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18 Agosto - XX Domenica del Tempo Ordinario

Commento al Vangelo della XX Domenica del Tempo Ordinario

Lc 12,49-53   Anno C

Che Gesù Cristo per la storia non fosse stato un personaggio comodo e pacifico, l'avevamo già compreso; che il suo Vangelo fosse un messaggio difficile non solo da comprendere ma soprattutto da vivere, credo che sia ben chiaro a tutti, credenti e no. Ma ascoltare le sue parole che nella Liturgia di oggi ci dicono: "Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione"...beh, qualche difficoltà ce la creano...
Gesù è l'uomo della pace, e la pace è il primo dono del Risorto; la pace è il primo annuncio degli angeli in cielo ai pastori di Betlemme, ed è l'esortazione finale alle donne che trovano il sepolcro vuoto il mattino di Pasqua. Se dunque la vicenda di Gesù Cristo è racchiusa tra due parentesi di pace, come possiamo pensare che il suo messaggio, la sua persona, la sua storia siano avvenuti per portare "divisione sulla terra"? E le nostre vicende familiari, già così problematiche per se stesse, perché devono sopportare ulteriori divisioni create dalla sua Parola? In definitiva, cosa ci vuole insegnare il Signore con questo brano di Vangelo?
Facciamo un passo indietro: due domeniche fa', il brano di Vangelo iniziava con la richiesta di due fratelli in lite tra di loro per motivi di eredità, affinché Gesù facesse da giudice di pace nel contenzioso. Il rifiuto - scontato - di Gesù è motivato dal fatto che lui non è venuto su questa terra per fare da giudice tra gli uomini; non è venuto affatto a giudicare, ancor meno a condannare o a emettere sentenze. Egli, in questo tribunale della vita e della storia, si è limitato a enunciare il fatto, a dire l'accaduto, a narrare la cronaca di ciò su cui dovrà avvenire il processo, e di fronte al quale gli uomini saranno chiamati a prendere posizione. In buona sostanza, è venuto a proclamare e annunciare la Verità di fronte alla quale occorre scegliere: prendere o lasciare. E questa Verità, questo fuoco che è venuto ad appiccare, questo Battesimo che è venuto a ricevere, coincide con la sua vicenda terrena, è Lui stesso, la sua persona.
Se le cose stanno così, non è difficile comprendere come, di fronte a lui, non ci si possa sentire in pace, ma profondamente divisi. Di fronte alla "vicenda Gesù" da ormai oltre duemila anni non c'è condivisione, ma - appunto - divisione. Non tutti, infatti, lo accettano, soprattutto per la scomodità del messaggio: perché il suo messaggio non lascia affatto comodi coloro che lo accolgono. E così, capita - e capita spesso, magari e fortunatamente senza grandi drammi - che in una medesima famiglia ci sia chi crede in lui e chi proprio non ne vuole sapere; chi prega in continuazione e chi si arrabbia perché lo vede pregare; chi si affida a Dio, a Maria e ai Santi per ogni necessità e chi li bestemmia perché invece di risolvere i problemi dell'umanità lasciano che se ne vada a rotoli; chi corre in Chiesa ad ogni piè sospinto, e chi è allergico al fumo delle candele. Per cui, pur essendoci totale unità, armonia, amore in molte delle vicende della vita, diverse famiglie vivono dissensi e incomprensioni - si spera sempre non gravi - intorno alla persona di Gesù.
E se questo avviene in un piccolo nucleo sociale come la famiglia, quanto più si manifesta su ampia scala tra coloro che credono in lui e coloro che non lo professano o vi sono indifferenti; dalle fabbriche in cui si prende in giro il collega bigotto, alle scuole in cui l'adolescente che va in chiesa è un frustrato; dalle aule della politica in cui i cattolici sono oggetto di attenzioni particolari in base alla convenienza del governante di turno, ai dibattiti televisivi in cui essere credenti significa esclusivamente non provare i piaceri della vita. Per non parlare delle vicende della storia in base alle quali troppo spesso ci dimentichiamo che se oggi l'Occidente Cristiano è continuamente sottoposto ad attacchi ideologici travestiti di religione, è perché in passato è stato lui a sottoporre in maniera ben poco camuffata ogni situazione sociale, culturale e religiosa, al giudizio del Cristo e - ahimè - neppure sempre in forma pacifica...
In parole povere: essere credenti in Cristo o non esserlo, non è per nulla la stessa cosa, perché il suo messaggio, il suo Vangelo, la sua stessa persona, sono motivo di contraddizione, di confronto di divisione. Questo non vuol dire affatto che il cristiano sia migliore degli altri o che chi non crede in Cristo (o gli è ostile) abbia dei difetti o sia meno uomo o meno donna di un cristiano. Gesù ci vuole solamente dire che di fronte a lui bisogna prendere posizione, e quando si prende posizione inevitabilmente ci si confronta, e magari pure ci si scontra, con chi ha preso una posizione totalmente diversa dalla nostra. Questa è la dialettica della fede cristiana, che accompagna il messaggio di Cristo da oltre duemila anni, e che continuerà a farlo finché questo mondo durerà. Forse, pure questa dialettica, questo "incontro - scontro" col Cristo, questo chiaroscuro dipinto sulla tela della storia, rappresenta la forza di un messaggio che non lascia indifferenti.
Il giorno in cui il cristianesimo non fosse più un messaggio di contraddizione, di scomoda profezia, di denuncia, di accusa, di stimolo, di presa di coscienza, di domande, di tutto ciò che è in divenire, e si accomodasse ad una pacifica situazione di staticità, potremmo tranquillamente proclamarne la sconfitta.
E ciò che più preoccupa, è che il grande male che rischierà di schiacciare e sconfiggere il cristianesimo, non sarà una forza a esso esterna, e nemmeno una fede a esso alternativa, ma l'atteggiamento che lo stesso Cristo teme come una gettata d'acqua sul fuoco: l'indifferenza di noi cristiani.

 

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