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  • AVVISI UTILI

    SABATO 29 E DOMENICA 30 OTTOBRE

     

    DURANTE LE SANTE MESSE

     RICORDEREMO LA DEDICAZIONE DELLA CHIESA PARROCCHIALE

     

    Nella notte tra il 29 e il 30 Ottobre ricorda di portare le lancette dell' orologio indietro di un'ora, torna l'ora solare.
    Solo per la notte di Domenica dormiremo tutti un'ora in più.

     

    DI CONSEGUENZA LA S. MESSA VESPERTINA SARA' CELEBRATA ALLE ORE 17.30

  • 30 Ottobre 2016: XXXI Domenica del Tempo Ordinario

    XXXI Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Sapienza 11,22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. (...)


    Gesù passando alzò lo sguardo. Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato: Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
    Non dice: Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare... Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città. Zaccheo prima incontra, poi si converte.
    Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo; quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: "devo venire a casa tua. Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice".
    E non pone nessuna condizione all'incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede. Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
    Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola. La tavola che è il luogo dell'amicizia, dove si fa e di rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l'amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali...
    Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
    Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
    Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall'alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l'aria, con la sorpresa dell'amicizia, che ripara le vite in frantumi.
    Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
    Qual è il motore di questa trasformazione? Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l'amicizia. Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l'ha giudicato, non ha puntato il dito. Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
    Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.

  • 23 Ottobre 2016: XXX Domenica del Tempo Ordinario

    XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Anno C

    Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14

     

    In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

     

    Due uomini vanno al tempio a pregare. Uno, ritto in piedi, prega ma come rivolto a se stesso: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri...».
    Inizia con le parole giuste, l'avvio è biblico: metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento. Ma mentre a parole si rivolge a Dio, il fariseo in realtà è centrato su se stesso, stregato da una parola di due sole lettere, che non si stanca di ripetere, io: io ringrazio, io non sono, io digiuno, io pago. Ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Pregare è dare del tu a Dio. Vivere e pregare percorrono la stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di un tu, un amore, un sogno o un Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero.
    «Io non sono come gli altri»: e il mondo gli appare come un covo di ladri, dediti alla rapina, al sesso, all'imbroglio. Una slogatura dell'anima: non si può pregare e disprezzare; non si può cantare il gregoriano in chiesa e fuori essere spietati. Non si può lodare Dio e demonizzare i suoi figli. Questa è la paralisi dell'anima.
    In questa parabola di battaglia, Gesù ha l'audacia di denunciare che la preghiera può separarci da Dio, può renderci "atei", mettendoci in relazione con un Dio che non esiste, che è solo una proiezione di noi stessi. Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sull'uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo (Turoldo).
    Il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, ci insegna a non sbagliarci su Dio e su noi: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».
    C'è una piccola parola che cambia tutto nella preghiera del pubblicano e la fa vera: «tu». Parola cardine del mondo: «Signore, tu abbi pietà». E mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che egli fa per Dio (io prego, pago, digiuno...), il pubblicano la costruisce attorno a quello che Dio fa per lui (tu hai pietà di me peccatore) e si crea il contatto: un io e un tu entrano in relazione, qualcosa va e viene tra il fondo del cuore e il fondo del cielo. Come un gemito che dice: «Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, così non sono contento. Vorrei tanto essere diverso, non ce la faccio, ma tu perdona e aiuta».
    «Tornò a casa sua giustificato». Il pubblicano è perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l'umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza, la sola forza che ripartorisce in noi la vita.

     

  • 16 Ottobre 2016: XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    XXIX Domenica del Tempo ordinario 

    Letture: Esodo 17,8-13; Salmo 120; 2 Timoteo 3,14-4,2; Luca 18,1-8

    Anno C

     

    In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: "Fammi giustizia contro il mio avversario". Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi"». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

     

    Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre. E a noi pare un obiettivo impossibile da raggiungere. Ma il pregare sempre non va confuso con il recitare preghiere senza interruzione, Gesù stesso l'ha detto: quando pregate non moltiplicate parole. Vale più un istante nell'intimità che mille salmi nella lontananza (Evagrio il Pontico). Perché pregare è come voler bene. Infatti c'è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami sempre. Così è con Dio: «il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre» (S. Agostino).
    Il Vangelo ci porta a scuola di preghiera da una vedova, una bella figura di donna, forte e dignitosa, che non si arrende, fragile e indomita al tempo stesso. Ha subito ingiustizia e non abbassa la testa.
    C'era un giudice corrotto. E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!
    Gesù lungo tutto il Vangelo ha una predilezione particolare per le donne sole, perché rappresentano l'intera categoria biblica dei senza difesa, vedove orfani forestieri, i difesi da Dio.
    Una donna che non si lascia schiacciare ci rivela che la preghiera è un "no" gridato al "così vanno le cose", è come il primo vagito di una storia nuova che nasce.
    Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere. La preghiera è il respiro della fede. Come un canale aperto in cui scorre l'ossigeno dell'infinito, un riattaccare continuamente la terra al cielo. Come per due che si amano, il respiro del loro amore.
    Forse tutti ci siamo qualche volta stancati di pregare. Le preghiere si alzavano in volo dal cuore come colombe dall'arca del diluvio, ma nessuna tornava indietro a portare una risposta. E mi sono chiesto, e mi hanno chiesto, tante volte: ma Dio esaudisce le nostre preghiere, si o no? La risposta di un grande credente, il martire Bonhoeffer è questa: «Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse». E il Vangelo ne è pieno: non vi lascerò orfani, sarò con voi, tutti i giorni, fino alla fine del tempo.
    Non si prega per cambiare la volontà di Dio, ma il cuore dell'uomo. Non si prega per ottenere, ma per essere trasformati. Contemplando il Signore veniamo trasformati in quella stessa immagine (cfr 2 Corinzi 3,18). Contemplare, trasforma. Uno diventa ciò che contempla con gli occhi del cuore. Uno diventa ciò che prega. Uno diventa ciò che ama.
    Infatti, dicono i maestri dello spirito «Dio non può dare nulla di meno di se stesso, ma dandoci se stesso ci dà tutto» (Santa Caterina da Siena). Ottenere Dio da Dio, questo è il primo miracolo della preghiera. E sentire il suo respiro intrecciato per sempre con il mio respiro.

  • Giornate Eucaristiche 2016

  • Attività Parrocchiali 2016/2017

     

  • 9 Ottobre 2016: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    XXVIII Domenica delTempo Ordinario

    Letture: 2 Re 5,14-17; Salmo 97; 2 Timoteo 2,8-13; Luca 17, 11-19

    Anno C

     

    Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
    Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».

     

    Gesù è in cammino. E come lungo ogni cammino, la lentezza favorisce gli incontri, l'attenzione trasforma ogni incontro in evento.
    Ed ecco che dieci lebbrosi, una comunità senza speranza, un nodo di dolore, all'improvviso si pone di traverso sulla strada dei dodici.
    E Gesù appena li vede... notiamo: subito, senza aspettare un secondo di più, "appena li vede", prima ancora di sentire il loro lamento. Gesù ha l'ansia di guarire, il suo amore ha fretta, è amore preveniente, amore che anticipa, pastore che sfida il deserto per una pecora che non c'è più, padre che corre incontro mentre il figlio cammina...
    Davanti al dolore dell'uomo, appaiono i tre verbi dell'agire di Cristo: vedere, fermarsi, toccare, anche se solo con la carezza della parola.
    Davanti al dolore scatta come un'urgenza, una fretta di bene: non devono soffrire neanche un secondo di più. E mi ricorda un verso bellissimo di Ian Twardowski: affrettiamoci ad amare, le persone se ne vanno così presto! L'amore vero ha sempre fretta. È sempre in ritardo sulla fame di abbracci o di salute.
    Andate... E mentre andavano, furono purificati. Sono purificati non quando arrivano dai sacerdoti, ma mentre camminano. La guarigione comincia con il primo passo compiuto credendo alla parola di Gesù. La vita guarisce non perché raggiunge la meta, ma quando salpa, quando avvia processi e inizia percorsi.
    Nove lebbrosi guariscono e non sappiamo più nulla di loro, probabilmente scompaiono dentro il vortice della loro inattesa felicità, sequestrati dagli abbracci ritrovati, ridiventati persone libere e normali.
    Invece un samaritano, uno straniero, l'ultimo della fila, si vede guarito, si ferma, si gira, torna indietro, perché intuisce che la salute non viene dai sacerdoti, ma da Gesù; non dalla osservanza di regole e riti, ma dal contatto con la persona di quel rabbi. Non compie nessun gesto eclatante: torna, canta, lo stringe, dice un semplice grazie, ma contagia di gioia.
    Ancora una volta il Vangelo propone un samaritano, uno straniero, un eretico come modello di fede: la tua fede ti ha salvato. La fede che salva non è una professione verbale, non si compone di formule ma di gesti pieni di cuore: il ritorno, il grido di gioia, l'abbraccio che stringe i piedi di Gesù.
    Il centro della narrazione è la fede che salva. Tutti e dieci sono guariti. Tutti e dieci hanno creduto alla parola, si sono fidati e si sono messi in cammino. Ma uno solo è salvato. Altro è essere guariti, altro essere salvati. Nella guarigione si chiudono le piaghe, rinasce una pelle di primavera. Nella salvezza ritrovi la sorgente, tu entri in Dio e Dio entra in te, e fiorisce tutta intera la tua vita.

  • 2 Ottobre 2016:XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Letture: Abacuc 1,2-3;2,2-4; Salmo 94; 2 Timoteo 1,6-8.13-14; Luca 17,5-10

    Anno C

     

    In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: "Sràdicati e vai a piantarti nel mare", ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
    Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"».

     

    Gesù ha appena avanzato una proposta che ai discepoli pare una missione impossibile: quante volte devo perdonare? Fino a settanta volte sette. E sgorga spontanea la richiesta: accresci in noi la fede, o non ce la faremo mai. Una preghiera che Gesù non esaudisce, perché non tocca a Dio aggiungere fede, non può farlo: la fede è la libera risposta dell'uomo al corteggiamento di Dio.
    E poi ne basta poca, meno di poca, per ottenere risultati impensabili: se aveste fede come un granello di senape, potrete dire a questo gelso sradicati...
    Qui appare uno dei tratti tipici dei discorsi di Gesù: l'infinito rivelato dal piccolo. Gesù sceglie di parlare del mondo interiore e misterioso della fede usando le parole di tutti i giorni, rivela il volto di Dio e il venire del Regno scegliendo il registro delle briciole, del pizzico di lievito, della fogliolina di fico, del bambino in mezzo ai grandi. È la logica dell'Incarnazione che continua, quella di un Dio che da onnipotente si è fatto fragile, da eterno si è perduto dentro il fluire dei giorni.
    La fede è rivelata dal più piccolo di tutti i semi e poi dalla visione grandiosa di foreste che volano verso i confini del mare. La fede è un niente che è tutto. Leggera e forte. Ha la forza di sradicare gelsi e la leggerezza di un minimo seme che si schiude nel silenzio.
    Ho visto il mare riempirsi di gelsi. Ho visto imprese che sembravano impossibili: madri e padri risorgere dopo drammi atroci, disabili con occhi luminosi come stelle, un missionario discepolo del Nazzareno salvare migliaia di bambini-soldato, una piccola suora albanese rompere i tabù millenari delle caste...
    Un granello: non la fede sicura e spavalda ma quella che nella sua fragilità ha ancora più bisogno di Lui, che per la propria piccolezza ha ancora più fiducia nella sua forza.
    Il Vangelo termina con una piccola parabola sul rapporto tra padrone e servo, chiusa da tre parole spiazzanti: quando avete fatto tutto dite: siamo servi inutili. Capiamo bene, però: mai nel Vangelo è detto inutile il servizio, anzi è il nome nuovo della civiltà. Servi inutili non perché non servono a niente, ma, secondo la radice della parola, perché non cercano il proprio utile, non avanzano rivendicazioni o pretese. Loro gioia è servire la vita.
    Servo è il nome che Gesù sceglie per sé; come lui sarò anch'io, perché questo è l'unico modo per creare una storia diversa, che umanizza, che libera, che pianta alberi di vita nel deserto e nel mare.
    Inutili anche perché la forza che fa germogliare il seme non viene dalle mani del seminatore; l'energia che converte non sta nel predicatore, ma nella Parola. «Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore». (Rumi)

  • Inizio Anno Pastorale 2015/2016

    Per vedere il video di inizio anno pastorale, clicca qui.

  • Le lancette dell'orologio un'ora indietro

    Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette dell'orologio dovranno essere spostate dalle ore 3 alle ore 2.

     

    SI RICORDA CHE LA S. MESSA VESPERTINA, DA DOMENICA 25 OTTOBRE,

    SARA' CELEBRATA  TUTTI I GIORNI ALLE ORE 17.30

  • Giornate Eucaristiche 2015

  • Video Ammissione agli Ordini Sacri di Pietro Larin

    Per vedere il video dell'Ammissione agli Ordini Sacri di Pietro Larin, clicca qui

  • Festa di inizio anno pastorale

  • Il Rosario Perpetuo

    rosari

  • Il S. Rosario alla "Rotonda"

  • 1° e 2 Novembre: gli orari delle celebrazioni

    Venerdì 31 Ottobre, ore 17,30: S. Messa (con valore di precetto) per il giorno seguente 

    Sabato 1° Novembre, SOLENNITA' di TUTTI I SANTI

    Sante Messe ore 8,00 - 10,00 - 11,30 - 17,30   

    Domenica 2 Novembre, COMMEMORAZIONE di TUTTI I FEDELI DEFUNTI

    Sante Messe ore 8,00 - 10,00 - 11,30 - 17,30 

    Alle ore 15,30 presso il cimitero di Albano, Celebrazione Eucaristica 

     

    INDULGENZE PER I DEFUNTI - Si ha la possibilità di lucrare l'indulgenza plenaria in suffragio dei defunti, una sola volta, se confessati e comunicati, si visita una chiesa e si recitano il Padre nostro, il Credo e una preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre. Tale facoltà vale del mezzogiorno del 1° novembre a tutto il giorno successivo. Dal 1° all'8 novembre a chi visita il cimitero e prega per i defunti è concessa l'indulgenza plenaria alle solite condizioni.

     

  • Paolo VI Beato

    "Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!"

     

    Papa Francesco, 19 ottobre 2014

     

     

     

  • Cammino di preparazione vicariale"Cresima Adulti"

  • Appuntamenti con la Preghiera

    Tutti i Lunedì:

     

    ore 18.00: Lectio Divina

     

    Secondo Giovedì del mese:

     Animazione Liturgica Gruppo di Preghiera "San Pio da Pietrelcina"

     

    ore 16.30: Recita del S. Rosario

     ore 17.00: Adorazione al Santissimo Sacramento

     ore 17.30: S. Messa

     

     

    Terzo Giovedì del mese:

     Animazione Liturgica Gruppo "Ministri Straordinari della Comunione"

    ore 19.00 - 20.00: Adorazione al Santissimo Sacramento

     

    Primo Venerdì del mese:

     

    ore 17.00: recita S. Rosario

    ore 17.30: S. Messa

    ore 18.00: Adorazione Santissimo Sacramento

     

     

    Si ricorda che in chiesa è sempre presente nel Tabernacolo Gesù Eucarestia.

    Trova del tempo per adorare Gesù.

     

     

    Altri momenti di preghiera comunitaria:

     

    Recita delle Lodi: dal lunedì al sabato, durante la Santa Messa delle ore 8.30

    Recita dei Vespri: dal lunedì al venerdì, durante la Santa Messa delle ore 17.30

    Recita del Santo Rosario,tutti i giorni della settimana alle ore 17.00

     

  • Dal 26 Ottobre torna l'ora solare

    Lancette indietro di un'ora nella notte fra sabato 25 e domenica 26 ottobre. Torna infatti l'ora solare che ci accompagnerà fino al 29 marzo del 2015. Godremo così domenica di un'ora in più di sonno. Almeno per i primi giorni ci alzeremo con più luce al mattino (poi le giornate si accorceranno inesorabilmente), ma il sole se ne andrà via sempre prima alla sera, scatenando in qualcuno tristezza e malinconia.

     

    N. B. La S. Messa vespertina da Domenica 26 Ottobre sarà celebrata alle ore 17,30 con la recita del S. Rosario alle ore 17,00. Restano invariati gli orari delle altre Sante Messe.

     

    Durante le S. Messe della XXX Domenica del Tempo Ordinario, nella nostra Parrocchia si farà ricordo dell' anniversario della  Dedicazione della Chiesa

     

     

  • Paolo VI Beato - 19/10/2014

    In occasione della beatificazione del Papa Paolo VI, la comunità parrocchiale ricorda le sue parole:

  • Giornata Missionaria Mondiale e Veglia Diocesana

    "Periferie, cuore della missione" è lo slogan per la prossima Giornata Missionaria Mondiale (Gmm) 2014, scelto da Missio, Organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana. La parola "periferie" ricorre frequentemente nel magistero di papa Francesco, lui che si è presentato quasi venuto dalla fine del mondo e che ci spinge continuamente a "uscire", a creare nelle comunità le condizioni per favorire "l'inclusione", non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le "periferie esistenziali": dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai "margini" della nostra vita (ma possiamo considerarci "noi" centro?). L'esortazione apostolica "Evangelii Gaudium" (traducibile sia in "la gioia del vangelo" ma anche "la gioia di evangelizzare") può guidare le nostre parrocchie in questo anno pastorale appena avviato.

     

    Domenica 19 ottobre alle ore 19.30 presso la Cattedrale San Pancrazio in Albano, il nostro vescovo mons. Marcello Semeraro convoca la comunità diocesana in occasione della Veglia missionaria, per pregare per la liberazione dal virus EBOLA e per il mandato missionario alle Piccole Discepole di Gesù che partiranno accompagnate, appena possibile, da un gruppo di giovani per la Sierra Leone.

     

    Il tema della veglia è Periferie cuore della missione: Cristo non si è fermato con l'EBOLA

     

  • Fraternità San Pio X: notifica del vescovo

    Il nostro vescovo mons. Marcello Semeraro ha scritto una notifica in merito ai sacramenti celebrati dalla fraternità San Pio X. In allegato il testo completo

     

  • Sabato 11 Ottobre 2014: Confermati nella Fede

  • Ehi Giovane!!! Vuoi ... da Sabato 18 Ottobre

  • Il Verbale del Consiglio Pastorale

    In allegato il verbale del Consiglio Pastorale Parrocchiale tenutosi il 26 settembre u.s.

  • Auguri Nonni!

    Tanti auguri ai nostri Nonni!!!

  • 1° Novembre: Solennità di Tutti i Santi

    Commento al Vangelo nella Solennità di Tutti i Santi

    Mt 5, 1- 12

    Fortissima la festa di tutti i santi! Perché i santi famosi, quelli che hanno la statua nelle chiese o nelle piazze, sono importanti, ma met­tono anche un po' di timore. Uno dice:"Quelli facevano miracoli clamorosi, affrontavano sacrifici enormi e addirittura la morte. Bra­vissimi! Ma chi ce la fa ad essere come loro!". Invece i santi del primo di novembre sono tutti coloro che hanno vissuto la fede in Gesù con generosità, ma senza compiere gesti clamorosi. Sono coloro che hanno voluto bene ai poveri; che hanno messo pace tra la gente; che hanno compiuto cose giuste e buone anche se gli altri li prendevano in giro; che hanno perdonato sempre; che non sono mai ricorsi alla violenza; che hanno accettato chi non la pensava e non si comportava come loro. Sono coloro, che senza applausi e notizie su giornali o tivù hanno messo in pratica l'invito di Gesù: ''Va' è fa' anche tu come il buon samaritano": accorgiti degli altri, non passare oltre, mettiti vicino, cura le loro ferite come puoi e con quello che hai, preoccupati di risolvere i loro problemi. Questi santi senza statue sono stati nostri nonni, genitori, fratelli, amici, vicini di casa, compa­gni di scuola...

    Fortissima questa festa! Perché ci ricorda che tutti questi santi sono vicini a noi. Uno dice: ''Ma se stanno in cielo sono lontani." Niente affatto! Perché il cielo non è un posto disperso tra le stelle e i pianeti. il cielo è Dio. Che sta dappertutto. Dovunque stiamo, dovun­que ci spostiamo, c'è Dio, c'è il cielo, ci sono tutti i santi. Con loro non siamo mai soli e formiamo un squadra formidabile. Proprio quello che ci serve. Perché - lo sanno anche i bambini piccoli - quando fai le cose giuste e buone, come quando, per esempio, vuoi aiutare un com­pagno che gli altri prendono in giro, non ti battono le mani, ma ti prendono per sciocco. Altre volte, come quando vuoi studiare di più, dare una mano in casa, dire la verità anche a costo di rimetterci..., lo sai che è giusto farlo, ma non ti va. In questi momenti, sapere che tutti i santi ci stanno vicini e ci dicono: "Dai, fatti coraggio, non avere paura, ti aiutiamo noi" ci dà una carica formidabile. Grazie santi senza statue! Grazie perché state sempre vicino a noi e ci aiutate a diventare come voi. T. Lasconi

  • 27 Novembre: XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Lc  18, 9 - 14

     

    Gesù, rivolgendosi a chi si sente a posto e di­sprezza gli altri, mo­stra che non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e u­miliare i suoi figli, come fa il fariseo. Pregare può diventa­re in questo caso perfino pe­ricoloso: puoi tornare a casa tua con un peccato in più.

    Eppure il fariseo inizia la pre­ghiera con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ciò che segue è sbagliato: ti ringrazio di non essere come gli altri, ladri, ingiusti, adul­teri.

    La sua preghiera non è un cuore a cuore con Dio, è un confronto e un giudizio sugli altri, tutti disonesti e immorali. L'unico che si sal­va è lui stesso. Come deve stare male il fariseo in un mondo così malato, dove è il male che trionfa dappertut­to! Il fariseo: un buon esecu­tore di precetti, onesto ma infelice.

    Io digiuno, io pago le decime, io non sono... Il fariseo è irre­tito da una parola che non cessa di ripetere: io, io, io. È un Narciso allo specchio, per il quale Dio non serve a nien­te se non a registrare le sue performances, è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la sua soddisfa­zione.

    Il fariseo non ha più nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male e il male sono gli altri. Ha di­menticato la parola più im­portante del mondo: tu.

    Il pubblicano invece dal fon­do del tempio non osava nep­pure alzare gli occhi, si batte­va il petto e diceva: Abbi pietà di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera, rendendola autentica.

    La prima parola è tu: Tu ab­bi pietà. Mentre il fariseo co­struisce la sua religione at­torno a quello che lui fa', il pubblicano la fonda su quel­lo che Dio fa. L'insegnamen­to della parabola è chiaro: la relazione con Dio non segue logiche diverse dalle relazio­ni umane. Le regole sono semplici e valgono per tutti.

    Se metti al centro l'io, nessu­na relazione funziona. Non nella coppia, non con gli a­mici, non con Dio. Vita e pre­ghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabi­li, capaci di incontro vero, quello che fa fiorire il nostro essere.

    La seconda parola è: pecca­tore.

    In essa è riassunto un intero discorso: "sono un po­co di buono, è vero, ma così non sto bene, non sono con­tento; vorrei tanto essere di­verso, ci provo, ma ancora non ce la faccio; e allora tu perdona e aiuta".

    Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, non perché più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l'umiltà), ma perché si apre - come una porta che si soc­chiude al sole, come una ve­la che si inarca al vento - a un Altro più grande del suo peccato, che viene e trasfor­ma. Si apre alla misericordia, a questa straordinaria debo­lezza di Dio che è la sua sola onnipotenza.


  • 20 Ottobre - XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    Lc  18, 1-8  Anno C

     

    Poche volte ascoltiamo il brano di Vangelo della Messa domenicale terminare con una domanda. Oggi è una di quelle rare volte: "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?". La parabola del giudice irriguardoso e della vedova insistente, che con il suo atteggiamento ottiene l'impossibile, ci ricorda che la fede è una lotta, nella quale non possiamo mai darci per vinti, e nella quale, soprattutto, non possiamo stare inoperosi, in attesa di una salvezza che piove dal cielo. Questo aspetto si sposa bene sia con il contesto dell'Anno della Fede che si avvia alla conclusione, sia con quanto Papa Francesco indica nel suo primo messaggio in occasione della Giornata Missionaria Mondiale.

    All'inizio del messaggio, il Papa ci ricorda che "la fede è dono prezioso di Dio". E si tratta di "un dono che non si può tenere solo per se stessi, ma che va condiviso", per non diventare "cristiani isolati, sterili e ammalati". Un'affermazione simile ha delle notevoli conseguenze a livello pastorale, che il Papa ribadisce poco più avanti: "La solidità della nostra fede, a livello personale e comunitario, si misura anche dalla capacità di comunicarla ad altri... uscendo dal proprio recinto per portarla anche nelle periferie". In sostanza, ciò significa che possiamo sì ritenerci cristiani praticanti perché partecipiamo ogni domenica all'Eucaristia e magari ci impegniamo pure in alcune attività di una parrocchia o di una comunità: ma questo non basta per dirci cristiani sani e portatori di frutto. Se un cristiano non apre la propria esperienza intima e profonda di Cristo alla testimonianza, all'annuncio, alla missione, è un cristiano "malato". E di cristiani "malati", le nostre chiese sono piene. Malati di che? Malati d'intimismo, malati di sterili sentimentalismi, malati di nostalgia per una fede "di massa" che non c'è più, malati di liturgie roboanti; malati e asfissiati da una fede che non respira bene perché lascia chiuse le porte e le finestre all'incontro con l'altro, soprattutto con l'altro che fa fatica a credere e che spesso ci mette in discussione. Se non ci apriamo alla dimensione dell'annuncio, il cristianesimo malato ci contagerà e ci ucciderà molto più velocemente che qualsiasi persecuzione esterna, perché - questo spesso ce lo ricordava pure Papa Benedetto - i pericoli più grossi per i cristiani non stanno al di fuori della Chiesa, ma nella Chiesa stessa, nella tiepidezza della fede di noi che ci diciamo cristiani.

    "La missionarietà" - continua Francesco nel Messaggio - "... non è un aspetto secondario della vita cristiana, ma un aspetto essenziale". Questo significa che l'animazione missionaria nella Chiesa non si può limitare alla sola Giornata Missionaria Mondiale o tutt'al più al mese di Ottobre: la sensibilizzazione missionaria all'interno di una comunità parrocchiale o Diocesana non è "una delle tante attività da fare", ma uno stile, un modo di essere, una modalità di testimonianza cristiana che pervade completamente la vita di una comunità. Come ci ricorda il Papa, la dimensione missionaria all'interno di una comunità si rende concreta nella capacità di "portare con coraggio in ogni realtà il Vangelo di Cristo, che è annuncio di speranza, di riconciliazione, di comunione, di vicinanza di Dio, della sua misericordia".

    Allora, missione è soprattutto un modo di essere nella comunità, non una cosa in più da fare rispetto alle altre. Non possiamo permetterci di ritenere che la dimensione missionaria possa essere considerata un affare per pochi, un'attività per tecnici, una specializzazione pastorale da affidare a chi ha maggior sensibilità verso temi come la mondialità, la solidarietà, la cooperazione internazionale. Rischieremmo, nella migliore delle ipotesi, di delegare la missione a un gruppo di fedeli di èlite; ma ancor peggio, la vedremmo come un disturbo alla pastorale ordinaria delle nostre parrocchie, o addirittura la renderemmo un elemento snaturante dell'identità della Chiesa, ridotta così - come disse il Papa ai Cardinali all'inizio del suo Pontificato - alla stregua di una "ONG pietosa" che fa del bene ma che non confessa né annuncia Cristo. La missione nella Chiesa non è proselitismo, e nemmeno assistenzialismo: è annuncio e testimonianza di speranza e di carità.

    Il messaggio di Francesco, prima di concludere con un ricordo particolare per tutti i missionari e le missionarie sparsi in ogni parte del mondo e per i cristiani che vivono situazioni di particolare drammaticità e persecuzione a causa della loro fede, ci ricorda un altro aspetto importante, che assume sempre di più le caratteristiche di un fenomeno di attualità. Ci parla, infatti, del generoso impegno delle giovani Chiese che "inviano missionari alle Chiese che si trovano in difficoltà, non raramente di antica cristianità". Oltre a rilevare che si tratta di un fenomeno molto attuale e sentito nelle Chiese di antica tradizione (solamente in Italia contiamo almeno 3000 tra sacerdoti, religiosi e religiose non italiani presenti nelle nostre comunità), il Papa ci ricorda che questo non dev'essere visto come una perdita o una sconfitta, né per le Chiese di antica tradizione (in quanto incapaci di avere nuove vocazioni missionarie) né per le giovani Chiese (che lasciando partire molti dei loro membri potrebbero sentirsi "svuotate" di nuove energie). Invita infatti le chiese locali, soprattutto nella persona dei Vescovi, a "sostenere con lungimiranza e attento discernimento, la chiamata missionaria "ad gentes", sapendo che "donare missionari e missionarie non è mai una perdita ma un guadagno". Ciò significa che non possiamo accampare scuse: non è possibile rinunciare a una profonda e seria pastorale vocazionale missionaria solo perché preoccupati di mantenere un numero adeguato di sacerdoti e religiose per le nostre comunità cristiane. Una pastorale di mantenimento non porterà mai frutto, perché induce una comunità a continuare a guardare a se stessa e ai suoi problemi, affogandovi dentro in quanto incapace di offrire una prospettiva nuova grazie ad un'ottica diversa e più obiettiva.

    Aprirsi alla missione "ad gentes" porta le Chiese di antica cristianità a ritrovare "l'entusiasmo e la gioia di condividere la fede in uno scambio che è arricchimento reciproco". Insomma, lasciar partire missionari e missionarie dalle nostre comunità non significa perdere "forza lavoro" o avere meno "operai nella messe" di casa nostra: significa piuttosto sapere che una fede donata è una fede rafforzata, mentre una fede conservata - sia pur con tutti i buoni propositi e le migliori intenzioni - rischia di ammalarsi e di morire soffocata.


  • Verbale Consigli Pastorali del 1° Ottobre 2103

    In allegato il verbale dei Consigli Pastorale Parrocchiale e Affari Economici riuniti in seduta comune lo scorso 1° Ottobre 2013

  • Festa Inizio Anno Pastorale

  • Il Parroco scrive ai genitori

    Cari genitori,

    chiedendo il Battesimo per i vostri figli,

    Voi vi impegnate a educarli nella fede, perché,

    nell’osservanza dei comandamenti,

    imparino ad amare Dio e il prossimo,

    come Cristo ci ha insegnato.

    Siete consapevoli di questa responsabilità?

     Con questa domanda il sacerdote ha accolto la richiesta del Battesimo di vostro figlio. A questa domanda Voi avete risposto senza incertezza: “Sì”.

    In questi anni avete, con tutte le vostre forze provveduto a concretizzare questo impegno nelle scelte quotidiane. Sappiamo che portare avanti questo gravoso impegno non è stato facile: viviamo in un contesto sociale che non sempre è disposto ad accettare e ad accogliere lo stile evangelico che il discepolo del Signore vuole adottare per se e per la propria famiglia.

    La vostra richiesta di oggi, però, ci spinge a credere che lo avete fatto nel migliore possibile. Dopo aver dunque dato a vostro figlio valori, idee, virtù, ideali, modelli che fossero il più possibile intonati allo stile di vita da voi scelto ora chiedete che possano, come Voi, partecipare alla vita della vostra comunità parrocchiale, chiedete che possano partecipare in pienezza alla celebrazione domenicale dell’Eucarestia e il conferimento dello Spirito, avvicinandosi così sempre più al compimento del loro cammino di Iniziazione Cristiana.

    In questa prospettiva le parrocchie del Vicariato Territoriale di Albano, in comunione con il nostro Vescovo Marcello e tutta la Diocesi di Albano, hanno pensato di proporre un percorso progressivo di avvicinamento dei vostri figli.

    Accompagnati dal vostro parroco, dai catechisti, dagli operatori pastorali, dagli animatori, dagli educatori e da tutta la comunità parrocchiale sarete invitati a riscoprire il volto di Dio reso visibile nel volto incarnato del Verbo di Dio e la vostra adesione a Lui avvenuto nel sacramento del Battesimo. Il percorso sarà scandito da diversi momenti: celebrazioni, incontri tematici, momenti di preghiera e laboratori della fede il tutto pensato per dare a Voi e a vostro/a figlio/a tutti gli strumenti utili e necessari per arrivare a cogliere il senso del nostro essere Chiesa.

    Vi invitiamo dunque a prendere visione del programma…..

     Il Parroco don Paolo e i catechisti incontreranno i genitori dei bambini e ragazzi in vista della ripresa dell'attività catechistica nei seguenti giorni:

    GIOVEDI'      17 OTTOBRE  ore 19.00 -  II ANNO CRESIMA

    LUNEDI'        21 OTTOBRE ore 19.00 -   I ANNO COMUNIONE

    MARTEDI'     22 OTTOBRE  ore 19.00 -  II ANNO  COMUNIONE

    MERCOLEDI' 23  OTTOBRE ore 17.30  - I ANNO CRESIMA

    Tutti gli incontri si svolgeranno  nel piano delle aule

  • 13 Ottobre - XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    LC  17, 11-19 -  Anno C

     

    I pregiudizi razziali e culturali, così vergognosamente frequenti anche nella nostra civiltà sedicente evoluta, sono vecchi come il mondo. Gli antichi ebrei, convinti che Dio fosse unicamente il "loro" Dio, guardavano con indifferenza, quando non con sottile disprezzo, gli appartenenti ad altri popoli; se trascurati da Dio - questo il loro sotteso ragionamento - dovevano essere rozzi e malvagi. Eppure la Bibbia smentisce spesso simili convinzioni: ad esempio nei due casi presentati dalle letture di oggi.
    La prima (2Re 5,14-17) porta all'VIII secolo avanti Cristo. Il profeta Eliseo guarisce "a distanza" il comandante dell'esercito siriano, colpito dalla lebbra: è uno straniero, non sapeva nulla del Dio d'Israele, ma quando il prodigio glielo fa scoprire, allora manifesta pubblicamente la sua riconoscenza. Gesù (Luca 17,11-19) risana "a distanza" non uno ma dieci lebbrosi; però soltanto "uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano". Non è l'unico passo del vangelo in cui i samaritani, detestati dagli ebrei in quanto stranieri ed eretici, emergono migliori di loro: basti ricordare la parabola detta appunto del "buon" samaritano, perenne ammonimento sul fatto che non è la razza a determinare la qualità degli uomini.
    I due episodi presentano molte somiglianze: in entrambi i beneficiati sono lebbrosi, sono stranieri, sono guariti a distanza; ma soprattutto, sono riconoscenti. Il fatto mette in evidenza l'ingratitudine degli altri nove guariti da Gesù. "Quando incontriamo qualcuno che ci deve riconoscenza ce ne ricordiamo subito. Quante volte invece incontriamo qualcuno verso il quale abbiamo un debito di gratitudine e non ci pensiamo", ha scritto Goethe: e tutti sappiamo quanto sia vero. Non badiamo invece al fatto che lo è tanto di più riguardo a Colui al quale più di chiunque altro dobbiamo gratitudine, perché da lui abbiamo ricevuto tutto: la vita, con ogni buona cosa che la vita ci ha portato e ci porta, come l'intelligenza e l'istruzione, la possibilità di mangiare tutti i giorni, di avere una casa e un vestito e di curarci se ci ammaliamo, la capacità di amare ed essere amati, un mondo da ammirare per l'infinità di cose belle che racchiude. Soprattutto, da Dio abbiamo ricevuto incomparabili doni spirituali, riassumibili nella sua amicizia e nella possibilità di raggiungerlo, un giorno.
    Spesso ci si dimentica di tutto ciò; tutto ci pare dovuto, o insignificante perché ovvio, scontato. Ecco perché nella preghiera spesso ci limitiamo a chiedere, chiedere ancora, chiedere dell'altro. Sarà allora il caso di ricordare che, tra i tanti doni, Dio ci ha messo nelle mani anche il modo di ringraziarlo come si conviene. "Ricordati di santificare le feste", recita uno dei comandamenti; già prima di Gesù, la festa comportava di non lavorare, per avere il tempo e le disposizioni d'animo adatte ad elevare la mente a Dio con sentimenti di riconoscenza. Con Gesù, la festa ha mantenuto lo stesso significato, ma enormemente arricchito: la riconoscenza trova la sua espressione più alta nella Messa, il cui nome proprio, non a caso, è Eucaristia, cioè "ringraziamento". Nella Messa, con-celebrata insieme dal sacerdote e dai fedeli, l'uno e gli altri riconoscono di avere ricevuto tutto da Dio, e come si fa tra gli uomini contraccambiano in quanto possono: di nostro avremmo ben poco da offrirgli; ma ci è dato da offrirgli il dono più grande, il suo stesso Figlio per noi morto e risorto. Quale meraviglia, quale generosità! Dio ci colma di doni, compreso quello da offrire a lui; da parte nostra occorre soltanto la volontà di farlo. E se lo facciamo, se anche noi ci riconosciamo graziati, si realizza anche per noi quanto Gesù ha detto all'unico dei dieci lebbrosi tornato a ringraziarlo: "Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato".

  • 6 Ottobre - XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Lc  17, 5 - 10  Anno C

     

    La fede è un dono dell'Alto, sempre straripante, eppure necessitante di una continua crescita; è sempre uguale a se stessa, tuttavia richiede la trasformazione dei cuori, della vita; non è regolata da un dosatore, va ravvivata e conquistata quotidianamente con la nostra fedeltà e il nostro rapporto con Dio. Un rapporto che il Signore Gesù non definisce di servile obbedienza, ma che attraverso la comprensione di essere "servi inutili" (Lc 17,10), fa aumentare la percezione di essere figli amati e apprezzati, convocati, quale famiglia umana di Dio, a corrispondere alla Sua chiamata per gustare e trovare la nostra vera casa, la gloria. Ora, affinché tale realtà non rimanga solo un sogno irrealizzabile, è indispensabile ascoltare la Parola che per noi si è fatta storia, Cristo Gesù, che ci invita ad inserirci nel dinamismo d'amore, di incessante e paradossale novità: la fede.
    San Luca racconta che gli apostoli chiesero al Maestro di accrescere la fede (v.6). Il Signore rispose: "se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare" (v.6). Dunque, cosa manifestano il granello di senape e il gelso?
    Il granello, la fede pura, genuina, e non la sua quantità, è in grado di sopprimere la tenacia di un pensiero o la veemenza di una situazione particolare dell'esistenza (il gelso). Quindi, aver fede è progredire nella convinzione che il Signore ci guida nel mondo anche nelle situazioni che noi riteniamo più assurde o impensabili, e tentare, con il Suo aiuto, di eliminare le nostre ossessioni, i pregiudizi e le norme severe, per riuscire a servirLo con libertà. Aver fede, comunque, non significa essere ingenui: è fidarsi di Dio, e credere che la Sua volontà, il bene, si realizzerà.
    Il servizio umile è la chiave di lettura della seconda parabola. Nella Chiesa ognuno ha il suo compito: c'è il padrone (Dio) e i suoi servi (i cristiani). Il servo rimane tale anche "quando rientra dal campo" (v.7). "Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili" (v.10). La traduzione esatta, però, è mansuetudine: i servi obbedienti fanno il loro dovere, non chiedono nulla in cambio se non la totale appartenenza al loro Dio. La parabola, allora, cerca di rimuovere una certa visione presente, a volte, nelle nostre comunità: faccio qualcosa per ottenere da Dio, o da altri, dei rinconoscimenti. Il servizio, invece, è un atto gratuito: se fatto con sincerità, arricchisce la fede e contribuisce a costruire la comunione fra di noi e con Dio. Certo non è facile agire senza ottenere nulla in cambio. Ma è proprio questo il senso della fede: essa deve modificare i nostri comportamenti, ogni giorno, altrimenti rischiamo di imbrigliarci nell'assurda pretesa di chiedere a Dio qualcosa in base alla quantità della preghiera o delle opere che noi realizziamo in parrocchia. Nel servizio umile i cristiani riconoscono la presenza di Dio e si sostengono nella fede.
    La nostra fede, allora, risposta all'amore del Padre nel Suo Figlio Gesù, non va depositata in un recesso della nostra anima: va alimentata con le opere gratuite di carità; non ci fa rimanere indifferenti di fronte al grido delle ingiustizie, della miseria, dell'oppressione: ci sprona ad essere annunciatori della libertà del Dio rivelato a pasqua; infine, non ci fa annoiare: rimaniamo sempre stupiti delle meraviglie che il Signore compie nella nostra vita.

  • Solennità di Tutti i Santi

    Commento al Vangelo nella solennità di “Tutti i Santi”

    Mt 5,l-12a

     

    Con grande gioia celebriamo la solennità di Tutti i Santi. In que­sta festa ricordiamo non soltanto i santi canonizzati, che sono già menzionati nel calendario, ma anche tutti gli altri santi di cui non si fa memoria. Essi sono innumerevoli: tanti cristiani e tante cri­stiane che sono stati fedeli alla grazia del loro battesimo, hanno seguito Cristo con amore e ora si trovano con lui nella gloria e nel­la gioia del cielo.

    Nel Vangelo Gesù ci dà la «magna charta» della santità, pre­sentandoci le beatitudini. Questo testo, che merita di essere me­ditato a lungo, deve guidarci nella nostra vita cristiana e deve infon­dere in noi slancio, fiducia e gioia.

    In questo brano il continuo ripetersi - otto volte - dell'espres­sione «beati» è una manifestazione dell'amore del Signore. Egli ci vuole beati, felici. Non si rassegna alla nostra condizione uma­na, talvolta penosa, ma ci spinge verso la beatitudine perfetta, che si trova nella relazione con lui: una relazione di amore, di fiducia e di gioia.

    Le beatitudini hanno anche un aspetto di contestazione. Contestano una falsa idea di felicità, un'idea umana di felicità, ca­ratterizzata dall'egoismo e dai limiti della mente umana. Il mon­do dice: «Beati i ricchi»; Gesù invece proclama: «Beati i poveri». Il mondo dice: «Beati i dominatori»; Gesù dice: «Beati i miti». Il mondo dice: «Beati coloro che impongono la loro volontà e su­gli altri portano avanti senza scrupoli e senza nessuna pietà i lo­ro progetti»; Gesù dice: «Beati i misericordiosi». Perciò dobbia­mo rinunciare a una nostra certa idea di felicità, per accogliere la vera felicità che ci viene indicata dalle beatitudini di Gesù.

    La base della vera felicità si trova nella povertà spirituale, cioè nel distacco dalle cose materiali. Se siamo attaccati alle co­se, al denaro, ai possessi, il nostro spirito non può raggiungere la beatitudine, la gioia vera e perfetta, perché è come soffocato dall'aspirazione ad avere sempre di più e a godere sempre di più.

    Gesù dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Questi poveri sono i più ricchi di tutti, perché ad essi appartiene il regno dei cieli. Per avere questa ricchezza spiritua­le, dobbiamo distaccarci da quella materiale. Queste due ricchezze non vanno d'accordo tra loro, in quanto l'una ostacola l'al­tra.

    Noi fedeli ci dobbiamo distaccare dalla nostra inclinazione alla ricchezza materiale e compiere opere di generosità. Così di­mostriamo di essere «poveri in spirito», cioè di essere ricchi di slan­cio spirituale, e poveri nel senso che siamo distaccati dalle cose materiali, dal nostro egoismo.

    Dobbiamo accogliere sempre meglio questa beatitudine che Gesù ci presenta come prima, cioè come beatitudine fondamen­tale. Dobbiamo essere veramente generosi, non essere ripiegati su noi stessi e sulle cose che possediamo. Noi abbiamo delle cose, ma dobbiamo considerarle occasioni per manifestare il nostro amore per tutti, specialmente per i più bisognosi e per quelli che sono in difficoltà.

    Nella seconda beatitudine Gesù ci dice una cosa sorprenden­te: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati». Noi non pense­remmo di chiamare «beati» gli afflitti. Secondo le nostre pro­spettive, dove c'è afflizione non ci può essere felicità. Invece, nel­la prospettiva di Gesù, c'è beatitudine anche là dove c'è afflizio­ne, sofferenza e dolore; c'è beatitudine nel momento stesso dell'af­flizione. È la beatitudine della speranza. Spiega Gesù: «Perché sa­ranno consolati». Chi non è nell'afflizione, non può essere con­solato; non c'è posto in lui per la consolazione. Invece, chi si tro­va nella tribolazione, nella prova e nella sofferenza è aperto e può ricevere la consolazione.

    Gesù ha dato a questa beatitudine un significato molto più profondo attraverso la sua croce. Pertanto, sono beati gli afflitti, perché si trovano uniti alla croce di Cristo. Essa è là sorgente di ogni vera consolazione, perché è una croce vittoriosa, segno di un amore spinto all'estremo. Essa unisce a Dio e promette gioia. Gli afflitti devono sapere che sono consolati sin d'ora, come ci dice Paolo: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2 Cor 1,5).

    Gesù poi proclama: «Beati i miti, perché erediteranno la ter­ra. Qui abbiamo di nuovo un'affermazione sorprendente. Per estendere il suo potere, l'uomo spontaneamente ricorre alla violenza, come possiamo constatare nel nostro mondo martoriato da­gli odi e dalle guerre. La violenza viene esercitata per far preva­lere la propria volontà, per estendere il proprio dominio, per ave­re una soddisfazione nel dominare sugli altri. Gesù invece dice: «Beati i miti, perché erediteranno la terra». In effetti, tutte le co­se ottenute con la violenza prima o poi ci verranno tolte; esse non costituiscono una ricchezza stabile. Invece, le cose ottenute con gesti di pace, di mitezza e di dialogo, sono molto più durature, per­ché sono basate sulla concordia, e non sulla divisione e sul con­flitto.

    «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché sa­ranno saziati». Le nostre aspirazioni devono andare nella giusta direzione. C'è in noi l'impulso della fame e della sete, ma noi lo possiamo e dobbiamo orientare nel senso della fame e della sete di giustizia. Nella prospettiva biblica, la giustizia significa in de­finitiva la santità; perciò si può anche dire: «Beati quelli che han­no fame e sete della santità, perché saranno saziati». Se indiriz­ziamo le nostre aspirazioni a questo fine, allora possiamo essere certi che esse saranno soddisfatte: Dio ci aiuterà efficacemente ad andare verso una santità che corrisponda alla nostra vocazione per­sonale.

    La santità non richiede necessariamente di fare cose straordi­narie, ma la si ottiene nella vita ordinaria, con la fedeltà al Signore e con l'aspirazione profonda a corrispondere alla sua volontà di amore. Le cose ordinarie, fatte con grande amore, con adesione alla volontà di Dio, sono occasioni di santità.

    Ci possiamo chiedere di che cosa in realtà noi abbiamo fame e sete, in quale direzione vanno le nostre aspirazioni più forti e più profonde. Esse vanno realmente nella direzione della santità? Oppure ci accontentiamo di aspirazioni più modeste? In questo ca­so, non saremo saziati, I nostri cuori, infatti, sono fatti per aspi­razioni più alte. Per questo dobbiamo tenere «in alto i nostri cuo­ri», come diciamo nella liturgia eucaristica. Dobbiamo avere un'ambizione spirituale, cioè avere fame e sete non della nostra soddisfazione personale, ma della santità che ci viene offerta da Dio.

    Questa è una santità di amore, come ci fa capire la beatitudi­ne successiva: «Beati i misericordiosi, perché troveranno miseri­cordia». Sono beati innanzitutto coloro che perdonano e che non conservano rancore, né cercano la vendetta. Questi sono i mise­ricordiosi. D'altra parte, sono beati coloro che hanno pietà dei lo­ro fratelli meno felici, più poveri. Beati i misericordiosi, cioè quelle persone che fanno opere di misericordia, si occupano dei poveri, dei malati, dei prigionieri ecc. La misericordia ci unisce al cuore di Gesù e ci dà una gioia profonda.

    «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». Essere puri di cuo­re vuol dire non accettare nel proprio cuore nessun pensiero cat­tivo, nessuna intenzione egoistica, nessuna aspirazione orgoglio­sa. Il cuore è l'intimo dell'uomo, e la purezza di cuore consiste nel rigettare da esso tutto ciò che va in una direzione cattiva. Ovviamente anche la castità fa parte della purezza di cuore; ma la purezza di cuore comprende molti altri aspetti, richiede di re­spingere ogni cosa che possa inquinare la nostra coscienza.

    «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Il nostro mondo è ancora pieno di violenze. Occorre che tut­ti ci mettiamo d'accordo per far progredire la pace, e così saremo veramente figli di Dio. Dio è un Dio di pace, un Dio di concor­dia, un Dio generoso, che vuole dare a tutti gli uomini la soddi­sfazione di vivere uniti nella pace.

    Le ultime beatitudini sono le più difficili da accettare per la no­stra mentalità umana: «Beati i perseguitati per causa della giusti­zia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insul­teranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di ma­le contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché gran­de è la vostra ricompensa nei cieli». Per noi è difficile accettare di essere perseguitati per causa della giustizia, cioè avere nemici che ci vogliono far del male proprio perché noi facciamo il bene; essere perseguitati senza nessun motivo valido, ma unicamente per­ché viviamo nella rettitudine e nella ricerca del bene di tutti. Proprio per questo ci sono persone che non sopportano la nostra presenza e il nostro comportamento e fanno del tutto per contra­starci ed eliminarci.

    Gesù ci dice: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vo­stra ricompensa nei cieli», Qui Gesù non parla di una ricompen­sa futura (non dice: «Grande sarà la vostra ricompensa nei cieli»), ma presente (dice: «Grande è la vostra ricompensa nei cieli»). Già adesso, nel momento della persecuzione, ci dobbiamo rallegrare, perché siamo già ricchi di una ricompensa meravigliosa, la ri­compensa celeste.

    Le beatitudini di Gesù sono tutto un programma di felicità. Un programma esigente, che ci costringe a cambiare le nostre pro­spettive abituali, per adottare i pensieri e i desideri di Gesù. Tutti siamo chiamati alla santità, tutti siamo chiamati a vivere le bea­titudini, ciascuno secondo la misura di grazia ricevuta e secondo le circostanze della propria esistenza. Ma ciascuno di noi è chia­mato con grande amore da Dio a una vita veramente cristiana, a una vita di unione al cuore di Gesù nei pensieri, desideri, nelle de­cisioni e nelle azioni.

    Dobbiamo rallegrarci ed essere immensamente riconoscenti a Dio, che ci chiama a una vita così bella e ci prepara una gioia in­finita nell'unione eterna con la sua vita di amore.

     

  • XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario

    Mc 10, 46-52

    Anno B 

    Commenta S. Agostino:

     

    Amate il Signore! Di più degno di amore non trovate nulla. Voi amate più l’argento che il ferro e il bronzo; ma più amate l’oro perché superiore all’argento; più le pietre preziose, perché superano il va­lore dell’oro. Voi amate infine questa luce della vita che ognuno che teme la morte paventa di dover la­sciare. Amate, dico, questa luce, così come amava di un amore immenso colui che faceva giungere a Gesù il suo grido: Abbi pietà di me, figlio di Davide. Il cieco gridava così mentre Gesù passava. Temeva che Gesù passasse e non lo risanasse. Con che ardo­re gridava? Al punto che, mentre la folla lo zittiva, continuava a gridare. La sua voce trionfò su chi lo contrastava e trattenne il Salvatore. Mentre la folla faceva strepito e gli voleva impedire di parlare, Ge­sù si fermò, lo chiamò e gli disse: Che vuoi che io faccia per te ? Rispose: Signore, che io veda. [E Ge­sù]: Vedi! La tua fede ti ha salvato. Amate Cristo. Desiderate quella luce che è Cristo. Se quel cieco desiderò la luce fisica, quanto più voi dovete desi­derare la luce del cuore! A lui eleviamo il nostro gri­do non tanto con la voce fisica quanto coll’operare rettamente. Cerchiamo di vivere santamente, ridi­mensioniamo le cose del mondo. Ciò che è effime­ro sia come nulla per noi. Quando ci comportere­mo così, gli uomini mondani ci faranno rimproveri come se ci amassero; uomini mondani che amano la terra, che sanno di polvere, che non traggono nulla dal cielo, che non hanno respiro spirituale ma solo quello delle narici. Ci criticheranno senza dubbio e, vedendoci disprezzare queste cose naturali, queste cose terrene, ci diranno: “Perché vuoi soffrire privazioni? Sei pazzo?”. Costoro sono quella folla che contrastava il cieco quando egli voleva far senti­re il suo richiamo. Ci sono alquanti cristiani che contrastano il vivere da cristiani, analogamente a quella folla che camminava con Cristo e tuttavia si opponeva a che ricevesse il beneficio di Cristo quel­l’uomo che gridava verso di lui e desiderava la luce. Ci sono dei tali cristiani, ma noi cerchiamo di trionfare su di loro e la nostra stessa vita sia come un grido lanciato verso Cristo. Egli si fermerà, per­ché in effetti sta, immutabile. C’è infatti qui un mistero grande. Mentre il cieco chiamava, egli stava passando. Si fermò per risanar­lo. Il fatto che Cristo passa, ci faccia attenti a chia­marlo. Che cosa è il passaggio di Cristo? Tutto ciò che per noi soffrì nel tempo, questo è il suo passaggio. È nato: ecco un suo passaggio; Forse che anco­ra nasce? È cresciuto: altro passaggio. Cresce forse ancora? Ha succhiato il latte, È chiaro che non lo succhia più. Stanco, ha dormito. E ora forse dor­me? Ha mangiato e bevuto: cosa che non fa più. Infine è stato preso, legato, flagellato, coronato di spine, colpito da schiaffi, lordato di sputi, sospeso alla croce, ucciso, trapassato dalla lancia, e poi, do­po la sepoltura, è risorto. È ancora un passaggio. Poi è asceso al cielo. Siede alla destra del Padre: qui si è fermato. Grida dunque con quanta voce puoi! Ora egli ti dà la vista. In realtà egli era immutabile in se stesso per il fatto che era il Verbo pressa Dio e non subiva mutamento. E il Verbo era Dio e il Verbo si fece carne. La carne fece molte cose nel suo pas­saggio e soffrì. Il Verbo era invece immutabile. Il cuore umano da questo stesso Verbo è illuminato perché la carne è toccata dalla dignità del Verbo che l’ha assunta. Se togli il Verbo [dalla persona di Cristo] che cosa è la sua carne? È come la tua. Ma perché la carne di Cristo fosse onorata il Verbo si è fatto carne e abitò tra noi. Gridiamo dunque, e viviamo rettamente.

     

    Discorso 349,5

  • Anniversario della Dedicazione della Chiesa

    Nelle Celebrazioni Eucaristiche di SABATO 27 Ottobre, (S. Messa ore17.30) e DOMENICA 28 Ottobre (S. Messe ore 8.00 - 10.00 - 11.30 - 17.30) si ricorderà la Solennità della Dedicazione della Chiesa Parrocchiale.

     Dal libro: Il "Trentennio" della costruzione della Chiesa nella storia di oltre quarant'anni di Attività Pastorale

  • XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario

    Mc 10, 35-45

    Anno B

     

    Nel Vangelo di oggi possiamo notare due cose sorprendenti. La prima è che due apostoli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, vanno da Gesù e gli chiedono i primi posti: «Concedici di sede­re nella tua gloria, uno alla tua destra, e uno alla tua sinistra». Parlano della gloria di Gesù, e vogliono condividerla come suoi primi ministri.

    Questa domanda è sorprendente, perché nel Vangelo essa vie­ne subito dopo la terza predizione della passione da parte di Gesù: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeran­no addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre gior­ni risusciterà» (Mc 10,33-34). Gesù ha appena annunciato tutte le umiliazioni e i maltrattamenti che sta per subire, e i due apostoli chiedono i posti di onore! Essi sono ciechi, non vedono il contrasto stridente tra la loro ambizione e la predizione di Gesù.

    Anche noi spesso siamo così. Gesù si rivela a noi come colui che ha subito la morte per amore, e noi invece cerchiamo privi­legi, vantaggi, soddisfazioni personali, siamo ambiziosi e vo­gliamo avere sempre posti di onore.

    C’è anche un secondo motivo di sorpresa. Gesù risponde ai due apostoli mettendo una condizione: «Voi non sapete ciò che do­mandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». L’espressione «bere il calice» fa pen­sare alla passione di Gesù. Nel Getsemani egli chiede al Padre di allontanare da lui questo calice, se è possibile; ma si rimette alla volontà del Padre, e alla fine accetta di bere il calice. Il battesimo di Gesù è un battesimo di sangue. I due apostoli rispondono alla domanda di Gesù con generosità e con slancio: «Lo possiamo».

     

    A questo punto Gesù annuncia loro il martirio: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete». E noi ci aspetteremmo questa conclusione: «Così voi avrete i posti migliori alla mia destra e alla mia sinistra». Gesù ha posto una condizione, ed essi l’hanno accettata; ora ci aspet­teremmo che essi ottengano ciò che hanno chiesto. Invece Gesù conclude così: «Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

    Il discorso fatto da Gesù ai due apostoli sembra una trappola. Gli apostoli sembrano presi come da un apparente inganno: han­no accettato la condizione, e ora non possono avere ciò che han­no chiesto. È una grande delusione per loro! Come capirla?

    In realtà, la dobbiamo capire come una grazia. Gesù ha dato ai due apostoli più di quanto essi hanno chiesto: li ha liberati dal­la loro ambizione egoistica e li ha resi partecipi del suo amore, li ha posti veramente molto vicini a sé. Essi hanno chiesto di es­sere con lui nella gloria, e Gesù fa capire loro che la cosa im­portante è essere molto vicini a lui nell’amore, nella generosità. Questa è la grazia più importante. Il posto alla sua destra o alla sua sinistra è una cosa secondaria; la cosa più importante è sta­re con lui nell’amore generoso. Gesù ha concesso questa grazia ai due discepoli, liberandoli dal loro egoismo e introducendoli nel regno del suo amore.

    Il Vangelo ci riferisce che, «all’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni». Gli altri apostoli si sde­gnano, perché hanno la stessa ambizione di Giacomo e Giovanni.

    Questo capita spesso anche a noi. Ci sdegniamo per ciò che fan­no gli altri, perché abbiamo le loro stesse pretese; siamo contra­riati nel vedere che altri vogliono avere ciò che noi vogliamo avere.

    Gesù allora chiama a sé tutti gli apostoli e dà loro un insegna­mento molto importante: «Voi sapete che coloro che sono ritenu­ti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere». Il mondo va avanti così: c’è gente ambiziosa che riesce a imporsi, a occupare i posti di comando ed esercita il po­tere sugli altri. «Fra voi però non è così», dice Gesù ai suoi discepoli. Per loro vale il contrario della mentalità del mondo. Gesù capovolge la prospettiva, e dice: «Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà il servo di tutti». Come ha fatto anche in altre occasioni (cf., ad esem­pio, Mc 9,35), egli dice qui ai discepoli in che cosa consiste la ve­ra grandezza, il vero valore.

    La vera grandezza non consiste nell’opprimere gli altri con un potere ottenuto con l’ambizione, ma nel servizio, nel mettersi a di­sposizione degli altri per aiutarli a vivere una vita bella, degna dell’uomo. Questo è ciò che veramente piace a Dio e corrispon­de al modo di vivere di Gesù stesso. Egli infatti conclude il suo in­segnamento con queste parole: «Il Figlio dell’uomo non è venu­to per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

    Se vogliamo essere con Gesù, dobbiamo metterci al servizio degli altri, ciascuno secondo le proprie capacità. Non dobbiamo avere l’ambizione di essere al di sopra degli altri, di dominarli, ben­sì l’ambizione di essere al loro servizio in modo generoso. Gesù ha esercitato il massimo grado di servizio per noi, sino a «dare la propria vita in riscatto per molti». Non è possibile servire in un mo­do più completo e più perfetto di come ha fatto Gesù.

    Quando vogliamo esaminare la nostra vita, dobbiamo avere sempre davanti agli occhi questo model­lo. Abbiamo preso realmente questo orientamento del servizio generoso e umile? Oppure abbiamo preso l’orientamento spon­taneo della ricerca dei posti migliori, dei posti di potere e di dominio? Dobbiamo sempre sforzarci di seguire veramente Gesù nella via del servizio.

    Per riuscire a compatire veramente le sofferenze degli altri, dob­biamo aver sofferto personalmente. Gesù ha voluto soffrire per es­sere in grado di compatire le nostre infermità e di comunicarci la misericordia divina in modo profondo, completo, perfetto.

    Anche noi, quando abbiamo delle pene o delle sofferenze, dobbiamo pensare agli altri che soffrono, ed essere contenti di con­dividere in qualche modo la passione di Gesù, per condividerne anche l’amore e la misericordia. Dobbiamo rinunciare alla ricer­ca personale di vantaggi, di prestigio e di potere, e cercare inve­ce di stare con Gesù nel servizio umile e generoso verso i nostri fratelli e le nostre sorelle.

     

  • XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

    Mc 10, 17-30

    Anno B

     

    La vita appare come il bene più prezioso che possediamo. Siamo disposti ad abbandonare molte cose pur di vivere. Il messaggio di que­sta domenica è molto esigente: Gesù è venuto a darci la vita, e la vita in pienezza, ma questo può avvenire soltanto se siamo disposti ad ab­bandonare e a rinunciare a questo bene prezioso della vita.

    L’unità delle tre letture odierne sta nel progressivo convergere delle esigenze della parola di Dio verso il «seguimi!» pronunciato da Gesù ad un tale venuto ad interrogarlo sulla vita eterna. Ci è oggi proposto un aut... aut particolarmente radicale che altro non è se non l’eco del­l’orizzonte presentato dal Cristo ai suoi discepoli in Mc 8,34ss: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

    Mentre Gesù sta camminando verso Gerusalemme, si avvicina un tale che, in gi­nocchio, gli chiede: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». L’uomo che si è avvicinato a Gesù chiede la sapienza e lo fa nella preghiera: «In ginocchio». Gesù però lo rimprovera: «Per­ché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno: Dio» (v. 18). Va­le a dire che la vita eterna non si può chiedere ad un «maestro», qua­lunque egli sia, ma all’unico Buono, all’Uno, a Dio stesso e cioè nella preghiera. In altri termini, Gesù discerne nell’atteggiamento del suo interlocutore un’ambiguità: o la sua è una preghiera che va rivolta a Dio e il ricco deve scoprire in Gesù Dio in persona; o la sua è una domanda rivolta ad un «rabbi», ma allora il suo prosternarsi è un ge­sto di adulazione per non dire di idolatria.

    La domanda della vita eterna è dura, pericolosa e molto esigente.

    Posta la domanda, giunge la risposta: «Tu conosci la legge...» (Mc 10,19). Gesù non toglie né aggiunge nulla all’insegnamento di Mosè: «Se ascolterai tutte queste parole e le metterai in pratica tu sarai felice sulla tua terra, prolungherai i tuoi giorni, ecc.»

    La risposta dell’uomo a Gesù stupisce per due aspetti: da una par­te ci si domanda come costui possa rispondere così tranquillamente di aver osservato tutte queste cose fin dalla sua giovinezza. Si deve probabilmente pensare che le esigenze della legge erano vissute in mo­do meno drammatico di quanto pensiamo solitamente. Certo, non ci può essere una piena ade­guatezza tra legge e ubbidienza, ma il desiderio profondo di questa ubbidienza unitamente alla misericordia di Dio che copre i peccati de­gli uomini permettono di dire senza falsità che si è stati fedeli alle pre­scrizioni della legge.

    D’altra parte — e questo è più importante ancora — stupisce che uno la cui condotta sia sempre stata quella di ubbidire alla volontà di Dio, possa lasciare entrare in cuor suo il dubbio che ciò non basti e provi il bisogno di chiedere cosa deve fare per ereditare la vita eter­na. L’atteggiamento di Gesù («fissatolo lo amò», v. 21) è molto si­gnificativo a questo proposito, perché rivela che il Signore discerne in quest’uomo non solo un’insoddisfazione di fondo, ma una ricerca autentica che poggia sulla convinzione profonda che il potere di ere­ditare la vita eterna non si trova nell’uomo, ma solo in Dio dal quale viene la vita eterna. È proprio quel che Gesù ribadirà a Pietro che gli chiede: «Chi allora si può salvare?». La risposta non può essere più chiara: «Presso gli uomini è impossibile» (v. 26 e 27).

    «Una cosa ti manca: va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi!» (Mc 10,21). Quest’ulti­ma risposta di Gesù non rigetta la legge come strumento inadeguato per la salvezza, ma la radicalizza al massimo.

    Questa radicalizzazione della legge ribadisce l’impossibilità nella quale si trova l’uomo di poter praticare fino in fondo la legge di Dio: «Vendi quello che hai e dallo ai poveri!» È qualcosa che si può fare, ma solo in parte. Finché ci rimarrà un paio di sandali o semplicemen­te la penna che serve a scrivere queste righe, non avremo venduto «quel­lo che abbiamo», e finché ci saranno dei poveri, essi resteranno la di­mostrazione che non mettiamo in pratica la legge.

    Quest’impossibilità non ci deve però sprofondare nella disperazio­ne! Per chi è stato afferrato dall’amore di Dio, «fissatolo, lo amò», essa indica la direzione da prendere: si tratta di mettere la ricerca di Dio e del suo amore per gli uomini al di sopra di ogni altra ricerca e quindi sbarazzarsi di quanto ce ne allontana. L’impossibilità della legge appare doppiamente consolante: da un lato si scopre che si può sempre fare di più di quanto già facciamo e dall’altro essa manifesta che dal solo amore di Dio procede la nostra salvezza. Ora l’amore di Dio non viene mai meno. È quel che rivelerà Gesù a Pietro: «Essere salvati» è «impossibile presso gli uomini ma non presso Dio, perché tutto è possibile presso Dio» (v. 27). Accade, per la salvezza, come di una donna sterile che desidererebbe un figlio: «C’è forse qualcosa di impossibile per il Signore?» aveva detto il Signore ad Abramo (ve­di Gn 18,14); così pure aveva parlato l’angelo alla Vergine di Naza­ret: «Nulla è impossibile a Dio» (Le 1,37). E di fatto essere salvati è un parto: è il nascere dall’alto (vedi Gv 3,3ss), è l’«essere partoriti da una parola di verità» (Gc 1,18), è il nascere, il vivere e lo svilup­parsi di Cristo in noi. Inoltre il «tutto è possibile presso Dio» riman­da anche al «tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23) e ribadisce l’af­fermazione secondo la quale la vita eterna non può che essere una do­manda fiduciosa (fatta cioè nella fede) all’Uno.

    La radicalizzazione della legge da parte di Gesù appare soprattut­to nell’imperativo che conclude la risposta di Gesù al ricco: «Segui­mi!» (10,21). Con ciò Gesù si rivela come l’incarnazione della legge stessa, sicché seguire la legge significa ormai seguire Gesù.

    Gesù appare come la torah stessa, come la sapienza che vale più di tutta l’esistenza. Vivere pienamente non potrà significare allora che una sola cosa: seguire Gesù.

    Ma cosa significa dunque seguire Gesù? È una domanda che non può ricevere una risposta esaustiva, tanto numerosi ne sono i conte­nuti. Nel vangelo odierno, a parte l’elemento di rinun­cia già rilevato, vien dato ai discepoli un altro elemento di risposta. Hanno lasciato tutto (Mc 10,28) e a loro vien fatta una duplice pro­messa. Prima: riceveranno cento volte nel presente, e sotto forma nuova, quel che hanno lasciato. È quel che accade nella chiesa: nella co­munione con Cristo cioè si ritrovano fratelli, sorelle, madre, padre e vita (la vita nuova che è segno della vita eterna). Inoltre però c’è la promessa delle persecuzioni (v. 30): quel che era possesso diventa grazia, ma solo nell’assimilazione alla sorte di colui che si segue; la vita si trasforma in vita eterna perché si accetta di abbandonarla a Dio. La persecuzione è proprio il segno che questa vita non è nostra, ma appartiene a Dio; ma la vita che appartiene a Dio non è null’altro che la vita eterna!

     

  • Apertura dell' Anno della Fede

    Anche nella nostra Parrocchia, si aprirà, GIOVEDI 11 OTTOBRE alle ore 18.30, secondo le indicazioni fornite dal nostro Vescovo , l' Anno della Fede. Con la Lettera apostolica Porta Fidei dell'11 ottobre 2011, il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto un Anno della Fede che avrà

  • Ordinazione Sacerdotale per Don Andrea Camoirano

    Dal Sito della Diocesi di Savona-Noli  

     

    Sabato 13 ottobre, alle 15, si svolgerà in Cattedrale a Savona l’ordinazione sacerdotale del diacono Andrea Camoirano.

  • XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario

    Mc 10, 2-16

    Anno B

     

    Nel Vangelo i farisei chiedono a Gesù, per metterlo alla pro­va: «È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?». Probabilmente hanno sentito dire che Gesù sostiene con fermez­za la necessità della fedeltà nell’amore. Ma nella legge di Mosè è previsto che si possa ripudiare la moglie e scrivere un atto di ri­pudio.

    Rispondendo, Gesù chiede ai farisei: «Che cosa vi ha ordina­to Mosè?». Essi dicono: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». Questa risposta è giusta, perché effetti­vamente Mosè non ha ordinato di fare il divorzio in questa o in quella circostanza, ma ha detto soltanto che, quando un uomo ha deciso di fare il divorzio, deve dare alla moglie un atto di ripudio, in modo che ella possa dimostrare di non essere più sottoposta a lui.

    Gesù ha qui l’audacia di correggere la legge di Mosè. Così mo­stra chiaramente la sua autorità, come fa anche nel Discorso del­la montagna (cf. Mt 5-7). Dice ai farisei: «Per la durezza del vo­stro cuore egli scrisse per voi questa norma». Pertanto, questa nor­ma data da Mosè è una concessione, che può essere anche aboli­ta, perché non corrisponde all’intenzione originaria di Dio nella creazione.

    Gesù spiega: «All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola». Qui Gesù si riferisce al racconto del­la creazione. L’intenzione originaria di Dio è un’intenzione di unio­ne e di fedeltà reciproca tra l’uomo e la donna: essi non sono più due, ma una sola carne. E Gesù conclude: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto».

    Questo insegnamento di Gesù è molto chiaro, e difende la di­gnità del matrimonio. Il matrimonio è un’unione di amore; l’amo­re autentico implica la fedeltà; perciò Gesù esige la fedeltà nell’amore.

    Quando poi i discepoli gli chiedono spiegazioni, Gesù dice espli­citamente che ripudiare la propria moglie e sposarne un’altra si­gnifica commettere adulterio, e quindi trasgredire il sesto co­mandamento. La stessa cosa vale per la donna: anche lei, se ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio.

    Questo insegnamento di Gesù è molto esigente, ma è ispira­to all’amore e intende difendere l’amore. Nei nostri tempi pur­troppo tante unioni matrimoniali vengono rotte, e il divorzio di­venta sempre più frequente. Ma il divorzio è chiaramente una sconfitta dell’amore, una sconfitta per tutte e due le persone che lo fanno. Gesù invece vuole difendere e preservare l’unione nell’amore.

    Dobbiamo capire che ciò che permette agli sposi di essere ve­ramente uniti nel matrimonio è un amore reciproco generoso. Se ciascuno di essi pensa al proprio interesse, al proprio piacere e al proprie soddisfazioni, non c’è vero amore. La loro unione allora diventa unione di due egoismi, e non potrà resistere. Per chi si spo­sa dovrebbe essere molto chiaro che il matrimonio è l’unione di due amori, e non l’unione di due egoismi.

    Il Vangelo completa questa prospettiva con un insegnamento sull’accoglienza dei bambini. Qui Gesù non parla più in modo di­retto della famiglia, ma solo dell’accoglienza dei bambini in ge­nerale.

    I bambini vengono facilmente disprezzati dagli adulti, perché non possiedono ancora la maturità dell’adulto, non hanno svi­luppato le proprie capacità, e quindi non contano quando si trat­ta di prendere delle decisioni o di fare dei ragionamenti. Per que­sto c’è la tendenza a disprezzarli.

    I discepoli di Gesù mostrano di avere tale tendenza. Alcune persone presentano a Gesù dei bambini perché li accarezzi, e i discepoli le sgridano. Pensano che Gesù abbia cose più impor­tanti da fare, che non abbia tempo per occuparsi dei bambini, ma che debba occuparsi soltanto degli adulti. Solo questi ultimi so­no importanti.

    Gesù s’indigna con i discepoli per il loro comportamento, considerandolo completamente fuori posto e dice: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è co­me loro appartiene il regno di Dio». Per lui i bambini possiedo­no una grande dignità. Essi sono già persone, anche se non han­no sviluppato ancora tutte le facoltà umane.

    In particolare, essi sono capaci di una vera relazione con Dio. Studiosi di psicologia religiosa infantile sostengono che ai bam­bini non si debba parlare solo di «Gesù bambino», ma che si deb­ba parlare di Dio, perché essi possiedono già la capacità di ado­rarlo. Sono capaci di farlo in maniera autentica, forse anche me­glio degli adulti.

    Gesù completa il suo insegnamento, dicendo: «Chi non acco­glie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». I bam­bini hanno l’atteggiamento giusto per accogliere il regno di Dio: un atteggiamento di accoglienza fiduciosa, aperta. Noi dobbiamo imitarli, per accogliere con semplicità il regno di Dio, che ci vie­ne offerto da Dio nel suo grande amore paterno.

    «E prendendoli tra le braccia e imponendo loro le mani li be­nediceva». Gesù abbraccia i bambini, per manifestare il suo gran­de affetto, e anche il suo rispetto, per loro.

     

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