• image
  • image
  • image
  • Comunioni
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
  • image
Previous Next
Filtro
  • BENEDIZIONE PASQUALE DELLE CASE E VISITA DEL PARROCO A TUTTE LE FAMIGLIE

      

    Si comunica che a partire da

    LUNEDI' 19 MARZO le BENEDIZIONI PASQUALI

    SARANNO MOMENTANEAMENTE SOSPESE

    e rimandate a data da destinarsi

  • Settimana Santa 2017

  • 2 Aprile 2017: V Domenica di Quaresima

    V Domenica di Quaresima

    Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45

    Anno A

     

    In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». (...)

     

    Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno.
    A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un'altra vita, ma qui, adesso, io sono.
    Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell'umano, il rialzarsi della vita che si è arresa.
    Vivere è l'infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.
    Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto.
    Anch'io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l'amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.
    Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un'altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita.
    Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte. E liberatevi dall'idea della morte come fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele, si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso.
    E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, amici, qualche lacrima e una stella polare.
    Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l'olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell'anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita.
    E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d'amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.

     

  • 26 Marzo 2017: IV Domenica di Quaresima

    IV Domenica di Quaresima

    Letture: 1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». (...)

     

    Gesù vide un uomo cieco dalla nascita... Gesù vede. Vede lo scarto della città, l'ultimo della fila, un mendicante cieco. L'invisibile. E se gli altri tirano dritto, Gesù no, si ferma. Senza essere chiamato, senza essere pregato. Gesù non passa oltre, per lui ogni incontro è una meta. Vale anche per noi, ci incontra così come siamo, rotti come siamo: «Nel Vangelo il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato, ma sempre sulla sofferenza della persona» (Johannes Baptist Metz).
    I discepoli che da anni camminano con lui, i farisei che hanno già raccolto le pietre per lapidarlo, tutti per prima cosa cercano le colpe (chi ha peccato, lui o i suoi genitori?), cercano peccati per giustificare quella cecità. Gesù non giudica, si avvicina. E senza che il cieco gli chieda niente, fa del fango con la saliva, stende un petalo di fango su quelle palpebre che coprono il nulla.
    Gesù è Dio che si contamina con l'uomo, ed è anche l'uomo che si contagia di cielo. Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che viene al mondo, che viene alla luce, è una mescolanza di terra e di cielo, una lucerna di argilla che custodisce un soffio di luce.
    Vai a lavarti alla piscina di Siloe... Il mendicante cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c'è ancora, quando c'è solo buio intorno. Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo. «Figlio della luce e del giorno» (1Ts 5,5), ridato alla luce, ri-partorito a una esistenza di coraggio e meraviglia.
    Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel Vangelo un'infinita tristezza. Ai farisei non interessa la persona, ma il caso da manuale; non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi ma la "sana" dottrina. E avviano un processo per eresia: l'uomo passa da miracolato a imputato.
    Ma Gesù continua il suo annuncio del volto d'amore del Padre: a Dio per prima cosa interessa un uomo liberato, veggente, incamminato; un rapporto che generi gioia e speranza, che porti libertà e che faccia fiorire l'umano! Gesù sovverte la vecchia religione divisa e ferita, ricuce lo strappo, unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l'uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.
    Gli uomini della vecchia religione dicono: Gloria di Dio è il precetto osservato e il peccato espiato! E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo con occhi che si riempiono di luce. E ogni cosa ne è illuminata.

  • 26 Marzo 2017 - Raccolta offerte

  • Domenica 19 Marzo torna il CresiFest

    art foto evidenza 33732È in programma domenica 19 marzo, dalle 15 alle 18 presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo, la quinta edizione del CresiFest, la festa incontro dei cresimandi della diocesi di Albano con il Vescovo Marcello Semeraro.

  • 19 Marzo 2017: III Domenica di Quaresima

    III Domenica di Quaresima

    Letture: Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5,1-2.5-8; Giovanni 4,5-42

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». (...)


    Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.
    Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l'umanità, la sposa che se n'è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.
    Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l'umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all'ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo.
    Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato.
    Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono...
    Il dono è il tornante di questa storia d'amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un'acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d'acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi.
    Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.
    Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d'oro che si appoggia il resto del dialogo.
    Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene.
    E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c'è uno che mi ha detto tutto di me... La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio.
    Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d'angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

  • 12 Marzo 2017: II Domenica di Quaresima

    II Domenica di Quaresima

    Letture: Genesi 12,1-4; Salmo 32; 2 Timoteo 1,8-10; Matteo 17,1-9

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li
    condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il
    suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed
    ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la
    parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi,
    farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava
    ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco
    una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho
    posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero
    con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li
    toccò e disse: «Alzatevi e non temete». (...)

     

    La Quaresima ci sorprende: la consideriamo un tempo penitenziale, di sacrifici,
    di rinunce, e invece oggi ci spiazza con un Vangelo pieno di sole e di luce,
    che mette energia, dona ali alla nostra speranza.

    Gesù prese con sé tre discepoli e salì su di un alto monte. I monti sono come
    indici puntati verso il mistero e le profondità del cosmo, raccontano che la
    vita è un ascendere verso più luce, più cielo: e là si trasfigurò davanti a
    loro, il suo volto brillò come il sole e le vesti come la luce.

    L'esclamazione stupita di Pietro: che bello qui, non andiamo via... è propria
    di chi ha potuto sbirciare per un attimo dentro il Regno. Non solo Gesù, non
    solo il suo volto e le sue vesti, ma sul monte ogni cosa è illuminata. San
    Paolo scrive a Timoteo una frase bellissima: Cristo è venuto ed ha fatto
    risplendere la vita. Non solo il viso e le vesti, non solo i discepoli o i
    nostri sogni, ma la vita, qui, adesso, quella di tutti.

    Ha riacceso la fiamma delle cose. Ha messo nelle vene del mondo frantumi di
    stelle. Ha dato splendore e bellezza all'esistenza. Ha dato sogni e canzoni
    bellissimi al nostro pellegrinare di uomini e donne. Basterebbe ripetere senza
    stancarci: ha fatto risplendere la vita, per ritrovare la verità e la gioia di
    credere in questo Dio, fonte inesausta di canto e di luce. Forza mite e
    possente che preme sulla nostra vita per aprirvi finestre di cielo.

    Noi, che siamo una goccia di luce custodita in un guscio d'argilla, cosa
    possiamo fare per dare strada alla luce? La risposta è offerta dalla voce:
    Questi è il mio figlio, ascoltatelo. Il primo passo per essere contagiati dalla
    bellezza di Dio è l'ascolto, dare tempo e cuore al suo Vangelo.

    L'entusiasmo di Pietro ci fa inoltre capire che la fede per essere forte e viva
    deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un che bello! gridato a
    pieno cuore. Perché io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato,
    perché credere è acquisire bellezza del vivere. Che è bello amare, avere amici,
    esplorare, creare, seminare, perché la vita ha senso, va verso un esito buono,
    che comincia qui e scorre nell'eternità.

    Quella visione sul monte dovrà restare viva e pronta nel cuore degli apostoli.
    Gesù con il volto di sole è una immagine da conservare e custodire nel viaggio
    verso Gerusalemme, viaggio durissimo e inquietante, come segno di speranza e di
    fiducia.

    Devono custodirla per il giorno più buio, quando il suo volto sarà colpito,
    sfigurato, oltraggiato. Nel colmo della prova, un filo terrà legati i due volti
    di Gesù. Il volto che sul monte gronda di luce, nell'ultima notte, sul monte
    degli ulivi, stillerà sangue. Ma anche allora, ricordiamo: ultima, verrà la
    luce. «Sulla croce già respira nuda la risurrezione» (A. Casati).

     

  • 5 Marzo 2017: I Domenica di Quaresima

    I Domenica di Quaresima

    Letture: Genesi 2,7-9; 3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 6,24-34

    Anno A

     

    In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"». (...)

     

    Se Gesù avesse risposto in un altro modo alle tre proposte, non avremmo avuto né la croce né il cristianesimo. Ma che cosa proponeva il diavolo di così decisivo? Non le tentazioni che ci saremmo aspettati, non quelle su cui si è concentrata, e ossessionata, una certa spiritualità cristiana: la sessualità o le osservanze religiose. Si tratta invece di scegliere che tipo di Messia diventare, che tipo di uomo. Le tre tentazioni ridisegnano il mondo delle relazioni: il rapporto con me stesso e con le cose (pietre o pane?); con Dio, attraverso una sfida aperta alla fede (cercare un Dio magico a nostro servizio); con gli altri (il potere e il dominio).
    Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. E risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l'uomo». Il pane è buono, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me. E anche di te io vivo.

    Seconda tentazione: Buttati, così potremo vedere uno stormo di angeli in volo... Un bel miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo è seduttivo, si presenta come un amico, come chi vuole aiutare Gesù a fare meglio il Messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano (sta scritto...). Buttati, provoca un miracolo! La risposta: non tentare Dio, attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia nella Provvidenza e invece ne è la caricatura, perché è solo ricerca del proprio vantaggio. Tu non ti fidi di Dio, vuoi solo sfruttarlo, vuoi un Dio a tuo servizio.
    Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adorami, cioè segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi, e non con la croce; con rapporti di forza e d'inganno, non con l'amore. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, miracoli e un leader e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti, a servizio di tutti e senza padrone alcuno. Per Gesù ogni potere è idolatria.
    «Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima io fossi capace di avvicinarmi e prendermi cura di qualcuno, regalando un po' di tempo e un po' di cuore, inventando una nuova carezza, per quel qualcuno sarei la scoperta che «le mani di chi ama terminano in angeli».

  • 27 Marzo 2016: Domenica di Pasqua

    Domenica di Pasqua

    Letture: Atti 10, 34.37-43; Salmo 117; Colossesi 3, 1-4; Giovanni 20, 1-9

     

    Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (...)

     

    Maria di Magdala, in quell'ora tra il buio e la luce, tra la notte e il giorno, quando le cose non si vedono ma supplisce il cuore, va' sola, e non ha paura. Come la sposa del Cantico: lungo la notte cerco l'amato del mio cuore. L'alba di Pasqua è piena di coloro che più forte hanno fatto l'esperienza dell'amore di Gesù: Maria di Magdala, il discepolo amato, Pietro, le donne. Il primo segno è così umile: non un'apparizione gloriosa, ma un sepolcro vuoto nel fresco dell'alba. È poco e non è facile da capire. E Maria non capisce, corre da Pietro non per annunciare la risurrezione del Maestro ma per denunciare una manovra dei nemici, un ulteriore dolore: hanno portato via il Signore. Non abbiamo più neanche un corpo su cui piangere. Tutti corrono in quel primo mattino: Maria, Pietro, Giovanni... Non si corre così per una perdita o per un lutto. Ma perché spunta qualcosa di immenso, fa capolino, urge il parto di una cosa enorme, confusa e grandiosa. Arrivano al sepolcro e li aiuta un altro piccolo segno: i teli posati, il sudario avvolto con cura. Se qualcuno avesse portato via il corpo, non l'avrebbe liberato dai teli o dal sudario. È stato altro a liberare la carne e la bellezza di Gesù dal velo oscuro della morte. La nostra fede inizia da un corpo assente. Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto delle vittime, manca un corpo alla contabilità della morte. I suoi conti sono in perdita. E questo apre una breccia, uno spazio di rivolta, un tuffo oltre la vita uccisa: la morte non vincerà per sempre. Anche se adesso sembra vincente: il male del mondo mi fa dubitare della Pasqua, è troppo; il terrorismo, il cancro, la corruzione, il moltiplicarsi di muri, barriere e naufragi; bambini che non hanno cibo, acqua, casa, amore; la finanza padrona dell'uomo mi fanno dubitare. Ma poi vedo immense energie di bene, donne e uomini che trasmettono vita e la custodiscono con divino amore; vedo giovani forti prendersi cura dei deboli; anziani creatori di giustizia e di bellezza; gente onesta fin nelle piccole cose; vedo occhi di luce e sorrisi più belli di quanto la vita non lo permetta. Questi uomini e queste donne sono nati il mattino di Pasqua, hanno dentro il seme di Pasqua, il cromosoma del Risorto. Perché Cristo non è semplicemente il Risorto. Egli è la Risurrezione stessa, è l'azione, l'atto, la linfa continua del risorgere, che fa ripartire da capo la vita, la conduce di inizio in inizio, trascinandola in alto con sé: forza ascensionale del cosmo verso più luminosa vita. E non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell'ultima anima, e le sue forze non arrivino a far fiorire «l'ultimo ramo della creazione» (M. Luzi).

  • Locandina Settimana Santa 2016

  • Su Avvenire... parlano di noi

    avvenire

  • 13 Marzo 2016: V Domenica di Quaresima

    V Domenica di Quaresima

    Anno C

    Letture: Isaia 43,16-21; Salmo 125; Filippesi 3,8-14; Giovanni 8,1-11

     

    In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. (...)

    Se ne vanno tutti, cominciando dagli anziani. È calato il silenzio, Gesù rimane solo con la donna e si alza, con un gesto bellissimo! Si alza davanti alla adultera, come ci si alza davanti ad una persona attesa e importante. Si alza in piedi, con tutto il rispetto dovuto a una presenza regale, si alza per esserle più vicino, nella prossimità, occhi negli occhi, e le parla.
    Nessuno le aveva parlato prima. Lei e la sua storia, lei e il suo intimo tormento non interessavano. E la chiama Donna con il nome che ha usato per sua Madre.
    Non è più l'adultera, la trascinata, è la donna.
    Gesù adesso si immerge nell'unicità di quella donna, nell'intimo di quell'anima. Ed è soltanto così che anche noi possiamo trovare l'equilibrio tra la regola e la compassione. Immergendoci nella concretezza di un volto e di una storia, non in un'idea o una norma. Imparando dall'intimità e dalla fragilità, maestre di umanità.
    «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?»
    Dove sono quelli che sanno solo lapidare e seppellire di pietre? Non qui devono stare.
    Il Signore non sopporta gli ipocriti, quelli delle maschere, del cuore doppio, i commedianti della fede; e poi accusatori e giudici. Vuole che scompaiano. Come sono scomparsi quel giorno, così devono scomparire dal cerchio dei suoi amici, dai cortili dei templi, dalle navate delle chiese, dalle stanze del potere.
    Nessuno ti ha condannata? Neanch'io ti condanno. Gesù adesso scrive non più per terra ma nel cuore di quella donna, e la parola che scrive è: futuro.
    E la donna di colpo appartiene al suo futuro, alle persone che amerà, ai sogni che farà. Il perdono di Dio è un atto creativo: apre sentieri, ti rimette sulla strada giusta, fa compiere un passo in avanti, spalanca futuro. Non è un colpo di spugna sugli errori del passato, ma è di più, un colpo d'ala verso il domani, un colpo di vento nelle vele della mia barca.
    Va e d'ora in poi non peccare più: risuonano le sei parole che bastano a cambiare una vita! Gli altri uccidono, lui indica passi; gli altri coprono di pietre, lui insegna sentieri.
    E d'ora in avanti... ciò che sta dietro non importa più. Il bene possibile domani conta più del male di ieri. Dio perdona come un creatore.
    Tante persone vivono in un ergastolo interiore, schiacciate da sensi di colpa per errori passati. Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui trasciniamo noi stessi e gli altri. Lui sa bene che solo uomini e donne liberati e perdonati possono seminare libertà e pace.
    Dice a quella donna: Esci dal tuo passato. Tu non sei l'adultera di questa notte, ma la donna capace ancora di amare, di amare bene. E di conoscere più a fondo di tutti il cuore di Dio.

  • 6 Marzo 2016: IV Domenica di Quaresima

    IV Domenica di Quaresima

    Letture: Giosuè 5,9-12; Salmo 33; 2 Corinzi 5,17-21; Luca 15,1-3.11-32

    Anno C

     

    In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto (...).

    Un padre aveva due figli. Ogni volta questo inizio, semplicissimo e favoloso, mi affascina, come se qualcosa di importante stesse di nuovo per accadere. Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa la struttura stessa del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. L'obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l'opinione che nutriamo su Dio.
    Io voglio bene al prodigo. Il prodigo è legione ed è storia. Storia di umanità ferita eppure incamminata. Felix culpa che gli ha permesso di conoscere più a fondo il cuore del Padre.
    Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. La casa non gli basta, il padre e il fratello non gli bastano. E forse la sua ribellione non è che un preludio ad una dichiarazione d'amore. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.
    Cerca la felicità nelle cose, ma si accorge che le cose hanno un fondo e che il fondo delle cose è vuoto. Il prodigo si ritrova un giorno a pascolare i porci: il libero ribelle è diventato un servo, a disputarsi il cibo con le bestie.
    Allora ritorna in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane...) Ci sono persone nel mondo con così tanta fame che per loro Dio non può avere che la forma di un Pane (Gandhi).
    Non torna per amore, torna per fame. Non torna perché pentito, ma perché ha paura e sente la morte addosso.
    Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in viaggio. È sufficiente che compiamo un primo passo. L'uomo cammina, Dio corre. L'uomo si avvia, Dio è già arrivato. Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro...
    E lo perdona prima ancora che apra bocca, di un amore che previene il pentimento. Il tempo della misericordia è l'anticipo.
    Si era preparato delle scuse, il ragazzo, continuando a non capire niente di suo padre. Niente di Dio, che perdona non con un decreto, ma con una carezza (papa Francesco). Con un abbraccio, con una festa. Senza guardare più al passato, senza rivangare ciò che è stato, ma creando e proclamando un futuro nuovo. Dove il mondo dice "perduto", Dio dice "ritrovato"; dove il mondo dice "finito", Dio dice "rinato".
    E non ci sono rimproveri, rimorsi, rimpianti. Il Padre infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l'infelicità che deriva da un cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito.
    Un padre che non è giusto, è di più: è amore, esclusivamente amore.
    Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.

  • Via Crucis per le vie del quartiere

  • Da venerdì 16 settembre riprende l'itinerario spirituale sulle opere di misericordia

  • Settimana Santa 2015

  • Venerdì 27 Marzo la Via Crucis di quartiere

    Via crucis

  • Concorso "Disegna un tappeto di fiori per la Madonna"

    locandina per concorso  disegna un tappetto di fiori per la madonna

     

     

  • Consegna Padre Nostro II Anno Tappa Eucaristica

    ECCO LE FOTO DELLA CERIMONIA:

  • Ecco i nuovi Ministranti

    ministranti FILEminimizer

     

    Domenica 8 Marzo 2015 durante la S. Messa delle ore 11,30  i

    nuovi "chierichetti" e "chierichette" sono stati presentati alla comunità

  • Venerdì 13 Marzo: 24 ore per il Signore

  • Premi in palio per la Festa Titolare

  • Torna l'ora legale

    Da Domenica 30 Marzo torna l'ora legale. Dovremmo mandare avanti le lancette di un'ora. La novità più importante in parrocchia è che

    la S. Messa Vespertina sarà celebrata alle ore 18,00.

    Restano invariati gli orari delle altre Celebrazioni:

    FERIALE: 8,30  -  18,00

                                                     FESTIVO: 8,00 - 10,00 - 11,30   -   18,00

  • Quaresima 2014: gli appuntamenti

  • 450° anniversario delle Monache Agostiniane

    SITO: http://www.monacheagostinianesantiquattrocoronati.it/

  • Quaresima 2014

     

    MERCOLEDI' 5 MARZO

    inizia il Tempo di Quaresima

    con il rito dell'imposizione delle Ceneri

    durante le Sante Messe delle ore 8,30 e delle 17,30

    Da GIOVEDI' 6 MARZO

     BENEDIZIONE PASQUALE DELLE CASE E

    VISITA DEL PARROCO A TUTTE LE FAMIGLIE

    - In allegato il programma dettagliato della visita -

     

  • Arriva il Carnevale... Anche per gli adulti!

  • Padre Tommaso Mastrolitto è tornato alla Casa del Padre

    Anche la nostra Parrocchia partecipa al dolore per la scomparsa del carissimo Padre Tommaso avvenuta il 23 marzo, all'ospedale di Lucera dove era giunto da Milano, appartenente alla comunità dei Giuseppini del Murialdo di Lucera.

    P. Tommaso è stato per molti anni stimatissimo insegnante presso l'Istituto dei Padri Giuseppini del Murialdo di Albano

    Nella nostra Parrocchia, negli anni '80 istituì la Schola Cantorum, formata da numerosi giovani, e non si posssono dimenticare le sue predicazioni  vigorose soprattutto durante il Triduo Pasquale e la Festa Titolare.

     

  • Convegno dell'Azione Cattolica sul Concilio

  • Pasqua 2013

    In allegato il programma delle Celebrazioni Liturgiche della Settimana Santa

     

     

  • Domenica delle Palme

    Commento al Vangelo della Domenica delle Palme

    Lc 22,14-23, 22,14-23,56

    Anno C 

    Volendo presentare delle riflessioni sul Vangelo della passione è inevitabile fare delle scelte. Anche perché gli evangelisti stessi ne hanno fatte, dando di quel fatto delle redazioni che rilevano e accen­tuano aspetti diversi. Qui ci si propone di indicare, a modo di brevi osservazioni, quanto nel racconto di Luca serve a dare un’idea di come Gesù si è posto di fronte alla croce, e di come ha reagito la gente che in quella circostanza è venuta a trovarsi accanto a lui o sulla sua strada.

    C’è anzitutto come un’introduzione alla vicenda: quella che si usa chiamare l’istituzione dell’eucaristia (22,14-34). È un po’ il mo­mento che fa da cerniera tra quanto sta prima e quello che viene dopo. Gesù ha speso una vita per preparare questo momento che egli dice di avere «desiderato ardentemente», e insieme a questo l’e­sperienza che egli invita i discepoli a vivere trova fondamento e si­gnificato in quello che immediatamente seguirà: la croce e la risurre­zione. Qui si scopre il suo progetto: una comunità di amici radunata attorno alla mensa, dove il centro e il punto di incontro è lui, corpo che si dona, sangue, cioè «vita» che si offre (si noti la concretezza del «per voi» contrapposta alla genericità del «per la moltitudine»). La regola della nuova comunità è il dono di sé, e il segno ne è il servizio, perché lui sta in mezzo ai suoi «come colui che serve». Se c’è questo, c’è Gesù nella comunità: il resto è «segno», e il segno è serio nella misura in cui conduce alla realtà che significa. L’eucaristia è dunque educazione al servizio, perché questo è il senso del portare la croce, perché a chi sta attorno alla sua mensa Gesù dice: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove» (22,28). La «prova» suprema è appunto la croce, il momento in cui satana ci cerca per «vagliarci come il grano», come dice Gesù a Simone.

    Questa premessa ci offre il criterio giusto per leggere la passione: è la «prova» attraverso cui passa Gesù, ed è la nostra prova: lui ci in­dica come attraversarla, è il modello dietro cui camminare. Il primo invito è «vegliate e pregate per non entrare in tentazione». Contro satana, che spinge al rifiuto del dono e del servizio, la difesa è la pre­ghiera perché si riesca a fare la volontà di Dio. Sulla strada del san­gue e dell’angoscia Gesù è passato prima di noi: Luca disegna il Cri­sto in agonia, cioè in lotta tra due scelte contrastanti, in modo da metterci davanti un quadro di riferimento. Peccato che gli apostoli fossero addormentati.

    Di fronte a Giuda e alla turba Gesù non perde né la calma né la bontà. Potrebbe essere un’indicazione di quanta energia si raccoglie nella preghiera, e cosa si può fare quando se ne esce! A Giuda fa un richiamo delicato, al servo del sommo sacerdote guarisce l’orecchio che la violenza incontrollata di uno dei suoi aveva staccato. Durante i vari processi Gesù conserva un atteggiamento di dignitoso silenzio, di serena convinzione circa quello che è e che ha sempre affermato: riconosce che «è l’impero delle tenebre» ad avere ora la meglio, ma sa anche che «da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio». Mentre da una parte si volge a guardare Pietro che lo ha appena rinnegato, provocandone il pianto purificatore, dall’altra non risponde nulla alle «molte domande» di un Erode curioso di miracoli (che pena questo reuccio in vena di emozioni «religiose»!).

    Sulla via del Calvario aiuta le donne a dirigere meglio la propria emozione: «piangete su voi stesse e sui vostri figli». È ancora e sem­pre quello che pensa più agli altri che a se stesso: non annega nel pa­tetismo, invita le donne al pentimento, perché quella è la lezione da imparare. Sulla croce finisce in mezzo a due «malfattori», e chiude così la sua vita tra quel tipo di gente che era sempre andato a cercare con amore di predilezione: sono gli «ultimi», i rifiutati, i condannati: in mezzo a loro spenderà gli ultimi momenti.

    Mentre la sua vita è agli estremi, Gesù torna a parlare: per invo­care il perdono per chi lo uccide, per assicurare al ladro che lo por­terà in paradiso con lui (non ci entra da solo, lui che era venuto sulla terra a cercare ciò che si era perduto), per mettere nelle mani del Pa­dre la sua vita. Non grida la disperazione dell’abbandono, come in Marco e Matteo, ma si affida a chi lo salverà dalla morte. Da quanto dice sulla croce emerge in sintesi il Vangelo di Gesù: il perdono e la misericordia, la pazienza per quelli che «non sanno quello che fanno»; l’accoglienza di chi è messo da parte e rifiutato, ma che, a differenza degli altri, capisce la sofferenza dell’innocente; la totale e fondamentale fiducia in Dio, la certezza di averlo dalla sua parte sia nel momento del successo che nell’ora della prova.

    Attorno a Gesù si muove tutta una folla di persone che reagi­scono in vario modo a quello che gli accade, e se il modo con cui Gesù risponde agli eventi resta per noi il punto di riferimento da imitare, sarà molto più facile riconoscerci in uno o nell’altro dei comportamenti degli altri personaggi di questa vicenda. I discepoli non fanno una bella figura: uno di loro tradisce, gli altri discutono a tavola su chi è il più grande, durante l’agonia di Gesù dormono, poi reagiscono in modo inopportuno, spariscono infine dalla scena al momento più difficile (anche se Luca, con delicatezza, non registra questo fatto), riappaiono come un gruppo spaurito di fantasmi alla fine della storia: «Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano». Pietro poi va più avanti degli altri dietro a Gesù, ma per pasticciarsi: lo salva lo sguardo del Signore, e il pianto che ne segue.

    I capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi sono gli avversari di­chiarati di Gesù: non capiscono niente della croce, non accettano un salvatore che non è in grado di salvare se stesso, non afferrano l’e­norme, assoluta positività del dono di sé, del perdere la propria vita: il loro «messia» è un altro, e quello che hanno davanti non corri­sponde allo schema, e allora lo rifiutano. La croce è un assurdo: la si neutralizza. Ciò che siamo benissimo capaci di fare anche noi, per­ché ci sono tanti modi di uccidere Gesù, di cancellare la sua pre­senza. Pilato ed Erode appaiono tipici emblemi dei potenti di questo mondo: per il primo Gesù è «quest’uomo», «costui», un piantagrane in più, la cui sopravvivenza o soppressione conta solo in funzione della folla da accontentare e del proprio potere da salvare; per Erode Gesù è un «oggetto curioso», un giocattolo per far miracoli da veder funzionare. L’uno e l’altro entrano appena nella vicenda: Pi­lato non ha difficoltà ad «abbandonare Gesù alla loro volontà», Erode lo insulta e lo schernisce (è la stizza del potere che non può niente di fronte agli uomini liberi): i due diventano «amici», ma che triste amicizia!

    La folla rimane una massa indistinta e disponibile: vuole la morte in croce, ma sulla via del Calvario troviamo ancora «una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui». Le donne sono emozionate, ma a loro Gesù ricorda che non ba­sta piangere di fronte alla sua passione: l’atteggiamento giusto è ri­cordato più avanti, alla fine, quando Luca dice che «tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto» (23,48). Sono la sintesi delle «figure positive» di questa storia: Simone di Cirene, che riceve la croce per portarla «dietro a Gesù», come dovrebbe fare ogni disce­polo; il malfattore, che riconosce Gesù innocente e si rivolge a lui chiedendogli di essere salvato, di rientrare nella sua innocenza; il cen­turione, il quale, «visto ciò che èra accaduto», proclama che Gesù è giusto, come a dire che ha imparato la lezione della croce.

    Anche gli amici di Gesù, che assistono da lontano «osservano» tutto quanto accade è il minimo che ci venga richiesto. A rileggere la passione si può anche commuoversi, ma non basta; ciò che conta è capire dove conduce la via della croce, e dopo aver capito, cercare di camminare dietro a Gesù, come Simone di Cirene.

     

  • V Domenica di Quaresima

    Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima

    Gv 8,1-11

    Anno C 

    Ancora una volta sul cammino della Quaresima troviamo un messaggio di perdono. Qualcuno potrebbe perfino averne paura: si sa quanto l’insistenza sulla bontà di Dio possa far cadere nella facilo­neria, e tutto sommato tanti di noi sono pur sempre convinti che per ottenere un efficace cambiamento di vita sia ancora da preferire il tono severo della minaccia, il richiamo alla legge e al dovere, quando non addirittura l’insulto per chi ostentatamente continua a sbagliare. Atteggiamenti mentali e di cuore che sarà bene tener presenti men­tre ci si accinge a meditare su un episodio che, ancora una volta, vede sulla scena scribi e farisei da una parte contro Gesù che se ne sta solo dall’altra; in mezzo una donna «sorpresa in flagrante adulte­rio», e a completare il quadro, sullo sfondo, il popolo che sta ascol­tando Gesù nei cortili del tempio.

    Il punto controverso è l’applicazione della legge di Mosè. Il punto sottinteso è che non si può pretendere di stare dalla parte di Dio se non si sta dalla parte di Mosè. Gesù è come spinto contro un muro: pare che non gli resti via d’uscita. L’ostilità dei capi d’Israele è andata crescendo e contro di lui la decisione è già stata presa: «i Giu­dei cercavano di ucciderlo» (Gv 7,1). Mancava ancora un qualche in­successo plateale che lo squalificasse davanti alla folla, una risposta sbagliata che permettesse di metterlo sotto accusa davanti a tutti. Ed ecco l’occasione d’oro: una donna colta in adulterio. La legge im­pone di lapidarla. C’è da rabbrividire di raccapriccio davanti a que­sto macabro furore che vuole una morte, quella della donna, accet­tando al massimo di scambiarla con un’altra morte, quella di Gesù. Strano zelo di questi osservanti della legge che pensano di dar gloria a Dio ammazzando la gente. Sembra perfino di indovinare in loro la gioia cattiva del trionfo: finalmente hanno trovato l’occasione che mancava, e si preparano a sfruttarla fino in fondo.

    «Tu che ne dici?»: Gesù non dice niente. Gesù non è uno che va a caccia di adultere da lapidare.

    Gesù sta passando questi suoi ultimi giorni tra il monte degli Ulivi e il tempio (Gv 8,1-2): sul monte per raccogliersi in preghiera, nel tempio a insegnare, perché «tutto il popolo andava da lui, ed egli, sedutosi, li ammaestrava» (v. 2). Gesù tace. Anche al processo ta­cerà. Lui non ama il furore e l’agitazione. È il saggio che sa il valore del silenzio: solo su questo terreno può germinare la parola buona, la parola ricca, la parola vera.

    Gesù tace, e la situazione si capovolge. Sono gli altri che ven­gono a trovarsi nell’imbarazzo. Gesù scrive per terra: che cosa? È inutile cercarlo. Una cosa è chiara: rifiuta di entrare in dialogo con i suoi accusatori. Tace, e lascia tra sé e loro uno spazio che dovrebbe essere di riflessione e invece serve solo ad aumentare l’agitazione e l’impazienza di chi vuole la sua risposta.

    Quando decide di rispondere ciò che dice è terribile «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E su queste parole scende di nuovo il silenzio, e la tensione cresce. Gesù non rin­nega la legge: chiede solo che chi se ne fa paladino per giudicare gli altri sia il primo a praticarla. Se vedo una pagliuzza nell’occhio del fratello dovrei avere come prima reazione la consapevolezza della trave che c’è nel mio occhio. E poiché tutti lasciano il campo, «co­minciando dai più anziani fino agli ultimi», si deve dedurre che nes­suno ha il diritto di condannare. La legge resta, ma non può essere pretesto per celebrare il trionfo della morte. Il peccato resta, ma è il peccato di tutti, e non può diventare in bocca ad alcuni motivo per condannare altri. La parola di Gesù taglia alle radici ogni ipotesi di piedistallo su cui assidersi per giudicare il prossimo.

    Alla fine non resta più nessuno se non Gesù e la donna. Ora che l’aria si è ripulita, ora che il furore omicida si è spento, ora che l’agi­tazione si è dissolta sotto l’urto del pronunciamento di Gesù, rimane libero lo spazio per il dialogo. Non ci sono più molte cose da dire, una volta che la condanna è cancellata. Una sola cosa conta: «Nean­ch’io ti condanno». Era l’unico che poteva farlo, perché era l’unico senza peccato. Non lo fa, e per la donna è la vera liberazione. Dal si­lenzio di Gesù è uscita questa parola regale. La condanna avrebbe chiuso ogni spiraglio, forse avrebbe chiuso una vita. Gesù lascia aperta la porta, perché lui stesso si è proclamato la porta. «Va, e d’ora in poi non peccare più». Resta una vita da vivere, e il perdono rimette in cammino.

    Noi non siamo eroi. Talvolta ci creiamo l’illusione di esserlo eri­gendo il nostro trionfo sul peccato degli altri. Ci sentiamo grandi per­ché attorno a noi vediamo gente che sbaglia. Gesù, provvidenzial­mente, ci distrugge questa illusione e ci rimanda alla nostra dimensio­ne di peccatori. Ma non per umiliarci, solo per dirci, ogni volta, «va, e non peccare più». Perché il primo mezzo per superare il peccato è ri­conoscerlo e decifrarlo senza maschere e stupide coperture.

    L’altro passo deriva dalla coscienza di avere un padre che per­dona, un fratello, Gesù, che non ci condanna. Proprio perché egli ci vuole in cammino. E in ogni cammino è necessario sapere bene dove si deve andare, e insieme bisogna avere sufficienti risorse ed energie per procedere.

     

  • Habemus Papam!

     

    L' Argentino Jorge Mario Bergoglio è il nuovo Papa

    Si chiamerà Francesco

    Il Conclave sceglie l'Arcivescovo di Buenos Aires

    77 anni, gesuita:

    è il primo Pontefice sudamericano

    La fumata bianca alle 19,06 di Mercoledì 13 Marzo 2013

    Il Pontefice è stato eletto al quinto scrutinio

     

     

     

     

     

     
  • IV Domenica di Quaresima

    Commento al Vangelo della IV domenica di Quaresima

    Lc 15,1-3.11-32

    Anno C

     La parabola del «figliol prodigo», come si usa dire, è uno di quei testi che rischiano di rientrare in fretta nello scaffale con l’etichetta del «già sentito». Nota a tutti, sepolta sotto un mare di parole scon­tate, usata per descrivere le condizioni del peccatore con toni da luna park (ci sono i porci, le carrube, le prostitute...), la parabola corre il pericolo di essere stata detta invano.

    Eppure basterebbe poco a rettificarne la lettura e l’interpretazio­ne. Intanto questo «figliol prodigo» difficilmente può essere presen­tato come un modello di conversione: in fondo torna a casa perché non ne può più e con la speranza di star meglio, e il testo non ci dice neanche come abbia reagito al gesto d’amore di suo padre che lo ac­coglie di nuovo. Poi c’è un altro fratello, il maggiore, che è almeno tanto importante quanto il «prodigo», e che rischia di fare la figura del «cattivo» subito messo fuori gioco, e su cui invece varrebbe la pe­na sostare un po’. In ogni caso il criterio corretto di lettura ce lo offre lo stesso Luca, il quale si preoccupa di dirci che Gesù ha raccontato la parabola per giustificarsi davanti a scribi e farisei che lo accusavano di accogliere i peccatori e di mangiare con loro. Questa dichiarazione sposta tutto il centro di interesse, perché è facile riconoscere nel fratello primogenito gli scribi e i farisei: dunque è questo il personaggio  che il racconto ha di mira. Ma è soprattutto il Padre il vero cuore di questa parabola, poiché Gesù intende dare ragione del suo compor­tamento, e lo fa richiamandosi al comportamento del Padre. Se si perde di vista questo non si coglie il messaggio di Gesù.

    Bisogna dunque anzitutto cercare nella parabola tutto ciò che serve a dipingere il ritratto del Padre. Tanto per cominciare, questo padre rispetta la libertà del secondogenito: gli dà quello che gli spetta e lo lascia partire. Ma evidentemente per tutto il tempo in cui questo figlio è lontano non cessa di pensare a lui: lo mostrano tutti quei se­gni di amore eccessivo con cui lo accoglie al suo ritorno. Gli corre in­contro mentre è lontano, facendo un gesto che era considerato sconveniente anche tra persone di pari grado, figurarsi un padre rispetto al figlio! Lo abbraccia, lo bacia, con il cuore pieno di tenerezza, gli blocca le parole al punto in cui il figlio gli avrebbe detto: «trattami come uno dei tuoi garzoni». Infine lo reintegra totalmente nella si­tuazione di prima: gli dà la veste, segno di distinzione, l’anello, che comprende il sigillo con cui segnare gli atti ufficiali in nome dell’au­torità del padre, i calzari, che solo gli uomini liberi potevano portare (gli schiavi non ne avevano il diritto), fa uccidere il vitello grasso e vuole musica e danze, perché è una grande festa. Per lui questo ra­gazzo è ancora e sempre un figlio, anzi, adesso lo è in modo più chiaro, perché il rapporto non è più giuridico: prima era uno che aveva diritto a una parte del patrimonio; ora, che ha avuto questa parte, è soltanto un essere amato e beneficato, senza che ne abbia al­cun diritto, e questo è il vero rapporto filiale secondo Dio. Il padre è tale perché ama gratuitamente, il figlio è tale non per le sue qualità, ma perché è amato da un padre dal cuore smisurato.

    Con il primogenito il comportamento del padre è analogo: anche per lui è il padre che esce di casa e gli va incontro e cerca di persua­derlo con buone parole, e mentre lui non riconosce più un rapporto di fraternità (non dice «mio fratello», ma «tuo figlio», come quando un bimbo fa disperare e il marito o la moglie dicono all’altro: guarda cosa fa «tuo figlio»!), il padre insiste nell’affermare come indistrutti­bile tale rapporto: lo chiama «figlio mio», gli dice «tuo fratello era morto ed è risuscitato». Questo è dunque il modo di amare del pa­dre: una gratuità assoluta che si esprime nel dare di propria inizia­tiva, senza che niente possa bloccare il flusso di questo dono, proprio perché questo donarsi è la sua stessa natura, se smettesse di fare così non esisterebbe più. I due figli diventano a questo punto come due reagenti che per­mettono di scoprire il vero volto del padre. Né l’uno né l’altro capi­scono veramente come egli sia. Uno ha bisogno di staccarsene, di fare la sua esperienza indipendente, per riscoprire alla fine di quale intensità sia l’amore che il padre gli porta. L’altro sembra addirittura non capire neanche alla fine (la parabola è in effetti un invito a «scribi e farisei» di ieri e di oggi perché «capiscano»): non accetta il comportamento del padre e rifiuta la relazione di fraternità. Queste due cose vanno assieme: capire il padre significa amare al modo in cui ama lui, e quindi significa accogliere gli altri in un rapporto di fraternità. È questo quello che Gesù vuole spiegare con questa para­bola. Qui non si dice quale sia il tragitto della conversione (le rifles­sioni del figlio minore sono solo un abbozzo, abbastanza imperfetto per giunta) né quali esigenze scaturiscano dal ritorno a Dio: altrove se ne parla. Qui si invita solo ad avere una certa idea di Dio e a rego­larsi di conseguenza.

    Dove ci mettiamo noi? Credo che possiamo trovarci in sintonia con ambedue i figli. Il «prodigo» è emblema di chi, geloso della pro­pria indipendenza, rivendica la propria autonomia e si stacca da Dio fino a negarlo: vuol farsi la sua vita rifiutando di credere che dietro ai doni della natura ci sia l’Autore di questi doni, che è lui stesso dono assoluto. Bisognerà forse che arrivi alla disperazione completa nei confronti di questi beni, accorgersi che da soli non possono sal­varlo, perché si ricreda. Ma non è questo ciò che la parabola dice in primo luogo. Il suo messaggio è piuttosto quest’altro: anche se tu non credi in Dio e non l’ami, lui non cessa di credere in te e di amarti. Se uno poi dice che questa è una «bella frase» consulti la sto­ria e scoprirà che questa «frase» ha tutta la concretezza di una «vita» e di una «persona», quella di Gesù anzitutto, e quella di tanti altri che hanno creduto in lui e l’hanno seguito.

    Come cristiani forse è più facile identificarci con il primogenito, il figlio rimasto in casa, con una sua idea gretta e possessiva di Dio. «Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando», quindi non posso accettare di essere messo alla pari con uno che «ha divorato i tuoi averi con le prostitute». Qui non si supera il rapporto «legale» con Dio: si sta davanti a lui come al Grande Ragioniere che tiene i conti in perfetto ordine. Non si capisce che le ragioni dell’a­more sono diverse dalle ragioni della legge, non si vuole rischiare l’avventura oltre ciò che è prescritto, lungo il cammino senza fine della gratuità. E non capire Dio significa rifiutare gli altri.

    Il primo passo di ogni conversione è proprio nel rivedere l’idea che ci facciamo di Dio: non è un controllore esoso e vendicativo, ma una casa accogliente dove si fa festa con musica e danze. Se uno si convince di questo capirà anche che per arrivarci vale la pena di fare qualsiasi cosa. E che è una meraviglia che ci si arrivi in tanti, ci si ar­rivi tutti.

     

  • Via Crucis di Quartiere

  • III Domenica di Quaresima

    Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima

    Lc 13,1-9

    Anno C 

     

    Un brano tutto lucano è proposto oggi alla nostra meditazione, ma con tratti che possono sconcertare. Noi possiamo essere subito d’accordo con Gesù quando dice che la morte violenta dei galilei nel tempio per mano di Pilato, o la disgrazia che ha colpito i diciotto su cui è caduta la torre di Siloe non significano che quelli fossero più peccatori degli altri. Questo è un discorso che ci sta molto bene, an­che perché il vizio di vedere dappertutto l’intervento punitivo di Dio non è ancora morto e le disgrazie, purtroppo, non sono ancora finite, né, presumibilmente, finiranno. Ma che logica c’è nell’aggiungere: «Se non vi convertite, perirete tutti»? Forse che Gesù si contraddice e ritorna a dire che i peccati attirano le sciagure? Non è un po’ strano trovare nell’evangelo di Luca un Gesù che minaccia rovina e pro­mette distruzione?

    Una prima serie di indicazioni onde interpretare correttamente il brano è data dall’esame del contesto in cui esso è situato. Il passo che ci interessa è preceduto dalla parabola dei servi vigilanti (12,35-48), dal detto sul fuoco, la spada e la divisione («non sono venuto a porta­re la pace, ma la spada»: 12,49-53), dall’invito a saper leggere i segni del tempo (12,54-57), dal suggerimento di mettere a posto i conti pri­ma di presentarli al giudice (12,58-59). L’insieme di questi testi parla dunque di vigilanza, di segni da leggere con attenzione per trarne am­maestramento, di giudizio a cui andare preparati, di decisione da prendere accettando la divisione e la spada, in una parola la violenza di Gesù che è qui contrapposta alla pace, che era allora la pax roma­na, cioè una pace basata sull’oppressione e sul dominio dei popoli.

    Situato in questa luce di fondo il nostro brano si illumina, e le sue parti si integrano a vicenda: i due fatti di cronaca sono letti da Gesù come un invito alla conversione, la parabola del fico è offerta come immagine della pazienza di Dio, anche se si tratta di una pazienza a termine.

    Cosa voleva da Gesù la gente che era andata a raccontargli dei galilei fatti uccidere da Pilato? Forse si aspettava una sua reazione di decisa protesta (dopo tutto era galileo anche lui) e un violento attac­co al potere romano. O la netta condanna, in nome della sacralità del luogo, di un massacro che era anche un sacrilegio. Oggi gli avrebbero chiesto di firmare un manifesto di protesta. O forse era gente che usa­va (e ce n’è ancora) mettere a posto la propria coscienza denunciando il peccato degli altri: quei galilei, teste calde, erano andati a fare una manifestazione proprio nel tempio, Pilato li ha puniti, gli sta bene! Gesù dà una risposta che lascia tutti senza parole. Rifiuta di le­gare la disgrazia al peccato, e quelli che normalmente non fanno questo collegamento, noi per esempio, si sentiranno subito tran­quilli: è una disgrazia, e basta. Ma Gesù non si ferma qui, e quello che dice dopo non lascia nessuno fuori. Se qualcuno pensava di es­sersela cavata a buon mercato deve ricredersi: «Se non vi convertite, perirete tutti». Non è dunque che il peccato sia la causa delle scia­gure: queste sono imputabili alle leggi fisiche (i terremoti, per esem­pio, che continuano a funestare la terra), al caso, alla libertà umana, e certo anche alla cattiveria. Quello che Gesù intende dire è che certe disgrazie, certi segni di morte, dovrebbero aprirci gli occhi e metterci davanti il rischio di una morte ben più grave, quale la per­dita della vita eterna. Per evitare questa, che è la più brutta delle di­sgrazie, non c’è che una strada: la penitenza, cioè la conversione di mentalità.

    Per indicare questa esigenza di conversione il testo lucano usa tutte e due le volte il termine «metanoia», ormai abbastanza fami­liare nel linguaggio cristiano, un termine ricco di connotazioni posi­tive, che si è voluto reintrodurre proprio per ovviare, credo, all’a­spetto piuttosto negativo, e un po’ lugubre, di cui si era rivestito nei secoli il termine «penitenza». Si tratta, etimologicamente, di andare oltre (metà) il modo normale di pensare. Si tratta in pratica, per noi, di aderire a Gesù e alla sua parola, perché è lui, in fondo, il segno che ci viene offerto: che non ci capiti di commettere l’imper­donabile errore di non capire il segno e di non accoglierlo. Il tempio di Gerusalemme e la sua religione non danno sicurezza, vi si muore; la torre di Siloe con la sua baldanza non protegge, anzi rovina su quelli che confidavano in lei per la loro difesa. La salvezza viene da Gesù, che sta andando anche lui a Gerusalemme per morirvi, ma ci va non come portatore di un progetto di pace oppressiva, ma per di­ventare segno a tutti dall’alto di una croce.

    L’appello alla conversione è urgente, ed è fatto nello stile di Gesù: la gente che va a porgli dei problemi di «altri» è violentemente coinvolta e richiamata a guardarsi addosso.

    Gesù non sopporta discorsi evasivi o chiacchiere sulla cronaca. Possiamo anche farli, ma deve venire il momento in cui il confronto con lui ci porta a una decisione. A questo punto del Vangelo non ba­sta più non essere contro di lui: bisogna essere per lui.

    La parabola del fico sterile va letta in connessione con quanto detto fin qui. All’apparenza sembra contraddire il discorso prece­dente dove l’alternativa era secca: o conversione o rovina. Il vi­gnaiolo invece pazienta e attende. Ma è provvidenziale che questi due testi siano stati messi assieme, ed è altamente probabile che Luca l’abbia fatto apposta. Noi non siamo costretti a scegliere tra il Gesù che scuote e parla di rovina, e il Gesù che invoca pazienza dal padrone della vigna. Separare e distinguere andrà bene per una certa filosofia, o per ragionare un po’ sulle cose. Quando si entra nel complesso gioco delle nostre decisioni il separare giova poco. Perché Gesù è l’uno e l’altro e noi abbiamo bisogno di tutti e due questi di­scorsi. L’urgenza della conversione non deve diventare terrore di fronte a un Dio che castiga, né la pazienza che attende ancora un anno può essere utilizzata come pretesto per prolungare la pigrizia cullandosi nell’auto-giustificazione. Il Vangelo va letto tutto, e va preso per quello di cui abbiamo bisogno nel momento in cui lo leg­giamo. Giocarci su non serve: si risolverebbe in una tristissima beffa, contro di noi.

     

Sul Web

GRUPPO FACEBOOK


CANALE YOUTUBE

Liturgia del Giorno

Santo del Giorno

Sono le.... del...

Rome