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21 Luglio - XVI Domenica del Tempo Ordinario

Commento al Vangelo della XVI Domenica del Tempo Ordinario

Luca 10, 38-4 - Anno C

 

Il Samaritano che domenica scorsa si era fatto prossimo del malcapitato lungo la strada che va da Gerusalemme a Gerico, questa domenica percorre la strada praticamente a ritroso, e torna di nuovo dalle parti di Gerusalemme, a Betania. In quel villaggio c'era una casa probabilmente a lui molto familiare, al punto che la padrona di casa, una certa Marta, si permette di dirigersi a lui senza mezzi termini. Anzi, quasi lo rimprovera: gli rimprovera di essersi dimenticato di essere un Buon Samaritano, e di "non prendersi cura affatto di lei", che ha una sorella un po' lazzarona, la quale - di fronte a un ospite da trattare con riguardo, come nello stile della migliore tradizione giudaica - la abbandona senza troppi complimenti ai doveri della cucina e se ne sta lì, ai piedi dell'ospite, pendendo dalle sue labbra. Alla faccia della tradizione ospitale dei Padri: se Abramo avesse fatto così, quel torrido pomeriggio sotto le Querce di Mamre, il figlio della promessa non sarebbe mai nato... addio Storia della Salvezza!
Ma al di là dei rimproveri ricevuti da Marta, che in realtà è una che non sa nemmeno dire le cose in faccia a chi di dovere, Gesù Buon Samaritano passa da Betania per far capire a noi, che da duemila anni cerchiamo di immaginarci l'amenità di questo proverbiale luogo di riposo e di contemplazione, che qualcuno ha capito veramente cos'è ciò che conta nella vita, ossia incontrarsi con lui e stare con lui. Possibilmente, senza preoccuparsi troppo delle cose marginali e andando diritti al cuore dell'incontro, ovvero l'ascolto della sua Parola; ad ogni modo, va bene anche come fa Marta, agitata perché il Buon Samaritano di Nazareth possa sentirsi a suo agio in quella casa, che in realtà è il suo cuore.
Sì, perché ascoltando questo brano troppo spesso facciamo delle letture semplicistiche: Maria è la più brava nel riconoscere il Signore, mentre Marta ha il pensiero distolto da altre cose meno importanti; la contemplazione è più importante dell'azione; la preghiera e l'ascolto della Parola valgono di più delle opere di carità; è meglio affannarsi per essere discepoli di Gesù che affannarsi per le preoccupazioni quotidiane, e via di seguito. Poi però leggendo il Vangelo ti accorgi che, in un momento di prova come quello della morte del fratello Lazzaro, è Marta che per prima va incontro al Signore e pronuncia su di lui una delle più belle professioni di fede del Vangelo; e se sfogliamo il calendario dei santi, vediamo che la Tradizione della Chiesa, parte integrante della Rivelazione, vi ha inserito il nome di Marta, e non quello di Maria... chi sarà, allora, la vera discepola del Signore?
Forse non è questo il termine della questione. Ciò che conta è l'incontro con il Signore, e la nostra capacità di riconoscerlo e accoglierlo nella nostra vita. A volte ciò avviene "in fretta", come per Abramo; altre volte "agitandoci" come Marta, perché il nostro cuore sia ben disposto ad accoglierlo; in altri momenti, invece, nel modo migliore possibile, facendo silenzio, come Maria, "seduti ai piedi" del Maestro lasciando che sia lui a parlare e a condurre le danze. Sono molti i modi dell'ospitalità, e Cristo Buon Samaritano si compiace di ognuno di essi, perché vede che tutti hanno capito la lezione dell'uomo che si fa prossimo a chi è nel bisogno. Il pellegrino, nella tradizione biblica, è simbolo dell'uomo bisognoso di cure e di accoglienza il quale, se accolto con disinteresse e apertura di cuore, ricompensa chi gli apre la porta della sua tenda: "Venite, benedetti del Padre mio, e ricevete in eredità il premio che vi ho riservato...perché ero forestiero e mi avete ospitato".
Ne sanno qualcosa Abramo e Sara, che di fronte ai tre pellegrini non si curano né del caldo afoso né della precarietà di un accampamento di nomadi, e in fretta offrono tutto ciò di cui un pellegrino ha bisogno: acqua, cibo e riposo. A loro, in cambio, ne viene parecchio: ciò per cui avevano sperato lungo tutta una vita, il compimento di una promessa fatta a più riprese e mai realizzata, la nascita di un figlio, che arriverà in un modo tanto più bello quanto più insperato, e che a Sara provocherà gioia e sorrisi proprio perché ormai la speranza era venuta meno e le vie umane intraprese si erano ormai interrotte. Chiedetelo a una mamma che riesce a generare il primo figlio in età avanzata...
A Maria di Betania il Maestro accolto perché pellegrino regala il privilegio di essere considerata, lungo i secoli, l'immagine della discepola prediletta, che a ogni cosa della vita antepone l'ascolto della sua Parola.
E a Marta? A lei, quel giorno, apparentemente, solo un affettuoso rimprovero (non si può certo dire che il tono usato da Gesù non tradisca un grande affetto nei suoi confronti e nei confronti delle sue molte premure): più tardi, però, poco prima della Resurrezione di suo fratello Lazzaro ma pure della sua stessa Pasqua, di fronte alla sua professione di fede nella resurrezione finale ("So che mio fratello risusciterà nell'ultimo giorno"), Gesù le farà dono di una Rivelazione di altissimo livello sulla sua persona, qualcosa che forse a nessun discepolo e a nessun teologo è mai stato rivelato circa il Figlio di Dio: "Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà". Questo è ciò che succede a chi accoglie il Maestro, il Buon Samaritano, che - questa volta da pellegrino - ha bisogno lui di cura e di attenzione: avrà vita, vita in abbondanza, vita da trasmettere, e sarà capace di generare vita anche da apparenze di fallimento e di morte.
Dio passa nella nostra vita, sotto forme spesso a noi incomprensibili e in modi che a noi sono poco evidenti: riconoscerlo in quei momenti è senz'altro anche questione di fede, ma è soprattutto una questione di generosità. La generosità di Abramo, che non sta a chiedersi cosa vuole Dio da lui, perché sa che Dio è Grazia, e che sarà Dio stesso a fargli dono di ciò che egli più desidera; la generosità di Marta, che non solo non fa silenzio di fronte al Maestro, ma addirittura lo rimprovera di non accorgersi di lei, ansiosa, premurosa e spesso - come milioni di donne in ogni tempo e in ogni luogo - lasciata sola nel portare il peso di una casa e di una famiglia. È vero, neppure il Maestro tralascia di risponderle, e senza interposta persona: poi però si mostrerà a lei con tutta la potenza del Signore della Vita, più forte anche di un sepolcro chiuso e maleodorante, e di un sudario, e di avvolgenti bende di morte.
Ma lei non molla: l'ultima mossa vuole averla lei, sei giorni prima della Pasqua, quando a Betania sua sorella Maria, mistica e contemplativa più che mai, ungerà per la sepoltura il corpo del Maestro, e lei, questa volta senza dire nulla - avrà forse imparato la lezione? - offrirà a lui, per l'ultima volta, una cena.
Perché non sia mai che Dio "passi oltre senza fermarsi dalla sua serva".

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