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6 Ottobre - XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Lc  17, 5 - 10  Anno C

 

La fede è un dono dell'Alto, sempre straripante, eppure necessitante di una continua crescita; è sempre uguale a se stessa, tuttavia richiede la trasformazione dei cuori, della vita; non è regolata da un dosatore, va ravvivata e conquistata quotidianamente con la nostra fedeltà e il nostro rapporto con Dio. Un rapporto che il Signore Gesù non definisce di servile obbedienza, ma che attraverso la comprensione di essere "servi inutili" (Lc 17,10), fa aumentare la percezione di essere figli amati e apprezzati, convocati, quale famiglia umana di Dio, a corrispondere alla Sua chiamata per gustare e trovare la nostra vera casa, la gloria. Ora, affinché tale realtà non rimanga solo un sogno irrealizzabile, è indispensabile ascoltare la Parola che per noi si è fatta storia, Cristo Gesù, che ci invita ad inserirci nel dinamismo d'amore, di incessante e paradossale novità: la fede.
San Luca racconta che gli apostoli chiesero al Maestro di accrescere la fede (v.6). Il Signore rispose: "se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare" (v.6). Dunque, cosa manifestano il granello di senape e il gelso?
Il granello, la fede pura, genuina, e non la sua quantità, è in grado di sopprimere la tenacia di un pensiero o la veemenza di una situazione particolare dell'esistenza (il gelso). Quindi, aver fede è progredire nella convinzione che il Signore ci guida nel mondo anche nelle situazioni che noi riteniamo più assurde o impensabili, e tentare, con il Suo aiuto, di eliminare le nostre ossessioni, i pregiudizi e le norme severe, per riuscire a servirLo con libertà. Aver fede, comunque, non significa essere ingenui: è fidarsi di Dio, e credere che la Sua volontà, il bene, si realizzerà.
Il servizio umile è la chiave di lettura della seconda parabola. Nella Chiesa ognuno ha il suo compito: c'è il padrone (Dio) e i suoi servi (i cristiani). Il servo rimane tale anche "quando rientra dal campo" (v.7). "Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili" (v.10). La traduzione esatta, però, è mansuetudine: i servi obbedienti fanno il loro dovere, non chiedono nulla in cambio se non la totale appartenenza al loro Dio. La parabola, allora, cerca di rimuovere una certa visione presente, a volte, nelle nostre comunità: faccio qualcosa per ottenere da Dio, o da altri, dei rinconoscimenti. Il servizio, invece, è un atto gratuito: se fatto con sincerità, arricchisce la fede e contribuisce a costruire la comunione fra di noi e con Dio. Certo non è facile agire senza ottenere nulla in cambio. Ma è proprio questo il senso della fede: essa deve modificare i nostri comportamenti, ogni giorno, altrimenti rischiamo di imbrigliarci nell'assurda pretesa di chiedere a Dio qualcosa in base alla quantità della preghiera o delle opere che noi realizziamo in parrocchia. Nel servizio umile i cristiani riconoscono la presenza di Dio e si sostengono nella fede.
La nostra fede, allora, risposta all'amore del Padre nel Suo Figlio Gesù, non va depositata in un recesso della nostra anima: va alimentata con le opere gratuite di carità; non ci fa rimanere indifferenti di fronte al grido delle ingiustizie, della miseria, dell'oppressione: ci sprona ad essere annunciatori della libertà del Dio rivelato a pasqua; infine, non ci fa annoiare: rimaniamo sempre stupiti delle meraviglie che il Signore compie nella nostra vita.

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