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La Parrocchia e il coraggio di dirsi Cristiani

Sono tempi particolari, diciamolo pure. Una crescente indifferenza verso i valori del passato, quelli che ci hanno guidato fino ad oggi con sicurezza ed elevazione spirituale, sta dilagando, quasi una moda che ci porta avergognarci del nostro essere cristiani, partecipi del mistero della vita e del grande problema di Dio.La considerazione di ordine generale, ora espressa, è incanalabile anche in ambito più ristretto.

Parrocchia significa “vicino alle case”, in senso traslato “vicino ai cuori”, cioè alla gente. Vale a dire una specie di convergenza degli sguardi interiori, un punto di incontro di chi ha aspirazioni identiche, ma pure di chi cerca una parola di consolazione o un aiuto ai propri dubbi. Alla parrocchia va dato di nuovo il suo largo significato di “momento” di aggregazione finalizzato a qualcosa di superiore oltre la quotidianità dispersiva. Esaminiamo brevemente il battito dell’esistenza giornaliera. Siamo tutti presi da un vortice di fretta che ci dissemina sulle strade interne alla città dentro le macchine, in un isolamento che continua nella casa di fronte al video, apparecchio che è unidirezionale. Gli stessi coinquilini d’un palazzo stentano a colloquiare; spesso sono degli estranei che hanno contatti solo nelle riunioni condominiali. Quello che la scienza definisce “solipsismo”, e che sta cambiando la mentalità dell’essere umano, si ispessisce giorno dopo giorno, con tutte le conseguenze che stanno sotto gli occhi di ognuno.Ecco: la parrocchia deve essere un centro di dialogo, e non soltanto per scambiarci gli auguri di pace durante la santa Messa. Man mano che calano di numero e di attività i punti di ritrovo per la gente, la chiesa potrebbe anzi: dovrebbe – prendere il posto di essi. Stranamente, proprio oggi che ci si rinchiude diffidenti dentro la macchina, nell’ascensore per evitare gli incontri sulle scale, nelle case blindate a causa del proliferare dei ladri; stranamente, ripeto, l’essere umano ha sete di aprirsi con i propri simili: è un bisogno primario dell’umanità.La civiltà è nata nell’agorà, nelle terme, nelle chiese. Gesù ha predicato sotto il cielo; Socrate ha insegnato per le vie di Atene; i Padri hanno alimentato la spiritualità dei credenti dall’ambone delle cattedrali. Noi ci stiamo isolando e devitalizzando davanti alla demenzialità di certo video. Sant’Agostino prima e Petrarca poi, hanno notato il difetto capitale dell’uomo: correre dietro alle cose esterne, ma di se stesso non prendersi cura.L’impoverimento spirituale va di pari passo con la scontentezza, con la rincorsa del vitello d’oro, con la violenza. È vero che la parola salvifica di Cristo ognuno può leggerla da sé sul Vangelo, anche nella propria dimora, ma chi lo fa? Un tempo si diceva il Rosario in famiglia (ricordo un bellissimo libro, in materia, del canonico di Albano don Giovanni Casalotti); oggi si tace, ognuno per proprio conto, già a tavola, di fronte all’elenco delle tragedie propinate dai telegiornali. Frequentiamo la parrocchia, come momento di riflessione, di incontro per confrontarci sui problemi essenziali della vita, per dare e ricevere una parola di speranza, per mettere nelle mani del nostro Parroco i dubbi, le incertezze momentanee, e per aprirci agli altri, all’altro.Solo una disposizione confidente e comprensiva ci avvicinerà gli uni agli altri. Si ha bisogno di rompere il nodo gordiano della tensione che i nostri giorni imprimono - tramite il rumore e la fretta - alla nostra sensibilità. Perché non provare, con apertura sincera di cuore e di intenti, a fare della parrocchia un incontro di popolo, uno scambio di idee, un luogo che va, oltre le sacre funzioni, incontro ai problemi che ci assillano e che solo la bontà di Dio può risolvere? Ma Dio va pregato: e il Parroco è il Suo ministro. Aggiungiamo un po’ di buona volontà: di un punto di riferimento sicuro abbiamo tutti bisogno.

 

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