dare i pani (v.7) al prossimo, è inutile pregare, invocare Dio: saremo degli ipocriti, non toccati e trasformati nel profondo.
    Ritorna, adesso, la questione posta all'inizio: chi ci insegnerà a pregare? Meglio, come faremo a vivere la preghiera? Possiamo leggere la parabola al contrario. Dio non è soltanto colui che sta in casa, ora bussa insistentemente perché possiamo aprirGli. "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto" (v.9), dunque, è la dolce corrispondenza che deve esserci fra noi e Dio, la completa adesione a Lui, che chiede di entrare nella nostra esistenza, che cerca di condurci verso la salvezza, che bussa continuamente per riportarci alla vera vita. E noi, se non ci stancheremo di cercarLo, se chiederemo la forza per seguirLo, vivremo.

  • 21 Luglio - XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XVI Domenica del Tempo Ordinario

    Luca 10, 38-4 - Anno C

     

    Il Samaritano che domenica scorsa si era fatto prossimo del malcapitato lungo la strada che va da Gerusalemme a Gerico, questa domenica percorre la strada praticamente a ritroso, e torna di nuovo dalle parti di Gerusalemme, a Betania. In quel villaggio c'era una casa probabilmente a lui molto familiare, al punto che la padrona di casa, una certa Marta, si permette di dirigersi a lui senza mezzi termini. Anzi, quasi lo rimprovera: gli rimprovera di essersi dimenticato di essere un Buon Samaritano, e di "non prendersi cura affatto di lei", che ha una sorella un po' lazzarona, la quale - di fronte a un ospite da trattare con riguardo, come nello stile della migliore tradizione giudaica - la abbandona senza troppi complimenti ai doveri della cucina e se ne sta lì, ai piedi dell'ospite, pendendo dalle sue labbra. Alla faccia della tradizione ospitale dei Padri: se Abramo avesse fatto così, quel torrido pomeriggio sotto le Querce di Mamre, il figlio della promessa non sarebbe mai nato... addio Storia della Salvezza!
    Ma al di là dei rimproveri ricevuti da Marta, che in realtà è una che non sa nemmeno dire le cose in faccia a chi di dovere, Gesù Buon Samaritano passa da Betania per far capire a noi, che da duemila anni cerchiamo di immaginarci l'amenità di questo proverbiale luogo di riposo e di contemplazione, che qualcuno ha capito veramente cos'è ciò che conta nella vita, ossia incontrarsi con lui e stare con lui. Possibilmente, senza preoccuparsi troppo delle cose marginali e andando diritti al cuore dell'incontro, ovvero l'ascolto della sua Parola; ad ogni modo, va bene anche come fa Marta, agitata perché il Buon Samaritano di Nazareth possa sentirsi a suo agio in quella casa, che in realtà è il suo cuore.
    Sì, perché ascoltando questo brano troppo spesso facciamo delle letture semplicistiche: Maria è la più brava nel riconoscere il Signore, mentre Marta ha il pensiero distolto da altre cose meno importanti; la contemplazione è più importante dell'azione; la preghiera e l'ascolto della Parola valgono di più delle opere di carità; è meglio affannarsi per essere discepoli di Gesù che affannarsi per le preoccupazioni quotidiane, e via di seguito. Poi però leggendo il Vangelo ti accorgi che, in un momento di prova come quello della morte del fratello Lazzaro, è Marta che per prima va incontro al Signore e pronuncia su di lui una delle più belle professioni di fede del Vangelo; e se sfogliamo il calendario dei santi, vediamo che la Tradizione della Chiesa, parte integrante della Rivelazione, vi ha inserito il nome di Marta, e non quello di Maria... chi sarà, allora, la vera discepola del Signore?
    Forse non è questo il termine della questione. Ciò che conta è l'incontro con il Signore, e la nostra capacità di riconoscerlo e accoglierlo nella nostra vita. A volte ciò avviene "in fretta", come per Abramo; altre volte "agitandoci" come Marta, perché il nostro cuore sia ben disposto ad accoglierlo; in altri momenti, invece, nel modo migliore possibile, facendo silenzio, come Maria, "seduti ai piedi" del Maestro lasciando che sia lui a parlare e a condurre le danze. Sono molti i modi dell'ospitalità, e Cristo Buon Samaritano si compiace di ognuno di essi, perché vede che tutti hanno capito la lezione dell'uomo che si fa prossimo a chi è nel bisogno. Il pellegrino, nella tradizione biblica, è simbolo dell'uomo bisognoso di cure e di accoglienza il quale, se accolto con disinteresse e apertura di cuore, ricompensa chi gli apre la porta della sua tenda: "Venite, benedetti del Padre mio, e ricevete in eredità il premio che vi ho riservato...perché ero forestiero e mi avete ospitato".
    Ne sanno qualcosa Abramo e Sara, che di fronte ai tre pellegrini non si curano né del caldo afoso né della precarietà di un accampamento di nomadi, e in fretta offrono tutto ciò di cui un pellegrino ha bisogno: acqua, cibo e riposo. A loro, in cambio, ne viene parecchio: ciò per cui avevano sperato lungo tutta una vita, il compimento di una promessa fatta a più riprese e mai realizzata, la nascita di un figlio, che arriverà in un modo tanto più bello quanto più insperato, e che a Sara provocherà gioia e sorrisi proprio perché ormai la speranza era venuta meno e le vie umane intraprese si erano ormai interrotte. Chiedetelo a una mamma che riesce a generare il primo figlio in età avanzata...
    A Maria di Betania il Maestro accolto perché pellegrino regala il privilegio di essere considerata, lungo i secoli, l'immagine della discepola prediletta, che a ogni cosa della vita antepone l'ascolto della sua Parola.
    E a Marta? A lei, quel giorno, apparentemente, solo un affettuoso rimprovero (non si può certo dire che il tono usato da Gesù non tradisca un grande affetto nei suoi confronti e nei confronti delle sue molte premure): più tardi, però, poco prima della Resurrezione di suo fratello Lazzaro ma pure della sua stessa Pasqua, di fronte alla sua professione di fede nella resurrezione finale ("So che mio fratello risusciterà nell'ultimo giorno"), Gesù le farà dono di una Rivelazione di altissimo livello sulla sua persona, qualcosa che forse a nessun discepolo e a nessun teologo è mai stato rivelato circa il Figlio di Dio: "Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà". Questo è ciò che succede a chi accoglie il Maestro, il Buon Samaritano, che - questa volta da pellegrino - ha bisogno lui di cura e di attenzione: avrà vita, vita in abbondanza, vita da trasmettere, e sarà capace di generare vita anche da apparenze di fallimento e di morte.
    Dio passa nella nostra vita, sotto forme spesso a noi incomprensibili e in modi che a noi sono poco evidenti: riconoscerlo in quei momenti è senz'altro anche questione di fede, ma è soprattutto una questione di generosità. La generosità di Abramo, che non sta a chiedersi cosa vuole Dio da lui, perché sa che Dio è Grazia, e che sarà Dio stesso a fargli dono di ciò che egli più desidera; la generosità di Marta, che non solo non fa silenzio di fronte al Maestro, ma addirittura lo rimprovera di non accorgersi di lei, ansiosa, premurosa e spesso - come milioni di donne in ogni tempo e in ogni luogo - lasciata sola nel portare il peso di una casa e di una famiglia. È vero, neppure il Maestro tralascia di risponderle, e senza interposta persona: poi però si mostrerà a lei con tutta la potenza del Signore della Vita, più forte anche di un sepolcro chiuso e maleodorante, e di un sudario, e di avvolgenti bende di morte.
    Ma lei non molla: l'ultima mossa vuole averla lei, sei giorni prima della Pasqua, quando a Betania sua sorella Maria, mistica e contemplativa più che mai, ungerà per la sepoltura il corpo del Maestro, e lei, questa volta senza dire nulla - avrà forse imparato la lezione? - offrirà a lui, per l'ultima volta, una cena.
    Perché non sia mai che Dio "passi oltre senza fermarsi dalla sua serva".

  • 57° Anniversario di Ord Sacerdotale di Mons. Umberto Galeassi - 29 Giugno 2013

    http://www.youtube.com/watch?v=0logLwoAMG0&feature=youtu.be

  • 14 Luglio- XV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C - Luca 10, 25-37

     

    La questione posta dal dottore della Legge a Gesù rivela che ogni uomo è alla ricerca di una felicità duratura in grado di farlo realizzare qui sulla terra e nell'altra vita: "che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?" (Lc 10,25). Per noi cristiani l'unica felicità è Cristo, il Dio vicino, Colui che ha unito, con la Sua morte e risurrezione, il cielo e la terra. In Lui la comunità cristiana ritrova la gioia dell'incontro con l'eternità e la sicurezza di una pace infinita; il coraggio, infine, per affrontare con serenità e fiducia il difficile compito della pastorale. Ascoltiamo, quindi, gli insegnamenti del Maestro, solo così riusciremo, nella gioia e nella pace, ad essere comunità testimone della vita nuova data da Lui e comprenderemo, ancora di più, che l'essenza del cristianesimo è vivere l'amore con e per il fratello.
    Gesù narra che un uomo mentre "scendeva da Gerusalemme a Gerico cadde nelle mani dei briganti" (v. 30), lasciandolo mezzo morto. Per caso passarono due persone, ma nessuno prestò aiuto al poveretto (vv. 31-32). Invece un Samaritano si prese cura del percosso, "gli fasciò le ferite, lo portò in un albergo" (vv. 34-35).
    L'uomo che "ha avuto compassione di lui" (v.37) non può che essere il Figlio di Dio, che nel Suo disegno d'amore si fa carico dell'umanità ferita dal peccato. Egli non passa oltre, si accosta ad ognuno, e con parole e gesti ci rialza dalle cadute, ci conforta nel dolore, ci purifica dalle sozzure e ci protegge dai briganti.
    Ogni gesto di compassione del Signore, allora, ha l'obiettivo di aprire anche per noi l'occasione di vivere come Lui. Infatti, curati, salvati dal Suo sangue, noi cristiani dobbiamo prenderci cura, come l'albergatore della parabola, dei pellegrini che incontriamo nel nostro cammino, ascoltando le loro necessità e proclamando la parola che sana dalle ferite del male.
    A volte, però, risulta difficile imitare la misericordia del samaritano, vivere l'amore. È necessario, dunque, credere che in ogni fratello che grida aiuto, o in ogni vicino, sia presente Cristo; occorre, per questo, la nostra continua, instancabile implorazione al Maestro perché ci fortifichi nella fede. Se la comunità avrà fede avrà tutto; poiché anche se mancasse tutto non mancherebbe nulla. La fede è calore, riscalda i cuori freddi, sostiene la speranza nelle tenebre della vita. Con una fede viva, attuale, crescente riconosciamo il Signore presente nei sofferenti, lo sentiamo vicino nella preghiera e nelle attività quotidiane: indirizziamo tutto il nostro lavoro, la nostra esistenza verso di Lui.
    Imploriamo Cristo Gesù perché non ci allontaniamo mai dal Suo amore; desideriamoLo come l'affamato che cerca un pezzo di pane, come l'assetato che brama di incontrarsi con la sorgente d'acqua fresca. Egli è già vicino a noi: spetta a noi riconoscerLo e corrispondere all'amore.

     
  • 7 Luglio- XIV Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo dell XIV Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C- Luca 10, 1-12. 17-20

    Mitezza, povertà, essere portatori di pace, sapersi accontentare, interessarsi dei bisogni degli altri, annunciare il Regno, non lasciarsi travolgere dal facile successo, sapere che ciò che conta è essere membri del Regno: queste sono le consegne esplicite del Maestro ai suoi discepoli, in quello che a ragione può essere considerato il "Decalogo" della missione. Chi ha avuto la grazia (perché di questo si tratta) di vivere l'esperienza della missione "ad gentes" sa quanto siano vere e fondamentali queste parole. Ma sa pure quanta responsabilità portano con sè. E di fronte a questo, il missionario non dorme sonni tranquilli, tutt'altro.
    Quando si parte per un'esperienza di missione, e quando soprattutto ci si trova sul posto a operare, si ha sempre un po' la sensazione di essere uomini e donne "in prima linea", di frontiera, che sono chiamati ad affrontare situazioni difficili che in altri luoghi e in altre situazioni non si affrontano, e allora sorge un po' di "orgoglio personale" che porta noi missionari a sentirci protagonisti indispensabili di ciò che stiamo facendo. Lo dico a me stesso, prima di tutto: ci sentiamo talmente protagonisti che arriviamo al punto - quando ci è chiesto di rientrare o di cambiare ambito della missione - di opporre molte resistenze, convinti del fatto che se veniamo via noi, crolla tutto. In parte può essere vero, e in vari casi l'abbiamo pure verificato, nel corso della storia. Ma non possiamo certo dire che questo sia dovuto alle inadempienze di chi è venuto dopo di noi, soprattutto quando fa parte del clero locale delle Chiese del Sud del mondo. Spesso si deve a questo nostro protagonismo, che in molti momenti ha lasciato poco spazio agli altri, impedendo così che la chiesa locale divenisse protagonista.
    Ma il Signore, nel Vangelo di oggi, non lascia spazio a dubbi. Di fronte ai discepoli che esultavano perché addirittura i demoni si sottomettevano a loro, afferma che la loro gioia non deve derivare da quello, quanto piuttosto dalla ferma convinzione che chi è protagonista del Regno è il Signore. È a lui che dobbiamo rendere conto, ed è solo preoccupandoci che i nostri nomi siano scritti nei cieli che compiamo la missione che egli ci ha affidato.
    Da questa convinzione scaturiscono tutte quelle "consegne" che il Signore dà ai suoi settantadue discepoli quando li invia. La mitezza ci ricorda che non siamo i padroni della situazione, e che non possiamo mai imporre a nessuno il messaggio del Vangelo. Il Vangelo secondo questo brano di Luca ha due soli temi: la Pace e la vicinanza del Regno di Dio a ogni uomo. Il Vangelo è Pace, non è imposizione, non è legge, non crea dipendenza o schiavitù. Il Vangelo è un messaggio di pace per uomini liberi, e che crea uomini liberi. E la libertà si gioca anche sull'indipendenza da ogni forma di schiavitù, anche quella subdola e accattivante delle ricchezze e dei beni materiali. Infatti, oltre a chiedere ai suoi discepoli di esser portatori di pace, il Maestro li invita a sapersi accontentare di quanto ogni uomo è capace loro di offrire. In sostanza, il Maestro chiede ai suoi discepoli di vivere la povertà nel senso più originario e profondo del termine: la capacità di comprendere che tutto è un dono, che tutto ci viene da Dio, che nulla ci appartiene, e per questo nulla possiamo pretendere di avere o di portarci via da questa terra.
    Allora, non servono "né borsa, né sacca, né sandali", perché non sono i beni che possediamo a darci sicurezza nell'annuncio del Vangelo. E questo, quando si fa missione, ma più in generale quando si è cristiani, è ciò su cui ci giochiamo la nostra credibilità e la veridicità della nostra testimonianza. Lo vediamo anche in questi giorni, in cui Papa Francesco sta chiedendo alla Chiesa e alle sue strutture un ritorno a una povertà che non sia "pauperismo", mancanza assoluta di tutto, rinuncia a ciò che si è costruito magari anche con fatica e sacrificio: solamente, chiede che Dio sia rimesso al centro di ogni cosa, e soprattutto al centro della vita del cristiano, il quale non può fare a meno dei beni materiali per sopravvivere, ma non ne può neppure fare il motivo della sua sussistenza. E soprattutto, la Chiesa non può entrare, a causa dell'uso dei beni materiali, nelle logiche di potere o ancora peggio di corruzione che diventano una controtestimonianza evangelica oltre che un segno di umana (se non addirittura disumana) disonestà.
    Ma ancora di più, il cristiano, il discepolo, l'annunciatore del Vangelo non può mai agire come padrone della missione e del compito che gli è stato affidato. Ritenere l'annuncio del Vangelo opera delle nostre capacità, e condizionare la buona riuscita dell'annuncio all'utilizzo delle risorse investite per questo, vuole dire non avere compreso la cosa più importante per il discepolo: che l'artefice della missione e dell'annuncio è Dio.
    L'abbiamo detto anche nelle domeniche precedenti, e Luca ce lo farà dire anche più avanti: è Dio che detta le regole del gioco, è il Maestro che indica la via, è il Signore che guida i passi del discepolo in una via fatta senza dubbio di croci, ma fatta anche della soddisfazione più grande e dell'unica gioia che il discepolo deve provare, ovvero rallegrarsi che il suo nome sia scritto nei cieli.

  • Professione Monastica Temporanea

    Carissimo Don Umberto,
    ricordando il bellissimo anno trascorso tra voi, sono felice di comunicare a Lei e alla comunità parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria, che il Padre Abate e la Comunità Monastica di San Paolo fuori le mura in Roma, hanno accolto favorevolmente la mia richiesta per la Professione Monastica Temporanea che avverrà mercoledì 10 luglio 2013 alle ore 17:30 presso la Basilica di San Paolo.

    Se le sarà possibile essere presente, ne sarei onorato e felice...non solo perchè ho ancora vivo l'affetto paterno con cui mi ha accolto nella sua parrocchia, ma anche per la simpatia e la stima reciproca dei suoi parrocchiani, in modo particolare i giovani.....


    Assicurando la mia costante preghiera le chiedo di accompagnarmi nelle sue preghiere.....La ringrazio di cuore.....
                                                                                                                                                                                                                                                                                                             fr. Gregorio (Marco) Pomari

  • 30 Giugno- XIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XIII Domenica del Tempo Ordinario

    Luca 9, 51 - 62

    Il vangelo secondo Luca ordina la vita pubblica di Gesù, narrando dapprima quanto ha fatto in Galilea, da dove poi ha dato inizio al viaggio che si sarebbe concluso a Gerusalemme, con la sua morte e risurrezione. Egli sapeva bene (l'aveva preannunciato più volte) a che cosa sarebbe andato incontro; avrebbe potuto sottrarvisi, ma non l'ha fatto. Il passo odierno (Luca 9,51-62) comincia così: "Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme". Prese la ferma decisione: per questo era venuto, questo era il piano di Dio per salvare l'umanità. Prese la ferma decisione: Dio prima di tutto, Dio sopra di ogni calcolo di personale convenienza.
    Anche e soprattutto in questo, per chi vuole essere suo discepolo, Gesù è il modello: di qui le sue parole, austere, a tre uomini incontrati poco dopo. "Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: ‘Ti seguirò dovunque tu vada'. E Gesù gli rispose: ‘Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo'". Càpita; qualche frase che colpisce, un incontro illuminante, ed ecco accendersi l'entusiasmo, lo slancio del cuore: ti seguirò dovunque, sempre. Ma la risposta di Gesù mette in guardia dalle decisioni repentine; il cuore deve essere sempre accompagnato da occhi bene aperti, dalla riflessione, dalla consapevolezza. Seguire Gesù non è una passeggiata; in particolare egli avverte: se vieni con me, non aspettarti una vita facile e comoda, e men che meno onori o ricchezze; si è cristiani perché è cosa buona e giusta, non perché conviene.
    Il secondo e il terzo incontro sono tra loro simili. All'invito di Gesù a seguirlo, uno risponde: "Permettimi prima di andare a seppellire mio padre" e un altro: "Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia". Le risposte ad entrambi, pur tenendo conto che sono formulate nel paradossale e colorito linguaggio orientale, a prima vista sconcertano: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio"; "Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio". La durezza di queste parole, tuttavia, si attenua assai se si considera che i due cui sono rivolte non chiedono solo un'ora o un giorno per dare corso agli affetti domestici. Andare a seppellire il padre, in quel momento magari ancor vivo e vegeto, significava prendersi tutto il tempo occorrente ad assisterlo sino a quando avesse chiuso gli occhi; congedarsi da quelli di casa significava prima sistemare gli affari, risolvere questioni in sospeso, provvedere al futuro dei familiari. Insomma, dilazionare la decisione, dando la precedenza a pur rispettabili questioni terrene, mentre le risposte di Gesù non intendono certo annullare i legittimi affetti: vogliono anzitutto affermare il primato di Dio; niente e nessuno è più importante di lui. "Onora il padre e la madre": è un comandamento, che comporta rispetto e assistenza, ma non al punto di anteporli a Dio; "chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me", ha detto un'altra volta lo stesso Gesù.
    Affermare nei fatti il primato di Dio, oltre tutto, non è un peso; anzi significa esercitare al meglio la propria autentica libertà, senza lasciarsi condizionare da ciò che Paolo chiama la carne, cioè meschinità, timori, egoismi, calcoli di terrena convenienza. L'apostolo usa questo termine, nella seconda lettura di oggi (Gàlati 5,1.13-18), per spiegare che cosa sia la libertà di cui i cristiani possono godere. "Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l'amore siate invece a servizio gli uni degli altri".

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  • 23 Giugno - XII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc 9, 18-24

     

    Continuando la lettura del Vangelo di Luca, la Liturgia della domenica XII del tempo ordinario ci fa rivivere uno dei passi decisivi (Lc.9,18-24) nel quale Gesù interpella la folla, la comunità e noi personalmente sul nostro rapporto con lui.
    Nella sua narrazione Luca ha già sottolineato come la questione dell'identità di Gesù si ponga con sempre maggiore insistenza. "
    Un grande profeta è sorto tra di noi!" acclamava la folla glorificando Dio dopo che Gesù ha ridonato alla madre il figlio che era morto (Lc.7,16-17). E "chi è costui che perdona anche i peccati?" si chiedevano i commensali del fariseo dopo che Gesù, accogliendo i gesti di intensa tenerezza della donna, le aveva detto: "I tuoi peccati sono perdonati" Lc.7,48-49). Ed il tetrarca Erode pone esplicitamente la questione quando sente le voci che corrono su Gesù che compie opere meravigliose: "Chi è costui, del quale sento dire tali cose?" (Lc.9,10-17)
    Adesso è Gesù stesso che prende l'iniziativa di provocare a prendere posizione sulla questione della sua identità e lo fa non proponendo una discussione teorica o ideologica, ma mettendo in evidenza il rischio che la sua presenza sia letta alla luce di schemi culturali o religiosi imposti dal passato della storia del popolo di Israele, invitando a guardare la concretezza della sua persona, della sua vita, delle sue scelte, a vedere lui e a seguirlo sulla sua via: l'identità di Gesù si scopre nella relazione personale con lui, nella condivisione e nella comunione con lui e sperimentando che seguire lui significa scoprire il senso vero della vita.
    Se Gesù è un uomo di Dio, occorre vedere "Lui": oltre ogni schema del passato è la novità imprevedibile del Dio vivo che si manifesta in Gesù. Ed è solo con la fede che ci dà il coraggio di andare "dietro" a lui, di camminare con lui che, trovando il senso vero della vita, scopriamo chi lui è: Gesù è la verità dell\'uomo, non in astratto, è la verità che noi sperimentiamo personalmente nella nostra vita. Per questo possiamo dire chi lui è.
    La frase con cui Luca inizia il racconto è particolarmente significativa: "Ed avvenne che essendo lui in preghiera, solo, stavano con lui i discepoli e li interrogò dicendo...". È una costante di Luca sottolineare la preghiera di Gesù: l'ultima immagine che egli lascia impressa negli occhi dei suoi discepoli mentre viene portato in cielo è proprio quella dell'orante (Lc.24,50).
    Ma cos'è la preghiera di Gesù? E' l'esperienza dell'intimità con il Padre, il momento nel quale egli lascia che tutta la sua vita sia generata dal Padre: è il momento nel quale egli comprende la propria identità come dono del Padre. È "solo": la preghiera è il momento della più profonda solitudine, riempita solo dall'Amore del Padre, è "solo" "con" il Padre.
    "Stavano con lui i suoi discepoli". È ancora il mistero della preghiera: la solitudine di Gesù con il Padre è la fonte della comunione con i discepoli, ma occorre che essi entrino nel circolo dell'amore che il Padre ha donato a lui.
    "Li interrogò, dicendo...": ecco, comincia il cammino guidato da Gesù stesso, della scoperta della sconvolgente e impredibile novità della sua identità.
    "La folla chi dice che io sia?" chiede Gesù ai suoi discepoli. "Giovanni il Battista...Elia...uno degli antichi profeti che è risorto..." è la risposta dei discepoli. La folla ha colto la grande statura morale di Gesù e lo assimila ai personaggi prestigiosi del passato dei quali aspetta il ritorno: la folla interpreta Gesù alla luce del passato, con uno schema di lettura legato alla storia e da lui aspetta che egli faccia rivivere il passato.
    ("La folla chi dice che io sia?" chiede anche oggi Gesù ai suoi discepoli: forse anche oggi la folla pensa a Gesù come ad un grande personaggio maestro di morale, della religione...)
    "Ma voi, chi dite che io sia?": ai suoi discepoli, a coloro che sono con lui, Gesù chiede di andare oltre il pensiero della folla, di entrare in relazione con lui, per poter rispondere personalmente alla domanda: "Chi sono io per voi".
    Pietro risponde a nome di tutti: "Il Cristo di Dio". Anche la risposta di Pietro è alla luce dell'attesa popolare: il Cristo di Dio, il Messia era atteso con insistenza per ridare la dignità perduta al popolo di Israele. Un Salmo della scuola farisaica del tempo descrive il Messia atteso come discendente della famiglia regale di Davide, che scaccia gli empi e gli stranieri dalla Terra promessa e da Gerusalemme governa tutti i regni della terra.
    Luca descrive la reazione imprevedibile di Gesù, ancora con una frase importante per i discepoli di ogni tempo, chiamati ad annunciare il Vangelo a tutti: "Con tono severo, egli ordinò a loro di non dire questo a nessuno". Gesù con chiarezza e forza ordina ai discepoli di non annunciare un "Cristo di Dio" trionfante. Invece comincia a dire chi lui "deve" essere per realizzare ciò che il Padre vuole che sia: "Bisogna che il Figlio dell'uomo soffra molto, che sia rifiutato dagli Anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, che sia messo a morte e che risorga il terzo giorno".
    Ecco l'identità di Gesù: se egli è il "Cristo di Dio" lo è al di fuori di ogni idea di Messia di un Dio che si innalza, ma di un Dio che serve, che discende. È il "Cristo di Dio" perché è il "Figlio dell'uomo" che percorre tutta la via della carne umana nella sua sofferenza, non cercando il potere di ogni tipo, non arrogandosi il diritto di farsi superiore agli altri, ma accettando che la sua forza sia soltanto l'Amore con il quale il Padre lo ama nella fragilità della carne condivisa con tutta la creazione. Gesù è il Messia perché è la presenza nel mondo di un Dio che condivide l'umanità, incarnandosi, capovolgendo la logica umana che non può pensare che Dio sia dentro la carne per amarla ma pensa sempre che Dio voglia che l'uomo esca dalla sua carne per raggiungere lui.
    Arrivare a comprendere chi è Gesù, non come noi vorremmo che fosse, ma con la forza sconvolgente dell'Amore